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Omelie

Maestra di umiltà e di povertà di cuore – Omelia per i pellegrini della Vergina Bruna (Basilica-Santuario Regionale di Canneto, 18 agosto 2026)

MAESTRA DI UMILTÀ E POVERTÀ

Omelia per i pellegrini della Vergine Bruna
Basilica-Santuario Regionale di Canneto, 18 agosto 2026

 

Cari fedeli, pellegrini e devoti,

la preghiera della Colletta[1] aiuta ad entrare nella profondità del mistero che celebriamo nel rito liturgico e ci rende capaci di comprendere la richiesta rivolta al Signore di un grande dono, ossia quello della dolcezza del tuo amore. Questa dolcezza è tanto più vera perché il Signore la fa giungere al nostro cuore attraverso la maternità di Maria. È Lei che ci permette di assaporarla e di goderne, perché in Lei l’amore si fa carne nel Verbo di Dio, diventando un dono certo, concreto e tangibile. Siamo qui, oggi, a Canneto, per chiedere questa grazia, la dolcezza dell’amore di Dio, che scende su di noi come la rugiada dopo l’arsura delle difficoltà, prove e situazioni che non è sempre facile sostenere. Con la sua dolcezza il Signore ci dona la sua pace e ci dà nuova forza per riprendere fiato e continuare il cammino della vita quotidiana, con il cuore dilatato e abitato dal nutrimento che viene da Dio.

In questo modo entriamo anche nella bellezza della Parola che, oggi, qui a Canneto, viene illuminata dalla testimonianza della Vergine Bruna. Ci vengono consegnati due messaggi, il primo dalla Prima Lettura, tratta dal libro del profeta Ezechiele (Ez 28,1-10), mentre il secondo dal Vangelo (Mt 19,23-30). La Prima Lettura, dal carattere drammatico e dettagliatamente forte e profetico, ci riporta una situazione difficilissima, particolarmente attuale in questa nostra società. Ci troviamo a Tiro, una città del sud del Libano, che a quei tempi era organizzata come una città-stato, dotata di due porti e con un’economia fondata sui commerci marittimi, principalmente volti all’esportazione della porpora. Il profeta Ezechiele, parlando per bocca di Dio, tuona contro il Principe di questa città, che, accecato dall’orgoglio, idolatrava la propria persona, innalzandosi al rango di divinità. È la figura dell’uomo che, preso dalla propria superbia, vuole occupare tutta la scena, mettersi al centro, esaltare se stesso fino a dimenticare la propria umanità fragile e limitata. L’arroganza della sua ricchezza e potenza lo spingeva a considerarsi come seduto su un trono divino. Le parole di Dio, tramite il profeta, sono forti, perché quest’uomo ha scelto di stare dalla parte sbagliata: quella di chi non riconosce più il proprio limite e pretende di prendere il posto di Dio. Infatti, il profeta denuncia: “Con la tua saggezza e la tua intelligenza hai creato la tua potenza, ammassando oro, argento nei tuoi scrigni; con la tua grande sapienza e i tuoi traffici hai accresciuto le tue ricchezze e per le tue ricchezze si è inorgoglito il tuo cuore”. Con il passare dei secoli, lo scenario non è affatto cambiato: ancora oggi la tentazione è quella di pensare di poter essere dio di noi stessi.

