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Il rito dell’impazienza – Omelia per la Messa “In Coena Domini” (Pontecorvo-Chiesa Concattedrale, 17 aprile 2024)

IL RITO DELL’IMPAZIENZA

Omelia per la Messa “In Coena Domini”
Pontecorvo-Chiesa Concattedrale, 17 aprile 2024

 

La suggestiva liturgia della Messa In Coena Domini impregna di commozione spirituale il cammino giubilare. Pellegrini sì, ma verso dove, verso chi? Nei racconti di san Luca il memoriale della Cena rimanda ad una prospettiva futura, escatologica. Dichiara infatti Gesù: “Ho tanto desiderato mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione, perché io vi dico: non la mangerò più, finché essa non si compia nel regno di Dio”. E, ricevuto un calice, rese grazie e disse: “Prendetelo e fatelo passare tra voi, perché io vi dico: da questo momento non berrò più del frutto della vite, finché non verrà il regno di Dio” (Lc 22,15-18). Gesù con il rito della Cena rimanda ad un altro banchetto nel quale berrà il vino nuovo nel regno dei cieli. L’ultima cena non può più collocarsi fuori della sua prospettiva escatologica. Gesù Cristo è agnello pasquale, Servo di Dio di Isaia 53, la cui morte è una morte salvifica, con delle conseguenze escatologiche. La nostra eucaristia di oggi è annuncio dell’inizio del tempo nuovo, la proclamazione del punto centrale della storia della salvezza, e in questo modo “anticipazione liturgica della parusia” (J. Jeremias).

Nell’attesa della beata speranza

La prospettiva escatologica del banchetto eucaristico la ritroviamo fortemente dichiarata da san Paolo: “Ogni volta infatti che mangiate questo pane e bevete al calice, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga” (1Cor 11,26). Pertanto, con il rito del pasto eucaristico la comunità celebra in definitiva l’attesa del ritorno del Signore: …finché egli venga. Sin dalle origini del cristianesimo, la ragione illuminante della Cena del Signore è stata la speranza viva nel ritorno del Risorto. Nel contesto del Cenacolo, è Gesù stesso che pronuncia i discorsi del suo ritorno: “Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi” (Gv 14,3).

Cari amici,

il Signore custodisce la nostra impazienza con l’affidamento del suo memoriale: Fate questo in memoria di me. Mentre facciamo memoria della Pasqua, celebriamo la speranza nel nostro futuro, anticipiamo e pregustiamo nel presente il compimento del nostro destino finale. Durante l’Ultima Cena ci viene affidato qualcosa da desiderare, sperare. In quel momento più buio, Gesù ha fatto il gesto più ricco di speranza. La comunità che celebra la memoria della sua morte e risurrezione è proiettata verso l’incontro definitivo con Lui, per questo lo invoca con lamento di amore e di desiderio: Vieni, Signore Gesù! Qui si rivela quanto la comunità cristiana si muova e aneli davvero ad un futuro in cui credere fermamente. Quando essa fa memoria sacramentale di Lui, trova le radici e le potenzialità di sviluppo del suo futuro, pregustazione della definitiva partecipazione al banchetto celeste.

 

Sapore di Cielo

La nostra vita non viaggia su un binario morto. Le accurate analisi degli studiosi ci hanno condotto a riconoscere nella classica formula di origine liturgica “Maranathà – Signore nostro, vieni” (lCor 16, 22; Ap 22,20; Didaché 10,26), un’espressione‑simbolo di questa tensione interiore nella coscienza della Chiesa. Sappiamo da numerose testimonianze che le celebrazio­ni eucaristiche delle prime generazioni erano profondamen­te impregnate di un intenso clima di attesa del glorioso ritor­no del Kyrios per affermare definitivamente la signoria del Padre sulla storia per mezzo di Gesù morto e risorto.  Il memoriale della Cena del Signore fa pregustare il sapore di cielo che si fa desiderio struggente, invocazione sospesa tra terra e cielo. L’embolismo dopo la recita del Padre nostro, Liberaci Signore da tutti i mali…, si conclude con queste parole: …nell’attesa che si compia la beata speranza e venga il nostro salvatore Gesù Cristo. Anche nelle prime due formule di acclamazione dopo la consacrazione del pane e del vino, troviamo il rimando alla prospettiva escatologica: Annunciamo la tua morte Signore, proclamiamo la tua risurrezione, nell’attesa della tua venuta.

Desiderio struggente

L’attesa si fa impazienza, il desiderio diventa incontenibile, e si placa al pensiero della promessa: Sì, vengo presto! Amen. E la Chiesa, sua sposa, lo invoca sino alla fine dei tempi: Vieni, Signore Gesù (Ap 22, 20). Verso la Gerusalemme celeste tendiamo come pellegrini di speranza, per essere trovati lì dove il Cristo siede alla destra di Dio, ministro del santuario e del vero tabernacolo (cfr. Sacrosanctum Concilium, n. 8). Le aspirazioni del salmo affiorano anche sulle nostre labbra: “Come la cerva anela ai corsi d’acqua, così l’anima mia anela a te, o Dio. L’nima mia ha sete di Dio, del Dio vivente: quando verrò e vedrò il volto di Dio?” (Sal 42,1-3). I formulari della Liturgia cristiana dichiarano la radicata coscienza della Chiesa nel riconoscere se stessa in posizione intermedia tra la Pasqua terrena e la venuta definitiva del Signore. La IV Preghiera eucaristica recita: “In questo memoriale della nostra redenzione celebriamo, Padre, la morte di Cristo, la sua discesa agli inferi, proclamiamo la sua risurrezione e ascensione al cielo dove siede alla tua destra, e, in attesa della sua venuta nella gloria, ti offriamo il suo corpo e il suo sangue “.

Vi consegno le parole di Papa Francesco: “Il cristiano non è fatto per la noia; semmai per la pazienza. Sa che anche nella monotonia di certi giorni sempre uguali è nascosto un mistero di grazia. Nessuna notte è così lunga da far dimenticare la gioia dell’aurora. E quanto più oscura è la notte, tanto più vicina è l’aurora. Se rimaniamo uniti a Gesù, il freddo dei momenti difficili non ci paralizza; e se anche il mondo intero predicasse contro la speranza, se dicesse che il futuro porterà solo nubi oscure, il cristiano sa che in quello stesso futuro c’è il ritorno di Cristo” (11 ottobre 2017).

                                                                                                + Gerardo Antonazzo