Don Emanuele Kohara nuovo parroco a Vallerotonda

Don Emanuele Kohara nuovo parroco a Vallerotonda

Inizio ministero parrocchiale di Don Emanuele Kahora a Vallerotonda

Domenica 26 Novembre nella Chiesa Maria Santissima Assunta in Vallerotonda S.E. Mons. Gerardo Antonazzo ha celebrato la S.Messa, alla presenza delle massime autorità civili e militari del luogo, per accogliere il nuovo parroco Don Emanuele Kahora. Gli hanno fatto da corona, per l’occasione, Don William Di Cicco ed un emozionatissimo Don Rosino Pontarelli che ha guidato le comunità di Vallerotonda e Cerreto per oltre cinquant’anni. E’ stato un momento di vera commozione allorquando si è svolto il rito dell’insediamento di Don Emanuele che ha visto quest’ultimo in ginocchio davanti al Vescovo proferire la “professione di fede”.

Sua Eccellenza, in riferimento alla festività di “Cristo Re” ed alle parole del Vangelo, ha ringraziato Mons. Pontarelli quale “eccellente pastore” delle comunità da lui guidate. Infatti, nella sua omelia, ha voluto sottolineare l’importanza dell’”essere un buon pastore” per  le pecorelle a lui affidate, e per le quali è stato scelto come protettore e sapiente guida in modo da saper discernere ciò che è buono da ciò che è sbagliato per la collettività.

Anche il Sindaco di Vallerotonda Gianfranco Verallo  ha voluto omaggiare con parole di stima Don Rosino per l’opera prestata al Comune di Vallerotonda per la sua dedizione al Signore e alla comunità tutta, dando il benvenuto, al contempo, al nuovo parroco Don Emanuele già accolto festosamente dai numerosissimi fedeli intervenuti, ai quali, con grande umiltà si è rivolto, nel saluto di ringraziamento, nel chiedere aiuto e preghiere per la missione affidatagli.

Dopo la celebrazione tutta la comunità si è stretta attorno ai sacerdoti per un momento conviviale in piazza.

            Maurizio & Simona

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Il Vescovo incontra i Consigli Parrocchiali

Il Vescovo incontra i Consigli Parrocchiali

Nella Zona pastorale di Cassino Consigli pastorali parrocchiali e Consigli per gli affari economici si confrontano con il Vescovo, Mons. Gerardo Antonazzo

Le parrocchie della Zona pastorale di Cassino sono state tutte visitate nelle ultime settimane dalla Madonna di Fatima Pellegrina, e negli ultimi 12 giorni i consigli parrocchiali di molte di esse (finora Caira, S. Maria della Valle, Chiesa Madre, S. Angelo in Theodice, S. Antonino, S. Bartolomeo e S. Antonio) si sono riuniti alla presenza del Vescovo, Mons. Gerardo Antonazzo. Egli ha cominciato a compiere un “giro di orizzonte” per incontrare, conoscere più da vicino, ascoltare, ma anche per incoraggiare, spronare, proporre idee e iniziative pastorali, sensibilizzare, affinché ogni comunità parrocchiale sviluppi appieno le sue potenzialità, certo adeguate e commisurate all’ambiente, alla situazione, alle persone e alle risorse, ma pronte ad andare oltre, ad “uscire” come ama dire Papa Francesco.

Si è trattato, come Mons. Gerardo ha sempre detto in apertura dopo la preghiera iniziale, di un momento familiare, senza un preciso ordine del giorno, ma con l’intento di vedere i volti delle persone che si prendono la responsabilità di lavorare nella chiesa e nella guida pastorale della Parrocchia. Questo è il significato del Consiglio pastorale parrocchiale e del Consiglio per gli affari economici, riuniti insieme per l’occasione. Dobbiamo ricordare, ha detto il Vescovo, che la Parrocchia non è il parroco o il vescovo. Nonostante siano trascorsi 50 anni dal Concilio Vaticano II, si fa ancora fatica a cambiare mentalità e a comprendere che la Chiesa è il popolo di Dio e che, in una logica comunionale se si condivide l’appartenenza ci si può rendere corresponsabili a servizio della comunità. Questo è ben più di “collaborare”! S. Agostino diceva: Con voi, condividendo la grazia del battesimo, sono cristiano, per voi sono vescovo, presbitero, catechista… dove il “per” sta per “servizio”.

Perché una parrocchia funzioni bene, non si deve seguire il clericalismo: il prete che vuol fare tutto da solo o i laici che vogliono fare quello che tocca al prete. E’ un ballo come il tango, riguarda due categorie di persone, il prete e i laici. Il prete deve essere la guida, i consiglieri esprimono tutta la comunità. Secondo lo statuto, ha chiarito il Vescovo, il compito del Consiglio pastorale è l’evangelizzazione e di recente il Papa a Cesena ha detto che l’evangelizzazione è più efficace quando è attuata “dalle componenti ecclesiali”. Si deve passare dalla collaborazione alla corresponsabilità, ognuno deve sentire che la vita della comunità dipende anche da lui, sia portando avanti il lavoro all’interno della comunità cristiana sia, davanti alle sfide pastorali e sociali, nella ricerca coraggiosa anche di forme nuove di cooperazione, di presenze nuove della Chiesa sul territorio. Il Consiglio per gli affari economici è di supporto sul piano concreto delle strutture, delle utenze, delle iniziative. E’ bene che i Consigli parrocchiali redigano un verbale per ogni riunione, questo non solo ne fa la storia, ma stimola a non perdere di vista le proposte e i propositi fatti e quindi a lavorare meglio tutti insieme.

Il Consiglio si compone di Parroco, vicario se c’è, responsabili della catechesi, liturgia e carità (questi sono membri di diritto), pastorale giovanile, coppie di coniugi, Presidente di Ac se c’è, responsabili di altre associazioni. Inoltre possono essere nominati dal Parroco altri fedeli che godono di stima e prestigio nella comunità. Spetta al Parroco individuare le modalità nel coinvolgere la comunità nell’individuare tali persone, per rappresentare il più possibile la comunità cristiana, che non è fatta solo di coloro che vengono in chiesa. E’ bene allargare le porte della comunità, ha detto. Rispetto al numero complessivo, questi altri fedeli debbono essere 1/3 rispetto al totale: sono antenne importanti nel territorio, ci fanno capire quello che gli altri pensano di noi. Non è importante se è vero e giusto, l’importante è coinvolgere le persone.

Ed è cominciato il lancio di idee da parte del Vescovo: una volta l’anno si potrebbe fare un’Assemblea parrocchiale aperta a tutti e lì dire poche cose su cui tutti possano esprimersi. Oggi, è vero, il senso della partecipazione è molto sceso. Si potrebbe pensare: ma non verranno, ma incominciando, pian piano si crea la mentalità.

Un altro esempio portato da Mons. Gerardo: “altri” possono essere quelli che vivono nelle zone rurali, perché non basta partecipare alle feste patronali, queste debbono essere trampolino di lancio per l’evangelizzazione, occorre che la vita ordinaria sia ordinata in senso cristiano. Per la peregrinatio della Madonna di Fatima, il vescovo ha raccomandato ai parroci di far stare la statua il meno possibile in chiesa, ma di portarla nelle periferie. Le iniziative debbono essere dentro la pastorale ordinaria. Le difficoltà ci sono (possono essere la mancanza di strutture idonee, per es.), ma l’importante è la condizione delle famiglie dal punto di vista sociale, economico, affettivo e cristiano. Non possiamo più lavorare solo con i bambini. Diminuiscono le nascite: fra 50 anni magari non ci chiederanno neanche più il Battesimo, e di coloro che oggi vengono in chiesa, quanti ce ne saranno?

Ecco, raccomanda mons. Gerardo, allora occorre investire le energie della parrocchia nella famiglia, senza dismettere nulla di quello che si sta facendo, ma dedicandosi particolarmente alla famiglia. Si può cominciare con i genitori dei ragazzi della catechesi, incontrarli, ascoltarli ed evangelizzare le loro domande e richieste valorizzandole. E’ vero che quando si vogliono fare incontri con “i genitori” spesso vengono solo le mamme (“vedove di mariti vivi”), ma per l’evangelizzazione delle famiglie bisogna ripartire dalle coppie, strutturare una pastorale sistematica con le coppie disponibili, senza preoccuparsi dei grandi numeri, ma cominciando con pochi. E’ iniziata l’esperienza delle coppie delle parrocchie che deve andare avanti.

Ancora: dopo la Cresima proporre ai ragazzi non lezioni dottrinali astratte, ma l’educazione all’amore e all’affettività. Preparare itinerari nuovi di educazione all’amore per le coppie che hanno un rapporto stabile partendo da lontano, non nel periodo immediatamente precedente il matrimonio.

Il Vescovo ha molto ascoltato e osservato, ma ha anche ricordato, sottolineato, suggerito e proposto, per stimolare una nuova responsabilità laicale e una nuova ed efficace cooperazione all’interno della comunità. Certamente ogni parrocchia ha un suo profilo, non sono tutte uguali, qualcuna sarà più statica e timorosa, qualche altra sarà una “fucina di esperimenti pastorali”, ma poiché i tempi mutano e sono divenuti molto complessi ponendo sfide inedite e impegnative, i cristiani non debbono eluderle ma affrontarle, con uno stile di condivisione e comunione. Dipende da ciascuno e da tutti.

Adriana Letta

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L’estremo saluto a Don Antonio

Il tuo sorriso l’ha preso Dio, l’ha portato in cielo

Don Benedetto Minchella nominato in via provvisoria Amministratore parrocchiale

Una chiesa, quella di S. Giovanni Battista a Cassino, stracolma, straripante di persone le più varie, venute da ogni dove, domenica 19; numerosissimi i Sacerdoti che si disponevano a celebrare… Mezz’ora prima dell’orario stabilito per la celebrazione delle esequie di Don Antonio Colella, i banchi erano completamente occupati ma anche i posti in piedi e continuava ad arrivare gente…

Quando la processione di ingresso della Messa è entrata, ha potuto farlo solo dopo che coloro che occupavano il corridoio centrale si erano stretti e allineati per permettere il passaggio. Molti altri erano fuori. Probabilmente Don Antonio si sarebbe molto stupito di tanto affollamento per lui e invece era proprio per rendergli omaggio e testimoniare personalmente le sue doti di Pastore e la propria riconoscenza  infinita, che tutti erano lì. Sentivano il bisogno di essere lì. Da lui avevano ricevuto tanto e dovevano esserci. Già questa presenza così massiccia ed eloquente era di per sé uno spettacolo, aumentato e completato dalla presenza di autorità, tra cui quattro fasce tricolori di sindaci del territorio, dei Sacerdoti sistemati ai piedi dell’altare, da un lato e dall’altro della bara, perché non c’era posto sufficiente sul presbiterio; del Coro S. Giovanni Battista Città di Cassino, diretto dal M° Fulvio Venditti, che ha cantato divinamente, arricchito di musicisti con i loro strumenti e all’organo il M° Michele D’Agostino, organista di Montecassino; da ministranti di varie parrocchie e da una presenza che spiccava su tutte: Mons. Fabio Bernardo D’Onorio, Arcivescovo emerito di Gaeta, già Abate di Montecassino, venuto per dare il suo addio a Don Antonio. La commozione di tutti riempiva l’aria.

