Omelia per inizio del ministero pastorale di don Giansandro Salvi

Stemma di Mons. Gerardo Antonazzo

AMORE NUOVO, PERSONALE, INTIMO E GENEROSO

Inizio del ministero pastorale di don Giansandro Salvi

Pico, 18 giugno 2021

 

 

Cari amici,

carissimo don Giansandro,

il dialogo tra Gesù Risorto e Pietro narrato nel vangelo (Gv 21,15-19), è il respiro costante che sempre deve ritmare i battiti cardiaci dell’intimità della Chiesa con il suo Signore, di ogni anima cristiana con il Figlio di Dio, di ogni discepolo con il Maestro che lo ha chiamato alla grazia della sequela: “Passando lungo il mare di Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: «Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini». E subito lasciarono le reti e lo seguirono” (Mc 1,16-18). Già, Simone, proprio lui, a cui Gesù cambia il nome: “Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefa» – che significa Pietro” (Gv 1,42). E sarà tutta un’altra storia.

Dialogo di misericordia

Grazie don Giansandro per il dialogo molto intenso, maturo, confidenziale con il tuo Vescovo, sacramento di Gesù Pastore. Ti sono molto grato per la tua saggia docilità tradotta in termini di incondizionata disponibilità nel servire la nostra Chiesa particolare.  Il tuo essere qui, oggi, in questa nuova comunità ti chiederà di scrivere nuove pagine nella storia d’amore tra te, il Signore, e il suo gregge. Oggi il Signore cambia il tuo nome, non quello della parrocchia da servire: ti cambia dentro, perchè dilata ancor di più il tuo cuore, dà un volto nuovo alla tua creatività, rilancia l’entusiasmo, mette in gioco la tua fiducia, ti pone davanti volti nuovi, compiti e sfide pastorali diverse. Il colloquio mette in risalto alcune qualità molto rilevanti nel rapporto tra Gesù e Pietro, e si pone come paradigma di ogni relazione tra Maestro e discepolo, tra te e il Signore che rinnova la sua chiamata lungo la riva già frequentata del tuo maturo ministero sacerdotale.

Il nome Simone, figlio di Giovanni fa eco alla scena della chiamata iniziale, nella quale era stata esplicitata per la prima volta la funzione ecclesiale di Pietro (Gv 1,42). Il rinnegamento dell’apostolo (Gv 18,15-27) è il motivo di questo riferimento da parte di Gesù alle origini della vocazione di Pietro, e comporta la necessità di una nuova partenza, della ripresa di una sequela compromessa dalla debolezza. Gesù tira fuori dal gruppo la persona di Pietro e con lui solo entra in confidente conversazione. Le parole riguardano tratti molto intimi del loro reciproco rapporto; e Gesù vuole innanzitutto rianimare il cuore rattristato di Pietro, così drammaticamente ferito e lacerato dall’amare caduta nella notte del rinnegamento. Lo cerca in disparte, loro due soli. Con la triplice domanda sull’amore di Pietro, Gesù non intende fare “la resa dei conti”, non vuole umiliare né rimproverare Pietro. Caro don Giansandro, il rapporto di ogni chiamato deve custodire sempre l’intimità con il Signore, la confidenza del dialogo soprattutto nella preghiera, vero filtro che purifica gioie e tristezze, travagli ed entusiasmi, slanci e fallimenti. Tutto deve essere posto e vissuto davanti a Lui! Nulla senza di Lui. È a questo che Gesù intende ricondurre Pietro, aiutandolo a superare ogni tentazione di vergogna e disagio dopo la notte della rottura. È nell’intimità del dialogo quotidiano con il Risorto che riusciamo a rimanere in piedi in ogni nostra situazione personale, fosse anche la peggiore.

Intimità dell’amore

Gesù desidera sanare, guarire quella ferita che ancora gli brucia dentro e gli grida tutta la vigliaccheria di cui Pietro è stato capace. Gesù prova a cancellare tutto, se anche Pietro lo desidera, con la ripetuta domanda: “Mi ami tu?”. Gesù vuole riportare Pietro all’entusiasmo dell’inizio, ricostruire la fedeltà ferita. La sabbia lungo la riva del lago rimanda alla sabbia del deserto nel quale Dio-sposo, decide di riportare Israele-sposa. Dio desidera “punire” l’infedeltà del suo popolo non con il castigo, ma purificando il tradimento dell’idolatria con l’entusiasmo del primo amore: “La punirò per i giorni dedicati ai Baal, quando bruciava loro i profumi, si adornava di anelli e di collane e seguiva i suoi amanti, mentre dimenticava me! Oracolo del Signore. Perciò, ecco, io la sedurrò la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore” (Os 2,15-16).

Caro don Giansandro, cari amici,

prima delle nostre vedute, opinioni, discorsi, progetti e programmi a Dio sta a cuore la disponibilità e il desiderio sincero di amarlo “con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze” (Dt 4,5). Da quel dialogo con Gesù risorto Pietro capisce finalmente di dover scommettere su una pretesa importante: il Signore richiede tutto l’amore del discepolo che ha scelto. È la ragione dell’amore celibatario che nutre, arricchisce e sostiene la nostra vita sacerdotale come amoris officium, un esigente impegno di amore (S. Agostino, Commento a Giovanni, 123,5). Il Signore non                                                                                                                                                                                                                      chiede mai conto dell’efficienza delle nostre iniziative, dei risultati sbalorditivi dei nostri progetti, ma solo dell’intensità del nostro amore. Un amore a bassa intensità sarà sempre esposto alla fragilità dell’insignificanza, se non proprio del rinnegamento. Un amore ad alta intensità è possibile a condizione della totalità del cuore: integro, verginale, puro, libero, docile, generoso.

Donazione martiriale

La totalità del nostro amore verginale per Gesù orienta l’apostolo immediatamente al servizio per coloro che Lui ama: Pasci i miei agnelli. È la missione che Pietro riceve nuovamente da Gesù; l’apostolo sente su di sé la bellezza della fiducia ritrovata quando Gesù sigilla definitivamente il rapporto con Pietro con l’invito che conclude il dialogo: Seguimi. Questo verbo sarà ormai “figlio” di una generosità ritrovata, fondata e radicata nella carità di un cuore guarito: “Quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi». Questo disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E, detto questo, aggiunse: «Seguimi»”. L’amore generoso di Pietro si purificherà e si perfezionerà nella donazione martiriale della propria vita spirituale e fisica per il suo Maestro. Viene chiamato a partecipare della funzione del “buon pastore” che era stata descritta da Gesù in Gv 10. Ma questa funzione non condurrà alla gloria, bensì al martirio. L’espressione tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi fa riferimento sia alla dipendenza dovuta all’età avanzata, sia al supplizio della crocifissione che l’apostolo subirà (cfr Clemente, Lettera ai Corinzi, 5,4). Le prove nel ministero sono diverse: siamo tentati di non entrare in esse, perché non le vogliamo guardare in faccia, per paura di non riuscire ad affrontarle a viso aperto. Il nostro entrare nella prova non è soltanto un incidente di percorso, bensì un ingrediente del ministero. Un ingrediente educativo perché attraverso di esso il discepolo giunge all’amore radicale per il suo Signore.

Caro don Giansandro,

la gestazione continua della nostra paternità pastorale avviene nel grembo della sofferenza, della pazienza, della perseveranza. La nostra consolazione più matura non sarà mai al di fuori, ma dentro le prove. L’avvenire di Pietro, fatto di grandezza e di umiliazione, è dentro il severo cammino della sequela. E ci riguarda. Accoglilo con particolare fiducia, fondata non sulla bravura, competenza, capacità o spavalderia, ma esclusivamente sulla forza della Sua parola a noi rivolta e condensata in quel rinnovato invito con il quale Gesù risorto segna anche la tua ripartenza: Seguimi.

+ Gerardo Antonazz




Omelia per l’inizio del ministero di don Marcello Hoca

Stemma di Mons. Gerardo Antonazzo

PASTORI SECONDO IL MIO CUORE

Omelia per l’inizio del ministero di don Marcello Hoca

San Giorgio a Liri, 30 maggio 2021

 

“Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”: la promessa di Gesù prende forma, tra l’altro, nel ministero dei pastori della Chiesa chiamati a perpetuare la sua opera di salvezza nella Chiesa. “Vi darò Pastori secondo il mio cuore” (Ger 3,15): resta sempre vera e attuale questa promessa di Dio al suo popolo. Caro don Marcello, il Signore ti chiama a servire la nostra Chiesa diocesana svolgendo il tuo maturo e saggio ministero presbiterale nella comunità parrocchiale “S. Giorgio M.”, in San Giorgio a Liri. Ti ringrazio per la tua docilità nel rispondere alle necessità pastorali che gli eventi ultimi hanno determinato. In particolare, mi riferisco alle condizioni di salute del caro don Pius Miclaus, al quale rivolgo il mio cordiale e affettuoso abbraccio pastorale, grato per la sua lunga e generosa dedizione alla cura spirituale di questa parrocchia. Caro don Marcello, la solennità della Trinità ti introduce profondamente nei molti significati e dimensioni della cura pastorale: non siamo padroni della comunità perché la Chiesa, che nasce dall’amore della Trinità per noi, è dono e mistero. A noi, pastori, il dovere edificarla attraverso il servizio pastorale in ogni comunità parrocchiale secondo il modello della Trinità, a immagine della quale la Chiesa è mistero-comunione-missione. Siamo chiamati a nutrire il suo cammino con il cibo solido della Parola di Dio, dei sacramenti della fede, della preghiera cristiana, della testimonianza della carità. A voi, cari fratelli e sorelle, il compito della collaborazione e della corresponsabilità, perché pastore e gregge camminiate sulla via della salvezza promessa da Cristo ai suoi discepoli. Se la Trinità è all’origine della vita della Chiesa, è anche il fine ultimo verso cui è orientato il pellegrinaggio terreno della Chiesa. “Il cammino della vita cristiana è infatti un cammino essenzialmente “trinitario”: lo Spirito Santo ci guida alla piena conoscenza degli insegnamenti di Cristo, e ci ricorda anche quello che Gesù ci ha insegnato; e Gesù, a sua volta, è venuto nel mondo per farci conoscere il Padre, per guidarci a Lui, per riconciliarci con Lui” (Papa Francesco, Angelus, 31/05/2015).

Carissimi fedeli, mentre la Chiesa oggi celebra e contempla il mistero di Dio-Trinità, dalla medesima sorgente divina attinge una rinnovata comprensione della propria natura, identità e missione. Nella vita della Chiesa rifulge il mistero della Trinità. La Chiesa è “creatura” meravigliosa e splendida della Trinità, “creata” a sua immagine e somiglianza.  È a partire da questa verità che ritroviamo le possibili risposte ad alcune domande: perché la sua costituzione, da dove il suo agire, perché le sue pretese spirituali sull’uomo di ogni tempo? quale la sua missione nella storia?  Il mistero della Trinità si rivela, secondo la teologia paolina, nel mistero della Chiesa perché scaturito dal cuore della Trinità. Infatti, la Chiesa è progetto pensato e desiderato da sempre dal Padre, rivelato e realizzato per mezzo di Gesù Cristo morto e risorto, perennemente vivificato dallo Spirito Santo. È l’opera più umana perché composta da creature, oltretutto segnate dal peccato e, allo stesso tempo, la più divina, perché voluta da Dio a immagine e somiglianza della Trinità. La Chiesa è mistero visibile, perché composta da uomini che 1’annuncio della Parola di Dio convoca e raduna; la Chiesa vive e opera nella storia umana, ma è depositaria della promessa di una vita eterna. La Chiesa è, dunque, celeste e terrena, spirituale e visibile, libera e al tempo stesso disciplinata, santa e pur sempre in via di santificazione, contemplativa e attiva (cfr. Paolo VI, Ecclesiam Suam).

Se la vita della Chiesa fluisce dal mistero trinitario e ad esso ritorna, essa è chiamata a far risplendere nel cuore dell’umanità la bellezza divina del mistero trinitario che illumina e sostiene la vita dell’intero cosmo grazie all’evento salvifico della redenzione. La Chiesa, infatti, ha ricevuto la missione di rivelare l’amore del Padre, per mezzo della conoscenza di Gesù Cristo crocifisso morto e risorto, nella potenza dello Spirito Santo: “Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo” (Mt 28,19). Il mandato che Gesù affida alla Chiesa la costituisce in qualche modo “sacramento, ossia il segno e lo strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano” (LG 1).

A immagine e somiglianza della Trinità, la Chiesa si edifica esclusivamente nella comunione. La Chiesa deve risplendere nella bellezza delle relazioni. Pertanto, il compito che esprime e porta a compimento l’identità della Chiesa è quello di essere segno e strumento di comunione tra gli uomini. Il fondamento di tale comunione è l’unità della fede in Gesù Cristo, rivelatore del Padre, la testimonianza della carità fraterna nel segno della riconciliazione, del dialogo, del servizio soprattutto ai più fragili, e la perseveranza nella virtù della speranza nel compimento delle promesse di Cristo. La Chiesa è una comunità di uomini che lo Spirito di Cristo vivifica per farne luogo e segno di salvezza per il mondo intero (cf. Lumen Gentium 8). La comunione dei cristiani sulla terra è chiamata ad essere lo specchio della comunione delle tre divine Persone.

Nel mistero trinitario, ogni Persona divina attua la sua specifica missione: dal Padre l’opera della creazione, dal Figlio l’opera della redenzione, dallo Spirito l’opera della santificazione. “La Chiesa rifacendosi al Nuovo Testamento professa: «Uno infatti è Dio Padre, dal quale sono tutte le cose; uno il Signore Gesù Cristo, mediante il quale sono tutte le cose; uno è lo Spirito Santo, nel quale sono tutte le cose». Le missioni divine dell’incarnazione del Figlio e del dono dello Spirito Santo sono quelle che particolarmente manifestano le proprietà delle Persone divine” (Catechismo della Chiesa Cattolica, 258). La Chiesa, da parte sua, c’è perché esiste questo comando missionario da parte del Signore risuonato nel vangelo odierno: “Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo … Ed ecco, io so­no con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”. Così, tutti i credenti sono costituiti discepoli missionari. Per questo deve ripetere insieme con S. Paolo: “Guai a me se non annunciassi il Vangelo” (1Cor 9,16). “Comunità di credenti, comunità di speranza vissuta e partecipata, comunità d’amore fraterno, essa ha bisogno di ascoltare di continuo ciò che deve credere, le ragioni della sua speranza, il comandamento nuovo dell’amore … essa ha sempre bisogno d’essere evangelizzata, se vuol conservare freschezza, slancio e forza per annunziare il Vangelo” (Paolo VI, Evangelii Nuntiandi, 15). San Giorgio difenda la fede di questa comunità da ogni insidia dei mali moderni, e custodisca la sua perseveranza nel cammino verso la visione beata della Santa Trinità.

