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“Per mezzo di lui e in vista di lui” – Omelia per l’inizio di ministero di don Maurizio Marchione, parroco (Sora-Parrocchia S. Giuseppe Artigiano, 23 novembre 2025)

“PER MEZZO DI LUI E IN VISTA DI LUI”

 

Omelia per l’inizio di ministero di don Maurizio Marchione, parroco
Sora-Parrocchia S. Giuseppe Artigiano, 23 novembre 2025

 

Carissimo don Maurizio, cari amici,

la celebrazione della festa di Cristo Re dell’universo mentre segna il compimento dell’anno liturgico, orienta la visione profetica del popolo di Dio verso la meta ultima della storia.

Per Cristo e in Cristo

Non basta la saggia consapevolezza che tutto avrà una fine, ma da credenti sappiamo che tutto il Creato è orientato ad un fine ultimo, nella forma di una ricapitolazione di tutto il Creato nel suo ritorno a Dio per mezzo di Cristo: “Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui [ ] È piaciuto infatti a Dio che abiti in lui tutta la pienezza e che per mezzo di lui e in vista di lui siano riconciliate tutte le cose” (II Lettura). La dossologia della liturgia eucaristica riprende e riconsegna questa centralità cristologica: “Per Cristo, con Cristo e in Cristo, a te Dio onnipotente ogni onore e gloria”. Cristo è alfa e omega della storia, Principio della Creazione e suo Compimento, termine ultimo dell’intero cosmo redento per mezzo della sua Croce e riconsegnato al Padre. La preghiera della Chiesa oggi si fa proclamazione del primato di Cristo: in Lui tutto è creato, in Lui tutta la realtà, persone e cosmo, è pienamente redenta per essere riconciliata con il Padre. L’attesa vigilante e operosa della venuta del Signore all’inizio del nuovo anno liturgico sollecita il nostro camminare nella speranza incontro a Lui, perchè “ci ha liberati dal potere delle tenebre e ci ha trasferiti nel regno del Figlio del suo amore, per mezzo del quale abbiamo la redenzione, il perdono dei peccati” (II Lett). La grazia del tuo ministero presbiterale, caro don Maurizio, è salvifica solo nella consapevolezza lucida e ininterrotta di agire “per mezzo di lui e in vista di lui”, Cristo Gesù. Fuori d questa logica si cade nella mondanità spirituale.

“Figlio del suo amore”

Del nostro Gesù, l’apostolo Paolo oggi ci parla come “Figlio del suo amore”: amato dal Padre, si fa Amore crocifisso per il mondo. In questa relazione siamo stati “trasferiti” anche noi, perché inseriti in questo circuito trinitario dell’Amore, “avendo pacificato con il sangue della sua croce sia le cose che stanno sulla terra, sia quelle che stanno nei cieli” (II Lett). Gesù è il ”Figlio del suo amore”, sfigurato e umiliato. Tuttavia, la posizione centrale di Gesù fra due ladroni (vv. 33-34), conferisce alla sua postura un aspetto di intronizzazione regale. La sua preghiera esprime l’amore dei nemici, mentre disteso sul legno della Croce subisce ancora le proposte del diavolo, come durante le tentazioni nel deserto: “Se sei il Cristo salva te stesso e noi” (cfr. Lc 4,1-13). Tutti sfidano Gesù, chiedendogli di scendere dalla Croce. Mentre anche noi siamo sempre tentati di scendere dalla Croce, il Rito di ordinazione presbiterale ti ha affidato, insieme con le promesse che tra poco rinnoverai davanti al Vescovo, le parole conclusive: “Renditi conto di ciò che farai, imita ciò che celebrerai, conforma la tua vita al mistero della croce di Cristo Signore”. Dunque, dalla Croce non si scende, ma dalla Croce sii impara a fare del ministero un amoris officium (S. Agostino), e a servire fedelmente con l’amore nuziale della Croce, “nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia”, in comunione con l’amore nuziale tra coniugi. L’esercizio del ministero presbiterale matura all’ombra dell’amore nuziale.  L’uno e l’altro amore, quello del presbitero e quello nuziale sono scuole di formazione di ogni amore “a prova di Croce”.

L’Oggi della tenerezza di Dio

Lo comprende il ladrone pentito, potremmo dire alla scadenza dei tempi supplementari.  E non perde tempo nel pronunciare una domanda di salvezza, che gli merita la promessa dell’Oggi di Dio: Oggi con me sarai nel paradiso. È l’Oggi della sua tenerezza e della sua carezza anche sul tuo personale bisogno di salvezza. Non si entra in paradiso solo perché crocifissi come Gesù, perché lo era anche il ladrone arrabbiato; ma perché crocifissi con Gesù, come il ladrone pentito. Gesù lo approva nella partecipazione al proprio dolore: “Oggi con me (crocifisso) sarai in paradiso”. Accogli questa comunità che il Vescovo ti affida, consapevole di non essere perfetto, bensì un salvato tu stesso, come me, come tutti.  Sei chiamato ad agire nel suo Nome perchè da Lui salvato, riconciliato dal suo Amore, per essere ministro della magnanimità di Dio per tutti. È la bellezza dell’amore crocifisso posto nelle nostre mani che salva il mondo. Non c’è salvezza senza croce, non c’è bellezza senza amore. La regalità di Gesù insegna che tutto ciò che ha sapore di Croce fa gustare la dolcezza inesauribile dell’amore; e che tutto il nostro amore sarà vero se purificato dal gusto amaro della Croce.

 

Solo l’amore è credibile

Caro don Maurizio, il tuo amore pastorale sappia gustare il sapore legnoso della Croce, perché sprigioni la potenza salvifica della regalità di Cristo e non protagonismi eccentrici e autoreferenziali. Solo l’amore della Croce è credibile. Si tratta forse di un amore a perdere? Sì! Ma in quel perdere c’è il vero guadagno di una vita piena: “Chi vuole salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia, la salverà” (Lc 9,24). È un amore sfigurato, spogliato di ogni gloria umana, ma “ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini” (1Cor 1,25). La Croce non è esaltazione del fallimento, ma scrigno prezioso dal quale attingere la pienezza dell’amore.

La Vergine Bruna di Canneto, con il suo silenzio sotto la Croce ti sia madre e maestra del bell’amore di Cristo, che “non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per poterci piacere” (Is 53,2), sfigurato agli occhi del mondo, ma per chiunque crede, spera e ama è “sapienza di Dio e potenza di Dio” (1Cor 1,24).

 + Gerardo Antonazzo

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