Lo stesso Vescovo, mons. Gerardo Antonazzo, che presiedeva la celebrazione, era visibilmente commosso e nell’omelia, interpretando il sentire comune, ha osservato che i momenti di particolari prove sono accompagnati da parole di contestazione verso Dio e in questi giorni la parola sicuramente ricorrente in tutti era: perché? Credo, ha aggiunto, che Dio non ci risponderà mai, perché vuole educarci alla fiducia, che cresce quanto più difficili sono gli eventi della nostra vita. E noi, non Dio, abbiamo bisogno di questa fiducia, per purificare la nostra fede e imparare ad abbandonarci totalmente a Lui. Soltanto in questo atteggiamento, quando la vita è trafitta da eventi di profondo dolore, ritroviamo la pace. Il perché Dio lo rivelerà soltanto quando saremo totalmente dall’altra parte, nella sua gloria.

E dopo aver espresso il nostro turbamento profondo, ha continuato sviluppando il pensiero, sono altre le parole che possono edificare e aiutarci a riprendere il nostro cammino. Sono le parole buone che voi stessi, in tanti, mi avete detto attestandomi in modo polifonico, la stima, l’affetto, la gratitudine per Don Antonio. Io vi restituisco queste parole, consacrandole qui sull’altare: conservatele perché sono memoria e disegnano la storia pastorale e spirituale di ciascuno di voi che ha potuto avere un rapporto privilegiato con Don Antonio.

Tra le testimonianze, il Vescovo ne ha scelta una, di un sacerdote che ha scritto: «Solo due giorni fa, nella chiesa di S. Carlo ad Isola Liri, eri seduto al banco dietro a me con altri confratelli. Nell’ultimo ritiro qualcuno mi ha bussato sulla spalla, quando mi sono voltato, mi hai salutato con il tuo sorriso limpido di sempre, che questa volta mi ha colpito maggiormente, stampato su quella tua faccia da bambino sulla quale con affetto ho dato un pizzicotto, senza sapere che sarebbe stato l’ultimo contatto carico di vita che oggi, quasi in quella stessa ora, non c’è più. Due giorni dopo nel cuore della notte sono venuto in chiesa a salutarti e dopo aver sostato un po’ in preghiera, sono passato a farti una carezza, un pizzicotto sul volto, non più quello… la guancia fredda sotto le mie dita, soprattutto manca il tuo sorriso, l’ha preso Dio, l’ha portato in cielo. A me rimane il tuo ricordo caro, ricco di stima e di amicizia semplice e sincera e intanto strofino ancora le mie dita per sentirti vivo. Prega per me, Padre e fratello mio».

Altre parole ancora il Vescovo ha voluto restituire ai fedeli: la Parola di Dio che richiama la vigilanza e la sobrietà, che Don Antonio ha saputo sempre vivere durante il suo ministero sacerdotale; la parola della liturgia che chiede al Signore di vegliare “perché la morte non ci colga prigionieri del male ma rispecchi serena la luce del tuo volto”. Ed ha concluso: “Guardando il volto di Don Antonio, segnato dalla morte, davvero continua a rispecchiare la luce del volto di Dio, non smette di abbozzare ancora un certo sorriso. Carissimo Don Antonio, hai concluso la tua vita abbracciandoci tutti. Ora con la preghiera ti affidiamo all’abbraccio di Dio perché ti accolga e ti custodisca per sempre”.

Particolarmente toccanti anche gli altri interenti, a messa finita: del Sindaco di Cassino Carlo Maria D’Alessandro, che ha sottolineato la bontà e gentilezza di Don Antonio, che “sicuramente ha già raggiunto la Casa del Padre”, e il suo sorriso, ed ha ricordato un episodio personale quando alla prima festa di S. Giovanni a cui partecipò da Sindaco, Don Antonio gli si avvicinò, gli dette una carezza sul braccio dicendogli: “Buon lavoro, pregherò per te”, generando riconoscenza e gratitudine.

Così pure il saluto di Aldo Gervasio, del Consiglio pastorale parrocchiale, denso di significato, ha fatto scoprire ancora le qualità di Don Antonio, buono, intelligente e schivo, semplice e umile, con un sorriso quasi fanciullesco. Intriso di commozione l’intervento di saluto di Don Lucio Marandola, Parroco di S. Pietro Infine, che lo vide giovane seminarista proiettato verso il Sacerdozio insieme agli altri giovani di S. Pietro che sarebbero diventati Presbiteri. Ha anche annunciato che venerdì 24 alle 17.00 sarà celebrata una Messa a S. Pietro Infine.

Dopo la benedizione finale e il rito funebre, il Vescovo Gerardo ha annunciato: “Desidero assicurare la continuazione e la continuità dell’opera pastorale di questa comunità. Per questo motivo ho nominato in via provvisoria l’Amministratore parrocchiale di questa parrocchia nella persona di Don Benedetto Minchella. Egli continuerà l’opera pastorale di S. Antonio e in più si farà carico amorevole di S. Giovanni B., aiutato da due sacerdoti che assicureranno tutto ciò che serve, a pieno titolo e a tempo pieno, per la vita e la cura di questa parrocchia“. Un “Grazie!” gridato prontamente da una voce, ha accolto questo annuncio.

Infine la bara è stata sollevata e, immagine commovente, sono stati i confratelli a volerla portare fuori, dove i ragazzi di Ac della parrocchia issavano due striscioni di saluto al loro amato Parroco e dove l’auto funebre attendeva pronta. Depositata la bara, il Vescovo si è chinato a baciarla ed essa è partita verso la chiesa parrocchiale di S. Nicola a S. Pietro Infine, nel cui cimitero sarebbe stata tumulata. Il corpo di Don Antonio andava verso la sepoltura, ma la sua anima era già volata in cielo a ricevere il giusto premio dal Padre.

Adriana Letta

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In preghiera per Don Antonio Colella

L’improvvisa scomparsa del Parroco di S. Giovanni Battista in Cassino

Il nostro dolore sia trapassato da un raggio della  luce di Cristo e si lasci consolare da Lui

Il Signore ha voluto che Don Antonio morisse abbracciato al suo Vescovo

16 novembre 2017: un giorno che si è stampato come un marchio a fuoco nella mente e nel cuore di molte persone di Cassino e non solo, rimaste senza parola, folgorate dalla notizia della scomparsa prematura e inaspettata di Don Antonio Colella, amato Parroco di S. Giovanni Battista in Cassino. Nella mattinata si era recato in curia, aveva parlato con il Vescovo Gerardo, aveva incontrato qualche confratello, ma poco dopo, andando via, un malore l’ha stroncato fulmineo lasciandolo immobile nella sua auto col motore ancora acceso. Ed è rimasto lì, all’angolo di via del Foro, dove solitamente il 14 agosto viene incoronata la Madonna Assunta, proprio lì.

Dolore, sconcerto, incredulità tra le persone. La notizia si è diffusa più veloce della luce. Sono giunte immediatamente le forze dell’ordine che hanno transennato la zona, intorno alla quale accorrevano non solo i Sacerdoti dalla vicina curia ma anche il vescovo, da poco ripartito per Sora, e la gente; è giunta anche la magistratura che doveva provvedere scrupolosamente che tutto fosse fatto secondo legge, disponendo ogni accertamento per appurare con certezza le cause del decesso. Probabilmente sarà fatta l’autopsia. Non si poteva ancora stabilire il giorno e l’ora del funerale. Questa cosa ha aumentato ancora, se possibile, il dolore e il senso di smarrimento delle persone. In particolare la sua comunità parrocchiale di S. Giovanni Battista, la comunità di S. Pietro Infine di cui era originario e la comunità di S. Vittore del Lazio, dove per anni era stato parroco, erano davvero impietrite dal dolore. Si sentiva il bisogno di pregare.

Nel pomeriggio il Vescovo diocesano, Mons. Gerardo Antonazzo, si è recato a S. Giovanni B. per condividere con i fedeli il dolore e la preghiera ed ha presieduto la Celebrazione Eucaristica delle 18.00, concelebrata dal Vicario generale Don Fortunato Tamburrini e dal “compaesano” Don Mario Colella. Il silenzio in chiesa era straordinario e il Vescovo, superando il proprio stato d’animo certamente provato, ha saputo raccogliere il dolore dei presenti, palpabile nell’aria, e volgerlo in preghiera e ringraziamento.

Infatti nell’omelia ha detto che “dove c’è l’impossibilità delle nostre forze umane, lì fiorisce la possibilità della fede” ed è questo – ha detto – che celebriamo nella preghiera eucaristica, la possibilità della fede, quella fede che rende possibile la nostra speranza. Allora “affidiamo a Dio il nostro fratello sacerdote Don Antonio ringraziando il Signore per il servizio pastorale per il quale ha consacrato la vita e ha donato la vita fino all’ultimo istante. Chiediamo al Signore che renda più pura la nostra preghiera”. Affidiamoci a questa Parola del Signore, “stabile per sempre”, ha proseguito il Celebrante, perché il nostro dolore sia trapassato da un raggio di luce in questa stagione della prova. Il libro della Sapienza appena letto (Sap 7,22-8,1) ci ha consegnato degli annunci straordinari, tra cui: la Sapienza passando per le anime sante  “prepara amici di Dio e profeti”. Don Antonio era Amico di Dio e Profeta, suo annunciatore e ha toccato con questa sua amicizia tante persone che si rivolgevano a lui per una parola di conforto, di speranza, di misericordia. Frutti abbondanti Don Antonio ha potuto produrre perché tralcio unito alla vite che è Gesù, tralcio che ha assorbito tutta la linfa vitale, perciò fecondo, vivo, fertile. Gesù ha detto: Chi rimane in me e io in lui porta molti frutti.