 

+ Gerardo Antonazzo

 

 




Omelia per l’inizio del ministero di don Emanuele Secondi

Stemma di Mons. Gerardo Antonazzo

A IMMAGINE E SOMIGLIANZA DELLA TRINITÀ

 

Omelia per l’inizio del ministero di don Emanuele Secondi

Cassino, Chiesa Concattedrale, 30 maggio 2021

Carissimi fedeli,

 

mentre la Chiesa oggi celebra e contempla il mistero di Dio-Trinità, dalla medesima sorgente divina attinge una sempre nuova comprensione della propria natura, identità e missione. La Chiesa è “progetto” (mistero) meraviglioso e splendido della Trinità, “creata” a sua immagine e somiglianza. Nella vita della Chiesa rifulge il mistero della Trinità. È a partire da questa verità che ritroviamo le possibili risposte ad alcune domande: perché la costituzione della Chiesa, da dove il suo agire, perché le sue pretese spirituali sull’uomo di ogni tempo? quale la sua missione nella storia?

 

A immagine e somiglianza della Trinità

La Chiesa, dunque, è mistero. Secondo la teologia paolina il mistero della Trinità si riverbera nel mistero della Chiesa scaturito dal cuore di Dio. Infatti, la Chiesa è progetto pensato e desiderato da sempre dal Padre, rivelato e realizzato per mezzo di Gesù Cristo morto e risorto, perennemente vivificato dallo Spirito Santo. È l’opera più umana perché composta da creature, oltretutto segnate dal peccato, e allo stesso tempo la più divina, perché voluta da Dio a immagine e somiglianza della famiglia trinitaria. “Credo la Chiesa”: cosa credo della Chiesa? La Chiesa è mistero visibile, perché composta da uomini che 1’annuncio della Parola di Dio convoca e raduna; la Chiesa vive e opera nella storia umana, ma è depositaria della promessa di una vita eterna. La Chiesa è, dunque, celeste e terrena, spirituale e visibile, libera e al tempo stesso disciplinata, santa e pur sempre in via di santificazione, contemplativa e attiva (cfr. Paolo VI, Ecclesiam Suam).

Se la vita della Chiesa fluisce dal mistero trinitario e ad esso ritorna, essa è chiamata a far risplendere nel cuore dell’umanità la bellezza salvifica del mistero trinitario che trasfigura la vita della creatura umana e rigenera le condizioni dell’intero cosmo attraverso l’evento della redenzione. La Chiesa, infatti, ha ricevuto la missione di rivelare l’amore del Padre, per mezzo della conoscenza di Gesù Cristo crocifisso morto e risorto, nella potenza dello Spirito Santo: “Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo” (Mt 28,19). Il mandato che Gesù affida alla Chiesa la costituisce in qualche modo “sacramento, ossia segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano” (LG 1).

 

L’icona trinitaria nel vissuto ecclesiale

La carità che deve caratterizzare e vivificare la vita della Chiesa è riflesso dell’amore trinitario. A immagine e somiglianza delle mutue relazioni trinitarie, la Chiesa si edifica esclusivamente nella comunione. È la “comunione” di discepoli di Gesù, il Risorto che dona lo Spirito datore di vita nuova. Alla scuola del mistero trinitario e sua discepola, la Chiesa deve risplendere nella bellezza delle relazioni. Pertanto, il compito che esprime e porta a compimento l’identità della Chiesa è quello di essere segno e strumento di comunione tra gli uomini e con Dio-Amore. Il fondamento di tale comunione è l’unità della fede in Gesù Cristo, rivelatore del Padre, la testimonianza della carità fraterna nel segno della riconciliazione, del dialogo, del servizio soprattutto ai più fragili, e la perseveranza nella virtù della speranza nel compimento delle promesse di Cristo. La Chiesa è una comunità di uomini che lo Spirito di Cristo vivifica per farne luogo e segno di salvezza per il mondo intero (cfr. Lumen Gentium 8). La comunione dei cristiani sulla terra è chiamata ad essere lo specchio della comunione delle tre divine Persone. “La Chiesa è popolo raccolto dalla unità, nella unità e per la unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo” (S. Cipriano). Giovanni Paolo II ha scritto sinteticamente: la Chiesa è comunione missionaria. La comunione della Chiesa si configura come “comunione organica”, e si impegna a vivere come una “comunità organica”. In essa si vive “ecclesialmente”, cioè nella partecipazione; non isolandosi ma, come ha scritto Giovanni Paolo II, “in un continuo scambio con gli altri, con vivo senso di fraternità” (Chistifideles Laici 20).

 

Le “missioni” trinitarie nell’opera della Chiesa

Nel mistero trinitario, ogni Persona divina attua la sua specifica missione: dal Padre l’opera della creazione, dal Figlio l’opera della redenzione, dallo Spirito l’opera della santificazione. “La Chiesa rifacendosi al Nuovo Testamento professa: «Uno infatti è Dio Padre, dal quale sono tutte le cose; uno il Signore Gesù Cristo, mediante il quale sono tutte le cose; uno è lo Spirito Santo, nel quale sono tutte le cose». Le missioni divine dell’incarnazione del Figlio e del dono dello Spirito Santo sono quelle che particolarmente manifestano le proprietà delle Persone divine” (Catechismo della Chiesa Cattolica, 258). La Chiesa, da parte sua, c’è perché esiste questo comando missionario risuonato nel vangelo odierno: “Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo … Ed ecco, io so­no con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”. Così, tutti i credenti sono costituiti discepoli missionari. Per questo deve ripetere insieme con S. Paolo: “Guai a me se non annunciassi il Vangelo” (1Cor 9,16). “Comunità di credenti, comunità di speranza vissuta e partecipata, comunità d’amore fraterno, essa ha bisogno di ascoltare di continuo ciò che deve credere, le ragioni della sua speranza, il comandamento nuovo dell’amore … essa ha sempre bisogno d’essere evangelizzata, se vuol conservare freschezza, slancio e forza per annunziare il Vangelo” (Paolo VI, Evangelii Nuntiandi, 15).

 

Pastore dabo vobis

“Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”: la promessa di Gesù prende forma, tra l’altro, nel ministero dei pastori della Chiesa chiamati a perpetuare la sua opera di salvezza nella Chiesa. “Vi darò Pastori secondo il mio cuore” (Ger 3,15). Caro don Emanuele, il Signore ti chiama a servire la nostra Chiesa diocesana svolgendo il tuo maturo ministero presbiterale nella comunità parrocchiale “SS. Salvatore, S. Maria Assunta, San Germano V.”, in Cassino. Ogni presbitero, unito da fraterna e sincera collaborazione con il proprio Vescovo, è impegnato a edificare la Chiesa mistero-comunione-missione nella realtà particolare di ogni comunità parrocchiale quale porzione del popolo di Dio che vive in Sora-Cassino-Aquino-Pontecorvo.

Ti ringrazio per la tua docilità nel rispondere alle necessità pastorali che gli eventi ultimi hanno determinato. In particolare, mi riferisco alle condizioni di salute del caro don Salvatore Papiro, al quale rivolgo il mio cordiale e affettuoso abbraccio pastorale, grato per la sua lunga e generosa dedizione alla cura spirituale di questa parrocchia, da qualche tempo divenuta anche sede della Chiesa Concattedrale del Vescovo diocesano per volontà esplicita della Sede Apostolica. Il segno teologico della chiesa Concattedrale attribuisce a questa parrocchia un peculiare legame con il proprio Vescovo, nel segno della più stretta collaborazione nel sostenere il ministero episcopale per l’edificazione della Chiesa diocesana. La Cattedrale della nostra diocesi, come anche ogni Con-cattedrale svolge un importante compito: indicare e richiamare il ministero del Vescovo, successore degli apostoli, sul quale si fonda la vita della Chiesa, anche quando non c’è il Vescovo sulla cattedra, ma lo si attende.

Caro don Emanuele, la solennità della Trinità ti introduce profondamente nei molti significati e dimensioni della cura pastorale: non siamo padroni della comunità, perché la Chiesa che nasce dall’amore della Trinità resta dono e mistero. A noi, pastori, il dovere di nutrire il suo cammino con il cibo solido della Parola di Dio, dei Sacramenti della fede, della preghiera cristiana, della testimonianza della Carità. A voi, carissimi fratelli e sorelle, il compito della collaborazione e della corresponsabilità, perché pastore e gregge camminiate sulla via della salvezza promessa da Cristo ai suoi discepoli. Se la Trinità è all’origine della vita della Chiesa, è anche il fine ultimo verso cui è orientato il pellegrinaggio terreno della Chiesa. “Il cammino della vita cristiana è infatti un cammino essenzialmente “trinitario”: lo Spirito Santo ci guida alla piena conoscenza degli insegnamenti di Cristo, e ci ricorda anche quello che Gesù ci ha insegnato; e Gesù, a sua volta, è venuto nel mondo per farci conoscere il Padre, per guidarci a Lui, per riconciliarci con Lui” (Papa Francesco, Angelus, 31/05/2015).

Affidiamo il ministero di don Emanuele alla speciale intercessione della nostra protettrice, la Vergine Maria Assunta in cielo, perché con l’esempio della sua docilità al progetto divino insegni e incoraggi don Emanuele, nuovo parroco, nella donazione generosa alla volontà di Dio su questa comunità che è stato chiamato a servire con tenerezza di padre e pastore.

 

+ Gerardo Antonazzo

 




Omelia per la solennità di Santa Restituta

Stemma di Mons. Gerardo Antonazzo

IDEM VELLE, IDEM NOLLE

Omelia per la solennità di s. Restituta

 

Sora, 27 maggio 2021

 

Il martirio di santa Restituta racconta una storia d’amore finita nel sangue. Il giorno del martirio se da una parte ricorda l’esecuzione della sentenza capitale, molto più celebra l’esecuzione della decisione con la quale la giovane Restituta resta fedele all’amore di Gesù Cristo, sommo bene della fede, memore delle parole dell’apostolo: “Le sofferenze del tempo presente non sono paragonabili alla gloria futura che sarà rivelata in noi” (Rm 8,18). Il martirio non è definito dalla soppressione della vita fisica di una donna, ma dall’offerta libera e consapevole, senza condizioni e compromessi, della propria vita verginale a Dio. Sentiamo dire di troppe storie ordinarie di passione e di follia. Sentiamo dire di troppe storie che travolgono la mente e il cuore e scuotono l’essere nell’assillo impetuoso della passione che brucia le vene. L’amore umano può essere vissuto in tante sue sfumature: tra luci ed ombre, tra estasi, delirio e follia, molte storie d’amore feriscono il cuore, anche gravemente narrando il sentimento amoroso e il suo riflesso opaco. Nel fuoco di un cuore appassionato, nella foschia di una mente impazzita, nei silenzi inquieti di un amante, nelle lacrime velate di una moglie, l’amore è protagonista, tormento e sogno nel cammino rosso delle vene e delle palpitanti storie (cfr E. Dente, L’amore nel buio).

L’amore che si rivela nel martirio di santa Restituta è ben rappresentato nella tradizione sorana della rosa ritrovata presso la tomba della martire. La rosa espande la fragranza del profumo ma è anche armata di spine: ammaliante e pericolosa insieme. È interessante comprendere la molteplicità di significati e valori che il delicato fiore ha assunto anche nelle differenti culture dove esso è passato. Si parte dagli albori della civiltà umana e già nell’Iliade di Omero si trova l’accenno alla rosa e al suo olio, usato da Venere per ungere il corpo senza vita di Ettore. Dagli scritti dell’antica Grecia, dove la rosa veniva usata anche per decorare gli altari delle divinità (Venere), si passa all’epoca dei Romani, quando il fiore era il simbolo della passione, della vita e del trionfo militare. Nel primo cristianesimo la rosa assunse il significato del dolore e del martirio, non a caso più che i petali prevalsero le sue spine, e sarà solo col passare del tempo che ci si rese conto di come il cristianesimo non era solo dolore, ma anche amore per la vita e speranza. Non a caso il colore rosso dei petali veniva spesso equiparato a quello del sangue versato da Gesù nel momento della Passione in croce. La rosa per i cristiani prende un significato singolare nel quarto secolo, in un periodo di terribili persecuzioni: con un miracolo compiuto dalla martire Dorotea, che fa avere ad uno dei suoi aguzzini, in un arido febbraio, rose appena fiorite provenienti dal “giardino del suo Sposo”. E qui è degna di nota la trasformazione della rosa da tradizionale attributo della dea dell’amore, Afrodite, a simbolo di compassione e perdono. Seguendo questa scia, i cristiani egiziani fra il quinto e il sesto secolo rappresentano con altrettante rose sul legno della croce le piaghe di Gesù, nell’affresco di una chiesa di Deir­el-Abiad, nell’alto Egitto.

Quella del martirio di santa Restituta è una storia d’amore ben riuscita, non fallita: parla di un amore lucido, non opaco; responsabile, non sconvolto; desiderato, non subito. Il martirio di santa Restituta non parla di una storia finita male ma del successo che giunge fino a noi oggi e ci contagia, di un amore impensabile posto a sigillo della fedeltà del cuore. È la rivelazione di un’amicizia profonda, la tragedia di un’amicizia esigente sigillata nello spargimento del sangue. Cos’è veramente l’amicizia? Cicerone riconosce il fondamento dell’amicizia nel principio idem velle idem nolle, cioè “volere le stesse cose e non volere le stesse cose”. L’amicizia è, quindi, come una strada, un metodo, un percorso in cui si fanno scelte comuni di approvazione o di dissenso per alcuni aspetti o fatti di vita. Gesù spiega l’amicizia del discepolo come reciproca conoscenza, che tende a divenire comunione del volere. Secondo Cicerone, l’amicizia esprime la crescita della propria volontà verso il “sì” dell’adesione sempre più piena a quella dell’altro. La sua volontà, infatti, non è per me una volontà esterna ed estranea, alla quale mi piego più o meno volentieri oppure non mi piego. No, nell’amicizia la mia volontà crescendo si unisce alla sua, la sua volontà diventa la mia, proprio così divento pienamente me stesso. Il Vangelo menziona un terzo, nuovo elemento dell’amicizia: dare la vita (cfr Gv 15,13; 10,15). Così Restituta, nella perfezione della sua amicizia con Cristo, arriva a dare la propria vita per Lui nella forma dell’amore più estremo.

