NUNC COEPI
Omelia per la liturgia delle Ceneri
Sora-Chiesa S. Restituta, 18 febbraio 2026
L’espressione Nunc coepi proviene dal Salmo 76,11 ripreso secondo la versione della Vulgata latina: “Et dixi: Nunc coepi; haec mutatio dexterae Excelsi”. L’orante esprime un atteggiamento di umiltà, riconoscendo la propria debolezza, ma confidando nella misericordia divina per rialzarsi subito, anche mille volte al giorno. Appartiene alla classica tradizione cristiana il “Nunc coepi” della vita spirituale.
Cari amici,
il prezioso tempo liturgico della Quaresima-Pasqua è introdotto sin dalla prima orazione (Colletta del Mercoledì delle Ceneri) da un’idea-madre che fa anche da leit-motiv nel cammino personale e comunitario che oggi intraprendiamo: “O Dio, nostro Padre, concedi al popolo cristiano di iniziare con questo digiuno un cammino di vera conversione…”. Il rimando ad un “inizio” provoca un processo interiore di pensieri, progetti, propositi e impegni che possono strutturare un nuovo cammino di vita, una forma più evangelica allo stile del mio vissuto quotidiano.
Ora comincio!
Pensiamo all’incontro di Gesù con Zaccheo (Lc 19,1-10), con la donna peccatrice in casa di Simone (Lc 7,36-50) o con la donna adultera, trascinata nella pubblica piazza (Gv 8,1-11). “La parola e, possiamo immaginare, il tono della voce; i gesti, a volte dolci a volte vigorosi; anche il lamento e il grido; e tutte le forme di presenza, sia discrete sia solenni. In ogni incontro Gesù agisce in modo che la vita abituale di colui che incontra si metta in evidenza, si esponga così com’è, senza paura. Gesù non occupa tutto lo spazio. Al contrario, in-voca, in-vita, dà la parola, cede spazio” (J. F. Correia). Da ogni incontro è possibile ricominciare: viene messa in gioco in modo nuovo tutta l’esistenza. Ogni momento è quello giusto per dare un nuovo inizio e impulso alla cura e custodia del cuore. Nunc coepi è una decisione spirituale che provoca a non scoraggiarsi per i propri difetti o fallimenti, ma a riprendere il cammino con fiducia e speranza, ricominciando ogni giorno con un cuore in pace. Non è solo un semplice inizio, ma un costante rinnovamento interiore e una perseveranza nel bene, nonostante le cadute. È come pensare per la propria vita: “Il meglio deve ancora venire”. È il grido di un’anima giovane. “Giovane è chi, come Mosè, di fronte al Dio che si manifesta nella vita ha il coraggio di dire: “Voglio avvicinarmi ad osservare” (Es 3,3) solo costui avrà la gioia di sentire il suo nome pronunciato dalle Labbra Amate. Nunc coepi! – adesso comincio! è il grido dell’anima innamorata che, in ogni momento, tanto se è stata fedele quanto se le è mancata generosità, rinnova il suo desiderio di servire -di amare- con tutta lealtà il nostro Dio” (F. Bartoli).
“Ricomincio da tre”
Il segno delle Ceneri provoca la fiducia di una nuova ricomposizione della mia vita, un inno alla libertà personale e alla crescita. Prendo a prestito il titolo di un famoso film di Troisi per sfogliare il mini-vocabolario della crescita spirituale vissuta come miglioramento personale, il più delle volte attraversando fallimenti e cadute morali e spirituali. Non significa riavvolgere il nastro della vita vissuta come se nulla fosse accaduto, ma riconoscersi e ripartire da ciò che sono oggi e da come mi ritrovo a vivere, senza ansia né rassegnazioni; è un invito alla positività e alla resilienza, centrate sull’idea che ogni momento è buono per ricominciare… da tre, mai da zero. Il titolo del film è spiegato dallo stesso Gaetano in uno scambio di battute con Lello. Gaetano: “Quello ch’è stato è stato, basta, ricomincio da tre”. Invita a ripartire da nuove possibilità (le “tre cose” buone) piuttosto che arrendersi all’idea del fallimento. È quello che ritroviamo insistentemente nei tanti incontri di Gesù con persone segnate da una vita sbagliata, con il rischio di ritenersi esse stesse, oppure essere giudicate dagli altri, come “fallite”, segnate irrimediabilmente da errori imperdonabili. In ogni incontro, Gesù agisce in modo che la vita reale di colui o colei che incontra sia messa in evidenza, si esponga così com’è, senza paura di giudizi precipitati, categorici: “Gesù in-vita a riconoscere la propria vita come un dono che resta prezioso, nel quale il Padre si lascia sempre coinvolgere fin dalla creazione. E così, da ogni incontro, è possibile ricominciare. E Dio viene onorato in quella vita giustificata…Il Signore sa che la nostra esistenza è segnata dalla banalità del male” (J. F. Correia).
Se non ora, quando?
La celebre frase: “Se io non sono per me, chi è per me? E, se io sono solo per me stesso, cosa sono? E se non ora, quando?” è un aforisma del rabbino Hillel il Vecchio, contenuto nel trattato Pirkei Avot della Mishnah. Il testo esorta all’azione responsabile e immediata, sottolineando che la vita, il prendersi cura di sé, agire per sé stesso a favore della migliore espressione possibile della propria esistenza, non va rimandata. È inutile aspettare che le cose si sistemino da sole e rinviare l’inevitabile. Le cose non si ri-sistemano da sole: la vita è nelle nostre disponibilità, e bisogna ricostruirsela ora e solo ora, nonostante tutto. Quindi raccogli i pezzi di te stesso, e datti da fare. Nessuno infatti sarà “per te” al posto tuo. Tale provocazione rientra nella letteratura cristiana della custodia del cuore che non ammette rimandi né ritardi. Lo insegnano diversi autori spirituali di grido. Sant’Agostino descrive la sua lunga esitazione prima della conversione definitiva, narrando la lotta interna tra il desiderio di seguir Dio e le abitudini passate, evidenziando il pericolo del “rimandare” (Confessioni VIII, 7, 17-18): “Ti avevo pur chiesto la castità. ‘Dammi, ti dissi, la castità e la continenza, ma non ora’, per timore che, esaudendomi presto, presto mi avresti guarito dalla malattia della concupiscenza, che preferivo saziare, anziché estinguere. Mi ero così incamminato per le vie cattive”. San Giovanni della Croce insegna nell’opera ascetica “La Salita del Monte Carmelo” (Libro I, capitolo 11), a spogliarsi immediatamente degli attaccamenti terreni per non ostacolare l’unione con Dio. Non si deve rimandare la mortificazione, poiché ogni ritardo indebolisce l’anima e rende più difficile il distacco necessario per l’unione divina.
Nel tempo prolungato di questa Quaresima ognuno si impegni ad assumere in prima persona la cura e la custodia della propria esistenza umana e cristiana, personale e comunitaria, sapendo che qualunque fragilità è redenta da una resa incondizionata alle provocazioni della Parola. Buon cammino.
+ Gerardo Antonazzo