Perciò – ha aggiunto – questa liturgia è più che mai preghiera di lode, gratitudine e ringraziamento al Signore, celebriamo quella gratitudine che conserviamo nel cuore tutti noi. Il nostro dolore da una parte richiama la perdita, una interruzione di affetti, di incontro, di dialogo, di ascolto, ma dall’altra parte celebra quella gratitudine che ci permette di conservare in cuore tutto ciò che l’esperienza pastorale e l’incontro di amicizia di Don Antonio ha potuto affidarci, regalarci. Allora diremo, come diceva S. Agostino: Signore, non ti chiedo perché me lo hai tolto ma ti ringrazio perché me lo hai dato. Così anche questo momento non facile della vita, se è perforato dalla luce di Cristo, si lascia consolare da Lui che proprio nel momento in cui più ci mette alla prova, ancor più ci dà consolazione con la sua presenza, perché non ci sentiamo come gregge smarrito.

Ha saputo toccare le corde giuste, il Vescovo, da Pastore è accorso subito dal gregge che effettivamente si sentiva davvero smarrito e gli ha offerto la Parola di Dio e con essa il modo cristiano per affrontare il dolore del distacco. Perché Don Antonio era buono, delicato e affettuoso con le persone, sapeva guidare le anime, aveva una sensibilità e una spiritualità raffinate. Gentile, sorridente, riservato, era un parroco molto apprezzato e amato. Ora è davanti al suo Dio, al quale ha dedicato tutta la sua vita, tra le sue braccia paterne e misericordiose.

Al termine della Messa, prima della benedizione conclusiva, il vescovo Gerardo ha svelato qualcosa di più dicendo che “il Signore ha voluto che Don Antonio morisse abbracciato al suo Vescovo“. Infatti stamattina non era previsto un incontro con Don Antonio in Curia, ma poiché il Vescovo gli doveva comunicare alcune cose, lo aveva chiamato e Don Antonio subito era andato. Il Vescovo gli ha detto che doveva dargli due belle notizie, tanto attese da lui, perciò gli aveva chiesto di venire in Curia. E Don Antonio, saputele, è stato così felice che si è alzato ed ha abbracciato forte il Vescovo con grande affetto, la gioia sprizzava dai suoi occhi. Solo, il Vescovo gli ha raccomandato di curarsi, di farsi visitare dal medico, perché quella tosse non gli sembrava buona. Lui ha sorriso ed è uscito; poco dopo il Signore lo ha chiamato a sé. Ha concluso così la sua vita, abbracciato al Vescovo, alla Chiesa, e se ne è andato contento, il suo ultimo gesto è stato quell’abbraccio! Il Vescovo, a sua volta, con un bel gesto, non ha voluto tenere solo per sé quell’ultimo abbraccio ma  condividerlo con tutta la comunità non solo parrocchiale ma diocesana ed oltre.

Dopo la Messa, si è svolta una Veglia di preghiera che la Parrocchia aveva organizzato in preparazione alla Giornata Mondiale dei poveri voluta da Papa Francesco per domenica 19 novembre, presieduta da Don Fortunato, in cui si è pregato, letto, meditato, riflettuto, cantato. Ma tutti erano consapevoli e sicuri che Don Antonio era lì presente, a pregare con tutti i suoi amati parrocchiani.

Adriana Letta

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Messa al Cimitero Polacco di Montecassino

 

Messa al Cimitero Polacco di Montecassino

Mercoledì 1° novembre si è rinnovata ancora una volta la tradizione dei Polacchi che si trovano fuori di Polonia, di partecipare ad una Messa di suffragio per i defunti loro connazionali che riposano in un cimitero militare polacco. Ed è stato il Cimitero Polacco di Montecassino che ha radunato nella mattina un notevole numero di persone; altre Messe sarebbero state celebrate il giorno seguente nel Cimitero militare polacco di Loreto, di Casamassima, di Bologna.

Ma Montecassino occupa un posto davvero speciale ancor oggi per tutti i Polacchi, i cui soldati del II Corpo d’Armata qui combatterono eroicamente e dove avevano fallito gli inglesi, i gurkha e i neozelandesi, tutti respinti dai paracadutisti tedeschi, riuscirono, sotto la guida del generale Anders, loro, i Polacchi. Era il 18 maggio 1944 quando sulle rovine di Montecassino issarono la bandiera polacca rossa e bianca: tutt’intorno era morte e distruzione, il terreno cosparso di cadaveri, di rovine… e di papaveri. La canzone “I papaveri rossi di Montecassino” che ricorda questo è molto cara al cuore del popolo polacco. Oggi nel Cimitero militare Polacco alle spalle dell’abbazia riposano oltre mille soldati, compreso il Generale Anders, che volle essere sepolto qui anche lui, e una targa parla in modo toccante per loro: «Per la nostra e la vostra libertà / Noi soldati polacchi / Abbiamo donato le nostre anime a Dio / I nostri corpi al suolo italiano  e i nostri cuori alla Polonia».

L’Ambasciata della Repubblica di Polonia a Roma, nell’organizzare l’evento, ha invitato S.E. Gerardo Antonazzo, Vescovo della Diocesi Sora-Cassino-Aquino-Pontecorvo, a presiedere la Celebrazione Eucaristica ed il Coro “San Giovanni Battista Città di Cassino” diretto dal M° Fulvio Venditti ad animarla. Il Coro, d’altronde, ha stretto da tempo un forte legame di amicizia con i polacchi tanto che lo scorso 6 agosto, su invito di Wojciech Narebski, l’ultimo reduce del II Corpo d’Armata Polacco che combatté a Montecassino, ha tenuto un applauditissimo concerto di musica sacra nella Cattedrale di Cracovia, eseguendo anche la canzone dei papaveri rossi in lingua polacca.

Erano presenti presso il Cimitero polacco il responsabile dell’Ambasciata Polacca, l’addetto militare polacco, 5 sindaci del territorio, di Cassino, San Pietro Infine, San Vittore, Mignano Montelungo e Piedimonte, autorità militari e moltissimi polacchi.

Prima della Celebrazione, c’è stata la visita al Museo Memoriale del II Corpo d’Armata Polacco, con un momento di commemorazione e raccoglimento, poi le autorità si sono recate al Cimitero militare, dove erano in attesa molte persone, soprattutto polacche, e lì è iniziata la S. Messa, presieduta dal Vescovo Antonazzo. Nell’omelia, tenuta da un Sacerdote polacco, ricordando la frase evangelica “non c’è amore più grande che dare la propria vita per gli altri”, è stato affermato che coloro che sono sepolti in queste tombe, “hanno capito molto bene che tutti dobbiamo arrivare alla santità” attraverso i diversi “sentieri” indicati da Gesù. “Questi amici – ha continuato – che hanno dato la vita per la libertà nostra e vostra, dell’Europa e dei singoli Paesi, sono una grande testimonianza dell’amore fraterno”.

Al termine della Celebrazione, il Vescovo Mons. Gerardo Antonazzo, nel ringraziare e salutare, ha detto: “La celebrazione di oggi è anche commemorazione: il che non significa ripetere, ma far conservare e accrescere sempre più il ricordo, pieno di gratitudine, degli eventi che hanno visto tanti soldati assicurare una reciproca accoglienza, dialogo e amicizia. La Celebrazione Eucaristica di oggi celebra i meriti e la gloria di tutti i Santi, come abbiamo ricordato nella preghiera iniziale. E allora è bello chiederci: le migliaia di soldati che hanno offerto qui la loro vita, hanno dei meriti per sperare che possano poi partecipare alla gloria dei Santi? E la risposta, credo condivisa, è positiva. Sì, hanno avuto il merito più grande che Gesù ha indicato, come ha ben ricordato il padre nell’omelia: non c’è amore più grande di chi dà la vita per gli altri. Se poi il merito non è soltanto un atto comune di generosità, ma il sacrificio della vita nel segno del sangue, credo che il merito assuma la forma più grande. L’ auspicio, al termine della nostra preghiera, è anche negli accenti fraterni che ci hanno uniti oggi, nel desiderio che il ricordo di queste tragedie possa diventare terreno fertile di una ritrovata pace”.

Molto toccante anche l’ultimo atto, la deposizione di corone ai Caduti: quella di alloro con tricolore italiano deposta dal vicesindaco di Cassino dr. Carmelo Geremia Palombo, quelle bianco-rosse polacche; i lumi rossi ardenti sulle tombe, la commozione degli animi, l’amor di patria… tutto sembrava concorrere a rafforzare quel sentimento di amicizia che i Polacchi hanno sempre avuto per l’Italia e, in modo particolare, per Cassino.

Adriana Letta

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2017 11 02 - Diocesi Sora Cassino Aquino Pontcorvo - Articolo - Vescovo Gerardo Antonazzo - Messa Cimitero Polacco Montecassino

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Guardando la terra dal Cielo

Guardando la terra dal Cielo

La tradizionale processione al cimitero cittadino di Cassino, mercoledì 1° novembre, si è snodata come sempre dalla Chiesa di Sant’ Antonio ed è stata presieduta da sua Eccellenza, il vescovo Gerardo Antonazzo, che ha abbracciato la croce, simbolo di penitenza e di purificazione.

Al corteo hanno partecipato anche il vicario diocesano, don Fortunato Tamburrini, i sacerdoti della parrocchia di S. Bartolomeo, il sindaco, ing. Carlo Maria D’Alessandro, il vice sindaco, dott. Carmelo Palombo, ed altri rappresentanti dell’amministrazione comunale. A guidare nella preghiera il popolo in cammino don Benedetto Minchella, che ha meditato i misteri gloriosi, evidenziando il tema della Risurrezione e della Santità, a cui siamo destinati quali figli di Dio. Ad aprire il cuore alla speranza della vita futura la figura di Maria Assunta, Regina del Cielo, prefigurazione del nostro destino celeste e sostegno nella peregrinatio terrena. La recita del rosario è stata intervallata da canti a cui i fedeli, che sono divenuti man mano più numerosi, hanno partecipato con profonda ed intima consapevolezza.

Una volta giunti, il vescovo Gerardo ha proposto qualche spunto di riflessione e qualche ricordo speciale nel giro tra le tombe, ove sono risuonate le litanie cantate, quale ulteriore invocazione a Maria, modello e aiuto dei cristiani. La liturgia, animata dalla corale di S. Bartolomeo, ha creato un intenso clima di meditazione e raccoglimento. Mons Antonazzo, nell’omelia, ha sottolineato proprio come questo luogo sia per antonomasia lo spazio della verità, dove non c’è posto per i raggiri, l’ipocrisia, l’illusione, in quanto, incontrando i nostri parenti ed amici che dormono il sonno della pace, abbiamo l’occasione di guardare al nostro destino ultimo e di relazionarci con il Dio della Vita. Abitare questo luogo significa rafforzare il senso della speranza, ma non di una speranza precaria, bensì quella della Vita Eterna, di cui ci parla il Vangelo di S. Giovanni. Dio ha posto dentro di noi dal nostro concepimento un intimo bisogno di eternità e questo nostro anelito nel cimitero si ravviva e si rafforza. Abbiamo l’opportunità sia di guardare alle realtà del Cielo sia in contemporanea, grazie alla prima lettura tratta dall’Apocalisse, di osservare dall’Alto, dal Cielo, la nostra condizione umana e di migliorarla nel corpo e nello spirito.