Il martirio di santa Restituta parla dell’estremismo dell’amore che si spiega solo con la massima libertà del cuore; è testimonianza dell’esercizio incondizionato e puro del proprio pensiero interiore. Il martirio è la testimonianza di una libertà perfettamente riuscita, purificata da ogni legame o elemento che possa contaminarla. Nel caso del martirio cristiano, la libertà del discepolo comincia con un grande no, per non vivere da servi. “Si abdica alla propria e innata sovranità per paura, convenienza, interesse o forse perché, nella propria vita, non si è conosciuto altro che la servitù, trasformatasi poi in ‘abitudine’ (habitus). Si vive da servi, si pensa da servi, si agisce da servi, si sogna da servi e ci si accontenta di quanto la servitù offre. Il pensiero addomesticato, il politicamente corretto, la strategia della bandiera che cambia direzione col vento, nascono da un pensiero e una vita gregaria. Servi del sistema, del potere, della moda di contraffare la storia quotidiana, l’attitudine a ‘strisciare’ per evitare di prendere posizione, la codardia di mettersi dal lato dei vincitori … La libertà comincia con un no.” (Mauro Armanino, 11 maggio 2021). “Il rifiuto ha sempre costituito un gesto essenziale. I santi, gli eremiti ma anche gli intellettuali, il piccolo numero di persone che hanno fatto la Storia, sono coloro che hanno detto no … Per essere efficace, il rifiuto dev’essere grande e non piccolo, totale e non su questo o un altro punto” (Pier Paolo Pasolini).

Appena dopo il rifiuto arriva però il sì nuziale alla vita intesa come straordinaria avventura dell’impossibile. È il grande del martirio. Un sì alla follia delle sconfitte che trasformano il pianto in risurrezione, il dolore di un momento in una sconfinata gioia dell’indicibile, lo spegnimento provvisorio della luce degli occhi al rapimento interminabile dell’invisibile. Un sì al silenzio che accarezza la morte, per lasciare spazio al vento che porta con sé la brezza dolcissima di una vita che rinasce. Come ogni rosa, a primavera.

 

+ Gerardo Antonazzo

 

 

 




Omelia per la Veglia di Pentecoste

Stemma di Mons. Gerardo Antonazzo

Una Chiesa Esodale e Sinodale

Meditazione per la Veglia di Pentecoste

Sora-Cattedrale, 21 maggio 2021

 

“Non vi lascerò orfani

… verrò da voi” (Gv 14,18). Lo aveva detto più volte nei discorsi di “addio” nel Cenacolo. Ora se n’è andato davvero. Gli apostoli, che già prima non avevano ben compreso la portata delle sue parole, fanno fatica ad accettare il distacco dal Signore. Rientrati nella stanza al piano superiore bisognerà decidere se vivere di nostalgia o di memoria. Ma come nei momenti più decisivi della vita del suo Figlio, anche nei momenti difficili dei credenti c’è la presenza della Madre: “Entrati in città, salirono nella stanza al piano superiore, dove erano soliti riunirsi: […] erano perseveranti e concordi nella preghiera, insieme ad alcune donne e a Maria, la madre di Gesù” (cfr At 1,13-14). La nube aveva sottratto Gesù ai loro occhi; Maria li aiuta a non farselo strappare dal cuore. Nella stanza al piano superiore Maria ancora una volta “custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore” (Lc 2-19): interpreta l’accaduto di Gesù asceso alla destra del Padre, e aiuta gli apostoli a comprendere l’evento della separazione.

 

Già la finale del vangelo di Luca lo prometteva: “Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,20). Nei discorsi del quarto vangelo il Maestro parla della sua partenza e del suo ritorno, facendolo coincidere con l’avvenimento pasquale. La portata di questa venuta pasquale di Gesù inaugura una nuova condizione di comunicazione con i credenti. Non è riservata alla cerchia dei testimoni della prima generazione, ma sarà una possibilità aperta a chiunque ama Gesù. Il “ritorno” pasquale di Gesù tra i suoi è offerto ad ogni credente di ogni generazione: “Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui” (Gv 14,21). L’evento pasquale aprile per tutti la possibilità di accedere all’amore del Padre. Papa Francesco ripete spesso che oggi nel mondo c’è un grande sentimento di orfanezza: tanti hanno tante cose, ma manca il Padre. E nella storia dell’umanità questo si ripete: quando manca il Padre, manca qualcosa e sempre c’è la voglia di incontrare, di ritrovare il Padre, anche nei miti antichi: pensiamo ai miti di Edipo, di Telemaco e tanti altri che mostrano sempre questa ricerca del Padre che manca (Santa Marta, 18 maggio 2020).

 

“È bene per voi che io me ne vada

…. perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Paràclito” (Gv 16,7). Gesù desidera “educare” al distacco da Lui; è una necessità, perché il credente si eserciti a riconoscere i segni della sua continua presenza cosmica. Tutto questo aiuta i discepoli a crescere nell’esperienza della fede come atto supremo di libertà. Da vero educatore non intende “addomesticare” i discepoli, sovrastare o soggiogare la loro libertà o manipolare la loro responsabilità. Li vuole liberi, non schiavi. Il distacco dell’Ascensione in realtà risponde al compito educativo di “lasciar andare”. Gesù insegna uno dei processi più decisivi per la crescita delle persone: “lasciar andare” non significa “lasciar correre”, né abbandonare al proprio destino o disinteressarsi del suo bene, ma fare in modo che l’altro cresca grazie alla possibilità di consolidare e perpetuare le convinzioni e le conversioni interiori acquisite con la sequela di Cristo. Dunque, l’apparente orfananza spalanca il palcoscenico del grande teatro della retta e coerente testimonianza, paradigma della maturità di ogni credente. Il distacco del Risorto dai suoi è una “partenza” che sa di nascondimento, e non di abbandono. Per sopperire alla “partenza” del Rivelatore, lo Spirito Santo avrà il compito di assicurare la presenza dell’Assente, ovunque e sempre. Il Paraclito assicurerà questa presenza divina del Risorto, facendo memoria delle parole di Gesù e interpretando sempre di nuovo il suo messaggio. Lo Spirito è quindi al servizio di Gesù, non aggiunge nulla di nuovo ma è la memoria creativa della fede, della carità e della speranza. Senza lo Spirito Santo ognuna di queste virtù soprannaturali resta muta, inesprimibile, depotenziata.

 

Ex-odòs e syn-odòs

La presenza dello Spirito Santo inaugura la missione della Chiesa, perché ravviva la testimonianza della fede “a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra” (At 1,8). L’evento dello Spirito inaugura il tempo della Chiesa come “sacramento” della presenza del Risorto. Per questo, la condizione più congeniale al nostro essere Chiesa è quella esodale: una comunità di credenti e testimoni capace di “uscire” da sé stessa, dall’autoreferenzialità. Secondo Lumen Fidei 46 la persona autoreferenziale è quella che, chiusa in sé stessa, fatica ad entrare in dialogo con Dio e a lasciarsi abbracciare dalla sua misericordia giungendo così al desiderio di portare agli altri la misericordia che ha ricevuto. L’autoreferenzialità colloca i classici difetti dell’egoismo e del narcisismo in una dinamica relazionale, cioè nelle difficoltà ad essere aperti al dialogo con Dio e con gli altri. La Chiesa guardando a Gesù Cristo deve tornare a essere capace di quella postura relazionale, aperta, dinamica, affettiva, generativa.

Cosa chiede il Signore alla nostra Chiesa particolare dopo aver vissuto il tempo di grazia della Visita pastorale? Animati dal soffio della Pentecoste siamo chiamati a diventare una Chiesa più decisamente esodale e più consapevolmente sinodale. Nella reciprocità delle due dimensioni, scopriamo che ciascuna è condizione dell’altra. Solo con un respiro e un passo sinodale possiamo coinvolgerci in una testimonianza missionaria di esodalità, capace di irradiarsi per giungere alle periferie del mondo.  La Pentecoste celebra il soffio dello Spirito per la missione e per la comunione. Innanzitutto la esodalità (missione). La prospettiva esodale conduce la Chiesa in uscita a diventare sinodale perché più solidale con il mondo. La sfida di questa sinodalità non è rinchiusa all’interno delle nostre strategie e stratagemmi pastorali, ma si configura come simpatia per il mondo, i suoi problemi, le sue sofferenze, le sue speranze. Durante la Visita pastorale abbiamo ripetutamente accolto la presenza del Buon Pastore nell’atto di bussare alla porta in entrata.  Ma Papa Francesco ci ricorda anche che “Gesù sta alla porta e bussa” non solo come chi sta fuori e bussa per entrare, ma anche come chi è chiuso dentro e bussa per uscire. Dio piace stare in mezzo alla gente e non l’aria asfittica dei luoghi sacri, dei recinti chiusi. Ogni cammino veramente esodale è cambiamento; la strada ci cambia, ci trasfigura perché ci purifica, ci rinnova perché richiede energie nuove per affrontare le fatiche, le sfide, le novità, gli imprevisti. La sinodalità (comunione) rivela il volto di una Chiesa amica dell’uomo, perché vi cammina accanto e ne sa ascoltare la voce. Una Chiesa ardente, coraggiosa, povera, in cammino, che si sa popolo e vicina al popolo, che guarda con simpatia ogni uomo, soprattutto chi è scartato. Mai come in questo momento è necessario coltivare la fratellanza e l’ospitalità, una vera rete sinodale con il mondo. La sinodalità esprime il soffio dello Spirito sulla Chiesa che sa abbracciare la vita del mondo per farsi compagna di strada da vera madre e maestra in umanità.

L’esodalità e la sinodalità della nostra Chiesa può ricevere una spinta decisiva soprattutto dalla famiglia e dalle aggregazioni ecclesiali, entrambi luoghi educativi di comunione e soggetti di missione. Entrambi sono espressioni laicali e non clericali della vita cristiana. Della famiglia ne stiamo parlando da tempo, sperando di passare più concretamente anche a scelte pastorali decisive a favore della “Chiesa domestica” da evangelizzare, perché divenga essa stessa soggetto di evangelizzazione. Resta da riflettere sulla natura e sulla missione evangelizzatrice delle aggregazioni laicali, concrete mediazioni che permettono l’accesso al mistero della Chiesa. Vale anche per ciascuna di esse la vigilanza riguardo al vizio dell’autoreferenzialità. Le aggregazioni laicali, ciascuna con il proprio carisma, deve esprimere la forza evangelizzatrice con la quale lo Spirito santo spinge le porte “antipanico” del nostro essere Chiesa, sbracciate finalmente sul mondo. Il frutto della Pasqua sia la pienezza della gioia e della fiducia in Gesù risorto che ci apre alla potenza rinnovatrice dello Spirito Santo.

+ Gerardo Antonazzo




Lettera del Vescovo del 13 maggio 2021

Cari presbiteri,
fratelli nell’ordine sacro e collaboratori nel ministero,
la solennità dell’Ascensione del Signore apre il grande scenario dell’annuncio del Vangelo. Il Risorto affida la Parola al ministero degli apostoli: “Gesù apparve agli Undici e disse loro: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura …». Essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano” (cf. Mc 16). Inizia il tempo della Chiesa, inabitata e guidata dallo Spirito del Risorto: “Riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni” (Atti 1,8).

 

Scarica la lettera completa: Lettera 13 maggio 2021




Omelia per la messa esequiale di mons. Adamo Gizzarelli

Stemma di Mons. Gerardo Antonazzo

Chi rimane in me, porta molto frutto

Omelia per la messa esequiale di mons. Adamo Gizzarelli

Pignataro Interamna, 2 maggio 2021

 

Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto”. Queste parole del Signore riportate nel vangelo di questa domenica aiutano a interpretare la dipartita del caro don Adamo alla luce della fede: il suo ricco e intenso ministero pastorale svolto ininterrottamente per quarantacinque anni nella comunità di Pignataro Interamna è come un tralcio che, attraverso la morte, il Padre ha voluto solo “potare” per farlo fruttificare al meglio a favore della comunità che don Adamo ha servito con zelo esemplare, umile e silenzioso. Leggiamo in Ap 14,13: “Udii una voce dal cielo che diceva: «Scrivi: d’ora in poi, beati i morti che muoiono nel Signore. Sì – dice lo Spirito -, essi riposeranno dalle loro fatiche, perché le loro opere li seguono”.  Cari presbiteri, fratelli e sorelle, don Adamo ha riconsegnato la vita al Padre nel pieno svolgimento della sua missione. Se non si è preso sufficiente cura di sé, è stato soprattutto perché ha prevalso in lui la premura di essere sempre presente e disponibile per la sua gente. Se si è trascurato nella sua salute è perché non voleva trascurare gli altri. Tutto il suo sacrifico e la sua dedizione non potrà non portare frutti abbondanti per tutti noi. Lo ricordiamo con sentimenti di viva gratitudine e riconoscenza.

