LA MERITOCRAZIA CREA GLI ULTIMI[1]
Omelia per le Compagnie di pellegrini di Canneto
Basilica-Santuario Regionale, 20 agosto 2025
Carissimi amici, carissimi pellegrini,
eccoci qui dinnanzi la venerata immagine della Madonna di Canneto a sostare per un momento di preghiera e di riposo, soprattutto per chi ha intrapreso un lungo cammino a piedi, a volte tortuoso e impervio lungo i sentieri di montagna, per raggiungerci questo alpestre santuario. Ognuno di noi è arrivato qui con le proprie intenzioni e motivazioni: c’è chi è venuto per ristorare il cuore con la parola del Salvatore.
Questa sera, voglio proporvi solo alcune coordinate e chiavi di lettura del Vangelo che abbiamo ascoltato (Mt 20,1-16), le cui radici affondano nell’Antico Testamento. Gesù, non poteva non pensare alle parole del profeta Isaia (cap. 5): “Canterò per il mio diletto un cantico d’amore per la sua vigna”. Il profeta, parlando per bocca di Dio, ci mostra come Dio tiene cura del suo popolo e ne parla con la metafora della vigna, di una vite da coltivare, di cui prendersi cura. È un’immagine bellissima, che crea nel cuore una straordinaria commozione: Dio vuole bene alla sua vigna, al suo popolo, a voi, a noi oggi qui. Noi siamo qui, oggi, la vigna di cui Dio si prende cura e di cui si diletta. Come la vigna cantata dal profeta Isaia, Dio non abbandona la sua impresa. Domandiamoci che cosa vuole il Signore da noi per questa vigna. Gesù, con il suo racconto parabolico, ci aiuta a comprendere che noi siamo, allo stesso tempo, la sua vigna e i vignaioli chiamati a qualunque ora del giorno a prendersi cura dell’umanità di cui siamo parte. Questo padrone, arrivando sulla piazza, si rivolge a coloro che attendevano di ricevere qualche chiamata giornaliera: “Andate nella mia vigna”. Andate!
Cari amici, noi siamo qui approdati a Canneto come pellegrini, ma ripartiamo tutti come missionari, perché il verbo ‘andare’ è il verbo della missione. Il mondo sembra non rispondere più alle legittime attese del padrone della vigna. Noi siamo inviati a lavorare come vignaioli nella vigna che è l’umanità, pellegrini di speranza. Dio ci chiama sempre, anche a fine giornata, anche al tramonto quando ormai sembra che non ci sia più nulla da fare. In qualunque momento della nostra vita, il Signore ci invia nella sua vigna. Gli operai accettano la chiamata a lavorare nella vigna del padrone come missionari del suo amore. Chi è il primo missionario che ha detto di sì al Padre? È Gesù: “Ecco io vengo Signore per fare la Tua volontà”. Da Maria ascoltiamo un altro sì: “Eccomi, sono la serva del Signore”. Oggi, celebriamo anche la memoria di San Bernardo, il cantore di Maria, il quale in una delle sue omelie si intrattiene sul Sì di Maria alla volontà di Dio, invitandola a rispondere sollecitamente all’angelo, e attraverso l’angelo, al Signore. Facciamo nostre queste parole di san Bernardo, accogliendo la Parola di Dio e rispondendo al disegno sulla sua vigna. Disponiamoci alla chiamata di Dio, ad essere comunque missionari, a dire il nostro sì, il nostro ‘Eccomi’. Maria ci accoglie come pellegrini, il suo Figlio ci manda come missionari nella vigna del mondo.
Con il sì dei vignaiuoli anche noi diciamo il nostro sì, ci offriamo al Signore e porci alla sua sequela; siamo consapevoli che ci viene affidata dal Signore una missione nel mondo affinché non sia come una vite abbandonata, dimenticata, devastata dal male, dall’odio, dalle guerre, dalla morte. Siamo inviati a coltivare una vigna difficile, ma dobbiamo essere pronti a rispondere alla chiamata del Signore in questo mondo. Lui è la nostra forza, e con il loro santo aiuto possiamo proseguire in questa magnifica opera che il Signore ci affida da compiere nella sua vigna. Non dimentichiamo la cosa più importante, che infonde fiducia: il padrone è Lui, non siamo noi! Cosa aspettarci, quale ricompensa a fine giornata dal padrone della vigna? Dio paga sempre, ma disattende la nostra logica sindacale, non rispetta tariffe ad orari. Quando ricompensa chi ha lavorato di meno nella stessa misura di chi ha lavorato per più ore, Dio non è ingiusto, è semplicemente buono con tutti. Ma tale bontà, così distante da logiche concorrenziali e meritocratiche, provoca la nostra gelosia e contestazione, al grido disperato del “Non è giusto!”.
Chiediamoci, dunque, cosa vale di fronte a Dio: non chi è più bravo o meno bravo dell’altro, perché questa si chiama competizione. La stessa che troviamo nelle scuole, nel mondo del lavoro, nello spettacolo, nello sport, e anche nelle parrocchie. A Dio interessa il nostro Sì: quello di un’ora vale quanto quello delle dieci ore. L’unico merito di fronte a Lui il Sì della nostra vita, in qualunque ora del giorno, fosse anche l’ultimo attimo dell’ultimo respiro della nostra vita terrena. A tutti il Signore dona la stessa ricompensa. La meritocrazia umana invece crea gli ultimi. In un altro insegnamento Gesù dichiara che “gli ultimi saranno primi e i primi ultimi”, perchè capovolge la logica sindacale, ogni graduatoria. Infatti, con il nostro sì missionario tutti siamo primi, nessuno ultimo.
Allora andiamo, non scoraggiamoci, non misuriamo il valore della nostra vita con parametri mondani. Il nostro Sì, anche se piccolo, può dare a Dio la possibilità di operare in noi grandi cose, con la nostra pochezza. Siamo arrivati qui a Canneto pellegrini di speranza; portiamo la speranza e l’amore di Cristo nelle nostre realtà, nelle nostre fragilità, nella nostra semplice vita di ogni giorno, sapendo che con il nostro Sì saremmo poi ricompensati dall’amore di Dio, non secondo i nostri meriti, ma con la ricchezza del suo amore.
+ Gerardo Antonazzo
[1] Testo da registrazione, non rivista
