Diocesi Sora Cassino Aquino Pontecorvo
Omelie

Da peccatori a santi, Alleluja! – Omelia per la solennità di Pasqua (5 aprile 2026)

DA PECCATORI A SANTI, ALLELUJA!

Omelia per la solennità di Pasqua
5 aprile 2026

 

Cari amici,
si vive da peccatori per natura, ma si può morire santi: l’Alleluja pasquale è il canto dei redenti e dei salvati, non la vittoria dei perfetti. È l’Exultet di chi canta salvezza, non la violenza di chi grida vendetta. È riscattato dagli abissi del male. È il canto della lode alla misericordia di Dio che non si ferma neppure dinanzi alla disumanizzazione più straziante, perché “il Signore è buono e grande nell’amore”, misericordioso, lento all’ira e tenero verso le sue creature. Egli perdona le colpe, guarisce le infermità e circonda di bontà (cfr. Sal 102). La Sua misericordia infinita è paragonata all’abbraccio di un padre, perchè offre salvezza e conforto a chi, inchiodato sulla croce della propria malvagità, implora la sua incondizionata magnanimità. Un’intera vita nel degrado più vergognoso del peccato, può essere riscattata da un attimo di abbandono alla clemenza di Dio. Lode al peccatore, perché pentito; lode al Signore, perché eterna è la sua misericordia” (cfr. Sal 136).

Peccatori si nasce, santi si diventa

“Ecco, nella colpa io sono nato, nel peccato mi ha concepito mia madre” (Sal 50,7). Il Signore denuncia: “Io sapevo che sei davvero perfido e che ti si chiama sleale fin dal seno materno” (Is 48,8). Pensiamo alla figura del buon ladrone, che di fatto potrebbe essere stato un assassino, nell’atto di affidarsi a Gesù morente: “Gesù, ricòrdati di me quando entrerai nel tuo regno” (Lc 23,42-43). Gli rispose: “In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso”. Non deve fare rabbia, ma tenerezza: ladro per tutta la vita, dirà sant’Agostino, quell’uomo crocifisso con Gesù fu ladro fino in fondo e rubò il paradiso! No, non l’ha rubato, gli è stato donato: tutto è grazia! Papa Francesco, in una sua catechesi del mercoledì, ha ricordato che Gesù promette il paradiso a un “povero diavolo” che sul legno della croce ha avuto il coraggio di rivolgergli la più umile delle richieste (ottobre 2017). Giuda ha tradito non solo il Maestro, ma anche se stesso, negandosi orgogliosamente il dono delle lacrime. Pietro, drammaticamente fragile e disonesto nel rinnegare il Maestro, è capace di versare senza vergogna, sincere lacrime di ravvedimento. L’apostolo Paolo alla sua storia passata e si riconosce come il più colpevole dei peccatori, meritevole di appellarsi esclusivamente alla grazia dell’incontro con il Risorto (1Cor 15,6-10). Il Centurione pagano, che aveva ordinato ai suoi soldati di crocifiggere Gesù, confessa la sua fede di convertito: “Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!” (Mc 15,39). L’intera storia del cristianesimo è stracolma di peccatori convertiti, che la misericordia pasquale ha reso testimoni credibili sino al martirio. Il buon ladrone non è stato l’unico a essere ‘canonizzato’ da Gesù stesso, e non sarà l’ultimo a essere esaltato dalla Chiesa come segno vivo della misericordia divina, quella stessa che ogni anno, all’inizio della Veglia pasquale, fa esclamare gioiosamente: Felice colpa, che meritò di avere un così grande Redentore!

Come siamo caduti in basso!

Già sant’Ambrogio, nel suo Commento al Salmo 39, parla della fortunata colpa di Adamo, in quanto il suo peccato recò maggior bene all’umanità che se egli fosse rimasto perfettamente innocente. In un altro testo afferma: “Noi che abbiamo peccato di più abbiamo guadagnato di più, perché la tua grazia [di misericordia, Signore], ci rende più beati della nostra assenza di colpa” (Ambrogio, Commento al Salmo 37, 47). Nella notte della Risurrezione la Chiesa canta, quasi con orgoglio ma senza spavalderia, l’evento che ha meritato la redenzione di Cristo: “Davvero era necessario il peccato di Adamo, che è stato distrutto con la morte del Cristo. Felice colpa, che meritò di avere un così grande redentore!”. Difficile trovare nella liturgia parole più audaci di quelle cantate nell’Exultet nella Veglia pasquale. L’espressione Felix culpa riconsegna la consapevolezza di una fragilità strutturale di cui ogni essere soffre, e ne porta il peso. Ogni creatura è un “portatore sano” di una malattia genetica: il peccato dell’origine, che ha originato una discendenza umana “difettata”, difetto che si trasmetterà per sempre di generazione in generazione. Insomma: siamo fatti male sin dal concepimento, perché ci siamo fatti del male alle origini della nostra stessa esistenza: “In principio…” (Gen 1,1). La condizione difettosa della nostra vita è interpretata lucidamente dall’apostolo Paolo: “Quando voglio fare il bene, il male è accanto a me. Infatti nel mio intimo acconsento alla legge di Dio, ma nelle mie membra vedo un’altra legge, che combatte contro la legge della mia ragione e mi rende schiavo della legge del peccato, che è nelle mie membra. Me infelice!” (Rm 7, 21-24). Come siamo caduti in basso! Comprendiamo allora come Felix culpa è un’espressione decisamente forte, inusuale, quasi scandalosa, ma che si sposa con una simbologia liturgica altrettanto suggestiva che dice il prosciugamento pasquale di ogni colpa e la rinascita come nuove creature nel Battesimo. La colpa si fa grazia, il peccato si fa perdono, la divisione si fa fraternità, l’inimicizia si fa riconciliazione e ogni divisione si ricostruisce grazie alla nuova ed eterna alleanza stipulata con il sacrificio pasquale.

Siete azzimi

Il beato Giovanni Paolo I affermò nella sua prima udienza: “Il Signore tanto ama l’umiltà che, a volte, permette dei peccati gravi. Perché? Perché quelli che li hanno commessi, questi peccati, dopo, pentiti, restino umili” (6 settembre 1978). In questo senso, il nostro costante bisogno di conversione è lo specchio della misericordia inesauribile di Dio. “Una volta ho sentito un detto bello: “Non c’è santo senza passato e non c’è peccatore senza futuro”. […] La Chiesa non è una comunità di perfetti, ma di discepoli in cammino, che seguono il Signore perché si riconoscono peccatori e bisognosi del suo perdono. La vita cristiana quindi è scuola di umiltà che ci apre alla grazia” (Papa Francesco, 13 aprile 2016). L’apostolo Paolo chiede ai battezzati di saper custodire la grazia pasquale: “Togliete via il lievito vecchio, per essere pasta nuova, poiché siete azzimi. E infatti Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato! Celebriamo dunque la festa non con il lievito vecchio, né con lievito di malizia e di perversità, ma con azzimi di sincerità e di verità” (1Cor 5,7-8). La santità della Pasqua di Cristo riconsegna la nostra dignità perduta a causa della malvagità del cuore, perché ce ne prendiamo custodia e cura. La vocazione dell’uomo rigenerato a vita nuova si fa missione universale di riconciliazione e di pace: “Cristo è il re della Pace, Dio non ascolta le preghiere di chi ha le mani che grondano sangue” (Papa Leone, 29 marzo 2026).

                                                                                               + Gerardo Antonazzo

Per leggere e/o scaricare l’omelia in PDF, clicca qui.