Mons. Adamo Gizzarelli nasce a Rocca d’Evandro nella Parrocchia di S. Maria Maggiore il 25 gennaio 1947 da papà Rocco, falegname, e mamma Lucia.  Fin da piccolo in famiglia ha respirato il senso cristiano della vita e la fiducia nella divina provvidenza. Dalla fanciullezza manifesta i segni di vocazione, ma solo a 14 anni, sotto la sapiente guida del parroco don Vincenzo Matrunola, riuscirà ad entrare in seminario a Montecassino dopo le scuole di avviamento. Viene ordinato sacerdote a Montecassino il 25 giugno 1972 e celebrerà la prima messa a Rocca d’Evandro il 29 giugno, solennità dei santi Pietro e Paolo. Nello stesso anno viene nominato parroco di Rocchetta al Volturno (Is) e di Cupone, frazione di Cerro al Volturno. Nel 1977 diventa parroco di Pignataro Interamna e tale è rimasto fino a ieri, quando la morte per Covid l’ha strappato alla sua Comunità. Ha insegnato religione per molti anni presso il Liceo Scientifico “Gioacchino Pellecchia” di Cassino. È stato direttore dell’ufficio liturgico fino al 1983. Nel 1984 è nominato segretario del 44º Sinodo della diocesi di Montecassino. Il 1° giugno 1989 l’Abate Ordinario lo nomina Vicario Generale e tale rimarrà fino al 2008. Nel 2003 riceve la nomina a Prelato d’Onore di Sua Santità sotto il Pontificato di S. Giovanni Paolo II. È stato membro del Consiglio presbiterale e del Collegio dei consultori. È stato Priore dell’allora Delegazione di Montecassino dell’Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme.

Sono tante le testimonianze che hanno espresso in queste ore profonda e cordiale riconoscenza a don Adamo. Molti sono coloro che in lui hanno potuto incontrare un fratello, un padre, un pastore, un maestro, un testimone. Fratello nella sequela di Gesù, padre nella fecondità della sua fede, pastore nell’arte di accompagnare e discernere, maestro della verità ancorata alla rivelazione, al magistero della Chiesa, alla letteratura del Concilio Vaticano II e in particolare al magistero di san Paolo VI. Conoscitore attento di Jacques Maritain e ammiratore di S. Paolo VI, aperto alle novità che lo Spirito sempre suggerisce. Umanamente e cristianamente attento ai turbamenti delle famiglie e fortemente impegnato nel sociale; anche nel ministero dell’esorcismo ha rivelato sensibilità nel discernimento e guida delle anime.

Sacerdote fedele, ha saputo “rimanere” unito alla vite che è Cristo, ragione fondamentale della sua vita. Inserito in Cristo nel battesimo, conformato pienamente a lui nel sacramento dell’ordine, ha saputo “rimanere” in Cristo e ha portato molto frutto. Scriveva san Francesco di Sales, esemplare pastore di anime: “Il ramo unito e congiunto al tronco porta frutto non per propria virtù, ma per virtù del ceppo: ora noi siamo stati uniti dalla carità al nostro Redentore, come le membra al capo. Ecco perché le buone opere, traendo il valore da Lui, meritano la vita eterna” (Trattato dell’amore di Dio, XI, 6).  Don Adamo è stato un tralcio unito a Cristo nella preghiera quotidiana, nella celebrazione dei sacramenti in persona Christi capitis, nella carità verso i più bisognosi della comunità di Pignataro e non solo.

Il ministero di don Adamo si è abbeverato soprattutto alla scuola di grandi autori spirituali. La sua scrivania è ricoperta di numerosi scritti di maestri dell’anima. In particolare, si è abbeverato alla tradizione di esemplari figure di santità presbiterale, soprattutto alla scuola del patrono dei sacerdoti, san Giovanni Maria Vianney (Curato d’Ars), modello costante nel suo ministero. Del prete, il Curato d’Ars scriveva: “Il sacerdozio è l’amore del cuore di Gesù”. Così commenta Benedetto XVI: “Questa toccante espressione ci permette anzitutto di evocare con tenerezza e riconoscenza l’immenso dono che i sacerdoti costituiscono non solo per la Chiesa, ma anche per la stessa umanità. Penso a tutti quei presbiteri che offrono ai fedeli cristiani e al mondo intero l’umile e quotidiana proposta delle parole e dei gesti di Cristo, cercando di aderire a Lui con i pensieri, la volontà, i sentimenti e lo stile di tutta la propria esistenza. Come non sottolineare le loro fatiche apostoliche, il loro servizio infaticabile e nascosto, la loro carità tendenzialmente universale? E che dire della fedeltà coraggiosa di tanti sacerdoti che, pur tra difficoltà e incomprensioni, restano fedeli alla loro vocazione: quella di “amici di Cristo”, da Lui particolarmente chiamati, prescelti e inviati? (Lettera per l’indizione dell’Anno Sacerdotale).

Vogliamo ringraziare il Signore, sommo ed eterno sacerdote, per la testimonianza presbiterale di don Adamo. Conservando il caro ricordo della sua presenza tra noi, sappiamo che dal Cielo non dimentica la “sua” comunità di Pignataro, né la sua Chiesa diocesana. Abbiamo fiducia nella sua intercessione a sostegno della nostra preghiera perché “il signore della messe, mandi operai nella sua messe!” (cf Mt 9,38).

 

+ Gerardo Antonazzo




Omelia per la conclusione della Visita Pastorale

Stemma di Mons. Gerardo Antonazzo

Sogno, Turbamento, Servizio

Omelia per la conclusione della Visita Pastorale

Basilica-Santuario di Canneto, 1° maggio 2021

 

Cari presbiteri e diaconi,

seminaristi, amici, devoti e pellegrini,

 

la liturgia eucaristica alla quale partecipiamo con intenso affetto spirituale rivolto verso la Madre di Cristo, venerata in questa basilica-santuario come la Vergine Bruna di Canneto, dà inizio al percorso mariano del mese di maggio che Papa Francesco ha voluto dedicare, soprattutto con la recita quotidiana del Rosario, ad una insistente preghiera per chiedere la cessazione del flagello pandemico. Accanto alla presenza spirituale di Maria, vogliamo accarezzare la testimonianza di fede di san Giuseppe, custode della Famiglia di Nazareth e di ogni famiglia. Al suo patrocinio la Chiesa universale ha affidato la sua missione di salvezza.

Oggi portiamo davanti alla Madonna di Canneto anche la conclusione del pellegrinaggio pastorale della Visita svolta nella vasta e variegata geografia ecclesiale e civile della nostra Diocesi. Sia Maria, immagine e madre della Chiesa, ad affidare al cuore di Cristo, Pastore buono e bello, quanto è stato compiuto, anche quanto non siamo riusciti a svolgere secondo le sue attese. Una buona parte della Visita pastorale si è articolata in concomitanza con la diffusione del contagio epidemico. Un bel problema, questo, che ha richiesto particolari accortezze, discontinuità nel ritmo, ri-programmazioni ricorrenti, rimodulazione delle attività; ma tutto ciò ha rappresentato anche un’opportunità, una provocazione, una sfida pastorale, un discernimento più incarnato, che è necessario tenere in esercizio per il prossimo futuro allo scopo di un’inderogabile rigenerazione pastorale. Sono grato ai presbiteri e ai loro collaboratori laici. Un particolare ringraziamento lo rivolgo al Vicario Generale (mons. Alessandro Recchia), agli otto Vicari Convisitatori delle parrocchie (don Silvano Casciotti, don Ruggero Martini, don Emanuele Secondi, don Antonio Di Lorenzo, don Giandomenico Valente, don Nello Crescenzi, don Remo Marandola, don Mimmo Simeone), al Convisitatore per le Confraternite (don Antonio Molle), al Segretario Generale della Visita pastorale (don Mimmo Simeone), e al Segretario-Accompagnatore (don Maurizio Marchione), che con fedeltà e competenza ha curato e condiviso con il Vescovo tutti i momenti e i dettagli della Visita pastorale.

Nel percorso durato quasi due anni abbiamo vissuto “un tempo di speciale consolazione” (Preghiera per la Visita pastorale), perché Dio ha “visitato e redento il suo popolo” (Lc 1,68): ha bussato ed è entrato dalla porta principale del cuore nella vita reale di ogni comunità. Come già nella storia di Giuseppe e di Maria, i quali hanno riconosciuto il Mistero, e hanno aperto il cuore tra fiducia e trepidazione, hanno accolto la Parola tra ascolto e obbedienza. Non senza il loro consenso Dio ha portato a compimento il suo progetto. Grazie all’esperienza di Giuseppe e Maria rileggiamo la Visita pastorale guidati da tre parole essenziali: il sogno, il turbamento, la missione.

La prima parola è il sogno. Non c’è futuro senza sogni. Anche per le nostre parrocchie. Maria e Giuseppe sognavano alla grande: desideravano, come era giusto che fosse, un futuro felice, una bella famiglia, dei figli, una discendenza numerosa che fosse segno sicuro di benedizione divina. I sogni più belli si fanno ad occhi aperti: i due fidanzati accarezzavano ormai da vicino quanto da tempo avevano desiderato. Pensavano anche loro: “Andrà tutto bene!”. In effetti, tutto andava per il verso giusto; nel villaggio godevano della stima di tutti e tutti, come si usava di solito, avrebbero preso parte alla festa del loro matrimonio. Ma un elemento di rottura sorprende Giuseppe: lui non sa spiegarsi come può essere successo, mentre Maria non sa come dirglielo, perché “prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo” (Mt 1,18). Il Signore sembra rovinare i progetti di Giuseppe e di Maria, mentre li voleva esaltare all’inverosimile. Voleva valorizzare, non dirottare i loro sogni. Dio chiede loro di continuare a sognare ma non senza di lui, perché si compisse il suo progetto non senza di loro. Mi sembra un aspetto essenziale anche per noi tutti: una Chiesa che sogna con Dio impara a “sognare una Chiesa” secondo Dio. I sogni della nostra Chiesa devono sposare i sogni di Dio sulla nostra Chiesa. Diversamente, rischiamo la deriva di comunità impegnate in azioni mondane, invece di obbedire alla missione che Cristo Signore ha voluto affidare ai pastori e ai battezzati. Mi sembra questa la prima grande lezione che oggi ci consegnano Giuseppe e Maria. La Visita di Gesù attraverso il ministero del Vescovo ha in qualche modo avviato un discernimento pastorale su quanto il Signore richiede dai suoi discepoli in questo momento storico. Il Signore ci chiede di sognare con Lui non il futuro della nostra Chiesa diocesana, ma la Chiesa del futuro.  Come sarà da qui ai prossimi decenni la nostra Diocesi, le nostre parrocchie, le nostre famiglie? Come il Signore sogna la nostra Chiesa nel prossimo futuro? Non è forse vero che il Signore, così come nella vita di Giuseppe e Maria, stia già chiedendo qualcosa di diverso, qualcosa di più, qualcosa di più grande?

La seconda parola è il turbamento. L’adeguamento dei nostri passi ai progetti del Signore è un processo decisionale che, se da una parte destabilizza, dall’altra vuole aprire proprio nel deserto, luogo inospitale, strade nuove, inattese (Is 43,16-21). Sognare è trovarsi davanti all’impossibile di Dio: per questo Giuseppe e Maria manifestano il loro turbamento profondo. I loro tumultuosi pensieri rischiano di gettarli nella confusione e nel panico, nella depressione di fronte all’opinione pubblica. Giuseppe è spaventato, Maria è sconvolta: “Ella fu molto turbata …Come avverrà questo?” (Lc 1, 29.34). Le pretese di Dio chiedono di guardare molto lontano. Così rinasce una storia diversa. Nel turbamento di Giuseppe e Maria vediamo la Chiesa impegnata a compiere il proprio difficile cammino in un mondo ormai decisamente diverso, cambiato, indifferente, e a volte ostile. Il termine originale greco tradotto con fu molto turbata è davvero forte. Esprime un vero sconvolgimento interiore. È lo stesso sconvolgimento che inquieta Erode davanti ai Magi, perché si rende conto che sta accadendo qualcosa di nuovo, qualcosa che mette a soqquadro i suoi progetti, fino a farli vacillare.  (cf Mt 2,3).  Il turbamento riguarda anche Zaccaria nel tempio di Gerusalemme: “Apparve a lui un angelo del Signore, ritto alla destra dell’altare dell’incenso. Quando lo vide, Zaccaria si turbò e fu preso da timore (Lc 1, 11-12). Scopre che Dio sta sconvolgendo le sue abitudini consolidate, tranquille, di vecchio. Un altro episodio tipico lo troviamo in Mt 14,26: i discepoli sono turbati nel vedere Gesù che cammina sulle acque. Maria comincia a comprendere che essere raggiunti dalla rivelazione di ciò che Dio s’aspetta da Lei è molto pericoloso, perché cambia la sorte di chi vi è raggiunto, come la sorte dei profeti. Lasciamo, cari amici, che le nostre comunità così pie e quiete nei loro ritmi ripetitivi, schemi pastorali quasi scontati per non dire obsoleti, siano raggiunte da Dio che entra con parole nuove. La nostra è una Chiesa “turbata”? È disposta a cambiare? Maria e Giuseppe avevano una loro linea di comportamento, le loro scelte; l’ascolto di Dio fa cambiare idea, anche se inizialmente fanno fatica a capire come e verso quale futuro andare. Una Chiesa che non si lascia turbare è una Chiesa che non sa più ascoltare.

La terza parola è il servizio. “Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore” (Mt 1,24); Maria ha deciso: “Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola” (Lc 1,38). In entrambi, riconosciamo la scaturigine di tutto ciò che accadrà in seguito. L’uno e l’altra offrono con coraggio un atto di affidamento totale per un progetto la cui portata è di gran lunga superiore a quanto possono aver intuito. In questo c’è la vita di una Chiesa che non si chiude a catenaccio sulla difensiva, per non perdere le illusorie posizioni acquisite, ma una Chiesa consapevole di essere “serva”, in uscita, per ravvivare nel cuore dell’uomo contemporaneo l’invocazione a lungo soffocata: “Mostraci il Padre e ci basta”. Non è un salto nel buio, ma un affidamento alla luce di Cristo Risorto che risplende sul volto della Chiesa, chiamata ad entrare gioiosamente nella missione che le è consegnata: “Riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra” (At 1,8).

Cari amici, la nostra assemblea orante consegna le speranze della Visita pastorale al “padrone della messe” (cf Lc 10,2) perché ci aiuti a farle fruttificare non al modo di un bonus facciata ma di un radicale annuncio del Vangelo di speranza in un tempo di rinascita. La liturgia che stiamo celebrando vuole ratificare lietamente e serenamente quello che il Signore ci ha riconsegnato nel testo odierno di Atti 13,47: “Io ti ho posto per essere luce delle genti, perché tu porti la salvezza sino all’estremità della terra” … In fines terrae.

