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Vivere è da Dio – Omelia per la solennità del Natale (25 dicembre 2025)

VIVERE È DA DIO

Omelia per la solennità del Natale
25 dicembre 2025

 

Indicibile meraviglia svegliarsi al mattino di Natale e gioire della sublimità di parole impensabili:

 

In principio era il Verbo,
e il Verbo era Dio.

A quanti lo hanno accolto
ha dato potere di diventare figli di Dio:
a quelli che credono nel suo nome,
i quali da Dio sono stati generati.
E il Verbo si fece carne (Gv
1,1.11-14)

 

Nessuno mai avrebbe immaginato qualcosa di simile: parole incredibili, pensieri inaccessibili! Ci si addormenta da creature, ci si risveglia da figli di Dio. È la grazia del Natale: cambia la natura umana perché il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi. A partire dal mistero di Cristo, Logos (Parola) di Dio, generato non creato, della stessa sostanza del Padre (Credo del Concilio di Nicea nel 325), la natura umana è stata radicalmente modificata. Il Figlio è generato non creato, fatto uomo; mentre l’uomo, da Dio creato a sua immagine e somiglianza, da Lui viene ri-generato come figlio: creati da Dio, da Dio generati per vivere da Dio: “Dio si fa uomo perché l’uomo diventi Dio” (Leone Magno, Sermone 21, 2-3). Gesù Cristo, essendo Dio, si è fatto uomo per divinizzare la natura umana, elevandola alla partecipazione alla vita divina, un processo chiamato deificazione o théosis. Troviamo una sintesi magistrale nel Catechismo della Chiesa Cattolica, al n. 460: “Il Verbo si è fatto carne perché diventassimo «partecipi della natura divina» (2 Pt 1,4): «Infatti, questo è il motivo per cui il Verbo si è fatto uomo, e il Figlio di Dio, Figlio dell’uomo: perché l’uomo, entrando in comunione con il Verbo e ricevendo così la filiazione divina, diventasse figlio di Dio» (Ireneo di Lione, Adversus haereses, 3). «Infatti il Figlio di Dio si è fatto uomo per farci Dio» (Atanasio di Alessandria, De Incarnatione, 54). «L’unigenito […] Figlio di Dio, volendo che noi fossimo partecipi della sua divinità, assunse la nostra natura, affinché, fatto uomo, facesse gli uomini dei» (San Tommaso d’Aquino, Officium de festo corporis Christi, Ad Matutinas)”.

 

Nell’incontro con il Figlio di Dio, l’uomo è riscattato dalla sudditanza del peccato: “Il Verbo stesso di Dio si fa uomo per amore dell’uomo.  Chiede in elemosina la mia natura umana perché io diventi ricco della sua natura divina. Ma che cosa significa per noi questo grande mistero? Ecco: io ho ricevuto l’immagine di Dio, ma non l’ho saputa conservare intatta. Allora egli assume la mia condizione umana per salvare me, fatto a sua immagine, e per dare a me, mortale, la sua immortalità” (Gregorio Nazianzeno, Disc. 45)

 

La scienza medica cerca di intervenire sul dna umano: con accurate diagnosi riesce a riconoscere i difetti del genoma e a correggere le cellule difettose. La teologia dell’apostolo Giovanni presenta l’incarnazione di Cristo come il potenziamento del dna spirituale, perchè modifica il genoma dell’anima in termini di una vera e propria “ri-generazione”. Si diventa ciò che non si è mai stati prima: da creature a figli di Dio. Quando l’apostolo Giovanni dice che siamo generati da Dio, annuncia che i credenti entrano in una nuova esistenza spirituale attraverso la fede in Cristo, ricevendo la sua stessa vita divina. Non si tratta di una nascita carnale, ma di una trasformazione reale che ci rende parte della famiglia di Dio, rendendoci liberi dal potere del peccato e del maligno. La “generazione da Dio” è un atto che va oltre la morale e l’adozione legale, perché coinvolge una partecipazione effettiva alla vita divina. Nascita non carnale: essere generati da Dio non dipende dal nostro volere, dalla carne o dal sangue, ma è un dono che ci viene trasmesso attraverso la fede in Cristo. Non riceviamo solo il nome di figli, ma la vita stessa di Dio, si “rinasce dall’alto” attraverso la ritualizzazione battesimale. L’adozione umana è un atto giuridico che conferisce diritti e nome, ma non una partecipazione al sangue o al dna. La generazione da Dio, invece, ci rende partecipi della sua stessa vita e quindi del suo dna divino.

La letteratura apostolica, come anche quella patristica, coltiva con molta disinvoltura la logica della deificazione della vita umana. Così scrive l’apostolo Pietro: “Come fratelli amatevi intensamente, di vero cuore, gli uni gli altri, rigenerati non da un seme (σπέρματος-spérmatos) corruttibile ma incorruttibile, per mezzo della parola (λόγος-parola) di Dio viva ed eterna” (1Pt 1,22-23). Con l’evento della fede, nella quale l’uomo viene battezzato, la natura umana viene “fecondata” dal seme incorruttibile della Parola, generatrice di vita per la potenza dello Spirito: “Tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, questi sono figli di Dio. E voi avete ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: ‘Abbà! Padre!’. Lo Spirito stesso, insieme al nostro spirito, attesta che siamo figli di Dio” (cfr. Rm 8,14-16). È una questione di vita, che fa vivere di una Vita nuova: “Vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente! Per questo il mondo non ci conosce: perché non ha conosciuto lui. Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio” (1Gv 3,1-2).

Cari amici,

mentre volge a conclusione il tempo di grazia dell’anno giubilare, la divinizzazione della natura umana è fondamento della speranza cristiana. La generazione a “figli di Dio” orienta irrevocabilmente il cammino di pellegrini verso la meta definitiva: “Quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è” (1Gv 3,3). Quando questo si compirà in pienezza, sarà gioia piena e vita eterna. Ogni speranza sarà compiuta.

 

 

                                                                                                                       + Gerardo Antonazzo