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Omelia inizio ministero pastorale di don Giorgio Vargas S. Giovanni Inc.

Cuore mite, umile, sapiente*

Omelia per l’inizio del ministero pastorale di don Giorgio Vargas

San Giovanni Incarico, 1° settembre 2019

“Nella successione e nella continuità del ministero si esprime l’indole pastorale della Chiesa, in cui Cristo vive e opera per mezzo di coloro ai quali il Vescovo affida una porzione del suo gregge” (Cerimoniale dei Vescovi, Appendice II). Le parole con cui il Vescovo all’inizio della celebrazione eucaristica presenta il nuovo parroco chiariscono il significato e il valore dell’avvicendamento dei presbiteri nel servizio alle comunità. Emergono in particolare due elementi. Innanzitutto il riferimento all’indole pastorale della Chiesa: vale a dire la premura paterna con la quale il Vescovo affida “una porzione del suo gregge” alla guida di un presbitero ritenuto idoneo, perché Cristo buon Pastore continui a vivere e operare nella sua Chiesa. Il secondo elemento riguarda il rapporto inscindibile tra la successione e la continuità. La successione nel ministero pastorale in San Giovanni Incarico si è resa necessaria per l’età e per le precarie condizioni di salute dei carissimi don Antonio e don Aurelio. Tuttavia, tale avvicendamento non deve disattendere la saggezza della continuità pastorale. La gratitudine per il lavoro svolto da chi ci precede si dimostra nel riconoscere e valorizzare il cammino compiuto, potendo proseguire nella direzione del possibile sviluppo dii quanto già realizzato. E’ proprio la continuità omogenea e ordinata che permette all’organismo ecclesiale di progredire e crescere, proprio come per il corpo umano. Essa, infatti, non è mai frutto di rottura, interruzione, rivoluzione, stravolgimento di quanto è stato precedentemente compiuto, cosi come non possiamo far diventare un bambino immediatamente adulto, senza rispettare la progressione graduale e lo sviluppo armonico delle sue potenzialità. Solo nella continuità c’è il rigore della crescita. Tutto ciò esige che l’inserimento di una nuova guida pastorale sia inizialmente illuminato dalla conoscenza preliminare e dettagliata della storia specifica che contraddistingue la vita della comunità. A te carissimo Don Jorge, la liturgia ti consegna la Parola di Dio proclamata, da custodire come il “programma” del tuo ministero di pastore. Nel bellissimo testo sapienziale del Siràcide, ritrovi tratteggiate in modo esemplare, e direi su misura, le caratteristiche del cuore del presbitero. Sono solo alcune delle qualità di un pastore, ma essenziali per lo svolgimento del proprio servizio all’interno della comunità.

La mitezza del cuore

“Figlio, compi le tue opere con mitezza, e sarai amato più di un uomo generoso”.

La mitezza del cuore è una virtù indispensabile. Vedendo le tante pubbliche esposizioni di personaggi di ogni settore della vita sociale, politica, culturale, sportiva, mi chiedo: dove è andata a finire la mitezza del cuore? La mitezza è una delle beatitudini consegnate da Gesù come la Carta costituzionale che regola la vita di ogni discepolo: “Beati i miti, perché avranno in eredità la terra” (Mt 5,5). La mitezza, lontano dall’essere una forma di debolezza, esercita una forte attrazione. Siamo infatti attratti dai cuori miti e benevoli, e ci fa piacere quando vediamo un uomo o una donna dal cuore buono e mite. La mitezza è beatitudine sia per chi la esercita sia per chi la frequenta. Gesù stesso si presenta con il suo stile di vita sintetizzato nella sintesi di Matteo 29: “Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita” (11,29). La consacrazione nell’ordine sacro ci conforma a Gesù buon pastore, mite ed umile di cuore. Provate ad immaginate un pastore dal cuore bruto e cattivo, volgare e scorbutico! Il mercenario sì, è cattivo perché non si interessa del gregge, è prezzolato per compiere un mestiere (cfr. Gv 10). L’amore del cuore del pastore incarna una missione. Il pastore aiuta le sue pecore, le conosce, le chiama per nome: “Come un pastore egli fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna; porta gli agnellini sul petto e conduce dolcemente le pecore madri” (Is 40,11). Portare i nomi di ciascuno nel cuore è un grande processo di innamoramento. Il mite di cuore compie le opere con mitezza.