 

+ Gerardo Antonazzo




Omelia per la Solennità di Pasqua 2021

Stemma di Mons. Gerardo Antonazzo

Nessuno sarà come prima

Omelia per la solennità di Pasqua

4 aprile 2021

 

 

Cari amici,

il filosofo tedesco dell’Ottocento Friedrich Nietzsche, fieramente anticristiano, rimproverava i credenti: “Se la buona novella della vostra Bibbia fosse scritta anche sul vostro volto, voi non avreste bisogno di insistere così ostinatamente perché si creda all’autorità di questo libro: le vostre azioni renderebbero quasi superflua la Bibbia perché voi stessi dovreste continuamente costituire la Bibbia vivente”.

“Togliete via il lievito vecchio, per essere pasta nuova, poiché siete àzzimi” (1Cor 5, 6-8). San Paolo evocando la celebrazione pasquale spiega la vita cristiana attraverso il simbolismo del lievito: intende così esplicitare a livello morale ed esistenziale la forza rinnovatrice della Pasqua di Cristo. Si tratta di una piccola e importante omelia pasquale dell’apostolo. Secondo l’antica prescrizione religiosa, il pane fermentato e corruttibile doveva essere del tutto espulso dalla mensa pasquale giudaica, per lasciare spazio alla predisposizione del pane senza lievito, azzimo, secondo il significato del vocabolo di origine greca. Passando dal simbolismo del pane azzimo alla vita del cristiano, l’apostolo ritiene necessario separare il proprio vivere dal lievito vecchio della malizia e della perversità. La Pasqua cristiana ci purifica interiormente dai fermenti dell’immoralità, lasciando cadere le scorie del peccato attraverso la riconciliazione offerta dal sacrificio pasquale di Cristo, Agnello che prende su di sé i peccati del mondo.

“Celebriamo dunque la festa non con il lievito vecchio, né con lievito di malizia e di perversità, ma con àzzimi di sincerità e di verità” (1Cor 5,8). Il male è sempre in agguato, “è accovacciato alla tua porta e verso di te è la sua brama” (Gen 4,7). Nelle righe precedenti l’Apostolo aveva denunciato con veemenza un fatto scandaloso che avrebbe dovuto scuotere la coscienza dei cristiani di Corinto: un membro della comunità conviveva con la moglie di suo padre, in una relazione di stampo incestuoso. La Pasqua è la festa della libertà soprattutto interiore che si esprime nella sincerità e verità delle scelte morali che rivelano la buona qualità dell’esistenza cristiana.

Alla festività cristiana devono partecipare coloro che si sono interiormente purificati, lasciando cadere il “lievito” del peccato grazie ad una sincera conversione che meriti il perdono di Dio. Gesù aveva già ammonito i suoi discepoli mettendoli in guardia dal rischio di farsi contaminare dall’ipocrisia della “classe dirigente”: “Fate attenzione e guardatevi dal lievito dei farisei e dei sadducei” (Mt 16, 6.12). La frase è polemica nei confronti dei due tradizionali gruppi religiosi e politici del giudaismo. I farisei, in aramaico “i separati” o forse anche “i separatori”, erano coloro che sapevano distinguere i precetti della Legge biblica secondo il loro maggiore o minore rilievo. Gesù è in contrasto con loro per l’ipocrisia e l’incoerenza dei loro atteggiamenti, e non per i contenuti della loro dottrina. Domina l’accezione negativa perché il lievito, facendo fermentare la massa, ne induce anche la corruzione.

Il contagio del coronavirus dimostra come è necessario evitare gli errori che ne hanno provocato la diffusione. Bisogna prendere risolutamente le distanze dagli sbagli riconosciuti: “Nulla sarà come prima” se nessuno sarà quello di prima, e nessuno cadrà negli errori di prima. La colpa non è del virus, ma di quanti lo hanno scatenato. Non va dimenticato. L’umo non riesce più a custodire nella bontà del Creatore né sè stesso né il cosmo in cui abita.

L’allarme lanciato negli ultimi decenni da scienziati e associazioni ambientaliste è rimasto inascoltato dai più, perché proteggere gli ecosistemi naturali, frenare i cambiamenti climatici, insomma, invertire la rotta, ha un costo e richiederebbe il ripensamento di molte politiche a livello globale. Oggi che questa nuova pandemia ha sconvolto il Pianeta, oggi che stiamo pagando un costo elevatissimo, insopportabile in termine di vite umane, oggi che siamo di fronte a una malattia che ha cambiato le nostre abitudini, il nostro lavoro, le nostre vite, non c’è più tempo da perdere.

Se l’impegno di scienziati e medici ci guarisce dalla pandemia, il Signore Risorto ci salva dalle cause della pandemia, dalla cattiveria degli egoismi economici e del profitto sfrenato. E perché nessuno torni a vivere come prima, il Signore Risorto ci può cambiare radicalmente rispetto a prima aprendo ad una fraternità universale. Il tempo della pandemia ricorda a tutti che per una completa sconfitta del virus bisogna superare le cause che hanno provocato la forza devastante del contagio virale. La nostra partecipazione alla Pasqua di Cristo, pur rimanendo in una condizione di fragilità esposta alla tentazione del male, deve segnare il più possibile una trasformazione ex novo della nostra condizione esistenziale sotto il profilo spirituale, morale, sociale, familiare, etc. La Pasqua di Cristo è guarigione dalla malizia del peccato che corrompe ogni relazione.

“Se uno è in Cristo è una creatura nuova; le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove” (2Cor 5,17). La mattina di Pasqua segna uno spartiacque divino, netto, chiaro tra un “prima” e un “poi”, tra quello che c’era e quello c’è, tra il vecchio, il nuovo e quello che non deve si deve più ripetere: “Voi non così avete imparato a conoscere il Cristo, se davvero gli avete dato ascolto e se in lui siete stati istruiti, secondo la verità che è in Gesù, ad abbandonare, con la sua condotta di prima, l’uomo vecchio che si corrompe seguendo le passioni ingannevoli, a rinnovarvi nello spirito della vostra mente e a rivestire l’uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella vera santità” (Ef 4,22-24). Morte e sepoltura dell’uomo vecchio, e risurrezione dell’uomo nuovo, non possono restare solo sul piano religioso, ma devono concretizzarsi anche sul piano etico. È questa la più bella testimonianza del Signore veramente risorto.

 

+ Gerardo Antonazzo




Meditazione per il Venerdì Santo

Stemma di Mons. Gerardo Antonazzo

SETE E SILENZIO

Meditazione per il Venerdì Santo

Sora, 2 aprile 2021

 

Tra l’ora della crocefissione di Gesù e quella della sua morte, i tre vangeli sinottici annotano l’ora sesta come il momento delle tenebre: “Quando fu mezzogiorno, si fece buio (skótos: Gv 1,5) su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio” (Mc 15, 33). L’ora di maggiore luminosità cede paradossalmente il passo all’avanzare inatteso delle tenebre che preannunciano l’evento più drammatiche consumato nella storia dell’umanità: la morte di Dio. In pieno mezzogiorno è buio totale.

 

La sete

Era l’ora sesta anche in Samaria quando Gesù chiede da bere alla donna Samaritana presso il pozzo di Giacobbe: “Dammi da bere” (Gv 4,10). Sulla croce Gesù grida ancora la sua sete: Lui che aveva promesso fiumi di acqua viva non ha chi raccolga la sua sete e la sua arsura d’amore (Gv19,28). La richiesta di Gesù alla Samaritana e l’arsura sofferta sulla Croce rivelano la sete che Dio ha della sete dell’uomo: “Ho sete della tua sete … Io sono l’acqua viva”. Gesù aveva già gridato nel cuore della folla presente a Gerusalemme per la festa: “Se qualcuno ha sete, venga a me, e beva chi crede in me” (Gv 7,37-38). Sulla croce si compie la promessa di fiumi di acqua viva: “Uno dei soldati con una lancia gli colpì il fianco, e subito ne uscì sangue e acqua. Chi ha visto ne dà testimonianza e la sua testimonianza è vera; egli sa che dice il vero, perché anche voi crediate (Gv 19,34-35). E’ l’effusione straripante dell’amore del suo Spirito. La sete che brucia il cuore di Cristo racchiude l’arsura provocata dai tradimenti inattesi, abbandoni inaspettati, fughe vergognose, insulti sputi e derisioni sarcastiche. L’uomo dei dolori è esposto alla tentazione della disperazione: al terribile buio dell’ora sesta nella quale l’uomo crocifisso ha perso tutto e tutti, si associa l’assordante silenzio di Dio.

 

Il silenzio

Gesù è solo, tormentato soprattutto dall’abbandono da parte del Padre. Gesù è assalito dal dubbio, e l’imprecazione rasenta l’offesa: “Gridò a gran voce: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Mc 15,34). Nel seguito del Salmo 22, che Gesù recita sulla Croce, l’orante lamenta ancora: “Mio Dio, grido di giorno e non rispondi; di notte, e non c’è tregua per me” (v. 3). Dio, il Padre, tace piuttosto che far udire ancora una volta la sua voce dalla nube, come nel battesimo presso il fiume Giordano (Mt 3,17), come sul monte della trasfigurazione (Mt 17,5). Quale terribile arsura deve essere stata l’assenza di parole essenziali! quale balsamo, invece, sarebbe state sulle ferite inflitte dalla malvagità dei nemici! quale carezza una sola parola del Padre: “Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento”.  Il buio e il silenzio avvolgono tutta la terra; su tutta la terra si fa. Nella sofferenza del Cristo è racchiusa quella di tutta l’umanità di ogni luogo e di ogni epoca. Le parole che bruciano nel petto del Cristo interpretano e danno voce al dolore di ogni creatura sulla faccia della terra: “Fino a quando Signore…?”; “Perché, Signore, ti tieni lontano, nei momenti di pericolo ti nascondi?”; “Nel giorno della mia angoscia io cerco il Signore, l’anima mia rifiuta di calmarsi. Mi ricordo di Dio e gemo, medito e viene meno il mio spirito” (Sal 22; 13; 10; 77). È la notte della disperazione, della delusione. Quando alle ragioni umane dello sconforto si aggiunge anche il silenzio di Dio, allora sentiamo di essere in piena tempesta: “A te grido, Signore, mia roccia, con me non tacere: se tu non mi parli, sono come chi scende nella fossa. Ascolta la voce della mia supplica, quando a te grido aiuto” (Sal 28,1-2). Il silenzio di Dio rende ancor più atroce l’angoscia. È in questi momenti che raggiungiamo l’essenza profonda della nostra fede, quando siamo chiamati a lodare e servire Dio non dentro le consolazioni di una vita tutto sommato agiata, ma quando siamo gettati nell’arsura del deserto e nella notte oscura dell’angoscia, della paura, del dolore e dell’incomprensione.

 

La desolazione

Qui affiora tutto il dramma della derelizione di Cristo: Cristo consegnato, abbandonato nelle mani degli uomini, che vive l’abbandono del Padre. “Si apre la linea della desolazione interiore, di tutte quelle prove di apparente abbandono di Dio vissute da persone che lo amano, vissute talora lungamente e amaramente. Chi passa attraverso tali esperienze dolorosissime, purificatrici, terribili, afferma che non c’è nessuna sofferenza al mondo che sia paragonabile; è la sofferenza propria di chi, avendo messo in Dio tutta la sua speranza e tutto il suo amore, sperimenta momenti di oscurità, di disgusto, di solitudine, di aridità, quasi di disperazione” (C.M. Martini, Dio sulla croce). Leggendo qualche opera dei mistici si può intuire qualcosa del mistero dell’abbandono, e forse ritrovare un po’ di fiducia, forse anche di consolazione, quando esso lambisce le rive anche della nostra esistenza. Sant’Ignazio di Loyola è passato per queste prove, e descrive l’orrore della desolazione che lo prostrava come “esperienze terribili. Nel libro degli Esercizi spirituali parla della desolazione: “Chiamo desolazione […] l’oscurità dell’anima, il suo turbamento, l’inclinazione verso le cose basse e terrene, l’inquietudine dovuta a vari tipi di agitazioni e tentazioni, quando l’anima è sfiduciata, senza speranza, senza amore, e si trova […] come separata dal suo Creatore e Signore” (n. 317). Il senso di abbandono da parte di Dio ci espone alla tentazione di abbandonare Dio. Anche se sappiamo di sbagliare, non riusciamo a fare a meno di pensare così: se Dio non vuole o non può fare nulla per me, allora non vale la pena che io mi dia pensiero per lui … un Dio debole o impotente, che ha avuto il coraggio di abbandonare il Figlio morente sulla Croce, come potrà interessarsi di me?  “Gesù ha voluto essere quasi schiacciato da queste cose per poterle prendere su di sé … Per esempio un tumore, pochi mesi di vita. Allora succede come una sorta di ribellione, di non accettazione. C’è una lotta interiore. Notte della sofferenza, notte della fede in cui non si sente più la presenza di Dio. Questo è molto duro, soprattutto quando si è impegnati (C. M. Martini). Cosa fare nella desolazione, nel tempo dello sconforto? “Quando sei desolato, non fare mai mutamenti. Resta saldo nei propositi che avevi il giorno precedente a tale desolazione, o nella decisione in cui eri nella precedente consolazione. Infatti, mentre in questa ti guida di più lo spirito buono, nella desolazione ti guida quello cattivo, con i consigli del quale non puoi imbroccare nessuna strada giusta (Sant’Ignazio, Esercizi spirituali, n. 318).

 

L’abbandono

Gesù passa dalla crisi dell’abbandono da parte del Padre, alla fiducia nell’abbandonarsi al Padre. Quando si vede buio e non si sta bene, come agire e cosa decidere? Quando sei abitato da questo tormento, il filone spirituale dei contemplativi ti direbbe una cosa: ciò che non devi fare è prendere decisioni nuove. Dunque, non ti allontanare dalla preghiera, non abbandonare la santa Messa e l’eucarestia, chiedi il perdono e la riconciliazione con il sacramento della confessione. Rimani saldo in ciò che avevi deciso prima del tempo della tempesta in cui non riesci a vedere nemmeno in che direzioni stai andando. Si tratta di un tempo di smarrimento in cui non si vede il fondale della tua vita in cui sono depositati segreti, scelte, ricordi ecc. Ma questo non è sparito, nulla è stato distrutto e sottratto, è solo confuso dalle emozioni agitate che non ti permettono più di vedere attraverso l’acqua cristallina. “Se sei impaurito, non fuggire; se sei arrabbiato, non attaccare; se sei stufo, non sederti; se stai facendo un lavoro e lo vuoi lasciare, portalo a compimento per ricaricarti e ritrovarti… se sei distratto e arido nella preghiera, continua a pregare. Altrimenti la desolazione ti vince” (F. Occhetta). Il Signore riporterà nella piena luce del mattino di Pasqua.

