PAX BENEDECTINA
Omelia per la Solennità di san Benedetto
Cassino-Chiesa Concattedrale, 21 marzo 2026
Cari amici,
a noi, uomini e donne del nostro tempo, rinchiusi come gli apostoli nel cenacolo delle nostre paure, spaventati dal peggio che ancora potrebbe accadere, in uno dei momenti storici più critici dopo il secondo conflitto mondiale a livello di relazioni internazionali, la nostra preghiera liturgica nella solennità di san Benedetto abate, si fa “scuola di pace”. Come credenti, infatti, sappiamo di poter ricevere solo dall’Agnello immolato il dono della pace: dono che si fa immediatamente responsabilità, perchè chiamati a diventare costruttori di pace. Artefice di pace per l’intero continente europeo, san Benedetto con il suo esempio educa ancora oggi ad una rinnovata coscienza e lucida partecipazione nell’impegno per la pace, dono mai scontato né definitivamente compiuto. La pace è frutto di un processo dinamico di conversione permanente, di formazione del sé, di costruzione di relazioni umane fraterne e solidali. Il nostro tempo atrocemente segnato da tante sofferenze e da tanta indifferenza ci interpella, chiede questo coraggio: l’incontro autentico con Dio può folgorare le nostre tenebre, per cui la notte, ogni notte, non sia più notte.
Ascoltiamo volentieri la voce profetica del Concilio: “Il progresso umano, che pure è un grande bene dell’uomo, porta con sé una grande tentazione: gli individui e i gruppi guardano solamente alle cose proprie, non a quelle degli altri; e così il mondo cessa di essere il campo di una genuina fraternità, mentre invece l’aumento della potenza umana minaccia di distruggere ormai lo stesso genere umano. Se dunque ci si chiede come può essere vinta tale miserevole situazione, i cristiani per risposta affermano che tutte le attività umane, che son messe in pericolo quotidianamente dalla superbia e dall’amore disordinato di se stessi, devono venir purificate e rese perfette per mezzo della croce e della risurrezione di Cristo” (Gaudium et spes, 37).
Papa Leone, ben consapevole della drammaticità del momento, ha iniziato il suo ministero petrino con il saluto del Risorto: “La pace sia con voi. È il saluto del Risorto, la sua pace è frutto del sacrificio pasquale di cui stiamo facendo memoria in questa santa liturgia nella festa di san Benedetto, costruttore di pace. Continuava il Papa: “Questa è la pace del Cristo Risorto, una pace disarmata e una pace disarmante, umile e perseverante. Proviene da Dio, Dio che ci ama tutti incondizionatamente” (8 maggio 2025). Nella spiritualità di San Benedetto la pace non è una semplice assenza di conflitti, ma un ordine interiore ed esteriore che nasce innanzitutto dalla ricerca di Dio attraverso la regola dell’ascolto. Può sembrare strano, quasi inutile, ma risulta essenziale: il silenzio è la radice nascosta per la fioritura di una nuova civiltà, fondata sull’amicizia sociale e sulla comunione solidale. L’ascolto dei precetti del Signore orienta la vita secondo la volontà di Dio, dando alla nostra esistenza interiore ed esteriore una profonda armonia ed equilibrio. Per questo la pace è un dono divino, e si ottiene attraverso la preghiera e il silenzio, che permettono al cuore di “disarmarsi” e aprirsi all’azione dello Spirito Santo: “Prima ancora di proferire parola, una voce ci chiama “figli” e ci fa sentire amati e attesi alle porte aperte di una casa accogliente. Il silenzio vero e profondo intesse relazioni d’amore, trasformando chi lo vive da individuo isolato a persona amata e capace di amare.” (A. M. Canopi).
Secondo la Regola di San Benedetto, la vera pace interiore scaturisce anche dall’umiltà. Riconoscere il proprio posto davanti a Dio mette ordine nella vita e stabilisce l’anima nella verità. L’umiltà misura la giusta considerazione di sé, degli altri, del proprio posto nel mondo, delle mutue relazioni edificate nel dialogo e nel rispetto delle diversità di ogni genere. La pace è frutto umile e fecondo della “convivialità delle differenze” (T. Bello) che arricchisce, e che ognuno deve riconoscere e accogliere con umiltà e gratitudine.
La Pax Benedictina è dono di un combattimento interiore, denso e intenso. Essa si raggiunge solo con la cura e la custodia della propria intima e onesta sincerità. Recita il Salmista: “Parlano di pace al loro prossimo, ma hanno la malizia nel cuore” (Sal 28,3). Ogni giorno va ripreso il combattimento spirituale contro i nostri disordini interiori, contro il chiasso dei nostri egoismi, contro l’arroganza la violenza e la prevaricazione. Attraverso l’obbedienza e la purificazione della propria volontà, il discepolo corre sulla via della pace seguendo il Cristo delle Beatitudini evangeliche quale regola di vita. Ogni giorno, in un certo modo, rinasciamo cantando a Dio la quiete interiore del cuore: “Ora lascia, Signore, che il tuo servo vada in pace…”.
San Benedetto, alla scuola dell’apostolo Paolo, chiede di “non lasciare mai che il sole tramonti sulla propria ira” (Ef 4,26). Non può esserci pace senza il perdono reciproco, la riconciliazione fraterna e la conversione del cuore. Le relazioni umane sono pensate come un’officina di pace dove il rispetto, la moderazione e la comunione fraterna rendono visibile la Pax Benedictina nel mondo. La pace benedettina è dunque una serenità operosa che nasce dall’equilibrio tra preghiera e lavoro. La pace si costruisce nella preghiera cercando Dio sopra ogni cosa, e attraverso il lavoro trovando Dio in ogni cosa. Quando ogni legame diventa laboratorio di convivenza, il deserto dell’odio fiorirà in giardino di fraternità.
San Benedetto non compila nessun grandioso programma di pace, ma fa pace intorno e dentro di sé. In un mondo in cui gli uomini erano tutti gli uni contro gli altri, egli costruisce la sua comunità, il monastero come cittadella dell’armonia sociale, nella quale si vive per far spazio all’esperienza della pace di Cristo. Senza nessuna ambizione di tramandarla, egli realizza intorno a sé una forma di vita improntata al valore di ogni persona e alle reciproche fraterne relazioni di carità. Giorno dopo giorno attraverso la preghiera (Ora) si lavora (et labora) alla costruzione di una civiltà dell’amore.
+ Gerardo Antonazzo