A tal proposito la parola di Dio ci offre due verità fondamentali: “E tutti gli angeli stavano attorno al trono e agli anziani e ai quattro esseri viventi, e si inchinarono con la faccia a terra davanti al trono e adorarono Dio” e “E gridavano a gran voce: «La salvezza appartiene al nostro Dio, seduto sul trono, e all’Agnello» ”.Se noi seguissimo queste due verità potremmo già sperimentare un anticipo di Paradiso. In realtà invece di adorare Dio in molti casi ci innamoriamo di cose futili e quindi dovremmo capire cosa abbiamo messo al posto di Dio, diventando idolatri. Solo da Dio invece viene la nostra salvezza. Il nome Gesù significa “il Salvatore, colui che salva”. In questo luogo dove celebriamo la vera speranza, queste due verità diventino il fulcro della nostra vita proprio in virtù del ricordo di chi ci ha preceduto in Cielo e ci spronino a migliorare la nostra esistenza di pellegrini. Al termine della celebrazione il vescovo ha benedetto i presenti ed i defunti, ricordando la possibilità di lucrare l’indulgenza per le anime dei nostri cari. Il novello diacono Marcello Di Camillo ha congedato l’assemblea invitandola ulteriormente alla santità.

Biancamaria Di Meo

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Inaugurato il nuovo anno accademico e formativo al “Leoniano” di Anagni

Inaugurato il nuovo anno accademico e formativo al “Leoniano” di Anagni

Un nuovo anno accademico per il “Leoniano” di Anagni

È stato inaugurato ufficialmente mercoledì 25 ottobre il nuovo anno accademico e formativo al “Leoniano” di Anagni, con una cerimonia svoltasi presso il Salone “Leone XIII” del Pontificio Collegio alla presenza degli educatori del Seminario, delle autorità accademiche e degli studenti, seminaristi e non dell’Istituto. L’incontro si è aperto con i saluti di mons. Leonardo D’Ascenzo, rettore del Seminario e del prof. Filippo Carcione, direttore dell’Istituto Teologico, che hanno formulato gli auguri di un buon anno formativo ed accademico ai seminaristi e a quanti, dalle diverse diocesi del Lazio, raggiungono il Pontificio Collegio per curare la loro formazione teologica. Il prof. Carcione ha illustrato i dati relativi al precedente anno accademico, ricordando i dieci Baccellierati, i sei Diplomi in Pastorale e le tre Licenze rilasciati nell’arco delle tre sessioni d’esame, e ha formulato le stime per l’anno in corso con la previsione del superamento delle oltre cento iscrizioni per il secondo anno consecutivo.

Si è proceduto, altresì, alla consegna degli ultimi titoli conseguiti da un Baccelliere in Sacra Teologia (l’aspirante docente IRC F. Cinelli, Diocesi di Frosinone-Veroli-Ferentino) e da un Licenziato in Teologia Dogmatica (G. Carovello Grasta, Diocesi di Latina-Terracina-Sezze-Priverno), delegando la proclamazione ufficiale alla voce di mons. Gerardo Antonazzo, vescovo di Sora-Cassino Aquino-Pontecorvo, presente alla cerimonia.

Al termine dei saluti è stata data la parola a mons. Vincenzo Apicella, vescovo di Velletri-Segni, che ha tenuto una prolusione sulla formazione sacerdotale partendo dalla sua storia vocazionale e prendendo spunto da “Lievito di fraternità”, sussidio CEI per la formazione permanente del clero. Mons. Apicella ha ricordato come la sua decisione di intraprendere il cammino di formazione al sacerdozio sia avvenuta quando, da bambino, poco dopo aver ricevuto la Prima Comunione, guardava e apprezzava il buon esempio del vice-parroco della sua parrocchia. Questa figura sacerdotale ha rappresentato per lui un vero e proprio modello positivo cui guardare, al punto da assolutizzarla e considerarla “Il Prete” con la lettera maiuscola. Ha iniziato, così, a pensare al sacerdozio come qualcosa che desse senso alla vita, qualcosa di bello per cui valesse la pena spendere l’esistenza. Ha proseguito la sua riflessione illustrando cinque punti in cui si articola il discorso riguardante la formazione sacerdotale:

  • Autoformazione – non c’è vera formazione senza autoformazione. La formazione richiede il coinvolgimento pieno da parte della persona e bisogna vivere il tempo del Seminario come un tempo di ricerca in cui ognuno è protagonista della propria formazione, con la consapevolezza di essere irripetibili, un capolavoro di Dio.
  • Vocazione tra le vocazioni – la vocazione al sacerdozio va inserita all’interno delle altre vocazioni, facendo attenzione a non assolutizzare ciò. In questa visione il sacerdote è considerato come colui che suscita e facilita tutte le altre vocazioni.
  • Contenuti – l’importanza dei contenuti che vengono prima del metodo. Il popolo di Dio chiede “cibo solido e ha un palato finissimo nel gustarlo”.
  • Esercizio al dialogo – il dialogo come stile che inizia durante il tempo del seminario. Si tratta di un’attitudine che si acquisisce giorno per giorno.
  • Ecclesialità – il sacerdozio come funzione ecclesiale, non personale. Non c’è sacerdozio senza una Chiesa concreta.

Al termine della prolusione è seguita la solenne concelebrazione eucaristica nella cappella “Mater Salvatoris”, presieduta da mons. Giovanni Checchinato, vescovo di San Severo, già rettore del Pontificio Collegio Leoniano, il quale, commentando il brano evangelico in cui Gesù esorta alla vigilanza, invitando a tenersi pronti in attesa del Suo ritorno, si è soffermato in particolare sulla tentazione, tante volte diffusa anche nel cammino di discernimento vocazionale, di pensare che il padrone tardi a venire, per cui si inizia ad avvertire sfiducia, delusione per una consolazione attesa ma non arrivata durante la preghiera. In questi momenti del cammino si dovrebbe invece imparare a ringraziare il Signore perché si tratta di occasioni di crescita. Al termine della celebrazione ci si è ritrovati nel refettorio del Seminario per un momento di agape fraterna che ha concluso la serata.

Danilo Di Nardi

Foto: Marco Piagentini

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La Chiesa Madre festeggia San Germano

Lunedì 30 ottobre si sono svolti a Cassino i festeggiamenti in onore di S. Germano Vescovo, Patrono della Parrocchia Chiesa Madre e, insieme a S. Maria Assunta e S. Benedetto, della città. Preceduta da un triduo di preghiera di preparazione, la festa ha visto l’arrivo del Vescovo Mons. Gerardo Antonazzo, che già il giorno prima, nella stessa Chiesa Madre, aveva presieduto ben due celebrazioni importanti, le Cresime al mattino, l’Ordinazione Diaconale di Marcello Di Camillo al pomeriggio. In chiesa tutto era stato ben preparato, il Coro parrocchiale diretto dal M° Lucido era pronto per animare la liturgia, e già da qualche giorno la statua, l’antica statua marmorea di S. Germano (una delle poche cose antiche rimaste a Cassino!), risalente al sec. XV, opera dello scultore fra Celso, monaco cassinese, era stata addobbata e illuminata a festa e, vicino ad essa, era stata esposta la Reliquia, composta di alcuni frammenti ossei, donata dalla Diocesi di Piacenza dove sono custodite importanti reliquie, mentre quelle che possedeva la città di Cassino, che nel Medioevo prese il nome di San Germano proprio perché la gente vi si recava per venerare le reliquie, erano andate perdute, distrutte (anche queste!) dalla guerra. All’inizio della celebrazione il Vescovo, oggi aiutato nel servizio all’altare proprio da Don Marcello di Camillo, il neo-diacono, ha incensato la statua e la Reliquia.

Poi nell’omelia ha illustrato la figura di questo Santo del V secolo, amico di S. Benedetto, che si era privato dei suoi beni per darli ai poveri e dedicarsi alla vita ascetica, ma poi, eletto vescovo di Capua, svolse una missione diplomatica particolarmente delicata, su mandato di papa Ormisda (nativo di Frosinone) recandosi a Costantinopoli per cercare di ricucire lo scisma tra la chiesa di oriente e quella di occidente, momento difficile per queste due anime del cristianesimo entrate in disaccordo. Il Vescovo di Capua, uomo saggio, capace di riconciliare, riuscì a riportare l’accordo. Fu dunque un operatore di pace e di unità, ha sottolineato il Vescovo, e per questo è importante imparare a conoscerlo meglio, perché il suo esempio è attuale, anche oggi nella nostra vita ci sono vari tipi di “scismi” non dichiarati ma di fatto. C’è uno scisma mentale, legato ai pregiudizi che allontanano, generando forme gravissime di divisione; uno scisma spirituale, una separazione tra fede dichiarata e vita, una fede “fai da te”, che non si nutre della Parola di Dio e dei Sacramenti; uno scisma morale, che separa la condotta di vita dall’impegno del bene perché prevale il male: io so il bene che vorrei compiere ma mi ritrovo a fare il male (lo dice anche S. Paolo); infine uno scisma ecclesiale, quando non si è più docili e obbedienti al magistero della Chiesa, pensando – da individualisti – di avere idee più giuste, e questo crea disagio, confusione, disorientamento, allontana dal cammino ecclesiale della comunione, e piuttosto che creare unità rischia di favorire l’opera del demonio, colui che divide e mette l’uno contro l’altro.

Dunque, questo aspetto della testimonianza di S. Germano pacificatore e riconciliatore è quello che il Vescovo ha posto all’attenzione dei fedeli, perché si facciano anch’essi, nella propria vita, operatori di pace e di riconciliazione.

Al termine della Celebrazione, si è formata la Processione che ha portato la Reliquia di San Germano attraverso le strade della parrocchia, tra canti e preghiere, accompagnata anche dalla Banda musicale Città di San Giorgio. Al ritorno, prima di rientrare in chiesa, fermi sul sagrato, i presenti hanno potuto ammirare i fuochi pirotecnici che hanno illuminato e colorato la piazza.