 

Meditazione nella chiesa di Santo Spirito

J.P. Sartre, filosofo francese ateo e nichilista, nella notte di Natale rinchiuso anche lui nel campo di concentramento nazista, su richiesta di altri carcerati compone un testo nel quale descrive lo stupore e lo sguardo di Maria sul Bambino: “Maria stringe fra le braccia il suo piccolo, ed è come se dicesse: «Questo Dio è mio figlio. Questa carne divina è la mia carne. È fatta di me, ha i miei occhi e questa forma della sua bocca è la forma della mia. Mi rassomiglia. È Dio e mi rassomiglia”.

Papa Francesco sollecita a considerare e valorizzare di Maria accanto alla Croce soprattutto la sua maternità, l’essere Madre. Non è difficile questa sera per noi immaginare la tenerezza di Gesù Crocifisso e la commozione della Madre che ancora di più può pensare tra sé e sé: “Questi è Dio, questi è mio figlio mio, l’amato!”. L’affetto e il pensiero interiore di Maria verso il Figlio crocifisso e morente rimandano alle parole con le quali il Padre dal cielo aveva confermato ripetutamente la missione di Gesù suo Figlio, inviato come “servo”: “Questi è il mio Figlio, l’eletto…ascoltatelo!”. Maria non abbandonerà mai più la missione di essere serva del Signore, e custodire Colui che ha generato dal suo grembo, fino al Calvario.

La Madre non poteva mancare nel momento culminante della passione sul Calvario. La incontriamo accanto alla Croce nella posizione materna più scomoda e nella fedeltà più tormentata in quel suo rimanere fedele “serva” del Signore. Gettato nella sofferenza più atroce fatta di dolore fisico, di umiliazioni morali e di prostrazioni spirituali, l’uomo dei dolori, Gesù sente nelle sue piaghe la tentazione della disperazione.

Maria condivide insieme con il Figlio l’obbedienza alla volontà del Padre. In quel momento la sostengono le parole da lei pronunciate a Nazareth e che l’avevano impegnata dinanzi a Dio come “serva”: “Avvenga per me secondo la tua parola”. Adesso è questo ciò che Dio il Padre chiede anche a Lei. Stare come Madre accanto al Figlio. Sente di non potersi tirare indietro proprio adesso. Sul Calvario, vivendo la prova della sofferenza più atroce, qual è quella di sopravvivere alla morte del Figlio crocifisso e derelitto, Lei porta a compimento fedelmente la missione ricevuta: “Ecco la serva del Signore”.

Mi piace immaginare come sotto la croce Maria abbia potuto supplire al silenzio del Padre, per dare consolazione al Figlio sussurrando parole vere di madre: “Questi è il Figlio mio, l’amato, in lui ho posto il mio compiacimento”. Saranno state queste parole, o altre simili, ad aiutare il Figlio a confidare nel Padre, a riprendere il respiro dell’anima (che da lì a poco avrebbe riversato sull’umanità nell’atto di “spirare”) e ad abbandonarsi definitivamente fra le sue braccia: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito (Lc 23,46).

La missione materna di Maria non era quella di sottrare il Figlio alla morte, ma aiutarlo a viverla secondo la volontà del Padre, aiutarlo così a morire. Non sarà la dolce morte dell’eutanasia a dare dignità al morire, ma il morire dolcemente tra le braccia di qualcuno. Come ha saputo fare Maria.

 

+ Gerardo Antonazzo




Omelia per la Messa “In Coena Domini” 2021

Stemma di Mons. Gerardo Antonazzo

I panni sporchi si lavano in famiglia

Omelia per la Messa “In Coena Domini”

Pontecorvo-Chiesa Concattedrale, 1 aprile 2021

 

 

Cari amici,

era notte quando sono entrati nel Cenacolo; ed era ancora notte quando sono usciti. Cosa è cambiato per i Dodici in quella notte? Giuda è uscito in anticipo. Fortunatamente solo! Uscire insieme a Giuda avrebbe significato anche per gli altri condividere il suo medesimo turbamento e confusione, e piombare in una notte irrimediabile. È la notte del “boccone” avvelenato da Satana, il boccone della fiducia tradita, il boccone della ripicca, il boccone dell’atroce crisi interiore di fronte ad un Messia sofferente, debole, indifeso, che “non contesterà né griderà, né si udrà nelle piazze la sua voce. Non spezzerà una canna già incrinata, non spegnerà una fiamma smorta” (Mt 12,18-20). Dopo aver preso il boccone, e nel gesto di metterlo in bocca “Satana entrò in lui” (Gv 13, 27). L’amicizia offerta da Gesù non è ricambiata; Giuda non ritorna sui suoi passi, il diavolo spinge inesorabilmente avanti il suo destino. Si sente tradito da Gesù perché la sua missione non corrisponde a quanto Giuda desiderava da un messianismo politico e rivoltoso, e di conseguenza punisce con il tradimento colui che lo ha illuso e ingannato.

 

Che delusione!

La tentazione del diavolo gioca sul sentimento della delusione: Giuda entra nel Cenacolo con la “notte” nel cuore, perché la tentazione aveva preso possesso dei suoi pensieri deteriorati da calcoli umani: “Il diavolo aveva già messo in cuore a Giuda, figlio di Simone Iscariota, di tradirlo” (Gv 13,2). Giuda cede miseramente alla tentazione del Maligno, proprio come era accaduto la prima volta con Adamo ed Eva. Inocula il sospetto lì dove c’è solo Amore, provoca la ribellione e spinge alla disobbedienza verso Colui che si offre con umiltà e tenerezza. Le possibilità della perversione del cuore sono davvero molte. Il diavolo è artefice astuto di dubbi, riserve mentali, resistenze e paure interiori, sfiducia; getta discredito e fango sulla debolezza di un Maestro che si umilia per lavare i piedi come fosse un servo, perdendo di dignità agli occhi dei benpensanti: se fosse vero Dio …. non si comporterebbe da schiavo!

Tutto nel Cenacolo sembra aggredire la potenza dei segni, degli insegnamenti, del miracolo compiuto sul pane e sul vino, delle promesse future. L’entusiasmo iniziale della sequela sembra svanire, si affievolisce fino allo spegnimento. Tra gli apostoli fa capolino qualche ripensamento: per r quale motivo condividere la debolezza del Messia, le umiliazioni, la sofferenza, la cattiveria, e con Lui il rischio anche della nostra vita? Tutto questo sarebbe una vergogna, una clamorosa smentita, un disonore, sarebbe un fallimento, una disfatta imperdonabile.

Dalla delusione alla decisione da prendere: gli apostoli non erano migliori di Giuda, e non erano peggiori di noi. La differenza è tutta qui: Giuda è già uscito (Ed era notte: Gv 13,30), ha preso una decisione contraria alle parole e ai gesti dell’Amore; mentre gli altri accettano di resistere, decidono di restare ancora; e Gesù ha la possibilità di “recuperarli”: inizia a lavare i “panni sporchi” in famiglia. I piedi rimandano al cammino, quindi alla sequela: Gesù intende purificare le intenzioni del cuore, le motivazioni per le quali hanno accettato di seguirlo. Vuole incoraggiarli, perché il peggio deve ancora arrivare. Ed è meglio prepararli, compiendo tutto quanto può prefigfurare il lavacro della Croce, lo scandalo e la vergogna del Malfattore.

 

La nostra metàbasis

Con il gesto umile del servo Gesù vuole fare luce nelle notti che ci portiamo nell’animo: la notte della fede, la notte della coscienza sporca, la notte dei vizi, la notte delle schiavitù, la notte delle immoralità, la notte dell’inimicizia e delle divisioni dolorose, la notte della gelosia, dell’orgoglio, della rivalità, dei contrasti e dei conflitti. Alle antiche purificazioni rituali, subentra un bagno nuovo: “Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato. Rimanete in me e io in voi” (Gv 15,3-4). Ci purifica mediante la sua parola e il suo amore: “Sempre di nuovo ci lava con la sua parola. Sì, se accogliamo le parole di Gesù in atteggiamento di meditazione, di preghiera e di fede, esse sviluppano in noi la loro forza purificatrice. Giorno dopo giorno siamo come ricoperti di sporcizia multiforme, di parole vuote, di pregiudizi, di sapienza ridotta ed alterata; una molteplice semifalsità o falsità aperta s’infiltra continuamente nel nostro intimo. Tutto ciò offusca e contamina la nostra anima, ci minaccia con l’incapacità per la verità e per il bene. Se accogliamo le parole di Gesù col cuore attento, esse si rivelano veri lavaggi, purificazioni dell’anima, dell’uomo interiore” (Benedetto XVI, 20 marzo 2008).  “Gesù, sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava” (Gv 13,3): parole che non solo danno enfasi al gesto di Gesù, svelandone tutta l’umiltà, ma imprimono un significato inaspettato al gesto del Maestro, lo rende una katàbasis: “Svuotò sè stesso assumendo una condizione di servo” (Fil 2,7). La lavanda dei piedi diventa un segno rivelatore del paradosso: l’incarnazione come “abbassamento” di Dio nella condizione di servo. Ma proprio il suo piegarsi diventa per noi una metàbasis, trasformazione in “nuove creature”.

 

La Messa non è finita

Dalla notte del Cenacolo o si esce peggiori (Giuda) o si esce migliori, purificati dall’Amore (Pietro e gli altri). Ma se anche usciremo cambiati, non illudiamoci di essere divenuti perfetti: la notte delle contraddizioni e della tentazione continua nella vita. Solo con la forza dell’eucaristia e del servizio ai fratelli Gesù continuerà a farci dono del suo Amore, nutrimento divino nel cammino faticoso della sequela evangelica. Ogni eucarestia resterà per noi apprendistato del nuovo Comandamento dell’amore di cui resteremo sempre debitori perché deboli, e discenti perché pur sempre discepoli. Coraggio: tutte le volte in cui nelle pieghe della nostra fragilità leggeremo le piaghe delle nostre ferite, Qualcuno continuerà “a lavare i panni sporchi in famiglia” in quell’Eucarestia dell’unica Messa che non è mai finita. Gesù continua a farci dono del suo immenso amore, a rigenerarci con il lavacro del suo sangue. La fiducia del nostro essere cristiani non sta nella presunzione di saper fare quello che ha fatto Lui, ma di lasciarsi cambiare dal suo amore sofferto, offerto a prova di croce. Il sacramentum del suo Amore si fa exemplum a noi consegnato con il Comandamento nuovo dell’amore: “Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri (Gv 13,34). Dinanzi a parole così chiare non c’è scampo; c’è solo salvezza.

 

+ Gerardo Antonazzo




Omelia Messa Crismale 2021

Stemma di Mons. Gerardo Antonazzo

Scrivi le cose che hai visto

 

Omelia per la Messa Crismale

Cassino-Chiesa Concattedrale, 31 marzo 2021

 

Quello che vedi, scrivilo in un libro e mandalo alle sette Chiese…Scrivi dunque

le cose che hai visto, quelle presenti e quelle che devono accadere in seguito

(Ap 1,11.19)

 

Amati presbiteri, diaconi, consacrati, fratelli e sorelle,

durante la Messa Crismale del 17 aprile 2019 vi confidavo questi sentimenti: “L’oggi di Gesù brucia nel mio cuore di Pastore. Sento oggi il peso della mia responsabilità, e non posso sottrarmi alle parole del Maestro: Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato…” [  ]. Vivo questo momento della nostra Chiesa particolare come il tempo favorevole per ravvivare la missione per una ritrovata e rinnovata opera di evangelizzazione. Per questo oggi annuncio, tra gioia e trepidazione, l’Indizione per la nostra diocesi della mia Prima Visita Pastorale” (dall’Omelia). Così, in questi due anni il Signore, “l’Alfa e l’Omèga, Colui che è, che era e che viene, l’Onnipotente!” (Ap 1,8) ha visitato l’ottava Chiesa che vive in Sora-Cassino-Aquino-Pontecorvo.

 

L’Indizione della Visita pastorale

È stata ispirata dalle parole del Risorto: “Sto alla porta e busso” (Ap 3,20)

Parole semplici, confidenziali, familiari. Un gesto capace di rinnovare ogni volta nel mio animo una vibrante emozione. Pochi tocchi, un rumore, preludio della voce rassicurante del Pastore bello e buono, Gesù, venuto come per dire: “Sono qui, per te! sono venuto per cercarti; ti chiedo di farmi entrare, se lo vuoi…desidero restare qui, proprio qui, con te”.

Ho bussato con garbo e discrezione alla porta del vostro cuore, carissimi presbiteri e diaconi. Ho cercato di entrare in punta di piedi nel vostro ministero con rispetto, cercando di capire, apprezzare e soprattutto condividere le fatiche e le delusioni. Grazie per la vostra confidenza, la familiarità del nostro essere sull’altare come anche in cammino di casa in casa, di strada in strada, di contrada in contrada.

Ho bussato alla porta delle nostre istituzioni militari, civili, culturali, scolastiche, associative, sanitarie. Ho bussato alle porte del mondo del lavoro e ho trovato la grazia dell’accoglienza cordiale ed entusiasta. Ho bussato alla porta già spalancata di tanti ragazzi, genitori, operatori pastorali generosi e infaticabili: una meravigliosa mappatura umana di esperienze, di dialogo e di ascolto, di testimonianze, di fatiche, di slanci e scoraggiamenti, tutto impregnato di bella sensibilità, di ascolto vigile, di passione generosa, di dedizione incommensurabile. Tutto ciò è solo il tremulo balbettio di un racconto che non vuole e non può essere in questa celebrazione il resoconto della Visita pastorale.

