Scienza e Fede – II Parte intervista al Prof. Ivan Colagè

Questa settimana per la rubrica Pillole di Formazione pubblichiamo la seconda parte dell’intervista al Prof. Ivan Colagè che ci ha parlato della rilevanza accademica e culturale di “scienza e religione”.

Ivan Colagè è Professore Invitato nella Facoltà di Filosofia della Pontificia Università Antonianum di Roma, dove insegna logica e corsi su temi di filosofia della scienza e di antropologia. Nel 2009 ha conseguito il dottorato di ricerca presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma.

La rilevanza accademica e culturale di “scienza e religione”

 

Inizierei col dire che questo ambito identificato come “scienze e religione”, negli ultimi decenni si è andato sempre più delineando come una vera e propria disciplina accademica, o quantomeno, come dice qualcuno, come un “meta-disciplina”. Talvolta si usa anche la locuzione “scienze e teologia” per sottolineare, appunto, il dialogo tra due discipline accademiche. L’espressione “scienza e religione” ha un’accezione un po’ più ampia. Anche l’espressione “scienza e fede” è molto usata e in questo caso, almeno a livello di sfumature, l’accento è posto più sulla dimensione personale: si tende a sottolineare come lo sviluppo scientifico e la dimensione di fede personale possano influenzarsi a vicenda, o comunque interagire in qualche modo.

Penso che questo rappresenti uno sviluppo importante della nostra cultura contemporanea. Menziono un episodio personale che penso sia eloquente. Io ho quattro fratelli, tutti più giovani di me. Il più piccolo ha 14 anni in meno. Quando ero poco più che ventenne, ed avevo già cominciato il mio percorso di studi – quindi in casa tutti sentivano il mio entusiasmo per ciò che stavo studiando ed imparando – mio fratello frequentava il catechismo per prepararsi alla prima Comunione. Un giorno mi si avvicinò e disse: “Ivan, ho una domanda per te!” – quando un bambino di quella età esordisce così, si può star certi che la domanda sarà tra le più difficili. E continuò: “Ma Adamo, il primo uomo, aveva l’ombelico?”. Ecco, credo che questo palesi l’importanza del confronto collaborativo tra scienza e religione.

Uscendo fuori dall’aneddoto, il mondo contemporaneo ci espone tutti ad un fiume di informazione, e questa informazione proviene dai più disparati settori della cultura. È naturale dunque che spesso capiti di ricevere informazioni che a prima vista, anche per come sono presentate, possono sembrare contraddittorie e conflittuali. Avere gli strumenti per gestire queste situazioni, anche proprio quando questo accade … tra scienza e religione, è di vitale importanza. Ma, in realtà, lo è non solo dal punto di vista del “silenziamento” del possibile conflitto – o magari dall’essere in possesso di una risposta che tolga dall’impaccio momentaneo. No, no: il vero punto è che nel poter e saper affrontare questi possibili conflitti, nel superarli senza silenziarli, si guadagna un’appropriazione genuina e una comprensione migliore e più profonda proprio di quelle informazioni conflittuali da cui si è partiti. Naturalmente questo accade, in primo luogo, agli accademici – intendo dire agli specialisti in vari settori scientifici, filosofici e teologici che decidono di immettersi anche in “scienza e religione”. Ma questo è un bisogno di tutti, e soprattutto è una occasione per tutti. Non solo quindi “scienza e religione” è importante, ma sarebbe auspicabile che esistano sempre più persone (accademici e formatori) con una preparazione specifica grazie alla quale possano incentivare, canalizzare, e ottimizzare questo processo anche al di fuori del lavoro accademico e del confronto interdisciplinare professionale.

Sulla base dell’esperienza che abbiamo maturato negli ultimi anni alla Pontificia Università Antonianum (con un progetto di ricerca sul tema della “specificità umana” anche grazie al supporto della John Templeton Foundation), direi anche che le condizioni per una sereno confronto tra scienziati e teologi vanno sempre più maturandosi. Naturalmente, è ovvio che ci sono scienziati e teologi più disposti ad un confronto su questi temi, e altri che tendono più allo scontro. Ve bene, questo fa parte delle dinamiche accademiche e socio-culturali. La vera domanda però è un’altra. Nei casi in cui scienziati e teologi si parlano, cosa si dicono? E soprattutto, si capiscono a vicenda? In realtà non è sempre facile capirsi – non dico “mettersi d’accordo”, ma capirsi. E la ragione non sta nel fatto che in passato ci sono state tensioni, malintesi, o vere e proprie rotture tra cultura umanistica e cultura scientifica. Questi sono gli argomenti che cavalcano coloro che tendono più allo scontro che al confronto. La reale ragione, a mio avviso, sta nel fatto che i linguaggi, i punti di partenza, e le metodologie di scienziati e teologi sono molto diverse tra loro.

Nel corso del progetto che le menzionavo prima, abbiamo organizzato degli incontri di ricerca in cui, in sostanza, abbiamo preso scienziati e teologi e ci siamo confrontati su temi relativi alla specificità umana (vale a dire su cosa le varie discipline coinvolte possono dirci sulle peculiarità che caratterizzano l’essere umano rispetto ad altre forma di vita, ad altre creature). Questa però è una descrizione un po’ grossolana di ciò che abbiamo fatto. Ci sono almeno altri due elementi che vanno presi in considerazione. Il primo è che i temi su cui ci confrontavamo erano temi molto molto specifici, che abbiamo cercato di delineare al meglio nel preparare gli incontri. Il secondo è che non c’erano solo teologi e scienziati, ma anche filosofi. Ora questo restituisce due considerazioni. In primo luogo, il confronto tra scienziati, teologi, e filosofi, è tanto più produttivo quanto più è focalizzato. Non si può pretendere, secondo me, di mettere a confronto, o magari addirittura di integrare, la “visione teologica del mondo” e la “visione scientifica del mondo” nella loro totalità. Lì effettivamente si corre il rischio di non capirsi. Bisogna partire da temi specifici e approcci specifici. E poi, bisogna guardare alle prospettive e potenzialità future, cioè vedere come il punto di vista dell’altro possa migliorare il mio, darmi spunti, farmi vedere cose che prima non notavo. In secondo luogo, perché ci si capisca, data la diversità di linguaggi, c’è bisogno di un interprete, direi quasi di “mediazione culturale”. Il punto però non è in una “traduzione letterale” – per rimanere nella metafora della traduzione – ma nella trasmissione del messaggio essenziale, vale a dire, delle implicazioni che i risultati dettagliati delle ricerche specialistiche di uno degli interlocutori può avere sul lavoro, altrettanto specialistico e di dettaglio, degli altri. Credo che in questo, la filosofia possa giocare un ruolo fondamentale quando è in grado di distillare il messaggio essenziale di scienziati e teologi su punti specifici, e quindi trasmetterlo a tutti gli interlocutori coinvolti. Ovviamente: è più facile a dirsi che a farsi, ma questa è una sfida importante.

http://www.diocesisora.it/pdigitale/intervista-al-prof-ivan-colage-specificita-umana.html

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