Adriana Letta

2017 10 31 - Diocesi Sora Cassino Aquino Pontcorvo - Articolo - La Chiesa Madre festeggia San Germano - Vescovo Gerardo Antonazzo

 

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Don Marcello Di Camillo, Diacono

Don Marcello Di Camillo, Diacono

Il Seminarista Marcello Di Camillo è diventato il Diacono Don Marcello Di Camillo domenica 29 ottobre, vigilia della festa di San Germano, nella Chiesa Madre di Cassino a lui intitolata. E’ stato durante una celebrazione solenne e partecipata, presieduta dal vescovo Mons. Gerardo Antonazzo, affollata di concelebranti, più di 60 Sacerdoti che facevano corona attorno all’altare, ma anche di familiari, amici, fedeli di molte parrocchie, quella di origine, S. Pietro Infine, e quelle dove ha prestato servizio pastorale negli anni di seminario, e di amici e conoscenti, venuti numerosissimi. Presenti anche i sindaci di S. Pietro Infine e S. Vittore e molti concittadini. Perché chi ha incrociato sulla sua strada questo ragazzo, buono, gentile, sempre disponibile, non può non volergli bene: è una ventata di aria fresca la sua presenza, un’amicizia garantita, una fiducia che sorge naturale e forte.

Quando il lungo corteo di ministranti e celebranti, uscito dalla Curia, è entrato in chiesa, mentre il Coro S. Giovanni Battista Città di Cassino intonava magnificamente il Lauda Sion, gli occhi di tutti erano su di lui che, compunto, concentrato, raccolto e molto emozionato, non guardava nessuno ed è andato a prendere posto dalla parte dei fedeli, accanto alla sua famiglia. Mani giunte, occhi bassi. Ma quando è stato chiamato davanti al Vescovo che gli ha rivolto le domande di rito per saggiarne le intenzioni, allora ci si è resi ben conto di quanta convinzione e determinazione ci fosse in lui, con quale forza, nelle sue risposte “Sì, lo voglio”, ha espresso la sua decisione di voler essere ministro di Cristo nella Chiesa, per sempre, e come senza tentennamenti ha promesso obbedienza al Vescovo e ai suoi successori. C’era qualcosa che andava a colpire il cuore nel profondo anche in quel suo prostrarsi a terra durante il canto delle litanie, un gesto di umiltà fatto con tutta naturalezza. Così pure quando il Vescovo ha compiuto il gesto rituale dell’imposizione delle mani sul capo dell’Ordinando inginocchiato davanti a lui e durante la Preghiera di Ordinazione, che d’ora in poi lo affiancherà ai Sacerdoti nel servizio della Parola, dell’Eucaristia e della Carità. Visivamente l’effetto era forte: non era più ai banchi tra i fedeli, ma sul presbiterio, non più solo col camice del semplice ministrante, ma con le vesti liturgiche proprie del diacono, di cui due confratelli lo hanno rivestito. Il ragazzo Marcello diveniva Don Marcello, con la dignità di ministro del Vangelo di cui diveniva annunciatore, dopo averlo ricevuto dalle mani del Vescovo.

E’ naturale che al termine del rito l’abbraccio lungo ed affettuoso del Vescovo al neo-diacono, seguito dall’abbraccio degli altri diaconi presenti, abbia provocato un grande e sentito applauso tra i Sacerdoti ed i fedeli, un applauso che significa gioia, condivisione, gratitudine. Ed era bello vedere Don Marcello servire all’altare nel resto della celebrazione, con un volto sorridente e luminoso, distribuire la comunione vicino al Vescovo, come liberato dalla tensione dei giorni precedenti.

Mons. Gerardo giustamente nell’omelia, commentando la pagina di Vangelo del giorno (Mt 22, 34-40), aveva detto, rivolto a Marcello: “Ricevendo oggi l’Ordinazione diaconale, il Signore ti chiama e ti consacra per sempre al servizio di questo grande comandamento dell’amore a Dio e ai fratelli. Questa diaconia di Marcello esprime anche la diaconia di tutta la nostra chiesa particolare, in quest’anno pastorale impegnata a tutto campo per la famiglia. Lo esprimeremo al termine, consegnando ai Vicari zonali e ai referenti delle associazioni la Lettera Pastorale La gioia di fare famiglia“. Come infatti è stato fatto.

Commovente, infine, è stato il discorso di Don Marcello che ha voluto ringraziare Dio e… tutti! Li ha nominati tutti quanti, dalla famiglia al Vescovo, dai suoi formatori, ai parroci e alle comunità in cui è stato in servizio pastorale, dal Seminario, ai compagni agli amici, alla Pastorale Digitale… tutti considerati “dono di Dio” per lui. Non ha dimenticato nessuno, ma ad ognuno ha voluto far arrivare il suo grazie gioioso e riconoscente. Ma crediamo che in verità fossero tutti gli altri, i presenti ed anche gli eventuali assenti, che sentivano forte il bisogno e il desiderio di ringraziare Marcello, Don Marcello, per aver riconosciuto e accettato la chiamata del Signore, per aver fatto una scelta di vita così impegnativa ed alta in tempi difficili in cui il “per sempre” fa paura, per la sua bontà e delicatezza… Insomma, grazie, Don Marcello, grazie di esistere, noi tutti pregheremo per te e tu prega per noi. Il tuo esempio ci sostenga tutti e ci doni sempre nuova fiducia, la tua disponibilità ci contagi, il tuo fare semplice e schietto, umile e forte ci sia di riferimento nel cammino della vita. Grazie a Dio e grazie a te, Don Marcello.

Adriana Letta

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Un grandioso progetto educativo

 

Un grandioso progetto educativo

Il Vescovo Gerardo Antonazzo ha cresimato 36 ragazzi della Parrocchia Chiesa Madre di Cassino e inaugurato un artistico quadro dell’Assunta realizzato da studenti

Domenica 29 ottobre, nel giorno della vigilia della festa del suo Patrono San Germano, la Chiesa Madre di Cassino si è presto riempita di fedeli e subito si poteva percepire l’atmosfera emozionata e partecipe delle grandi occasioni. Sì, nei primi banchi sedevano 36 ragazzi e ragazze con i loro padrini e madrine che attendevano il grande momento della loro Cresima. Entrato, il Vescovo, Mons. Gerardo Antonazzo, si è diretto verso la sacrestia salutando cordialmente i presenti e abbracciando il parroco Don Salvatore Papiro. Alle 11.00 inizia la processione di ingresso, nella quale due cresimandi sono impegnati a portare all’altare il sacro Crisma con cui verranno cresimati ed il Cero pasquale, simbolo della luce di Cristo.

I giovani cresimandi sono molto attenti e concentrati, come pure i padrini, accanto a loro, ed i genitori, in posizione più defilata. Dopo la liturgia della Parola, viene il momento della presentazione dei cresimandi, che viene affidata ad una catechista, Carmela, che espone il percorso di formazione seguito in preparazione al Sacramento. Vengono poi chiamati per nome uno ad uno ed essi, alzandosi, rispondono il loro “Eccomi”, passaggio personale impegnativo. A loro il Vescovo rivolge le domande di rito ed essi ancora rispondono di persona di volere, sì, il Sacramento della Confermazione.

Nell’omelia il Celebrante focalizza l’attenzione e la riflessione, per poi svilupparla in modo articolato ed ampio, sulla preghiera della Colletta, quella che raccoglie e riassume le intenzioni di preghiera, che dice: “Dio onnipotente ed eterno, accresci in noi la fede, la speranza e la carità, e perché noi possiamo ottenere ciò che prometti, fa’ che amiamo ciò che comandi“. Ecco, ha sottolineato, un grandioso progetto educativo per la vita e in particolare per la vita cristiana. Certo, voler ottenere ciò che è stato promesso è giusto, ma deve esserci il proprio consenso ed impegno, bisogna fare la propria parte con amore per ottenere quanto promesso, non si può pretendere di ricevere senza dare nulla in cambio.

E dunque è con impegno personale che i ragazzi si impegnano, affermano la propria fede, come fanno anche padrini e genitori, rispondendo alla domanda del Vescovo. Dopo il momento solenne dell’imposizione delle mani da parte del Celebrante che invoca la discesa dello Spirito Santo, i cresimandi si accostano all’altare, uno alla volta con il proprio padrino o madrina, e ricevono il Sacramento della Confermazione. Ancora una volta, come nel Battesimo e poco prima nell’Eccomi, vengono chiamati per nome. Al momento del Credo, il Vescovo sceglie la forma dialogata, affidando alle sole voci dei cresimati il compito di rispondere e di farlo a nome di tutti i presenti. Alla Comunione, sono loro i primi a recarsi davanti al Vescovo che solo a loro distribuisce la Comunione sotto le due specie, del pane e del vino. Grande il raccoglimento e la partecipazione.

Infine, prima della Benedizione conclusiva, c’è un momento particolare per la Chiesa Madre: il Vescovo Antonazzo è chiamato a scoprire un quadro realizzato da studenti della classe 5ª A Figurativo del Liceo Artistico “A. Righi” di Cassino, guidati dai loro Docenti, le prof.sse Teresa Murro, Ida Rongione e Katiuscia Pessia, presenti alla Celebrazione. Ed è anche questo un momento emozionante. I giovani, Veronica Antonelli, Jessica Carcione, Valeria Cavallone, Chiara De Luca e Federica Vettraino, nel loro dipinto su tela hanno raffigurato l’“Assunzione di Maria Vergine”, opera di Bartolomè Esteban Murillo. Un’opera che resterà esposta nella Chiesa Madre, davvero bellissima, accolta da un grande applauso generale.

Ai neo-cresimati e ai giovani artisti gli auguri pieni di fiducia e di speranza di tutti i presenti.

Adriana Letta

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Veglia di preghiera a S.Pietro Infine

 

Veglia di preghiera a S.Pietro Infine

Veglia di preghiera per l’ordinazione diaconale di Marcello Di Camillo

Venerdì 27 ottobre 2017 alle ore 19:00 presso la Chiesa S. Nicola , si è svolta la veglia di preghiera per l’ordinazione diaconale di Marcello Di Camillo, alla presenza del Vescovo Mons. Gerardo Antonazzo.
La funzione religiosa è stata celebrata dal parroco Mons. Lucio Marandola, animata dal coro parrocchiale, unitamente a sacerdoti delle parrocchie limitrofe e dai fedeli intervenuti.
Dopo l’atto penitenziale e la liturgia della Parola, particolarmente sentita la testimonianza vocazionale di Vincenzo Paciolla e Carolina Di Florio, una giovane coppia di coniugi della parrocchia.
Al termine, l’ordinando diacono, dopo aver rinnovato la professione di fede, ha proclamato il giuramento di fedeltà alla presenza del Vescovo, secondo il canone di Diritto Canonico.
La preghiera universale, il canto del Padre nostro e la benedizione finale hanno concluso la cerimonia unitamente all’invocazione di Don Lucio alla Madonna cui ha affidato il percorso del giovane Marcello. Un bel momento quindi di raccoglimento, di preghiera e di aggregazione cui farà seguito, Domenica 29 ottobre presso la Chiesa Madre di Cassino, alle ore 17:30, la cerimonia di ordinazione diaconale.
     Antonietta Perrone

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Presentato il lavoro di restauro delle 107 pergamene della Basilica Cattedrale di Aquino

 

Presentato il lavoro di restauro delle 107 pergamene della Basilica Cattedrale di Aquino

Historia magistra vitae

Venerdì 27 ottobre, presso la Sala del Circolo San Tommaso d’Aquino, nei locali parrocchiali della Basilica Concattedrale di San Costanzo V. e San Tommaso d’Aquino, è stato presentato il lavoro di recupero e di restauro delle 107 pergamene, databili tra il 1300 e il 1700, di proprietà della Basilica Cattedrale di Aquino.