 

La Conclusione della Visita pastorale

È provocata dalle parole del Risorto: “Scrivi dunque le cose che hai visto” (Ap 1,19)

 

  1. Provati dalla crisi, plasmati dalla speranza

La nostra, non è più la stessa Chiesa. L’imprevedibile e drammatica emergenza sanitaria

da Covid-19 ha obbligato a ripensare e a riscrivere i nostri spazi, tempi e programmi. Ha aperto anche nuovi e più ampi, imprevedibili, impensabili e inesplorati orizzonti pastorali. Stiamo vivendo una nuova stagione pastorale, una profonda trasformazione rigenerativa delle parrocchie. Sentiamo la responsabilità storica di dover rispondere a nuove e inattese sfide missionarie. Questa fatica pastorale la stiamo soffrendo insieme con la speranza affidabile nella fioritura del ramo di mandorlo: dopo il rigido inverno delle restrizioni, viene la primavera perché Dio è all’opera soprattutto nel tempo di ogni esilio, pronto a dare compimento alla nostra attese operosa in tempo di crisi, ma non di sfiducia. Sì, provati dalla crisi, ma plasmati dalla speranza! Il Signore sta creando cose nuove: non ve ne accorgete? (cfr Is 43,19). Le nostre parrocchie non sono più le stesse di prima, e per alcuni tratti sostanziali non ritorneranno ad esserlo. In questi mesi sta cambiando il volto della nostra Chiesa. Il processo è in atto, e non siamo ancora in grado di prevedere quale diversa comprensione ne risulterà. Solo uno stile sinodale e la pratica comunitaria del discernimento permetterà di meglio disporci al nuovo alfabeto dell’annuncio della fede.

 

  1. Ho ascoltato un popolo profetico

Nel pellegrinaggio della Visita ho sentito appropriate le parole del Servo di Jahweh: “Il Signore Dio mi ha dato una lingua da discepolo, perché io sappia indirizzare una parola allo sfiduciato. Ogni mattina fa attento il mio orecchio perché io ascolti come i discepoli. Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio e io non ho opposto resistenza, non mi sono tirato indietro” (Is 50, 4-5). Ho cercato di ascoltare per conoscere e amare, ancor prima di parlare. Nelle parole più umili e semplici di voi confratelli presbiteri e diaconi, di consacrati, di fedeli laici e operatori pastorali ho raccolto la profezia di desideri buoni, di propositi giusti, di intendimenti generosi. Il popolo guidato da retta intenzione e spirituale intuizione sa dire le cose di Dio.

Tale dimensione profetica del nostro essere Chiesa deve riguardare e comprendere anche la carica profetica della Chiesa domestica. L’amore dei coniugi è già profezia, annuncio della bellezza dell’amore che esalta e porta a perfezione ogni buona volontà e sforzo umano nel volersi bene. Tale dimensione profetica della famiglia la ritroviamo nelle preziose parole con le quali il Papa ha inaugurato l’Anno della Famiglia: “Quando la famiglia vive nel segno di questa comunione divina, allora diventa una parola vivente del Dio Amore, pronunciata al mondo e per il mondo” (19 marzo 2021). La famiglia esercita il suo munus profetico quando si apre all’amore vivificato dall’ascolto della Parola, e da essa si lascia educare alla sequela di Cristo. È profezia domestica la fedeltà dei coniugi, è profezia domestica il compito educativo verso i figli, è profezia domestica l’abbraccio che si fa carico dentro la vita familiare delle condizioni più deboli, fragili e malate.

 

  1. Ho pregato con un popolo sacerdotale

La dimensione sacerdotale del popolo di Dio non si esaurisce nell’azione liturgica, pur consapevoli che “la liturgia è il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e, al tempo stesso, la fonte da cui promana tutta la sua energia” (SC 10). La celebrazione dell’eucarestia resta senza dubbio l’evento sacramentale necessario per la fede di ogni battezzato e della comunità cristiana. Con l’unzione dello Spirito Santo i credenti vengono consacrati e abilitati nell’esercizio del proprio sacerdozio battesimale.

Anche la dimensione sacerdotale del nostro essere Popolo di Dio non sarebbe completa se non fosse comprensiva della liturgia domestica. Dire “popolo sacerdotale” non è dire popolo “rituale”. Ritorna urgente e attuale recuperare il passaggio dal rito alla vita, dal culto alla cultura, per aprire la strada e favorire il passaggio dall’offerta rituale al sacrificio vitale della quotidianità.  Ho bussato al cuore grande – davvero molto grande! – delle famiglie nelle quali mi sono abbeverato alla sorgente dell’amore crocifisso stampato nelle membra deboli di tanti bambini, ragazzi, giovani, adulti. Mi sono sentito “debole per i deboli” (1Cor 9,22), stupito e disarmato anche nelle parole dinanzi alla forza di padri e madri capaci di ungere la vita malata di figli, o di genitori o di parenti, con il balsamo di un amore religioso, sacro, oserei dire “divino”. Ho conosciuto un prezioso patrimonio di santità della porta accanto: liturgie domestiche sommesse, silenziose, discrete, sconosciute, radici forti e robuste impregnate di grazia di Dio che danno linfa al benessere spirituale della santità della Chiesa.

In definitiva, ogni azione cultuale, pure necessaria per il nutrimento della vita della Chiesa, è destinata a diventare “cultura”, esperienza incarnata nella vita reale.  Lo insegna e lo richiede l’apostolo san Paolo: “Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale” (Rm 12,1-2). Dire popolo sacerdotale significa anche educare e abilitare le nostre famiglie alle liturgie domestiche: “Noi lodiamo il Signore in chiesa quando ci raduniamo. Al momento in cui ciascuno ritorna alle proprie occupazioni, quasi cessa di lodare Dio. Non bisogna invece smettere di vivere bene e di lodare sempre Dio. Bada che tralasci di lodare Dio quando ti allontani dalla giustizia e da ciò che a lui piace” (S. Agostino, Commento al Sal 148).

 

  1. Ho amato un popolo regale

La regalità del servizio deve innervare la vita della comunità. Nella pratica religiosa moderna spesso manca la re­lazione umana. “I membri della prima Chiesa cristiana socia­lizzavano, erano amici, o sta­vano dentro a un meccanismo che favoriva l’amicizia a priori. Le relazioni umane e spirituali fra i primi cristiani rendevano più natura­le la risposta al bisogno anche materiale dell’altro: la condivi­sione non era un obbligo ma un atto d’amore” (P.G. Gawronski). Al contrario, la carità oggi può diventare una transazione anoni­ma poco attraente. Le nostre assemblee spesso sono “fredde”, apatiche, anonime. Pur pregando insieme, si ha spesso la sensazione che i fedeli do­menicali preghino da soli; che pur partecipando insieme alla Messa, si sentano fondamental­mente soli. Anche l’Eucaristia, pur chiamandosi “comunio­ne”, è purtroppo spesso vissu­ta come un accesso individuale alla grazia. Il sacramento della fraternità non viene speditamente vissuto come convivialità dell’amore comunitario, come regalità della fraternità, per poi farsi anche servizio ai più poveri.

Credo che una dimensione più familiare, fraterna e amicale delle nostre liturgie si potrà ricostruire grazie a famiglie capaci di riempire l’aula liturgica del profumo dell’amicizia della casa di Betania (Gv 12,3: Tutta la casa si riempì dell’aroma di quel profumo). La dimensione regale della famiglia insegna declinare l’esercizio della carità con il rispetto, il dialogo, l’ascolto, con l’audacia del perdono e della riconciliazione. La testimonianza della carità non può essere delegata a pochi incaricati della Caritas parrocchiale, ma diventa sempre più comunitaria se colloca il suo fondamento sorgivo nella costituzione di famiglie aperte alle molte povertà ormai dilaganti e nella educazione di figli meno egoisti e possessivi e più aperti alle fragilità di tanti loro coetanei. L’educazione al servizio è la via maestra per formare famiglie e comunità vive nell’essere segno credibile del Vangelo incarnato nel vissuto della gente, per una storia di salvezza che passa attraverso l’attrazione esercitata dalla bellezza dell’amore: “Guardate come si amano” (Tertulliano).   I pagani di oggi potrebbero dirlo delle nostre parrocchie?

 

  1. Preghiera

Per amore di “Colui che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue”, affidiamo la nostra Chiesa alla rinnovata crismazione dello Spirito:

Signore Gesù Cristo, Parola creatrice,

ci hai costituiti profeti di speranza:

donaci la passione missionaria del Vangelo

per annunciare la sola Verità che rende liberi.

Signore Gesù Cristo, sacerdote, altare e vittima

ci hai consacrati sacerdoti per il tuo Dio e Padre:

trasfigura la nostra esistenza in una lode di gloria,

in un sacrificio vivente, santo e gradito a Dio.

Signore Gesù Cristo, Servo per amore,

ci hai rivestiti della tua nobile dignità regale:

fa’ della nostra Chiesa una casa di fraternità

per testimoniare la rivoluzione della tua tenerezza.

Amen.

 

+ Gerardo Antonazzo

 




Nomina del nuovo Direttore dell’Ufficio diocesano per le comunicazioni sociali

Sora, 28 marzo 2021

Carissimi,

comunico che in data 25 marzo 2021 ho nominato Direttore dell’Ufficio diocesano per le comunicazioni sociali don Andrea Pantone.

Esprimo a nome dell’intera comunità diocesana la gratitudine al carissimo don Alessandro Rea per l’apprezzato impegno profuso al servizio della Chiesa diocesana. A don Andrea l’augurio di una generosa e proficua dedizione per la promozione dell’annuncio del Vangelo attraverso tutte le risorse della comunicazione multimediale.

A tutti l’augurio gioioso di Buona Domenica delle Palme.

+ Gerardo Antonazzo




Omelia per la Domenica delle Palme 2021

Stemma di Mons. Gerardo Antonazzo

 Le variabili dell’amore e le varianti del male

Omelia per la domenica delle Palme

Sora-Cattedrale, 28 marzo 2021

 

 

La liturgia delle Palme inizia con le acclamazioni della folla che benedice Gesù, e finisce con le bestemmie della gente contro l’uomo della Croce: “Quelli che passavano di là lo insultavano, scuotendo il capo” (Mc 15,29). La gente di Gerusalemme grida: “Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Benedetto il Regno che viene, del nostro padre Davide! (Mc 11,9-10). Che cosa c’è realmente nei pensieri di coloro che acclamano la gioia per il “regno che viene”?  Più che una folla esultante si viene a contatto con gente esaltata. Che idea aveva del Messia di cui era in attesa? Qui sta il nodo della festa di oggi, anche per noi, per comprendere la profondità inesplorata dell’amore passionale di Cristo. Crediamo davvero alla potenza del suo amore umiliato, insultato, schivato e schifato? Chi è per noi Gesù di Nazaret? Merita davvero la nostra fiducia, è efficace nel guarire dalle varianti del nostro egoismo?

 

Non è così difficile lasciarsi tentare dall’idea di un Dio potente, vittorioso, che salva più credibilmente con un atto di forza nel contrastare la cattiveria degli uomini. Non è facile né scontato credere affidare il destino della propria vita al Dio di Gesù Cristo, che nessun filosofo o religione ha mai potuto pensare o immaginare prima del cristianesimo. Nel racconto della passione troviamo il panorama completo delle miserie degli uomini di fronte al mistero Dio che si rivela nell’Uomo condannato dalla giustizia umana: con la debolezza del suo amore divino, Gesù piega la forza del male che sconvolge la natura umana. Un agnello mansueto, che nemmeno scappa davanti ai suoi tosatori, che piega dolcemente la testa: “Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca; era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, e non aprì la sua bocca” (Is 53). Nessuno che punta ad avere successo nel mondo vuole esserlo; anzi, occorre farsi rispettare, non mostrarsi mai deboli e se è necessario, alzare la voce. Perché non possiamo lasciarci mettere “i piedi in testa”, da nessuno. In mezzo ai lupi, devi essere lupo feroce.

 

Ciò che Papa Francesco ha affermato per il razzismo, vale per il virus di ogni peccato: “È un virus che muta facilmente e invece di sparire si nasconde, ma è sempre in agguato” (21 marzo 2021). Nel racconto della Passione ritroviamo le sublimi variabili dell’amore di Cristo che guarisce dalle tante varianti delle fragilità umane, dai molti peccati che foraggiano l’opera del Male nel mondo. La liturgia delle Palme introduce e accompagna verso una straordinaria e impensabile storia d’amore di Dio nell’imminenza di farsi “passione”. Peraltro, ogni vero amore vive di passione, ogni forma di amore conosce le sue passioni. Alla passione d’amore si guarda a volte con sospetto. Ma quando non è macchiata di egoismo non fa perdere la testa, bensì coinvolge liberamente il cuore. Nella sua “passione” d’amore Gesù non ha “dato di testa”; ha donato la vita. Una vera “passione d’amore” non violenta la libertà altrui, ma anzi vive il rispetto dell’attesa, i tempi del silenzio, l’amarezza del rifiuto, la debolezza dell’incomprensione, persino il fallimento della fiducia e la fragilità del tradimento. Ogni “passione d’amore” malata di egoismo, di bramosia, di possesso, può arrivare all’estremo della follia di un “delitto passionale”. Ma questa sarebbe un’altra storia, che parla solo di egoismo predatore.

 

La purezza della passione di Cristo è dimostrata dalla “follia” di un amore che dona la propria vita perchè la vita dell’altro migliori e sia resa più felice. Gesù si consegna in piena libertà, la vita non gli è tolta: “Io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso” (Gv 10,17). La passione dell’amore libero e puro non può mai uccidere, anche a costo di soffrire per l’altro. Nel termine “passione” è custodito gelosamente il verbo soffrire, patire. Quello di Gesù è un “amore passionale”, perché arriva a soffrire pur di continuare ad amare, fino a morire Lui per amore! La passione di Cristo è una sublime scuola di amore per credenti e non credenti, agnostici e atei: “L’amore appassionato di Dio per l’uomo è nello stesso tempo un amore che perdona. Esso è talmente grande da rivolgere Dio contro sé stesso, il suo amore contro la sua giustizia. Il cristiano vede, in questo, già profilarsi velatamente il mistero della Croce: Dio ama tanto l’uomo che, facendosi uomo Egli stesso, lo segue fin nella morte e in questo modo riconcilia giustizia e amore” (Benedetto XVI, Deus caritas est, 10). Nella sua passione d’amore è Dio che si fa debole nella persona di Cristo, il quale “pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio ma svuotò sé stesso assumendo una condizione di servo” (Fil 2, 6-7). Gesù ci serve con la vulnerabilità del suo amore, non compreso, né apprezzato, motivo di scandalo e di derisione. La sua vita è offerta per tutti, ma per molti la sua sofferenza si rivelerà inutile.

