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Omelie

Il Signore cammina con te – Omelia per il Giubileo diocesano dei Migranti (Basilica-Santuario Regionale di Canneto, 12 agosto 2025)

IL SIGNORE CAMMINA CON TE

Omelia per il Giubileo diocesano dei Migranti
Basilica-Santuario Regionale di Canneto, 12 agosto 2025

 

Cari amici,

grazie per la vostra partecipazione al Giubileo dei Migranti. Dire Migranti significa pensare a chi parte e a chi arriva, entrambi desiderosi di raggiungere una meta, un “porto” che sia per la propria condizione umana un luogo di speranza, un approdo per un futuro dignitoso. La dignità dei più fragili è custodita dall’amore di Dio e insegnata dalla sua Parola che abbiamo proclamato: “Il Signore, tuo Dio, cammina con te; non ti lascerà e non ti abbandonerà. [  ] il Signore, tuo Dio, cammina con te; non ti lascerà e non ti abbandonerà. [  ] Il Signore stesso cammina davanti a te. Egli sarà con te, non ti lascerà e non ti abbandonerà. Non temere e non perderti d’animo!” (cfr Dt 31,1-18). Saluto e ringrazio molto cordialmente gli emigranti italiani all’estero, alcuni dei quali in questo periodo sostano nei luoghi di origine, tra affetti domestici e sapori di buon gusto. Abbraccio con affetto grande gli amici immigrati in Italia, ai quali auguro di poter trovare nelle nostre belle comunità accoglienza socievole e fraterna. Il Giubileo dei Migranti al quale vi abbiamo invitato vuole gridare: dignità per tutti! E’ questo il valore inviolabile e sacro di ogni persona, di qualunque cultura, lingua, razza, religione.

Il Signore è davanti a te

Ogni uomo sperimenta e riconosce in sé una connaturale condizione di viator.

Viator è ogni viaggiatore. Inizialmente si utilizzava per gli esploratori, i mercanti e gli scienziati che partecipavano a missioni di scoperta. Il viaggio in sè richiede un notevole coinvolgimento emotivo, un impiego straordinario di energie. Viator significa “chi va per via”. Può essere inteso sia nel senso di “andare qua e là senza direzione o meta certa, vagando” ma anche nel significato di “sviarsi, ingannarsi, perdersi”. È la condizione idealizzata dalla figura di Ulisse, che nel suo “errare” incarna la condizione stessa dell’Uomo nel corso della vita. Viator è ogni migrante. Migrare è la condizione ontologica dell’Essere Umano. L’Uomo per natura è migrante: da sempre uomini e intere popolazioni si spostano alla ricerca di adeguate condizioni di vita, se non addirittura per sopravvivere. Con le dovute distinzioni tra le molte situazioni ben diverse tra loro, ciò che accomuna ogni migrante sono le contingenze della storia che costringono alla ricerca di una condizione migliore di vita: “La Comunità cristiana è chiamata a diffondere nel mondo il fermento della fraternità, di quella convivialità delle differenze che anche oggi, in questo incontro, ci è dato sperimentare: ““Il Signore, vostro Dio, rende giustizia all’orfano e alla vedova, ama il forestiero e gli dà pane e vestito. Amate dunque il forestiero, perché anche voi foste forestieri nella terra d’Egitto (cfr. Dt 10,17-19).

Non uno di meno

“E’ volontà del Padre vostro che è nei cieli, che neanche uno di questi piccoli si perda” (Liturgia del Vangelo). Cari amici, il vostro Giubileo esprime con singolare eloquenza il posto centrale che nella Chiesa deve occupare la carità dell’accoglienza. Assumendo la condizione umana e storica, Cristo si è unito ad ogni uomo. Purtroppo, non mancano tuttora nel mondo atteggiamenti di chiusura e perfino di rifiuto, dovuti ad ingiustificate paure ed al ripiegamento sui propri interessi. Si tratta di discriminazioni non compatibili con l’appartenenza a Cristo e alla Chiesa” (Giovanni Paolo II, Omelia 2 giugno 2000). La condizione di chi emigra è la più prossima alla missionarietà della speranza. L’anno giubilare ritrova proprio nel cammino, faticoso e sofferto, l’anelito struggente della speranza in una condizione migliore di vita. Speranza, questa, più che legittima, fondata sulla dignità inviolabile di ogni persona che porta con sé le istanze inderogabili di una vita degna del suo inalienabile valore sacro. Ogni partenza genera attese e fiducia, ma anche distacchi sofferti e dolorose assenze. Ogni civiltà che voglia dirsi culturalmente “avanzata” non può rinchiudersi nell’antica e perversa logica degli “idola tribus”, l’idolatria dei pregiudizi che solitamente condizionano l’essere umano: ogni pregiudizio ostacola la ricerca della verità, tende a generalizzare un elemento singolo o i pochi casi di un determinato tipo di situazioni fragili. Il card. Martini li descrive attualizzati in modo reale e concreto: “Nel linguaggio moderno: la razza, la cultura di una gente, che in parte è un valore e in parte può imprigionare la mentalità mettendo gli uni contro gli altri” (C.M. Martini, Elia. Il Dio vivente, pag. 78). Sono pregiudizi che spingono alla chiusura, alla non accoglienza del diverso, alla non alterità, fino a negare il diritto di sperare. E’ l’idolatria del patriottismo, dei confini da difendere da assurde minacce e invasioni, dell’esasperato nazionalismo che crea confini e limita la speranza dei più poveri. Papa Leone stigmatizza la tendenza generalizzata a curare esclusivamente gli interessi di comunità circoscritte, chiuse, settarie, perché questo “costituisce una seria minaccia alla condivisione di responsabilità, alla cooperazione multilaterale, alla realizzazione del bene comune e alla solidarietà globale a vantaggio di tutta la famiglia umana” (Messaggio giornata mondiale del Migrante 2025).

Risorsa per la fede

Sono le stesse comunità cristiane ad apprezzare la fede di molti migranti, seminatori di speranza. Questi fratelli e sorelle sono testimoni privilegiati della speranza attraverso il loro quotidiano affidarsi a Dio. Lo abbiamo visto molte volte nelle pagine ingiallite e sgualcite dei testi religiosi ritrovati in fondo al Mediterraneo come unico lascito dei tanti naufragi. “Bibbie dove annotazioni e preghiere struggenti davanti alla prospettiva di morire una fede autentica in Dio diventano messaggi dall’eternità e migranti e rifugiati diventano messaggeri di speranza per la loro tenacia in cui cogliere la testimonianza “eroica” di una fede spesso così forte da donare loro la forza di sfidare la morte nelle diverse rotte migratorie contemporanee” (P. Lambruschi). La loro fede è una risorsa per l’Occidente che soffre un’evidente desertificazione della vita cristiana. Lo vediamo anche nelle nostre assemblee domenicali: diversi migranti credenti contribuiscono a rivitalizzare comunità ecclesiali irrigidite e appesantite, spaesate e deluse, in cui avanza minacciosamente il deserto spirituale: “Essi, infatti, con il loro entusiasmo spirituale e la loro vitalità possono contribuire a rivitalizzare comunità ecclesiali irrigidite ed appesantite, in cui avanza minacciosamente il deserto spirituale. La loro presenza va allora riconosciuta ed apprezzata come una vera benedizione divina, un’occasione per aprirsi alla grazia di Dio che dona nuova energia e speranza alla sua Chiesa (Papa Leone). Grazie per la vostra tenacia e coraggio. La perseveranza della volontà onesta genera la vera speranza che non delude.

                                                                                                 + Gerardo Antonazzo

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