UNA VOCE, IL MIO DILETTO!
Omelia per la Professione solenne di suor Ildegarda Chergut
Arpino-Parr. S. Andrea, 26 aprile 2026
Cari amici, carissime sorelle del Monastero benedettino S. Andrea,
la liturgia di questa domenica rigenera la santità di ogni discepolo, chiamato a vivere nella grazia di Gesù Risorto. Alla sua sequela avete ceduto la vostra esistenza, imparando a costruire e a vivere una relazione di fiducia tra il Pastore e il suo gregge, tra l’Agnello immolato e gli agnelli. Solo il pastore è autorizzato ad accedere nel recinto delle pecore: “Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce” (Gv 10, 1-3b). Gesù sollecita a fare discernimento nel distinguere, con lucidità di mente e di cuore, il pastore dal mercenario. Questa prima antitesi lascia pensare che il gregge può essere rivendicato sia da coloro che lo distruggono (ladri e briganti), sia dal pastore legittimo. Diversamente da un estraneo, il vero pastore è autenticato da una relazione con le pecore di vicinanza e di fiducia, di una speciale premura che sa anche di sana gelosia e di amorevole custodia (vv. 3b-5). Egli conosce e chiama ognuna di loro per nome; perciò, solo la sua voce è ascoltata dalle pecore; Lui è in grado di guidarle e condurle là dove c’è vero nutrimento.
Carissima suor Ildegarda,
Gesù dialoga confidenzialmente con quanti sono chiamati dalla sua voce a seguirlo, offrendosi in un processo di autorivelazione, prospettiva teologica specifica del quarto vangelo: Io sono la porta; Io sono il buon/bello pastore. È Lui, e non altro o altri, che può garantire l’accesso al recinto di protezione e al nutrimento. La conclusione del brano oltrepassa il linguaggio metaforico, e indica esplicitamente che Gesù è l’unica mediazione della salvezza (v. 9), l’unica porta di accesso alla vita in abbondanza. Lui sarà tutta la tua vita, e la tua vita non sarà altro che il Tutto del suo amore. Il Signore ti chiama ad una speciale appartenenza, verginale obbediente e povera, consegnando a Lui l’intera tua libertà perché trovi il suo compimento felice nella fedeltà del per sempre. Entri nella vita consacrata attraverso la tua donazione a Cristo: entrare per la porta, che è Cristo, vuol dire conoscerlo, amarlo e appartenergli con tutta te stessa e per tutta la tua vita. Solo a questa condizione, graduale e progressiva, la tua consacrazione sarà annuncio profetico di “cieli nuovi e terra nuova” (Ap 21-22), perciò pregustazione della comunione perfetta con Dio nella Gerusalemme del cielo: “Nel popolo santo di Dio (la vita consacrata) costituisce un segno profetico del mondo nuovo, sperimentato nel qui ed ora della storia. Infatti, segni del Regno di Dio, già presente nel mistero della Chiesa, sono quei consigli evangelici che danno forma ad ogni esperienza di vita consacrata: la povertà, la castità e l’obbedienza. Queste tre virtù non sono prescrizioni che incatenano la libertà, ma doni liberanti dello Spirito Santo, attraverso i quali alcuni fedeli sono consacrati totalmente a Dio” (Papa Leone, 8 aprile 2026).
Ascoltare la voce del pastore significa unire la tua volontà alla sua, perché il tuo vivere diventi una cosa sola con il suo agire. Cresca, dunque, l’intimità con Cristo, l’unione con Lui diventi sempre più profonda, costante, radicale, lasciandoti pascere da Lui, pienezza e fine ultimo di ogni tua gioia. Cella sicut coelum, insegnava il grande maestro spirituale Guglielmo di Saint-Thierry (Lettera d’oro). Guglielmo afferma che esiste una continuità tra la cella monastica e il cielo (coelum), poiché entrambi derivano dal verbo latino celare (nascondere, custodire). La cella è il luogo dove si nasconde il tesoro spirituale. Nella cella si fa ciò che si fa nei cieli: vacare Deo (lasciarsi andare a Dio, essere liberi per Lui) e frui Deo (godere di Dio). La teologia spirituale di san Benedetto non distrae da sé stessi, ma restituisce alla conoscenza di sé, pienamente illuminata dall’incontro amoroso con Dio. Per sant’Agostino era questo il succo della preghiera: Deus semper idem, noverim me, noverim te – “Che io conosca me, che conosca te” (Soliloquia, II, 1.1). H. De Lubac commenta: “L’uomo che prega trova in sé e sopra di sé la luce che invece non trova colui che cerca il proprio io” (Sulle vie di Dio).
Carissime monache, cara suor Ildegarda,
l’intimità con il mistero di Cristo purifica il cuore e lo dispone all’accoglienza incondizionata del suo amore nuziale: “Una voce! L’amato mio! […] Ora l’amato mio prende a dirmi: Àlzati, amica mia, mia bella, e vieni, presto!” (Ctc 2, 8.10). Suor Ildegarda, il Diletto ti ha chiamata per nome: riconosci e segui esclusivamente la sua voce. La riconosci tra mille, tra rumori frastuoni e stordimenti, riconosci e segui la sua voce. Scrive Papa Leone: “Non si tratta solo di una voce interiore, ma di un impulso spirituale, che spesso ci arriva attraverso l’esempio di altri discepoli del Signore e che prende forma in una coraggiosa scelta di vita. La fedeltà alla vocazione, soprattutto nel tempo della prova e della tentazione, si fortifica quando non ci dimentichiamo di quella voce, quando siamo capaci di ricordare con passione il suono della voce del Signore che ci ama, ci sceglie e ci chiama, affidandoci anche all’indispensabile accompagnamento di chi è esperto nella vita dello Spirito. L’eco di quella Parola è nel tempo il principio dell’unità interiore con Cristo” (Una fedeltà che genera futuro, 5).
Non possiamo ora non volgere un particolare pensiero alla sapiente esemplarità di santa Ildegarda di Bingen, di cui porti il nome. Monaca Professa dell’ordine di San Benedetto, proclamata Dottore della Chiesa universale, di lei ha dichiarato Papa Benendetto XVI: “In Santa Ildegarda di Bingen si rileva una straordinaria armonia tra la dottrina e la vita quotidiana. In lei la ricerca della volontà di Dio nell’imitazione di Cristo si esprime come un costante esercizio delle virtù, che ella esercita con somma generosità e che alimenta alle radici bibliche, liturgiche e patristiche alla luce della Regola di San Benedetto: rifulge in lei in modo particolare la pratica perseverante dell’obbedienza, della semplicità, della carità e dell’ospitalità. In questa volontà di totale appartenenza al Signore, la badessa benedettina sa coinvolgere le sue non comuni doti umane, la sua acuta intelligenza e la sua capacità di penetrazione delle realtà celesti” (Lettera Apostolica, 7 ottobre 2012).
All’interno delle mura claustrali santa Ildegarda curò il bene spirituale e materiale delle consorelle, favorendo in modo particolare la vita comunitaria, la cultura e la liturgia. È ciò che anche noi chiediamo al Signore per te e auguriamo all’amata comunità monastica di S. Andrea apostolo. San Benedetto e Santa Scolastica custodiscano il tuo santo proposito.
+ Gerardo Antonazzo
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