 

L’immagine di Dio che Gesù rivela è quella di un Amore che assume la nostra debolezza, la nostra vulnerabilità, che si sottopone fino in fondo alla libertà dell’uomo. Questa mansuetudine ci ha salvati. Nobiltà dell’amore divino! Nell’offerta della sua amicizia il Signore è stato e resta serio, sa giungere fino in fondo sottoponendosi a tutte le sue conseguenze, amando l’uomo e la sua libertà, pur di salvarlo dal male. “Poiché la potenza di Cristo si è rivelata nella debolezza, la luce di Dio si è rivelata nell’oscurità delle ore della croce, la gloria e la speranza di Dio si sono manifestate nel grido di dolore e di abbandono di Gesù, così che anche noi siamo chiamati alla conoscenza di un Dio diverso da quello che pensiamo” (C.M. Martini).

 

+ Gerardo Antonazzo

 

 

 




Messaggio per la Pasqua 2021

MESSAGGIO PER LA PASQUA

4 aprile 2021

 

 

Cari amici,

 

con sincero affetto di pastore mi rivolgo a voi: genitori e figli, così duramente esposti al rischio di una “catastrofe educativa” (Papa Francesco), giovani e adulti, istituzioni e associazioni di volontariato, ragazzi e anziani, imprese e lavoratori, tanti disoccupati, cassintegrati o licenziati, ammalati e personale sanitario, per dire a ciascuno la mia speciale vicinanza in prossimità delle feste pasquali. Speravamo di celebrare e festeggiare l’evento cristiano in modo più “normale”; invece, restiamo ancora condizionati dalla diffusione del contagio epidemico. È desiderio di tutti potersi vaccinare quanto prima. È scioccante il gioco di profitto dietro certi meccanismi perversi di interessi commerciali. Se così fosse, e se davvero siamo come in guerra contro il virus, allora dobbiamo sospettare una lacerante illegalità contro il bene dell’umanità.

Il vaccino può sconfiggere la pericolosità del contagio, ma non basta: qualcosa di strutturale deve cambiare per evitare altri disastri e tragedie che sono dietro l’angolo. Perché davvero “nulla sia come prima” è necessario che “nessuno resti quello di prima”. Bisogna cambiare i nostri stili di vita, migliorare la qualità dei beni relazionali, educare al rispetto tra le generazioni, modificare i nostri costumi e i nostri consumi, custodire i processi educativi, assumersi la responsabilità nei confronti della “casa comune”, dell’ambiente, per un’ecologia integrale. Lo sviluppo sfrenato non è vero progresso. Scriveva Papa san Paolo VI: “O il mondo sarà pervaso dallo spirito di Cristo, o sarà tormentato dal suo stesso progresso fino alle peggiori conseguenze, di conflitti, di follie, di tirannie, di rovine”.

È necessario uno scatto di virtù umane, sociali, educative e spirituali. Ogni pretesa e sforzo umano di miglioramento, è buono e necessario. Ma può non essere sufficiente. Nell’incontro con la Pasqua di Cristo ci viene offerta la possibilità di non essere più quelli di prima, diventare creature nuove; possiamo ricominciare una vita nuova. Non c’è niente di più bello: ricominciare a vivere in modo diverso. Basta ricordare ai tanti contagiati dal virus costretti alla terapia intensiva, e poi guariti: ritorna il respiro, ritorna la vita. La Pasqua ci restituisce il respiro dell’anima perché ci cambia il cuore e la vita! La Pasqua di Cristo inocula nell’animo umano il vaccino di un amore che ci guarisce da tutte le varianti del peccato, anche le più perniciose. Solo la bellezza dell’amore può salvare l’umanità. La Pasqua risana il contagio dal male, e risucchia il pericolo di nuove diseguaglianze, ingiustizie, povertà, malattie e sofferenze.

Coraggio: Cristo ha sacrificato la sua vita per rendere migliore la nostra, perché nessuno resti quello di prima.  Buona Pasqua di vero cuore.

+ Gerardo Antonazzo




Lettera per le celebrazioni della Settimana Santa

Stemma di Mons. Gerardo Antonazzo

Lettera ai presbiteri e diaconi

per le celebrazioni della Settimana Santa 2021

 

 

 

Carissimi,

 

la Settimana Santa è il centro di tutto l’Anno liturgico; prepara i fedeli al Triduo pasquale del Signore crocifisso, sepolto e risorto. La persistenza della grave epidemia da Covi-19 costringe anche quest’anno ad attuare comportamenti responsabili al fine di evitare la diffusione del contagio. Come ben sappiamo, i fedeli potranno partecipare alle celebrazioni liturgiche continuando ad attenersi a tutte le disposizioni per la sicurezza propria e altrui.

 

Facendo seguito alle indicazioni emanate già dalla Conferenza Episcopale Italiana, comunico alcune istruzioni in merito alle singole celebrazioni della Settimana Santa. Siamo invitati a incoraggiare la partecipazione in presenza dei nostri fedeli, potendo pregare nella chiesa più vicina alla propria abitazione, e portando sempre con sé l’Autocertificazione. L’uso dei social media resta un’opportunità da valorizzare con sano discernimento ed equilibrio, considerato il numero limitato dei posti disponibili in ciascun edificio sacro.

 

 

Domenica delle Palme

Richiamo le indicazioni della CEI riguardo ai rami d’ulivo: “La Commemorazione dell’ingresso di Gesù a Gerusalemme sia celebrata con la seconda forma prevista dal Messale Romano. Si evitino assembramenti dei fedeli; i ministri e i fedeli tengano nelle mani il ramo d’ulivo o di palma portato con sé; in nessun modo ci sia consegna o scambio di rami”.

 

Messa Crismale

Sarà celebrata nella chiesa Concattedrale di Cassino mercoledì 31 marzo p.v. alle ore 18.30 e sarà trasmessa in diretta streaming su www.diocesisora.it/pdigitale/web-tv e su youtu.be/IncnZs52bZA. I fedeli laici potranno liberamente occupare i restanti posti disponibili fino al numero complessivo di 200 persone. Sia i presbiteri che i fedeli laici ricordino di portare con sé il modulo compilato dell’Autocertificazione.

 

Per la celebrazione i presbiteri e i diaconi seguono diligentemente le indicazioni:

 

  • Il Vicario Generale, i Vicari di Zona, e i presbiteri che celebrano quest’anno il 25° anniversario della propria ordinazione si faranno trovare mezz’ora prima dell’inizio della celebrazione presso la Curia di Cassino dove troveranno solo la casula. Ognuno provveda a portare con sé camice, stola bianca, manutergio e igienizzante personale.

 

  • Tutti gli altri presbiteri e i diaconi mezz’ora prima dell’inizio della celebrazione prendono posto nei banchi loro riservati e indossano il camice e la stola che ognuno avrà portato con sé.

 

  • Al momento della comunione eucaristica si resta al proprio posto, un ministro porterà le specie eucaristiche. Prima di comunicarsi ogni presbitero si igienizza le mani con apposito gel disinfettante personale, dopo la comunione si purificherà le mani con il manutergio personale.

 

  • Le offerte raccolte durante la Messa Crismale saranno devolute al Seminario diocesano per la formazione dei nostri seminaristi.
  • Prima della conclusione della Messa Crismale saranno consegnati gli Oli ai Vicari zonali. Ogni parrocchia provvedere a ritirare gli oli nei giorni successivi, seguendo le indicazioni del proprio Vicario zonale.

 

Messa in Coena Domini

Si omette la lavanda dei piedi durante la celebrazione liturgica in chiesa.

La CEI suggerisce: “Al termine della celebrazione, il Santissimo Sacramento potrà essere portato, come previsto dal rito, nel luogo della reposizione in una cappella della chiesa dove ci si potrà fermare in adorazione, nel rispetto delle norme per la pandemia, dell’eventuale coprifuoco ed evitando lo spostamento tra chiese al di là della propria parrocchia”.

 

Indicazioni pastorali:

 

  • Sarebbe opportuno esporre davanti all’altare della celebrazione eucaristica, in modo ben visibile, i simboli della lavanda dei piedi: brocca, catino, asciugamano, disposti in modo dignitoso e solenne.

 

  • Si possono invitare le famiglie a compiere in casa il rito della lavanda dei piedi, dopo aver partecipato in presenza o in streaming alla celebrazione liturgica. Ogni presbitero provveda a ben spiegare tale opportunità al fine di valorizzare le ministerialità domestiche.

 

  • Se si svolge l’adorazione comunitaria dell’Eucarestia dalle ore 23.00 alle ore 24.00, tenuto conto del coprifuoco delle ore 22.00 questa può essere trasmessa e condivisa in diretta solo tramite i social media.

 

Venerdì Santo

Nella Preghiera universale si utilizzino i formulari X e XI modificati secondo le indicazioni della Conferenza Episcopale Italiana:

  1. Per chi si trova in situazione di smarrimento, per i malati e per chi se ne prende cura. Preghiamo, fratelli carissimi, Dio Padre onnipotente, perché allontani l’epidemia, conduca verso la serenità i nostri animi sconvolti e le nostre vite smarrite, conceda la salute ai malati, la costanza a quanti se ne prendono cura, e a tutti noi la gioia di tornare a radunarci nel giorno del Signore.

Preghiera in silenzio; poi il sacerdote dice: 

Dio onnipotente ed eterno,

conforto degli afflitti, sostegno dei tribolati,

ascolta il grido dell’umanità sofferente,

perché tutti si rallegrino di avere ricevuto nelle loro necessità

il soccorso della tua misericordia e dona a quanti si prendono cura dei malati

il premio promesso a chi dà la vita per i fratelli.

Per Cristo nostro Signore.

 

  1. Per i defunti a causa della pandemia e per tutti i defunti.

Preghiamo per i nostri fratelli e sorelle che sono morti a causa della pandemia e per tutti i defunti: associati al Signore Gesù nel destino di sofferenza e di morte, possano partecipare alla gloria della sua risurrezione.

Preghiera in silenzio; poi il sacerdote dice: 

Dio, il tuo unico Figlio nel mistero della Pasqua

è passato da questo mondo alla gloria del tuo regno,

concedi ai nostri fratelli e sorelle defunti

di condividere il suo trionfo sulla morte;

apri, o Padre, le porte della vita a quanti,

a imitazione del tuo Figlio,

l’hanno donata fino a morire

nel servizio generoso dei malati.

Per Cristo nostro Signore.

 

 

Inoltre: “L’atto di adorazione della Croce mediante il bacio sia limitato al solo presidente della celebrazione” (Indicazioni CEI). Tuttavia, il celebrante può presentare la croce ai fedeli, passando lungo i corridoi dell’aula liturgica per permettere a tutti di compiere un gesto di adorazione (es. mettendosi in ginocchio) al passaggio del Crocifisso, mentre l’assemblea esegue un canto adatto. Si può suggerire alle famiglie di compiere in casa un breve rito durante il quale ognuno può esprimere con il bacio del crocifisso la propria adorazione del Signore Gesù.

Ricordo la necessità di provvedere alla raccolta delle offerte per i Luoghi Santi particolarmente provati dalla crisi pandemica, da versare in Curia con sollecitudine.

 

Veglia pasquale

Può essere celebrata in orario compatibile con il rispetto del coprifuoco delle ore 22.00. Particolare attenzione deve essere rivolta all’uso delle candele per la Liturgia della luce. Chi consegna le candele ai fedeli deve igienizzare le mani in modo accurato. Ogni fedele deve conservare solo per sé la candela, senza passarla ad altri.

Chiedo di intensificare la preghiera per tutti i fratelli e sorelle contagiati dal virus, mentre imploriamo dal Signore per intercessione della Vergine Maria la completa liberazione dall’epidemia.

 

Vi saluto con paterno affetto pastorale.

 

 

Sora, 19 marzo 2021

Solennità di san Giuseppe

 

 

 + Gerardo Antonazzo        




Preghiera del Vescovo a San Giuseppe

Preghiera per l’anno speciale di San Giuseppe e della Famiglia Amoris Laetitia

Preghiera del Vescovo a San Giuseppe




Omelia del Mercoledì delle Ceneri 2021

Pdf scaricabile

Omelia delle Ceneri




‘E’ Dio che fa crescere oltre il deserto della crisi’ – Quaresima-Pasqua 2021

Carissimi,
nei mesi scorsi nessuno avrebbe immaginato di attraversare anche quest’anno il percorso quaresimale e le celebrazioni pasquali in condizioni di smarrimento, paura, confusione a motivo della persistente epidemia.

Dio continua a riprogrammare i nostri percorsi, aprire tracciati imprevedibili proprio nel “deserto” delle nostre inquietudini e delusioni. Dio propone il deserto che non t’aspetti, non quello che tu scegli.

Quando nel terzo secolo Cartagine fu colpita dalla peste san Cipriano fu testimone della terribile malattia. E invitava a non domandarsi di chi fosse la colpa, ma quali strade Dio stava aprendo. Ogni forma di deserto custodisce le sue sorprese, e ogni “crisi” può trasformarsi in opportunità. Dio educa le nostre parrocchie ad “abitare evangelicamente
la crisi che pure le coinvolge e le attraversa, accettandola come un tempo di grazia donatoci per capire la volontà di Dio”1.

Nel tempo di grazia della Quaresima, non dimentichiamo che “per la Chiesa, i giorni crocifissi sono i giorni benedetti”, come si esprimeva il cardinale Anastasio Ballestrero, già arcivescovo di Torino e già Presidente della CEI, in un’intervista rilasciata quasi alla fine della sua vita. Giorni crocifissi della traversata di un deserto che non sappiamo
quanto durerà né verso dove ci porterà. “La Pasqua è morte che genera una vita nuova, che germoglia poco a poco, e che all’inizio ha le forme di un germoglio piccolo e debole. Ma il Venerdì santo ha una drammaticità in cui è difficile anche solo immaginare la conclusione. Tuttavia qualche germoglio si comincia a intravedere anche in questo momento di prova”2.

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