L’AMORE VINCE SUL DIRITTO
Omelia per l’inizio del ministero di don Florin D’Amata, parroco
Isola del Liri, 12 settembre 2026
Carissimo don Florin,
cari presbiteri e autorità, cari fedeli,
è mio vivo desidero innanzitutto salutare e ringraziare il caro don Dante per il suo generoso ministero pastorale quale servizio di amore per questa “sua” comunità, in questa “sua” chiesa di san Carlo, realizzata con audacia e sacrificio per la vita comunitaria della parrocchia “S. Maria dei Fiori e san Carlo”. Non posso, tuttavia, non esprimere un altro motivo di fraterna gratitudine per l’esemplare fraternità condivisa in questi anni con il carissimo don Florin. L’inizio del ministero di parroco è per don Florin un passaggio del testimone da padre a figlio, da maestro a discepolo, per diventare a tua volta, caro don Florin, padre e maestro del Vangelo per questa amata e preziosa comunità. Ringrazio la Comunità, e invito a proseguire ancor più nel cammino della concordia, nella collaborazione e nella comunione ecclesiale animata non da visioni di parte ma da condivisione di ogni bene spirituale.
La logica del paradosso
Il cristianesimo non è la religione dei compromessi né degli accordi umani, non è il dolcificante della coscienza morale, né svendita di comodi divani e piacevoli pantofole, ma è l’annuncio di una vita “altra”: un’esistenza, cioè, radicalmente nuova, riscattata dalla disumana “legge della giungla” (legge del più forte) e la “legge del taglione” (occhio per occhio e dente per dente), e salvata dalla nuova legge (comandamento nuovo) della misericordia e del perdono. La Parola della liturgia oggi riconsegna la logica dei paradossi: “Signore, se mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette”. Pietro “chiede grazia e trova giustizia”! Invece di trovare in Gesù comprensione e difesa, trova invece un giudizio severo riguardo alla necessità di perdonare fino a settanta volte sette. L’anno santo indetto da Papa Francesco nel 2015 aveva come tema pastorale la regola consegnata da Gesù ai discepoli che intendono stare dalla sua parte: “Misericordes sicut Pater” (cfr Lc 6,36). Scrive il Papa nella Bolla di Indizione dell’Anno santo 2015: “Abbiamo sempre bisogno di contemplare il mistero della misericordia. È fonte di gioia, di serenità e di pace. È condizione della nostra salvezza. Misericordia: è la parola che rivela il mistero della SS. Trinità. Misericordia: è l’atto ultimo e supremo con il quale Dio ci viene incontro. Misericordia: è la legge fondamentale che abita nel cuore di ogni persona quando guarda con occhi sinceri il fratello che incontra nel cammino della vita. Misericordia: è la via che unisce Dio e l’uomo, perché apre il cuore alla speranza di essere amati per sempre nonostante il limite del nostro peccato” (Misericordiae Vultus, 2). Il paradosso del perdono, anche del nemico, converte la regola della vendetta e apre alla grazia del perdono, rompendo la spirale della violenza.
Lo lasciò andare
“Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito”. Il padrone compie un gesto squisitamente umano: lasciando andare il suo servo e condonando il debito insegna a tutti che la persona non è il suo errore. La dignità di ogni persona vale molto di più dei suoi stessi errori. “Significa in fondo non imprigionarlo nella gabbia della sua colpa. E significa anche permettermi di uscire da quella gabbia in cui non faccio altro che nutrire la mia vendetta, di raccontarmi all’infinito la storia del torto subìto, di smettere di alimentare quella ferita. In fondo di restare nel passato, lasciando che il rancore, la rabbia, il dolore induriscano il mio volto e il mio cuore. Ecco, posso scegliere ciò che il passato diventerà dentro di me, il peso che avrà sulla mia vita futura” (L. Verdi). Si rinasce da una ferita subita, da un torto ricevuto, da un giudizio non meritato, da una condanna ingiusta se lascio andare l’altro, permettendogli nuove possibilità di riscatto. La colpa non può mai definire l’identità mia o dell’altro in modo definitivo, per riconoscere a chiunque la possibilità di essere più grande, e di più, del proprio errore. Resta la domanda: quale vantaggio per la parte offesa? Ecco: si rinasce nella vita quando si smette di covare rancore. È il guadagno più bello!
Peccatori misericordiati
L’esigenza evangelica del perdono scaturisce dall’appello ai credenti di essere figli del Padre, e perciò suoi imitatori. Giudicare, e ancor più condannare l’altro, significa pensare di poter prendere il posto del Padre, e pretendere di conoscere tutta la verità sull’altro. Al contrario, la generosità verso chi può aver sbagliato sarà ricompensata dalla benevolenza divina. Il Padre che è nei cieli tratterà allo stesso modo coloro che non perdonano (v. 35). Tutti siamo debitori davanti a Dio: da questa comprensione di sé davanti a Dio dipende la comprensione e la compassione verso l’altro: “Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito”. La difficoltà di perdonare si radica nell’inganno di considerarsi giusto. La parabola educa a pensare e ad agire sempre da “peccatori misericordiati”: “Rimetti a noi i nostri debiti, come (nella misura in cui?!) anche noi li perdiamo ai nostri debitori”.
Caro don Florin,
il mandato di Gesù risorto recita: “Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati” (Gv 20,22-23). È la missione della misericordia incondizionata, frutto della Pasqua di Gesù. Nelle parole del Risorto è affidato solo il compito di perdonare i peccati. Non abbiamo alcun potere contrario al perdono. L’impossibilità del perdono può dipendere solo dal rifiuto di chi non vuole cambiare vita. Il tuo ministero di pastore per questa comunità deve rendere ragione al mandato di Gesù: perdonare chiunque si dispone davanti a Dio con il vivo desiderio di conversione e a condizione che non si rifiuti di offrire perdono ai propri fratelli e sorelle. La comunità che oggi ti viene affidata esprime la vita di fede del popolo di Dio, di cui anche tu sei parte e partecipe, costituito sacramento di Cristo guida e pastore. La comunità è cellula della Chiesa che per la sua dimensione teandrica è “Chiesa santa di peccatori” (Latourelle, Congar, Rahner). San Carlo, modello sublime di ogni pastore, ispiri il tuo ministero allo zelo e alla fedeltà. La Madonna dei Fiori, invocata come madre di misericordia, sia per te e per tutti Maestra di riconciliazione e di perdono, doni sublimi della Pasqua di Cristo.
+ Gerardo Antonazzo
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