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L’umanesimo dell’imperfezione – Omelia per il Giubileo diocesano delle fragilità (Basilica-Santuario Regionale di Canneto, 13 luglio 2025)

L’UMANESIMO DELL’IMPERFEZIONE

Omelia per il Giubileo diocesano delle fragilità
Basilica-Santuario Regionale di Canneto, 13 luglio 2025

 

Cari amici,

grazie per la vostra partecipazione al Giubileo delle fragilità. Notiamo subito: la parola fragilità si usa sia nella forma singolare che nella forma plurale. Infatti: la fragilità la possiamo riferire alla condizione universale di ogni creatura; mentre le fragilità esprimono le varie forme di limite e di debolezza che si manifestano in diversi modi nella nostra condizione naturale di creatura.

Di cielo e di fango

Nessuno può dirsi esente dai tratti naturali della debolezza e del limite. Lo dicono le nostre origini, Il libro della Genesi ricorda che “il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo” (Gen 2,7). Il fango delle nostre origini   la fragilità della storia personale, sociale e cosmica. Il fango, in quanto tale, è facilmente alterabile e soggetto a rottura. Questa immagine si riflette nella nostra condizione umana, caratterizzata da fragilità fisica e vulnerabilità alle malattie, alle avversità e alla morte. Tuttavia, la creatura umana continua a custodire la relazione con Dio, il suo soffio divino in noi, e la nostra matura mortale. Mi piace a questo punto fare sintesi con la potente immagine proposta da san Paolo: “Noi però abbiamo questo tesoro in vasi di creta, affinché appaia che questa straordinaria potenza appartiene a Dio, e non viene da noi” (2Cor 4,7). Il tesoro della nostra vita creaturale è costituito dall’immagine e somiglianza con Dio, impressa in modo indelebile nella nostra persona. Chi unisce questo patrimonio di verità alla propria fragilità sa che anche in questa condizione di vulnerabilità non è solo, non è abbandonato, può trasformare il fango della propria debolezza, nel capolavoro che con il fango ha fatto il Creatore.

Domande serie, scelte impegnative

Nel vangelo proclamato oggi si racconta di un incontro: un dottore della Legge cerca Gesù per metterlo alla prova (Lc 10, 25-37). L’intento dell’interlocutore è tendere un’insidia a Gesù, metterlo in difficoltà: dalla risposta che avrebbe dato, si sarebbe capito che razza di  “maestro” poteva essere considerato Gesù: Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna? Gesù lo rimanda al cuore della Legge di Mosè che lui aveva ben studiato, avendo fatto il “Dottorato di ricerca” in Sacra Scrittura. Gesù invita il suo interlocutore a mettere in pratica esattamente il comandamento dell’amore: Fa’ questo e vivrai. Non ancora soddisfatto delle parole del Maestro, il dottore della Legge pone un’ulteriore domanda: E chi è mio prossimo? Bella provocazione! Anche per noi, oggi. L’esperto della Legge aveva imparato che il prossimo era colui che rientrava nella ristretta e selezionata cerchia di compatrioti o di gruppi religiosi.  Gesù invece supera quella mentalità restrittiva e settaria, e racconta una parabola per aiutare il suo interlocutore ad allargare la mente e a dilatare il cuore. Al termine della narrazione lo scriba si ritrova radicalmente ribaltata la sua domanda: Gesù gli fa capire che il vero problema non è neppure chi sia da considerare come prossimo, ma come farsi prossimo di chiunque, vincendo la vigliaccheria dell’indifferenza e dell’opportunismo, per lasciarsi rieducare dalla compassione verso gli altri.

Lo straniero che ci salva

Contro ogni forma di discriminazione di razza, di religione, di lingua, di cultura, di colore della pelle: davanti al giudeo aggredito e poi abbandonato lungo il ciglio della strada passano in tanti allungando il passo dall’altra parte della strada, provando quasi schifo. Solo un uomo proveniente dalla regione della Samaria, considerata scismatica e atavica nemica dei giudei, si ferma davanti al ferito, prova compassione e decide per un intervento efficace, compiendo gesti di umanità. Il samaritano aveva tutte le ragione storiche e religiose dalla sua parte per non soccorrere il “nemico” numero uno. Invece “trasgredisce” il conformismo e il “politicamente corretto” per mettere al centro della sua pietà religiosa la fraternità che si fa carico della vulnerabilità e fragilità degli altri. Il samaritano oggi è lo straniero che ci salva. Va’ e anche tu fa’ così. Semplicemente perché Io sono l’altro (N. Fabi). Per l’anno giubilare della speranza papa Francesco ha scritto: “Segni di speranza andranno offerti agli ammalati, che si trovano a casa o in ospedale. Le loro sofferenze possano trovare sollievo nella vicinanza di persone che li visitano e nell’affetto che ricevono. Le opere di misericordia sono anche opere di speranza, che risvegliano nei cuori sentimenti di gratitudine. E la gratitudine raggiunga tutti gli operatori sanitari che, in condizioni non di rado difficili, esercitano la loro missione con cura premurosa per le persone malate e più fragili” (Spes non confundit, n. 11).

La cura delle relazioni

Cari amici,

Cristo è il “samaritano” che insegna a farci carico delle fragilità delle proprie e delle altrui fragilità. Il vero benessere di ogni cultura sociale sta nella cura delle relazioni. Tutti abbiamo bisogno di avere accanto un samaritano, di qualcuno disponibile a farsi prossimo nei momenti più critici della nostra vita, soprattutto quando la vita è ferita dalla fragilità della malattia e della sofferenza. Purtroppo, dobbiamo riconoscere che rischiamo di restare vittime, prima o poi, dell’indifferenza di chi egoisticamente pensa solo ad affermare se stesso e di assicurare ogni benessere individuale. L’anno giubilare invita a considerare con speciale affetto e cura le fragilità che attraversano e segnano la vita di molti adolescenti e giovani: è triste vedere giovani privi di speranza; d’altronde, quando il futuro è incerto e impermeabile ai sogni, quando lo studio non offre sbocchi e la mancanza di un lavoro o di un’occupazione sufficientemente stabile rischiano di azzerare i desideri, è inevitabile che il presente sia vissuto nella malinconia e nella noia. “L’illusione delle droghe, il rischio della trasgressione e la ricerca dell’effimero creano in loro più che in altri confusione e nascondono la bellezza e il senso della vita, facendoli scivolare in baratri oscuri e spingendoli a compiere gesti autodistruttivi. Per questo il Giubileo sia nella Chiesa occasione di slancio nei loro confronti: con una rinnovata passione prendiamoci cura dei ragazzi, degli studenti, dei fidanzati, delle giovani generazioni! Vicinanza ai giovani, gioia e speranza della Chiesa e del mondo!” (Spes non confundit, n. 12).

La Vergine Bruna di Canneto insegna a non disperare mai, soprattutto quando siamo collocati sul Calvario delle prove, del dolore, delle perdite di affetti cari, di riduzione della nostra autonomia, di sofferenza fisica per le malattie che feriscono il nostro corpo e mettono a dura prova la stessa speranza.

                                                                                                 + Gerardo Antonazzo

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