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Il cantiere della pace

Nella sua lettera Il Cantiere della pace disarmata, disarmante, il vescovo richiama i giovani al protagonismo, alla responsabilità e alla speranza, oltre la retorica e oltre la paura

Il Cantiere della pace disarmata, disarmante”: il titolo scelto dal vescovo Gerardo Antonazzo per la sua nuova lettera ai giovani non lancia soltanto un tema: indica una direzione di marcia, un programma di vita da esercitare nella quotidianità. Dopo decenni di apparente stabilità «quasi appisolati sul cuscino morbido della pace» – scrive il vescovo – ci siamo risvegliati in un mondo attraversato da 56 conflitti e da una corsa al riarmo che nel 2024 ha toccato i 2718 miliardi di dollari. L’illusione di un progresso garantito sembra svanito ed improvvisamente si riaprono pagine buie che sembravano appartenere solo ai libri di storia.

L’obiettivo di Antonazzo non è una denuncia, ma la proposta di un percorso, che parte dalle parole, perché senza un vocabolario condiviso non si costruisce nulla. «Pacifico è chi vive in pace con sé stesso e con gli altri», mette subito in chiaro il presule. Il pacifista, invece, è colui che si impegna pubblicamente, ma il suo impegno, se non nasce da una pace interiore, rischia di sfociare in ideologia. C’è poi il pacificatore, «che entra nelle ferite della storia per far crescere possibilità nuove»: è il profilo più esigente, quello che trasforma dall’interno, senza proclami, col silenzio dei gesti.

Il messaggio si rivolge ai giovani, chiamati “costruttori di futuro” e trova nella scuola il primo laboratorio di pace in quanto spazio in cui si impara a fare comunità. Antonazzo cita le parole del presidente Mattarella: «La scuola produce futuro… prepara alla vita, alle professioni, ad essere parte attiva nella comunità». Qui si sperimenta ciò che fuori spesso non accade: amicizia con la diversità, dialogo ordinato, rispetto delle fragilità. Qui la pace diventa esperienza concreta, nell’esercizio continuo della convivenza, che si costruisce giorno dopo giorno.

Il vescovo non nasconde la durezza del contesto globale, ma ricorda che la settima beatitudine – “Beati gli operatori di pace” – è la più attiva: «L’amore è sempre creativo e cerca la riconciliazione a qualunque costo». Occorre perciò superare la logica della deterrenza, ormai inefficace in un mondo dove gli attori in campo sono molti più di due. La pace, per essere reale, deve diventare un’opera collettiva, un cantiere sempre aperto, un lavoro che non si esaurisce con le dichiarazioni.

Il messaggio si apre allora a figure che hanno incarnato la nonviolenza attiva: Gandhi, Martin Luther King, Mandela e, soprattutto, don Tonino Bello, che nel 1992 raggiunse Sarajevo sotto assedio parlando di una “ONU della base, dei poveri” e sognando “eserciti di domani fatti di uomini disarmati”. La sua marcia verso la città assediata resta una delle immagini più limpide di cosa significhi esporsi per la pace senza alzare la voce. È un esempio che Antonazzo propone non come nostalgia, ma come strada possibile, come dimostrazione che la storia può cambiare anche attraverso scelte controcorrente.

Il testo fa eco anche ad alcuni passaggi del discorso di Papa Leone XIV nel recente incontro con il Consiglio dei giovani del Mediterraneo: bisogna reagire alla tentazione dell’impotenza, perché i giovani, ha detto, sono «segno di un mondo che non si arrende all’indifferenza», capaci di far «sbocciare la pace nei gesti quotidiani». Una pace di prossimità, che nasce nelle relazioni e dalla responsabilità e porta alla consapevolezza che il mondo cambia a partire da ciò che ciascuno può fare.

Antonazzo insiste su questo punto: la pace non è un’utopia, ma un compito. «La pace è mitezza, solidarietà, giustizia, rispetto», scrive: parte dal cuore per allargarsi alla comunità e richiede costanza, creatività, coraggio e, soprattutto alleanze, perché nessuno costruisce la pace da solo.

Per questo la lettera si chiude con un appello diretto, senza giri di parole: «Sono fiducioso di trovare in voi degli alleati… Coraggio, ragazzi: quanto più sembra pervasiva la cultura della guerra, molto di più deve essere il vostro impegno per la pace. A cominciare da voi».

La sfida è passare dal vecchio paradigma “si vis pacem para bellum” al nuovo “si vis pacem para civitatem”. Se vuoi la pace, costruiscila, ogni giorno, insieme.

Andrea Pantone