L’evento, organizzato dal Circolo San Tommaso che si è occupato anche del restauro stesso delle pergamene, ha visto come ospite principale Mons. Stefano Sanchirico, Prelato d’Anticamera Pontificia. La restauratrice, la dott.ssa Manuela Panucci, non ha potuto intervenire di persona per un impegno di lavoro ma ha lasciato al presidente del Circolo San Tommaso d’Aquino, il dott. Tommaso Di Ruzza, del materiale sul recupero e sul restauro che è stato proiettato durante la conferenza.

La presentazione è stata coordinata dalla giornalista Maria Cristina Tubaro che, dopo aver salutato i presenti, ha subito dato la parola al dott. Di Ruzza, il quale, visibilmente entusiasmato dall’evento, ha raccontato l’iter di recupero delle pergamene  che furono custodite da Mons. Giovanni Battista Colafrancesco, recuperate da Mons. Mario Milanese con l’aiuto di don Andres Arias e del prof. Andrea La Starza e dunque portate alla luce dall’attuale arciprete parroco della Concattedrale di Aquino don Tommaso Del Sorbo.

La parola, successivamente, è passata al vescovo S.E. Mons. Gerardo Antonazzo che ha evidenziato  il costante impegno profuso dal Circolo per il territorio di Aquino, e quindi al dott. Mauro Tosti Croce, Soprintendente Archivistico del Lazio, il quale ha espresso un plauso per l’attività proficua del Circolo che organizza, annualmente, il concorso Veritas et Amor e il premio internazionale Tommaso d’Aquino, nell’ambito dei solenni festeggiamenti in onore del Dottore Angelico, e ha sottolineato quanto sia rilevante il restauro di queste pergamene, non solo per il numero notevole, ma anche e soprattutto perché il successivo studio aprirà squarci essenziali su dinamiche storiche locali e non.

Mons. Sanchirico, emozionato per l’invito a tenere una conferenza nella Città di Aquino, terra ricca e benedetta ma anche interessata da diverse tragedie, ha effettuato una carrellata di carattere storico-ecclesiastico di tutto il periodo che le pergamene rinvenute coprono.

La Città di Aquino, ha ammonito Mons. Sanchirico, ha vissuto due eventi fondamentali gravosi per le sorti della Città stessa: la guerra greco gotica che ebbe nella zona dell’Alta Terra di Lavoro una fase acuta e la Seconda Guerra Mondiale e le pergamene in questione sono state salvate proprio da questi contesti.

La prima pergamena rinvenuta è datata 1351, sotto l’episcopato di S.E. Mons. Tommaso Da Boiano, e tratta di un contratto di compravendita di un terreno di Pontecorvo. L’ultima rinvenuta è dei primi del 1700, anni che ricadevano sotto l’episcopato di S.E. Mons. Antonio Siciliani.

Il prelato d’Anticamera ha sottolineato, poi, come la Diocesi di Aquino sia stata legata sia a Roma che a Napoli dal punto di vista episcopale e che generalmente tutte le pergamene sono documenti di enfiteusi, donazioni e testamenti.

L’auspicio suo, consegnato al dott. Di Ruzza come compito, è quello di studiare attentamente le pergamene perché contengono preziose informazioni locali che potrebbero aprire squarci nella grande storia nazionale e internazionale.

Andrea Marinelli

Foto: Antonella D’Amata

 

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Concluse le Celebrazioni Antoniane

 

Concluse le Celebrazioni Antoniane

Celebrazioni antoniane, una pietra preziosa nella collana di eventi organizzati nel 70° anniversario della consacrazione della chiesa parrocchiale di S. Antonio di Padova in Cassino.

Una parrocchia, quella di S. Antonio a Cassino, divenuta per nove giorni un santuario, una “piccola Padova” per il grande movimento di fedeli e di fede che ha suscitato grazie alla presenza delle Reliquie del corpo del Santo, giunte a Cassino sabato 14, accompagnate da due frati francescani di Padova, il Padre Guardiano P. Giuseppe e P. Silvano, che in questi giorni si sono prodigati con una disponibilità senza pari con celebrazioni, incontri, momenti di preghiera e di riflessione e confessioni confessioni confessioni…

L’ultima “puntata” di questa straordinaria intensissima sequela di giorni è stata domenica 22 in chiesa, per una Messa presieduta dal Vescovo Mons. Gerardo Antonazzo per il saluto alle Reliquie che riprendono la via del ritorno a Padova nella Basilica del Santo. E proprio al termine della affollatissima celebrazione il Vescovo ha impartito la solenne Benedizione che, per concessione di Papa Francesco, concede l’indulgenza plenaria.

Sappiamo tutti che S. Antonio è un Santo molto amato e popolare, ma quello che abbiamo sentito e visto in questi giorni ci ha dato prove schiaccianti della verità dell’affermazione. Non solo i fedeli della parrocchia hanno partecipato numerosi e compatti a tutte le iniziative proposte, ma anche da molte altre parrocchie vicine e lontane sono giunte moltissime persone, richiamate dall’affetto speciale per il Santo e dalla Indulgenza plenaria per la remissione completa dei peccati. Uno spettacolo di fede e preghiera che lascia stupiti ed apre il cuore alla speranza. Si è andati ben oltre ogni ragionevole previsione. Alcune cose hanno particolarmente impressionato in modo positivo: le celebrazioni in piazza, ben tre, in piazza N. Green la sera dell’arrivo, e nei quartieri di via Ariosto e via Virgilio, tra le case e le cose della vita quotidiana dove la gente vive. Una “chiesa in uscita”, come ama dire Papa Francesco, che ha portato le sacre Reliquie anche nei luoghi della sofferenza, in carcere, in ospedale, nelle case dei fratelli infermi, e ancora nelle scuole ad incontrare ragazzi e bambini. Ci sono state tre Veglie serali che hanno aiutato a conoscere meglio la spiritualità di S. Antonio ed il suo messaggio per noi, pur a distanza di secoli. Anche un concerto, bellissimo. Di tutte queste iniziative abbiamo dato ampio resoconto sul nostro sito diocesano.

Ad offrire la giusta chiave di lettura è stato proprio il Vescovo che nell’omelia ha chiarito che tutto questo è dono di grazia, elargito da Dio in modo benevolo e misericordioso, al di là del nostro merito. Diciamo grazie al Signore, ha esortato, per questi intensi giorni che hanno segnato certamente la vita di ciascuno di noi in modo particolare, abbiamo potuto incontrarci e personalmente sostare in preghiera davanti alle Reliquie, per meditare sulla propria vita, mentre meditavamo sulla vita e la testimonianza della santità di S. Antonio. Stasera c’è una preghiera che conclude questo itinerario spirituale, ha proseguito, che non può significare mettere fine, voltare pagina, rischierebbe di vanificare tutto quello che abbiamo fatto in questi giorni. Concludere significa dire: è stato molto bello, ma non basta; deve significare: da oggi in poi la nostra vita deve diventare più bella, più vera e più santa come vita cristiana, evangelica, di battezzati, a tutti i livelli. Quanto è bello ereditare il patrimonio, la ricchezza che ci è stata consegnata dal Signore in questi giorni, e che dobbiamo investire e far fruttificare. Vivere da cristiani che cosa significa? Il Battesimo è una porta di ingresso nell’esperienza della fede per diventare cristiani, ma poi deve tradursi nel saper vivere da cristiani, cioè vivere una vita “teologale”, come ci ricorda S. Paolo oggi nella lettera ai Tessalonicesi. Nei giorni scorsi abbiamo vissuto una vita “devozionale”, che Papa Francesco chiama il “genio spirituale del popolo di Dio“, che è maestro di cosa significa sentirsi attratti dall’amore di Dio e dei Santi, mediatori ma oggi potremmo dire facilitatori, che ci sminuzzano in termini più semplici i valori cristiani del Vangelo. Ma la devozione non basta se non ci aiuta a vivere da cristiani, una vita teologale, cioè che viene da Dio, fondata sulle tre virtù teologali, condizione per fare esperienza di Dio, incontrarne la potenza dell’amore e della salvezza. Ecco le consegne che Antonio ci fa oggi: una fede operosa, una carità che si affatica, si impegna e non si risparmia, una speranza solida, ferma e stabile di camminare verso una meta certa. Accogliamo, ha concluso il Vescovo, queste consegne che riceviamo, per dare valore e seguito a quello che il Signore ci ha dato in questi giorni.

Al termine Don Benedetto ha voluto ringraziare il Vescovo, per essere stato presente ben due volte, i frati francescani per la loro continua presenza e disponibilità, i collaboratori che hanno contribuito alla riuscita di ogni iniziativa e tutti i presenti e i fedeli intervenuti. Applausi dai presenti a testimoniare la condivisione di quanto detto. A sua volta il Vescovo ha chiesto un applauso per Don Benedetto, perno di tutta la manifestazione. Infine, per l’ultima volta, abbraccio alle Reliquie come segno di saluto ma anche e soprattutto ringraziamento, preghiera e promessa.

Adriana Letta

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In pienezza nella vita cristiana con l’abito nuziale

Domenica 15 ottobre, nella Parrocchia di S. Giovanni Battista in S. Angelo in Theodice, 34 ragazzi che hanno compiuto il percorso di preparazione, hanno ricevuto il Sacramento della Confermazione dal Vescovo diocesano Mons. Gerardo Antonazzo.

Schierati nei primi banchi avendo accanto ognuno il proprio padrino o madrina, i ragazzi hanno seguito con attenzione e partecipazione tutti i momenti del rito; dietro al loro gruppo i genitori e i fedeli, di lato il Coro parrocchiale ad animare la liturgia. Sull’altare, accanto al Vescovo, il Parroco Don Nello Crescenzi ed il viceparroco, Don Lorenzo Vallone.

