Ottavo Incontro del Corso Biblico – Santo Spirito a Sora

INCONTRI DEL CORSO BIBLICO (8)

Sabato 4 marzo, presso i locali attigui alla chiesa di Santo Spirito a Sora, si è tenuto l’ottavo appuntamento del corso biblico, durante il quale don Giovanni De Ciantis ha continuato l’analisi della vicenda umana e spirituale di Davide, con i fatti raccontati dal Secondo libro di Samuele nei capitoli 11 e 12.

Dopo l’incontro di Davide con Betsabea, questa rimane incinta e glielo manda ad annunciare. “Annunciare” è un verbo riservato alla parola di Dio – infatti ci ricorda l’annunciazione a Maria – o comunque alle buone notizie. Davide per mezzo di Ioab, il comandante delle sue truppe che è in guerra, fa chiamare alla reggia il marito della ragazza, Uria.

Inizialmente, Davide lo tratta con apparente rispetto: lo invita a tornare a casa e a riposare a letto con la moglie. L’altro, conscio che i suoi compagni sono in guerra, gli fa notare che non sarebbe giusto che egli stia con la moglie, soprattutto mentre l’arca del Signore è sotto una tenda. Uria pone in primo piano l’arca e i suoi compagni, ma il re gli dice di restare con lui, e ristorarsi con le vivande della sua tavola; lo invita a mangiare e a bere; lo fa ubriacare; e Uria finisce per addormentarsi con i servi di Davide.

Già qui possiamo cogliere un monito per noi oggi: i nostri rapporti con il prossimo sono improntati a uguaglianza, oppure ci poniamo in un’ottica di superiorità nei confronti degli altri? Quale reale atteggiamento celiamo con i nostri comportamenti verso i fratelli? Normalmente, noi facciamo sempre in modo da essere apprezzati dagli altri, senza curarci di ciò che realmente ci spinge nelle nostre intenzioni. Il richiamo è quello della fedeltà, ma anche quello della lealtà.

Davide in questo momento si comporta un po’ alla maniera di Saul: abbandona la volontà di Dio, e inizia a mettere al primo posto se stesso e la sua stessa volontà. Comincia ad agire secondo i suoi progetti e non secondo i progetti di Dio. L’unica differenza è che Saul si era orientato sul potere regale; Davide invece cede ai piaceri della sessualità.

È un po’ quello che accade anche nella nostra quotidianità: il continuo richiamo ad una laicità della collettività (rappresentata oggigiorno dallo Stato) è segno che l’uomo tende a fare a meno di Dio, mascherando la sua volontà di onnipotenza e autonomia come rispetto di tutte le forme di religiosità!

Davide, quindi, consapevole che la sua pensata di far giacere Uria con la moglie, in modo che si pensi il figlio che questa porta in grembo sia stato concepito tra marito e moglie, escogita un altro piano. Scrive a Ioab di mettere in prima linea Uria e di abbandonarlo quando i nemici attaccano in modo che muoia. Paradossalmente Uria viene condannato per la sua fedeltà: e oggi noi ci comportiamo più come Davide (infastidito dalla virtù altrui) o come Uria (che paga il prezzo della sua lealtà)?

Davide si serve del suo generale e dell’esercito (mettendo a repentaglio la vita  di molti); Ioab esegue gli ordini del re, e alla fine Uria muore. Anche Ioab ha un atteggiamento ambiguo e fa in modo da salvarsi di fronte al re: se questi, quando il messaggero gli porterà le notizie della battaglia, si dovesse adirare perché molti uomini valorosi sono morti, egli dovrà dire che “anche Uria è morto”, come il re aveva chiesto. Insomma, l’usare il prossimo per salvaguardare se stesso diventa una sorta di domino in cui tutti si appoggiano all’altro per salvarsi.

E oggi quanto ci serviamo degli altri per salvare la nostra reputazione, i nostri soldi, il nostro vantaggio personale?

Ioab aveva infatti visto giusto: Davide in effetti sulle prime si altera, ma alla notizia che Uria è morto, dice al messaggero «Riferirai a Ioab: Non ti affligga questa cosa, perché la spada divora or qua or là; rinforza l’attacco contro la città e distruggila. E tu stesso fagli coraggio» (v. 25).

Betsabea, appresa la notizia della morte di Uria, fa il suo lamento, poi, passati i giorni del lutto, va a vivere da Davide, che la prende in moglie, e gli partorisce un figlio. Tuttavia, tutti i piani architettati dal re erano male agli occhi del Signore.

E noi oggi ci comportiamo in modo da avere il Signore vicino? Nelle nostre relazioni, nelle nostre parole e soprattutto nei nostri comportamenti a che posto mettiamo Dio?

Il capitolo 12 si apre con il profeta Natan, che il Signore manda a Davide per rimproverarlo della sua condotta iniqua. La storia narrata da Natan (che in qualche modo anticipa la parabola che Gesù racconterà su Lazzaro e il ricco epulone) è finalizzata non alla condanna, ma a far emergere la verità, a far in modo che lo stesso Davide apra gli occhi e si renda conto del male che ha compiuto verso Dio, disprezzando i doni che Egli gli aveva dato e allotanandosi dalla Sua volontà. Ha ucciso Uria e ha preso Betsabea in moglie: gli ha tolto la vita e la moglie…

E noi oggi come ci comportiamo nell’ascolto della parola di Dio? E qual è il modo di tutelare il prossimo? Facciamo in modo da preservare le cose a cui lui tiene, o, senza nemmeno pensarci, gliele togliamo per il nostro tornaconto personale?

Davide apre gli occhi e ammette di aver peccato contro il Signore (v. 13). Natan gli dice che il Signore ha perdonato il suo peccato (qui nel senso etimologico di perdere di vista il proprio obiettivo, che è appunto mettere Dio al primo posto e compiere la sua volontà), ma poiché in questa cosa egli ha insultato il Signore (laddove l’insulto è solo per i suoi nemici), il figlio che Betsabea gli ha dato dovrà morire.

E noi, oggi, mettiamo Dio al primo posto? Oppure cediamo alla superbia di fare di noi stessi dio, peccando contro di lui e contro il fratello?

Vincenzo Ruggiero Perrino

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