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Omelie Vescovo Vescovo Gerardo Antonazzo

Purificati nello spirito (Omelia per la Giornata della Vita consacrata – Cassino – Monastero Santa Scolastica, 2 febbraio 2026)

PURIFICATI NELLO SPIRITO[1]

Omelia per la Giornata della Vita consacrata
Cassino-Monastero S. Scolastica, 2 febbraio 2026

 

Cari Consacrate e Consacrati,

lasciamoci introdurre in questa liturgia della Presentazione del Signore al tempio dalla preghiera della Colletta, con la quale abbiamo chiesto: “Concedi anche a noi di essere presentati a te
purificati nello spirito”.

La prima provocazione viene dalla parola “purificazione”. La prima Il Vangelo ci viene incontro con tutta la sua preziosità narrativa e spirituale. Il brano fa riferimento alle prescrizioni rituali che troviamo nel libro dell’Esodo al capitolo 13: Dio comanda al popolo attraverso Mosè, una volta compiuta la traversata del Mar Rosso, di compiere l’offerta di ogni primogenito al Signore in memoria della morte dei primogeniti egiziani che favorì la cacciata degli ebrei dall’Egitto. Le nostre schiavitù dovrebbero essere ormai alle spalle del nostro vissuto. La nostra “presentazione” al Signore oggi deve fare memoria di quel passaggio del mare, cioè del superamento della schiavitù in terra d’Egitto. In che cosa abbiamo ancora bisogno di essere purificati? E ancora: cosa della nostra vita non abbiamo ancora non è stato offerto al Signore? Non è forse possibile anche per noi la tentazione di presentarsi al Signore, consacrati a Lui, consacrate a Lui, portandoci qualche pezzettino di Egitto nel cuore, qualche strascico di dipendenza che non rende il nostro cuore completamente libero da ogni tentazione che ci domina e ci schiavizza ancora? C’è qualche residuo di schiavitù che ancora permane nel nostro cuore? Abbiamo fatto davvero questa grande traversata del Mar Rosso? Oppure portiamo dentro di noi qualche pezzo di Egitto, di schiavitù, di dipendenze, di condizionamenti, di compromessi? C’è qualcosa che ci domina ancora? La nostalgia e l’attrazione dell’Egitto è talmente insistente che potrebbe portarci indietro nella vita spirituale e nella vita religiosa. La nostalgia di certe forme di dipendenza è insidiosa e viscida, e lì e ci attrae, mc alletta, ci seduce. Cosa ci portiamo dietro delle nostre schiavitù rispetto a quando abbiamo fatto la prima professione? Abbiamo davvero sconfitto il la supremazia e l’arroganza del “faraone” che abita in me?  Vivo con un cuore completamente riscattato, ricondotto alla libertà da poter dire: “Ecco, Signore, io vengo per fare la tua volontà”?

La seconda provocazione la prendo proprio dalla parola “presentazione” di Gesù al tempio. Abbiamo dichiarato con libertà di voler abitare il tempio di Dio e quindi essere al servizio del regno di Dio nella verginità, nell’obbedienza e nella povertà. Ma anche qui riemerge una domanda ineludibile: che cosa di me ancora non risulta davvero consacrato, presentato, offerto e consegnato al Signore? La prima domanda chiedeva che cosa dell’antico Egitto, delle mie schiavitù, ancora mi porto dentro, di cui non riesco a liberarmi, a fare a meno. Il segno della “presentazione” al Tempio parla di appartenenza profonda al Signore. Sono consacrato davvero dalla testa ai piedi? O piuttosto sono consacrata o consacrato a mezzo busto, cioè solo a metà? Vivo una libertà che sia segno di consacrazione di tutto me stesso, dalla testa ai piedi, al Signore? Mi sento davvero libero da tutto e da tutti nel servire in tutto e in tutti il regno di Dio? È chiaro che la trilogia di questa libertà la riconosciamo nell’obbedienza, povertà e castità. Ma non sono tre parole, sono tre processi interiori. I tre “consigli evangelici” sono tre percorsi intrecciati e interconnessi, sono tre processi, sono tre cammini che si intrecciano e, se ci pensiamo bene, dicono tutto della qualità della nostra Consacrazione al Signore.

Tutto. Nulla di noi è fuori da questi tre processi: l’amore, la povertà, la relazione, cioè l’obbedienza. Nulla. Prendetevi il tempo necessario, se serve, nei giorni prossimi, a vedere cosa della mia vita personale può dirsi al di fuori di questi tre processi. Niente. La saggezza del Vangelo e della Chiesa è aver racchiuso in questi tre processi tutta la complessa ricchezza della vita di una persona. Tutto. Se noi riusciamo ad analizzare tutto quello che quotidianamente viviamo, sentiamo, percepiamo, diciamo, pensiamo, è tutto connesso a questi tre processi. È la sapienza del Vangelo. C’è tutta la persona nelle sue diverse dinamiche ed espressioni. Abbiamo sempre tempo per camminare nella nostra consacrazione. E finché siamo in cammino, siamo sempre in un compimento possibile. Il problema, miei cari, non è se io sono arrivato al traguardo, ma se sono in cammino.

Un’ultima sottolineatura permette di riconoscere e accogliere il protagonista del brano evangelico: lo Spirito Santo. Simeone è mosso dallo Spirito. È lo Spirito che abita il tempio di Dio, abita la nostra vita in anima e corpo; lo Spirito è l’artefice della nostra consacrazione al Signore, muove il cuore e lo orienta nel vivo desiderio di abbracciare la presenza del Signore per imparare a vivere alla Sua presenza. Sapere di essere in cammino ci lascia tranquilli, per quanto non perfetti. È questo che oggi vogliamo offrire al Signore e chiedere che sia lui, animati dallo Spirito, perché lo Spirito irrompe, è movimento, è dinamismo, non è quiete. Diceva Papa Francesco che lo Spirito Santo viene per mettere disordine. Ecco, questa è la missione dello Spirito: mettere disordine nella falsa pace, e restituire al cuore la vera armonia. Che sia lo Spirito a provocare l’inquietudine interiore, perché da quella inquietudine e disordine interiore fatto di tante domande e apprensioni, rinasce un cammino ritrovato e rinnovato.

+ Gerardo Antonazzo

[1] Testo da registrazione

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