Rivolgendosi direttamente ai cresimandi, il Vescovo Gerardo nel commentare le letture proclamate, si è riferito soprattutto alla pagina del Vangelo di Matteo (Mt 22,1-14), quella del re che invita alle nozze del figlio, situazione simile a quella dei ragazzi, i cui parenti e amici sono stati invitati a al pranzo a festeggiare. “Immaginate – ha detto loro – se aveste invitato un po’ di amici a pranzo e nessuno degli invitati avesse accettato l’invito. La festa assumerebbe un volto diverso, molto meno di festa e un po’ più di dispiacere”. Sarebbe come i primi invitati della parabola evangelica, che “non solo rifiutarono, ma reagirono male perché presero gli ambasciatori che avevano portato l’invito, li insultarono e li uccisero”.

“Questa Parola di Dio – ha proseguito – deve ferire la nostra vita, ferirla per guarirla” ed ha poi chiesto: Sentiamo davvero presente l’amore di Dio nella nostra vita? Siamo convinti che questa verità, che non è una verità in senso dottrinale ma una verità in senso reale, è ciò che accade nella Messa? Dio ci poteva amare più di così? Noi però, come gli invitati della parabola, non ce ne preoccupiamo, abbiamo altro da fare, altro di cui occuparci. Provate a dire ad una persona “Ti voglio bene”, “Ti amo”, “Darei la mia vita per te”: se vi sentite dire dall’altro: “Non me ne importa nulla!”, il cuore resta ferito da questo rifiuto. Cari ragazzi, voi siete convinti dell’amore di Cristo? Sapete di che si tratta? Forse la nostra formazione cristiana paga ancora il prezzo di tanta teoria, se la nostra catechesi rimane nell’astrazione, nella teoria come se questo amore non lo avessimo mai sperimentato, ma non perché non c’è, ma perché non lo riconosciamo.

La Cresima è lo Spirito che prende casa dentro il nostro cuore come amore di Cristo, lo Spirito che dona Gesù risorto, il frutto più bello della Pasqua, dell’amore che noi chiamiamo Spirito Santo. Noi viviamo di questo dono, di questo amore. Se non viviamo dell’amore di Dio, la nostra vita a che serve? per andare dove? per raggiungere che cosa? “Nulla”.

Nel secondo dramma di questa pagina del Vangelo, ha proseguito il Vescovo, il padrone fa invitare altre persone, i più sfortunati, quelli che oggi chiamiamo lo scarto della società, che Papa Francesco ci invita a dire “i privilegiati di Dio”, i poveri, i miserabili, i peccatori; essi entrano, accettano l’invito. Tra gli invitati che accettano, uno entra senza abito nuziale, che gli studiosi pensano si riferisca alla veste bianca del Battesimo.

“Allora la questione per voi che oggi fate la Cresima è molto seria ragazzi; ma sentiamola tutti questa responsabilità. Si può immaginare di vivere da cristiano senza dare attuazione, senza vivere secondo la fede del nostro Battesimo? Voi ragazzi siete sicuri di essere entrati in Chiesa con la veste del Battesimo? Perché non si entra nell’aula del banchetto delle nozze dell’amore di Dio, nella Cresima senza ripartire dalla veste candida del Battesimo che ci è stata consegnata. Non so se i vostri genitori a casa conservano la vestina del vostro Battesimo, provate a cercarla, perché dice tutto il significato di essere diventati figli di Dio…, se ritrovate anche la candela, conservatele perché sono i simboli che ci ricordano luce e vita della grazia del Battesimo e, tra poco, la cosa più importante, voi ragazzi sarete invitati, col rito della Cresima, a rinnovare le promesse del vostro Battesimo”.

Allora – ha concluso – con l’abito nuziale si entra nella vita cristiana vivendo sempre più in pienezza. Pienezza significa Continuità, Coerenza e Concretezza: le tre C. Continuità, cioè non ad intermittenza; Coerenza, cioè vivo secondo i bisogni degli altri e nella grazia di Dio, vivo di Dio, sono discepolo di Gesù Cristo; Concretezza significa che devo fare una scelta, prendere delle decisioni, cioè orientare la mia vita in modo tale che, partendo dalla grazia del Battesimo, possa crescere nella fedeltà, nell’amore di Dio che è sempre una festa di nozze. Privarsi di questa festa per noi credenti sarebbe disastroso perché rifiutare Dio significherebbe volere male a se stessi.

Un’omelia particolarmente intensa, chiara ed incisiva, seguita poi dalla crismazione, dalla Eucaristia, che ai neocresimati è stata data sotto le due specie del pane e del vino, fino alla Benedizione finale. E l’emozione e la concentrazione hanno ceduto il posto alla festa, alle foto, ai ringraziamenti, ai saluti e agli abbracci.

Adriana Letta

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Veglia di preghiera per la famiglia

La comunità parrocchiale di S. Antonio in Cassino, guidata dal Vescovo, ha pregato e riflettuto sulla famiglia

La sera di giovedì 19 ha completato mirabilmente la giornata dedicata alle famiglie, con una Veglia di preghiera, presieduta dal vescovo Mons. Gerardo Antonazzo. Varie le motivazioni: le celebrazioni antoniane con la presenza delle Reliquie di S. Antonio per il 70° della riapertura della chiesa dopo la guerra, l’insegnamento del Santo, il tema centrale dell’anno pastorale da poco iniziato, la famiglia appunto, su cui il Vescovo sta puntando molto, tutte motivazioni convergenti verso il bene della Famiglia, che in questo periodo deve affrontare molte difficoltà e pericoli.

Ben pensata e preparata con canti e letture appropriate e con gesti significativi, la Veglia si è articolata in vari momenti. Nel primo, dopo che una coppia in rappresentanza dei fidanzati, venendo dal fondo della chiesa, ha deposto un lume davanti all’icona della Sacra Famiglia posizionata in vista sull’altare, si è recitato a cori alterni di uomini e donne un brano biblico, poi un brano dagli scritti di S. Antonio ed un canto. Con simile ritmo si sono svolti gli altri momenti, dedicati alla “famiglia che trasmette la fede”, alla “famiglia chiesa domestica”. E qui un altro gesto simbolico importante: tre coppie di coniugi hanno portato all’altare tre ceste di pane, che il Vescovo ha benedetto e al termine è stato distribuito.

La riflessione che il celebrante ha porto all’uditorio è stata particolarmente penetrante. Il Vescovo Gerardo ha sottolineato due tra gli elementi più comuni nella vita di S. Antonio, l’amore per i poveri e il pane. La povertà di S. Antonio non è la povertà del cuore, che significa totale fiducia in Dio, come Maria nel Magnificat, ma è la miseria, la fatica della vita. Questo ci aiuta a leggere le situazioni di tante famiglie. La povertà delle famiglie, ha affermato con forza, oggi ci interpella molto seriamente e richiede di essere presenti come cristiani. Si tratta di una povertà economica, materiale, che affatica, addolora, tormenta, inquieta. Ma, ha spiegato, c’è anche povertà morale in tante famiglie, per aridità di affetti, mutismo, mancanza di dialogo,  povertà educativa, per fatica, incertezze, confusione, errori e tutto questo genera offesa dei sentimenti, degrado dei comportamenti… La famiglia non riesce a ritrovare la ricchezza e la bellezza del sacramento nuziale, perché c’è anche una povertà di fede, non più pregata né testimoniata in riferimento alla vita della famiglia e della coppia. Questa povertà ci interpella.

Dobbiamo rispondere, ha proseguito Mons. Gerardo, con il pane buono e fragrante: il pane della Parola di Dio, perché la famiglia non l’ha inventata l’uomo né la Chiesa, è nel piano di Dio, che Dio ha voluto scrivere nel Dna della natura umana, e che noi leggiamo all’interno della nostra coscienza; il pane buono della preghiera, bisogna rieducare le famiglie alla preghiera, alla celebrazione eucaristica domenicale, cui partecipare in coppia, e alla preghiera in casa, in famiglia. E poi serve il pane della carità che si traduce in cura, nel prendersi cura delle fragilità: è un dovere della comunità cristiana la cura sollecita, generosa nel capire i bisogni e poi rispondere, come in un “ospedale da campo”, dice Papa Francesco. Le famiglie in difficoltà si aspettano dalla comunità cristiana il pane della carità per alleviare e magari guarire queste povertà, spesso prigioniere di tanta solitudine.

Chiediamo a S. Antonio, ha concluso, di ereditare questa attenzione per farci carico della responsabilità di dispensare quel pane che nutre, alimenta e fortifica il cammino delle nostre famiglie.

Davvero occorre che “la famiglia diventi sempre più chiesa e che la Chiesa assomigli sempre più a una famiglia“, come è stato detto nella preghiera finale. I presenti con molto raccoglimento e partecipazione hanno recitato tutti insieme, a voci alterne,  la “Preghiera della famiglia”  composta dal Vescovo per questo anno pastorale.

Prima di finire, c’è stata una bella sorpresa, proprio come in una famiglia: la catechista Annarita è entrata in chiesa guidando un bel gruppo di bambini che, mentre i grandi seguivano la Veglia, erano impegnati nella sala parrocchiale a lavorare per la famiglia e sono entrati trionfanti per mostrare al vescovo e a tutti il frutto del loro lavoro. Avevano disegnato i simboli di S. Antonio: Gesù Bambino, il fuoco, il pane, la Bibbia e il giglio. Sono stati davvero bravissimi!

Prima della Benedizione con la Reliquia, una coppia, Luigi e Paola, che compiva 15 anni di matrimonio, è stata benedetta dal Vescovo ed ha rinnovato le promesse nuziali. Da ultimo, mentre il coro cantava, è stato il momento della venerazione delle Reliquie di S. Antonio che ancora moltissimi hanno fatto stringendo l’ampolla tra le mani e pregando con un’intenzione personale.

Adriana Letta

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2017 10 20 - Diocesi Sora Cassino Aquino Pontcorvo - Veglia di preghiera per la famiglia

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Bisogno di evangelizzazione, necessità di Vera Dottrina

Bisogno di evangelizzazione, necessità di Vera Dottrina

Solenne concelebrazione nella chiesa di San Francesco a Sora in occasione della festa del Patrono d’Italia

Come di consueto ogni anno, in occasione della festa del Santo Poverello di Assisi, la città di Sora, guidata dalla Confraternita del Sacro Cuore di Gesù, si è ritrovata nella chiesa medievale dedicata al Patrono d’Italia per la solenne concelebrazione presieduta dal vescovo diocesano S.E. Monsignor Gerardo Antonazzo. Alla concelebrazione hanno partecipato il cappellano della chiesa di San Francesco, don Mario Zeverini, il parroco di Santa Restituta, monsignor Bruno Antonellis, il superiore dei Padri Passionisti, padre Salvatore Crino, insieme con padre Antonio Graniero e i diaconi Antonio Carnevale e Gino Di Mario.