*Trascrizione libera da file audio

È la tentazione di sempre: stabilire da soli ciò che è bene e ciò che è male, costruirsi un dio a propria immagine e a noi sottomesso. Il Signore consegnò a Mosè i Dieci Comandamenti, ricordando al suo popolo: “Io sono il Signore Dio tuo: non avrai altro Dio all’infuori di me”. Ma la risposta dell’uomo è l’umiltà di chi riconosce di essere creatura e accoglie Dio come Signore della propria vita. Ed è in questo intreccio di sentimenti contrapposti che incontriamo l’annuncio di Maria, la quale nel Magnificat riconosce che Dio “ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili”. Riscopriamo, pertanto, nella testimonianza della serva del Signore, Maria, la potenza dell’umiltà. La parola umiltà deriva dal latino humìlitas, a sua volta collegato all’aggettivo humilis (“basso”, “poco elevato da terra”) e al sostantivo humus (“terra fertile”). Humus sa di terra: se non si è terra fertile, non germoglia nulla di veramente grande. Se il cuore non diventa terreno fertile e docile, capace di farsi lavorare dall’agricoltore, che è Dio, diventa arido, si indurisce nell’orgoglio e non produce frutto. Chiediamo, dunque, alla Madonna il grande dono dell’umiltà intesa come verità di noi stessi di fronte all’Onnipotenza di Dio. Come nel Magnificat Maria riconosce che il Signore ha rivolto il suo sguardo all’umiltà della sua serva, così anche noi, nel cammino della vita, possiamo imparare da lei a vivere nell’umiltà e a lasciarci guardare e guidare da Dio. Il Signore, attraverso il profeta, annuncia a Tiro il fallimento del suo principe e ne profetizza la fine e l’umiliazione: colui che non ha saputo riconoscersi creatura davanti a Dio sarà umiliato e ricondotto alla verità della propria debole e limitata condizione umana.

Nel Vangelo siamo messi in guardia da una seconda tentazione: quella dell’opulenza e della bramosia di ricchezza. Le ricchezze del mondo possono rendere difficile all’uomo entrare nel regno di Dio. Egli ci pone dinanzi un paradosso: “E’ più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio”. Con queste parole ci mostra che non è la ricchezza in sé a sbarrare le porte del regno di Dio, bensì l’atteggiamento del cuore dell’uomo, quando si lascia possedere dai beni, fino a chiudersi alla condivisione e alla disponibilità verso chi è privo anche del minimo necessario. Il Vangelo e la dottrina sociale della Chiesa insegnano che la ricchezza deve essere vissuta come un bene da amministrare con responsabilità, rendendola funzionale al bene comune e disponibile alla condivisione. Proseguendo nel Vangelo, vediamo gli apostoli reagire alle parole di Gesù e domandarsi chi possa allora essere salvato. Essi, infatti sembrano rimanere spiazzati di fronte a quanto appena ascoltato e chiedono: “Chi dunque può essere salvato?”. La loro domanda nasce dalla consapevolezza che, secondo la logica del mondo, la ricchezza e il successo sembrano essere segni di benedizione di Dio; invece Gesù capovolge questa prospettiva: “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli” (Mt 5,3). Non è la ricchezza materiale in sé il problema, ma ciò a cui il cuore rimane legato Dobbiamo imparare a usare la ricchezza senza lasciarci possedere da essa. Ci viene in aiuto San Cipriano di Cartagine, il quale, spiegando la preghiera del Padre nostro, ci ricorda che: “Volontà di Dio è non fare dei torti e tollerare il torto subito, mantenere la pace con i fratelli, amare Dio con tutto il cuore, amarlo in quanto è Padre, temerlo in quanto è Dio, nulla assolutamente anteporre a Cristo, poiché neppure lui ha preferito qualcosa a noi” (nn. 13-15). Se il nostro cuore non è rivolto a Lui, se la nostra vita non è orientata a Lui, ciò che possediamo rischia di diventare un idolo e di allontanarci dalla salvezza. Il canto della Vergine Maria illumina ancora il nostro cammino di fiducia nella provvidenza divina: Ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote. Chiediamo a Maria la grazia di vivere nell’umiltà e nella povertà del cuore, sapendo che tutto può diventare vera benedizione solo quando poniamo Dio prima di tutto e al di sopra di tutto.

                                                                                                           + Gerardo Antonazzo

[1] Messa del Giorno, Martedì della XX Settimana del Tempo Ordinario

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