L’umiltà del cuore

Quanto più sei grande, tanto più fatti umile, e troverai grazia davanti al Signore. Molti sono gli uomini orgogliosi e superbi, ma ai miti Dio rivela i suoi segreti. Perché grande è la potenza del Signore, e dagli umili egli è glorificato”.

Come si rivela il cuore umile del pastore? Innanzitutto, nel riconoscere l’opera di Dio! E pregare: Signore, tu sei grande e buono, tu mi hai dato il dono della vita e della fede, tu mi hai dato il dono della chiamata, della vocazione, tu mi hai voluto prete e mi hai associato alla tua missione di salvezza per tutti. Tu Signore mi hai chiamato a te, mi hai confermato presbitero, pastore. Tu Signore oggi mi vuoi qui in questa comunità con l’umiltà di far conoscere le tue meraviglie. L’umiltà è anche riconoscere e ascoltare la voce dello Spirito, maestro interiore; e lo Spirito ci rende docili alla volontà di Dio, educa il cuore alla fiducia, all’abbandono, all’obbedienza. La docilità allo Spirito mi rende capace di obbedienza onesta alla Chiesa. Chi ascolta la voce di Dio obbedisce alla Chiesa. Devo ringraziare don Jorge per questa docilità allo Spirito, per questa obbedienza alla Chiesa che vive nella nostra diocesi di Sora-Cassino-Aquino-Pontecorvo. Servire il popolo di Dio come pastori significa comprendere che non si può amare ed edificare la Chiesa senza l’obbedienza al Vescovo. Umiltà significa infine essere ben consapevoli che noi non siamo padroni della gente.

La sapienza del cuore

“Il cuore sapiente medita le parabole, un orecchio attento è quanto desidera il saggio”. 

Un’altra bella caratteristica del pastore buono è il suo cuore sapiente. Sapienza richiama il sapere e il sapore. Il sapere profonda consiste nel gusto della parola di Dio. Il cuore dell’uomo diventa sapiente quando assapora la parola di Dio. Per gustare la Parola bisogna porgere un orecchio attento e saper meditare. E’ come “mangiare” la Parola: “Allora mi avvicinai all’angelo e lo pregai di darmi il piccolo libro. Ed egli mi disse: «Prendilo e divoralo; ti riempirà di amarezza le viscere, ma in bocca ti sarà dolce come il miele” (Ap 10,9). Il nostro cuore deve raccogliere la verità che viene dalla Parola con la quale il pastore deve annunciare, correggere, guidare, confortare, salvare. Mitezza, umiltà, sapienza del cuore: è quanto oggi la parola Dio chiede a te, caro don Giorgio, all’inizio del tuo ministero a San Giovanni Incarico.

La Madonna della Guardia, qui venerata con speciale devozione, corrisponde perfettamente alle parole del Siràcide: “Quanto più sei grande, tanto più fatti umile, e troverai grazia davanti al Signore”. L’angelo Gabriele saluta Maria con tali parole: “Rallegrati, piena di grazia…perché hai trovato grazia presso Dio” (Lc 1,28.30). E nel cantico del Magnificat Maria proclamerà: “Ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili” (Lc 1, 51-52). Maria, Vergine della Guardia, ci insegna a custodire un cuore mite, umile e sapiente. Preghiamo intensamente per tutti i presbiteri, per le vocazioni, in particolare per don Giorgio, mentre rendiamo grazia al Signore per il ministero svolto da don Aurelio e don Antonio.

 

+ Gerardo Antonazzo

 * Testo da registrazione