Bisogno di evangelizzare, necessità della Verità di Gesù Cristo, testimoniata da donne e uomini coraggiosi come il Santo di Assisi, capaci di vivere il Vangelo in un’epoca complessa ed a tratti drammatica come quella odierna, questa l’esortazione del Vescovo nell’omelia.

È necessario imitare Cristo, vivere pienamente il Vangelo, per rendere una testimonianza autentica della Vera Dottrina, senza troppi giri di parole: tutti possono vivere il Vangelo, San Francesco ha iniziato proprio da qui, e l’eccedenza di Grazia di Dio, esemplificata nel Santo d’Assisi con le stigmate, può avere come base solo e necessariamente l’imitazione di Cristo.

La viva partecipazione del popolo è stata sostenuta dall’animazione del coro giovanile di Santo Spirito, diretto dal maestro Marianna Polsinelli.

Al termine della celebrazione il Vescovo si è intrattenuto con le autorità civili e militari presenti, tra cui il Presidente della Comunità Montana Gianluca Quadrini, il comandante del 41⁰ reggimento “Cordenons” di Sora, colonnello Domenico Leone e il comandante della compagnia dei Carabinieri di Sora, capitano Valentino Iacovacci.

Infine monsignor Antonazzo ha visitato la mostra sulla vita e sulle opere di San Francesco allestita nella Chiesa dal maestro Mario Corana.

Articolo e foto: Luca Fiorletta

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Nella vigna del Signore c’è un posto privilegiato per tutti

 

Cresime nella Parrocchia di S. Pietro Apostolo in Cassino

Domenica 8, presso la Parrocchia di San Pietro Apostolo in Cassino ben 66 ragazzi della parrocchia, dopo circa 2 anni di catechismo, hanno ricevuto il sacramento della Confermazione. Il loro è stato un vero e sano cammino di confermazione non solo riunendosi negli incontri settimanali di catechesi, ma anche in periodici incontri di vera formazione pratica, assaporando il senso della vera cristianità nella vita quotidiana con i loro superattivi catechisti, ma anche con le attente e partecipi famiglie. Nella celebrazione presieduta dal Vescovo della Diocesi Mons. Gerardo Antonazzo e concelebrata dal parroco Don Fortunato Tamburrini e dal vice Don Tomas Horacio Jerez, si respirava un vero e  profondo clima di preghiera e spiritualità, sebbene l’emozione dei cresimandi e dei catechisti che li hanno visti crescere, fosse tanta.

La parabola di oggi ci mostra l’amore di Dio che si prende cura della sua vigna, pianta che richiede particolari attenzioni: infatti il padrone la protegge con una siepe. La vigna è il suo popolo, siamo noi, apparteniamo a lui ma siamo recalcitranti di fronte a chi sembra limitare la nostra libertà: ci poniamo di fronte a Dio come davanti ad un padrone che ci sfrutta, sfrutta il nostro lavoro, vuole solo il suo tornaconto. Da qui la mormorazione, la contesa, la vendetta. «Cosa farà il padrone della vigna, dopo l’uccisione del Figlio?» ( Mt 21,33-43). La soluzione proposta dai Giudei è logica: una vendetta, nuovi vignaioli, nuovi tributi. La loro idea di giustizia è riportare le cose un passo indietro. Ma Gesù non è d’accordo e introduce la novità propria del Vangelo: il perdono. Abbiamo il compito di portare frutti, di essere l’uno per l’altro dono, senza invidie e gelosie

Lo stesso Vescovo nella sua omelia ha evidenziato come questa parola di Dio è parola per e della nostra vita, come nel contesto di oggi la vite rappresenta la nostra vita. Legame stretto e proprio riflettendo sul vangelo di oggi  ci si può domandare cosa  vuole dire il Signore con la vite alla nostra vita? In particolare due cose decisive per la nostra vita: la prima ce la dice con l’espressione del profeta Isaia, il quale dichiara nei  confronti di Dio che aveva piantato viti pregiate, la nostra vita è un dono pregiato, qualcosa di unico, anche se oggi è degradata nei vari modi che la società purtroppo offre; il secondo messaggio è che questa  che Dio ha piantato come dono pregiato, cioè il dono della nostra vita, deve portare frutto, se non lo fa c’è qualcosa che non va, e il Signore quando la sua vigna porta frutti acerbi si dispiace. Nella nostra vita questi frutti acerbi sono dati dall’egoismo in ogni campo, il problema non è l’inizio della stagione, ma quando l’intera stagione, cioè la nostra vita, produce uva acerba, selvatica, aspra, cioè senza Dio. L’uva, un frutto acerbo avvelena il palato, ma una vita acerba avvelena la persona e gli altri. L’unica dolcezza è l’Amore, imparare ad amare. Allora perché la Cresima? Perché quell’uva acerba venga trasformata in uva dolce con lo Spirito che è Amore, che è Carità.  Lo Spirito di Cristo Risorto addolcisce l’uva acerba, rende il nostro cuore buono e lo aiuta a capire che se la nostra vita non serve agli altri non serve a nessuno e a niente, ma una vita vissuta nell’amore di Cristo Risorto e donato agli altri porta frutti.

Ognuno di noi è unico nella vigna del Signore e per tutti c’è un posto privilegiato: lasciamoci amare.

Aurora Capuano

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Colfelice: il vescovo Antonazzo presiede le Sante Cresime

Il vescovo Antonazzo ha officiato il sacramento della Cresima a Colfelice

Nella messa vespertina di ieri, sabato 7 ottobre, il vescovo Gerardo Antonazzo ha celebrato la Santa Messa, nella quale dodici ragazzi hanno ricevuto il sacramento della Cresima.

Giovanni, Elisa, Francesco, Luca, Matteo, Aurora, Lorenzo, Danilo, Chiara, Francesco, Alessandro e Gianni. Sono questi i ragazzi che hanno risposto “Eccomi”, come gli Apostoli, alla chiamata del Signore. La Cresima, di fatto, è una ulteriore chiamata che il Signore fa ad ognuno dei suoi figli, per rinnovare e confermare la loro dignità di Figli di Dio.

La Santa Messa è stata concelebrata dal parroco di Colfelice, don Juan Granados, e assistita dal diacono Alfredo Giorgio. L’animazione della celebrazione, invece, è stata curata dal coro parrocchiale, che con grande maestria ha reso molto solenne e intimo questo momento di grande gioia per l’intera comunità.

Durante l’omelia il vescovo ha consegnato in pasto a tutta l’assemblea un vero e proprio tesoro spirituale, da custodire e rimuginare un po’ al giorno, per capirne integralmente tutto il contenuto.

“Che cosa è la coscienza? Oggi il problema è duplice. Conoscere il significato della coscienza. Il secondo, invece, è ascoltarla. […] Dove si trova la coscienza? In quale parte del corpo? Non lo sappiamo più. […] E’ un problema grave perché la coscienza non ce l’hanno solo i cristiani, ma ce l’hanno tutti, credenti e non credenti. Basta essere donne e uomini per portarsi dentro la presenza della coscienza. E che cosa è la coscienza? Di che cosa siamo fatti? Siamo fatti solo di corpo? Di organi fisici? […] Che cosa ci differenzia dagli animali? C’è un dono che ci fa persone. E’ l’anima questo dono. L’anima è la peculiarità della persona umana. Dov’è l’anima nel mio corpo? Non c’è una divisione netta, perché siamo come impastati. […]”

Mario Fraioli

Foto: Antonella D’Amata

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Cinquantesimo di sacerdozio per don Paolo Galante

Cinquantesimo di sacerdozio per don Paolo Galante

La “comunità delle barracche” si stringe intorno al suo pastore

È la luce calda di un tramonto di settembre ad illuminare, nel pomeriggio di domenica 24, i volti che si accingono a partecipare ad una celebrazione importante, in uno dei luoghi più significativi della città di Sora, Piazza XIII gennaio, quella che per tutti è la zona delle “barracche”. Una zona che si appresta a celebrare una festa, quella del 50° anniversario di sacerdozio del “suo” don Paolo Galante, unita al sacramento della Confermazione da parte di una ventina di ragazzi della parrocchia di san Giuseppe artigiano e di altre realtà parrocchiali del territorio.

Con il vescovo Gerardo Antonazzo e don Paolo, hanno concelebrato don William Di Cicco, don Ruggero Martini, don Dante Gemmiti e don Alfredo Di Stefano; l’animazione liturgica affidata al coro parrocchiale ha reso più intensa la celebrazione, a  cui erano presenti il sindaco Roberto De Donatis, “figlio di quel quartiere”, il comandante della polizia locale Rocco Dei Cicchi e alcuni rappresentanti delle istituzioni comunali cittadine.

Lo stesso Spirito effuso sui giovani che hanno ricevuto la crismazione, consacrò 50 anni fa, per imposizione dell’allora vescovo Biagio Musto, la chiamata di don Paolo, rendendolo conforme a Cristo Gesù, pastore buono e guida delle anime, ha sottolineato il Vescovo. E fu poi mons. Musto ad affidargli la cura di quella nuova parrocchia sorta dove tante persone private di tutto dal terribile terremoto della Marsica, hanno trovato non senza mille difficoltà una nuova vita.

Come ha sottolineato don Paolo in una lettera rivolta al suo Pastore, che mons. Antonazzo ha letto all’assemblea: “le persone, le case, gli errori, i ritardi, le miserie di questa nostra comunità risorta dal terremoto del 1915 (e non solo) costituiscono la poesia più bella, la storia più intensa, il capolavoro più accorato in cui l’amicizia di Dio per noi tutti ha voluto collocare il suo tabernacolo.

È un autentico laboratorio di vita, anticipatore del futuro felice dell’umanità e la nostra comune vocazione e missione. Quindi non possiamo non localizzare questo cinquantesimo negli stessi spazi con il sigillo profumato della consacrazione”.

Al termine della celebrazione, i saluti e i ringraziamenti del sindaco si Sora Roberto De Donatis, di una rappresentante della parrocchia, degli scout dell’Assoraider, del presidente dell’Unitalsi e del presidente dell’Unione provinciale dei sordomuti, che sono stati accolti con le rispettive entità associative nei locali messi a disposizione della parrocchia.

Ed è proprio il grazie della comunità parrocchiale di cui riportiamo il saluto e l’omaggio al seguente link) a racchiudere l’essenza di quello che è stato in tutti questi anni il ministero di don Paolo, a cui mons. Antonazzo, come ha annunciato in conclusione, ha affiancato don William Di Cicco, rettore del seminario vescovile, che lo sosterrà nel suo impegno pastorale.

Articolo e foto: Carla Cristini

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Source: DiocesiSora.It – Vescovo