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La carità, compimento della legge – Omelia Pontificio Collegio Leoniano (Anagni, 11 marzo 2026)

LA CARITA’, COMPIMENTO DELLA LEGGE

Omelia Pontifico Collegio Leoniano1

Anagni, 11 marzo 2026

 

Cari amici,
credo che il brano di Mt 5,17-19 conciso sotto l’aspetto letterario, sia molto incisivo sotto il profilo della vocazione cristiana, e in particolare per la sequela di Cristo. Pertanto, ritengo utile considerare il contesto in cui si colloca questa parte del capitolo 5 di Matteo. Il brano è preceduto dall’annuncio delle Beatitudini, il quale chiude con l’invito a diventare sale della terra e luce del mondo. Il contesto successivo al brano in questione presenta una serie di antitesi: “Vi fu detto… ma io vi dico”. Tra i due contesti, precedente e seguente, *****Matteo scrive ad una comunità giudeo-cristiana che si pone una domanda fondamentale: quale legge i giudeo-cristiani sono tenuti ad osservare? Quale valore può avere ancora per i convertiti l’antica legge di Mosè? Sarà una questione anche delle prime comunità cristiane provenienti dal paganesimo. Basti pensare alla disputa abbastanza accesa tra Pietro e Paolo riguardo alla circoncisione e agli obblighi dell’antica legge da imporre o non più imporre ai neo-convertiti. Ecco: la pericope odierna di Mt 5 intende rispondere a questa tensione che la comunità vive. Cosa lasciare dell’antica Legge? Cosa continuare ad osservare? Gesù proporrà come paradigma molto bello l’esempio dello scriba il quale, divenuto discepolo del regno, sa estrarre dal suo tesoro cose antiche e cose nuove (cfr. Mt 13,1-3.51-52). Gesù dichiara: “Non solo il venuto per cancellare”. Gesù non cancella, non boccia in toto le cose “antiche” della tradizione religiosa. Anzi, i vangeli riprendono in diversi contesti proprio il riferimento alla Legge e ai Profeti. Ricordiamo ad esempio la parabola del povero Lazzaro. Il ricco, nella situazione ultraterrena, chiede di essere aiutato con un po’ di acqua sulle labbra e Abramo dice che non è possibile. Allora il dannato invoca per i suoi parenti, ancora vivi, un aiuto: “Qualcuno può andare a dire ai parenti di non cadere in questo inferno così difficile e drammatico?”. Abramo risponde: “Hanno la Legge e i Profeti, ascoltino loro” (Lc 16,19-31). Nel racconto della Trasfigurazione accanto a Gesù sono presenti la Legge e i Profeti. Mosè ed Elia. E ancora quando Gesù parlerà di Giovanni Battista dirà: “La legge e i profeti fino a Giovanni…”.

Gesù dichiara le sue intenzioni: “Non sono venuto ad abolire”. I precetti della Legge valgono ancora, ma hanno bisogno di un compimento: il termine greco fa riferimento ad un’azione quale riempire, ricolmare, portare a pienezza. Che cosa mancava alla Legge e ai Profeti? A mio parere non mancava nulla. Infatti, quando un dottore della Legge chiede a Gesù: “Ma qual è il primo di tutti i comandamenti?”. Gesù non inventa un nuovo comandamento, ma rimanda ai due comandamenti che erano già prescritti nell’antica Legge: “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore” (Dt 6), e “Amerai il tuo prossimo” (Lv 19). La novità che Gesù porta è il legame e l’interdipendenza tra i due comandamenti per educare ad un unico verbo: Amare! Gesù non inventa i due comandamenti, ma li unisce. Cosa era successo nella storia religiosa ebraica? Il brano del Deuteronomio (Shemà Israel) tanto conclamato come preghiera recitato più volte al giorno era sistematicamente trascurato nella vita ordinaria. Soprattutto il tardo giudaismo tollera sempre più una pratica religiosa altamente formale, che Gesù dichiarerà ipocrita. La Legge e i Profeti risultavano svuotati della loro unica finalità: l’amore di Dio e del prossimo. Gesù viene a dare compimento, a finalizzare ogni osservanza al comandamento dell’amore. È tutto qui? È il massimo del compimento? Non credo! Abbiamo bisogno anche del quarto Vangelo. Giovanni parlerà dell’amore come di un nuovo comandamento consegnato dal Maestro. Cosa c’è di nuovo nel comandamento del quarto Vangelo? “Amatevi come io vi ho amato”. Abbiamo il come e anche il perché dell’amore: bisogna amare come lui ha amato, e bisogna amare soprattutto perché Lui ci ha amati. Non possiamo sottrarci al comandamento dell’amore, né possiamo di amare in qualunque modo. Il discepolo deve conformarsi all’amore del Maestro, perché come ho fatto io, così facciate anche voi (Gv 13,12-17). E’ la pienezza, è il compimento dell’amore a 360 gradi. Sarà poi l’Apostolo Paolo a “tirare le somme” nella lettera ai Romani: “Pieno compimento della legge è l’amore” (Rm 13,1-14). Sarà sempre san Paolo in 1Cor 13 a declinare l’amore nelle diverse voci con cui si deve esprimere concretamente (Inno alla carità).

Mettere in gioco il cuore: è questo che davvero forma, plasma la vita del discepolo. Sant’Agostino ha delle espressioni molto belle nel Discorso 350: “La carità, per la quale amiamo Dio e il prossimo, contiene sicuramente in sé tutta la grandezza e la vastità delle parole divine. C’insegna infatti il divino, unico Maestro: Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutta la mente; e amerai il prossimo tuo come te stesso. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge ed i Profeti. Per cui, se non hai tempo di indagare su tutte le Pagine sante, di togliere il velo ai sacri discorsi, di penetrare tutti i segreti delle Scritture, attieniti alla carità, su cui tutto si fonda. Così possederai quello che lì hai imparato e possederai anche quello che non hai ancora imparato. Se hai conosciuto la carità, hai conosciuto ciò da cui dipende anche quello che eventualmente ancora non conoscessi. In sostanza quel tanto che capisci delle Scritture è Carità che ti si rivela, e quello che non capisci è Carità che ti resta nascosta. Pertanto chi pratica la carità possiede, delle divine Scritture, tanto quello che è palese, quanto quello che resta nascosto”.

Cari amici,

nel celebrare la Pasqua lasciamoci risucchiare dal vortice di quell’amore con cui Cristo non si è risparmiato nel donare la vita per noi. La liturgia della Settimana Santa sia una palestra interiore nella quale allenare il cuore perché ogni regola, ogni legge, ogni prescrizione, ogni regola di vita comunitaria e personale, ogni obbedienza, non vengano deformate e intossicate dal formalismo alla pari di scribi e farisei, dall’ipocrisia, dall’osservanza solo esteriore, dalla finzione, ma siano accolte come esercizio di amore autentico, anche se esigente.

                                                                                                                          + Gerardo Antonazzo

 

1 Trascrizione da file audio

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