PENSARE E AGIRE SECONDO DIO
Omelia per l’inizio del ministero di don Erik Di Camillo, parroco
Cassino-Chiesa Concattedrale, 30 agosto 2026
Carissimo don Erik, cari presbiteri,
stimate autorità civili e militari,
amati fratelli e sorelle,
la liturgia della Parola oggi sorprende in modo evidente per la continuità e l’intreccio dei messaggi esposti nei testi biblici. La Parola di Dio riconsegna l’esperienza vocazionale del profeta Geremia e degli apostoli, in particolare la sequela di Pietro, passando attraverso l’esortazione di san Paolo il quale istruisce i discepoli del Signore a custodire l’integrità dell’appartenenza a Gesù per non lasciarsi contaminare dalla mentalità di questo mondo.
La preghiera del profeta Geremia dichiara la seduzione della chiamata e la crisi di coscienza dinanzi alle prove persecutorie che deve sostenere, a rischio di una profonda depressione spirituale: “Non penserò più a lui, non parlerò più nel suo nome”. Anche Pietro, dinanzi alla prospettiva di sofferenza e di rifiuto da parte degli anziani, capi dei sacerdoti e degli scribi, si sente in dovere di prendere le distanze dal discorso di Gesù, fino ad assumersi l’orgoglio di un duro rimprovero verso il Maestro: “Questo non ti accadrà mai!”. Anche Gesù prende le distanze da Pietro, nonostante lo avesse dichiarato poco prima “pietra” sulla quale avrebbe edificato la sua Chiesa: “Va’ dietro a me Satana”. Nel vangelo di Marco troviamo un’aggiunta importante nella frase detta da Gesù. Infatti, continua così: “Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini” (Mc 8,33). La roccia è diventata sabbia! Gesù prende che detta le condizioni della sequela per quanti sono chiamati a collaborare nella sua missione salvifica. E per imparare a stargli dietro, è necessario esercitarci nell’esortazione di san Paolo ai cristiani di Roma, nella seconda lettura: “Non conformatevi a questo mondo, ma lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto” (Rm 12,2).
Caro don Erik,
l’entusiasmo della chiamata a diventare “pastori” nel servizio della Chiesa, deve coniugarsi costantemente con la prova delle nostre fragilità. Mai sentirsi talmente deboli da ritenersi inutili e rifiutati; mai davvero tanto forti e sicuri, da non cadere nella prova e nella tentazione. Chiede innanzitutto di rinnegare se stessi: non è il disprezzo di sé, della propria dignità. Rinnegare se stessi significa la necessità di passare dall’amor proprio all’amore di sé, dalla solitudine alla relazione, dall’egoismo al dono, dall’egolatria alla libertà dell’amore. Voler seguire Gesù e pretendere di continuare a contare sulle proprie logiche mondane e idolatriche, è frapporre un ostacolo molto serio alla sequela del Maestro e al servizio del Vangelo. Chi vuol “salvare la pelle” deve imparare solo ad amare, a servire nell’umiltà fino all’ umiliazione. Agire nella direzione opposta significa sprecare e sciupare la propria esistenza. “Nessuno può servire due padroni” (Mt 6,24): non si può obbedire al Vangelo e alla mentalità del mondo. L’invito di Paolo è chiaro: non conformarsi al mondo ma a lasciarsi trasformare da un nuovo modo di pensare. Impegno arduo, appassionante e impegnativo, come dovette essere per i cristiani di Roma duemila anni fa. In un mondo, qual è il nostro, afflitto dalla dittatura del conformismo e del pensiero armato e conflittuale, il Vangelo è la via per fare la differenza. Pertanto, pensare secondo Dio significa accettare la lezione di “perdere” la propria vita investendo in servizio, in amore, in dono, in gratuità e gratitudine. Non c’è niente di più triste e “infernale” di dover ammettere alla fine della propria esistenza di non essere stato utile a nessuno! Il vero guadagno della vita non è “trattenerla” per sé, ma farne un dono per dare più vita agli altri. In una dilagante pseudo-cultura di egoismi e di conflitti, di sospetti e di chiusure di ogni genere, di confini e di limiti, il chiamato nel servizio pastorale cammina in una direzione diametralmente opposta: è segno di unità e di riconciliazione, promuove la concordia e il perdono, educa alla fraternità e alla condivisione, forma alla compassione e alla prossimità.
Caro don Erik,
già il mondo classico aveva colto il valore delle relazioni umane come elemento trasversale che lega e unisce: Nihil humani a me alienum puto. La forma completa e originaria della frase è spesso attribuita al commediografo latino Tito Livio Andronico, ma in realtà arriva dall’eredità di Plauto e in modo molto celebre si cristallizza nel celebre dipinto di Terenzio. Il detto sintetizza una visione di identità e solidarietà che supera i confini individuali e temporali. Tutto questo ha già il sapore e il gusto del Vangelo, perché racchiude in poche parole un tema vasto come l’umano: l’apertura verso gli altri, la capacità di riconoscere nell’altrui esperienza una parte di sé, e l’impegno a superare barriere culturali, sociali ed etiche. Se pensiamo a questa frase come a un prisma, essa rifrange influenze antiche, riflessioni moderne e applicazioni pratiche che toccano la vita quotidiana, la politica, l’educazione e il dialogo interculturale. Il Vangelo assume l’umano e lo potenzia fino al massimo e al meglio della sua dignità.
+ Gerardo Antonazzo
