I PRIMI E GLI ULTIMI
Omelia per l’Ammissione agli Ordini di Adriano Marrocco
Basilica-Santuario Madonna di Canneto, 19 agosto 2026
Cari amici,
la celebrazione liturgica è segnata decisamente da una prospettiva vocazionale, riconducibile all’annuncio della Parola di Dio, al Rito di Ammissione tra i candidati agli Ordini sacri del seminarista Adriano e al culto del popolo di Dio verso la Vergine Bruna di Canneto in questo luogo santo a Lei dedicato. Maria, madre di Gesù, Sacerdote della nuova ed eterna alleanza, imprima nel cuore di ogni chiamato la commozione per la grazia posta nelle nostre mani “generare” il mistero di Cristo nella fede del popolo di Dio, e di proporlo come unica via di salvezza ai cercatori di speranza.
Caro Adriano,
il discernimento sulla tua vocazione oggi si fa “Ammissione”, cioè accoglienza da parte della Chiesa della tua chiamata al presbiterato. Il Progetto formativo della Chiesa italiana per i seminari scrive: “La tappa discepolare…termina con l’Admissio tra i candidati agli ordini. La tappa (successiva) configuratrice mira alla conformazione a Cristo Servo e Pastore. Per questo il candidato è accompagnato a coinvolgersi nella trama del tessuto ecclesiale della Chiesa particolare, a dedicarsi gradualmente alla sua pastorale, imparando a lasciarsi formare dalla comunità cristiana stessa”[1].
La liturgia della Parola offre due testi di particolare pregnanza teologica e di immediata afferenza al Rito di Ammissione. Due annunci, per un solo ministero: pascere il gregge di Dio e lavorare nella vigna del Signore. Due catechesi che si coniugano con l’unica missione: quella della cura e della responsabilità verso il santo popolo fedele. Il profeta Ezechiele denuncia aspramente la pessima condotta dei pastori del popolo: “Guai ai pastori d’Israele, che pascono se stessi! I pastori non dovrebbero forse pascere il gregge? Vi nutrite di latte, vi rivestite di lana, ammazzate le pecore più grasse, ma non pascolate il gregge” (cfr. Ez 34,1-11). La denuncia è rivolta ai capi del popolo, visti sotto l’immagine dei pastori. Immagine di antica tradizione che sumeri, babilonesi ed egiziani applicavano sia agli dei che agli uomini. In Israele si applica a Dio, come pure al re, al profeta e al sacerdote del Tempio. Nella letteratura del Nuovo Testamento è passata a designare innanzitutto Gesù, buon Pastore, e coloro che a Lui sono conformati come pastori e guide delle comunità. In ogni caso, vale la denuncia del profeta Ezechiele nei confronti di coloro che non adempiono al dovere di pastori. Ascoltiamo la riflessione di sant’Agostino: “Ascolta ora le conseguenze derivanti dalla trascuratezza di questi pastori cattivi o, meglio, falsi. Per mancanza di pastore le mie pecore si sono sperdute e son diventate preda di tutte le bestie feroci. Quando le pecore non sono col pastore, lupi insidiosi le rapiscono, leoni frementi le azzannano. In effetti il pastore c’è, ma per coloro che si comportano male egli non fa da pastore: sicché [le pecore] seguono pastori che non sono pastori, pastori che pascono se stessi, non le pecore” (Discorso 46 sui Pastori).
Caro Adriano,
la configurazione a Cristo-pastore richiede la sempre più docile conformazione al suo cuore, ai suoi affetti e sentimenti con i quali donare la tua vita per il gregge. Sei chiamato a servire e a non essere servito; a servire gli altri e non a servirti degli altri. Nel Vangelo di s. Giovanni, Gesù si auto-rivela: “Io sono il buon pastore” (Gv 10,11). L’Io sono definisce tutta l’esistenza di Gesù come pastore: l’identificazione diventa esplicita e totalizzante. L’aggettivo “buono” in tale contesto significa “vero” pastore perché, a differenza del mercenario, accetta di dare la vita per le pecore. Se la disponibilità di Gesù a dare la sua vita per il gregge è fondata sulla sua relazione unica con Dio, il Padre, così, anche la tua chiamata a servire e a impegnare tutta la vita per gli altri è radicata solo in una relazione unica e intima con Cristo.
La seconda catechesi è offerta da Gesù con la parabola dei vignaioli (Mt 20, 1-16), chiamati a lavorare nella vigna in diverse ore del giorno, perché nessuno resti ozioso, senza far niente. Il padrone della vigna applica una logica nuova, quella del Regno: non fa torto a nessuno. La parabola fa emergere una nuova e sorprendente comprensione di Dio. Tale comprensione non è basata su una giustizia retributiva, puramente umana e mondana, ma su una giustizia nuova che riconosce l’altro e lo approva indipendentemente dalle sue qualità, capacità o risultati. Caro Adriano, il Signore non ti chiama a lavorare nella vigna della Chiesa e dell’umanità in ragione delle tue doti e talenti. Non ti ha chiesto il curriculum vitae, comprensivo di titoli accademici e riconoscimenti altisonanti da incorniciare. E quando ricompensa il lavoro del vignaiolo, il Signore non nega a nessuno ciò che è giusto, non fa torto a nessuno, ma si riserva il diritto di ricompensare secondo la logica della sua gratuità. Il racconto parabolico è particolarmente rivoluzionario: smonta ogni tentativo di confronto, di rivalità, di pretesa, di prestazione, di capacità, di risultati; mette al centro la dignità di ogni singolo chiamato, il cui valore non è misurabile secondo considerazioni, valutazioni e calcoli umani, ma secondo la liberalità del cuore di Dio. Non esiste un prete migliore di un altro! Non esiste una parrocchia più meritevole di un’altra! Non possiamo avanzare meriti particolari dinanzi a Dio, in base ai risultati delle nostre prestazioni. Esiste ciascuno con la sua chiamata a lavorare nella vigna del Signore, come “umile servo”, ricevendo la ricompensa secondo Dio. Tra operai nella stessa vigna del Signore non c’è spazio per la competizione, ma soltanto la generosità nel fare del proprio meglio. I cosiddetti “primi” non sono necessariamente i migliori; e i cosiddetti “ultimi” non sono necessariamente i “peggiori”. Anzi, potrebbe accadere il contrario, e cioè che “gli ultimi saranno i primi, e i primi ultimi”.
Carissimi,
Maria, la Vergine Bruna di Canneto, serva nella vigna dell’umanità redenta dal suo figlio Gesù, riconosce con umiltà e verità le opere dell’Onnipotente che in Lei ha fatto grandi cose. E santo è il suo Nome.
+ Gerardo Antonazzo
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[1] CEI, La formazione dei presbiteri nelle Chiese in Italia, Orientamenti e norme, 2025.
