Nel silenzio degli esercizi spirituali, riscoperto il volto del diacono come segno vivente della speranza cristiana, icona del Cristo che serve e cammina con il popolo di Dio
Dal 28 al 30 luglio, presso il monastero delle Suore Cistercensi di Casamari, si sono svolti gli esercizi spirituali per i diaconi permanenti della diocesi. Guidati da don Fortunato Tamburrini, i partecipanti hanno vissuto giorni di silenzio, meditazione e preghiera, alla luce della figura biblica di Abramo e del tema dell’Anno Giubilare: “Pellegrini di speranza”.
La riflessione che segue, a firma di Mario Marrocco, nasce proprio in questo contesto di ascolto e rigenerazione spirituale. Essa propone una rilettura del ministero diaconale come segno di speranza concreta nella Chiesa e nel mondo di oggi.
Nel silenzio orante degli esercizi spirituali, svoltisi dal 28 al 30 luglio presso le Suore Cistercensi di Casamari e guidati dal predicatore don Fortunato Tamburrini, partendo dalla fede incrollabile di Abramo, mentre il cuore si fa docile all’ascolto e l’anima si lascia plasmare dallo Spirito, abbiamo riscoperto con gratitudine il volto del diacono come segno vivente della speranza cristiana.
In questo Anno Giubilare, che ci invita a essere pellegrini di speranza, il ministero del diacono risplende nella sua essenza più autentica: un uomo configurato a Cristo servo, che cammina con il popolo, ne condivide le fatiche, ne asciuga le lacrime e lo orienta con dolcezza verso la luce del Vangelo.
Il diacono è chiamato a essere ponte tra il cielo e la terra, tra l’altare e la strada, tra la Parola proclamata e la vita vissuta. Il suo ministero non è un ruolo da interpretare, ma una vocazione da incarnare ogni giorno, con umiltà e ardore evangelico. In un mondo segnato da tante oscurità, egli si fa lampada accesa per i poveri, i piccoli, gli ultimi: pellegrino tra i pellegrini, testimone instancabile della misericordia divina.
Nel tempo di grazia che la Chiesa ci dona, il diacono è chiamato a rinnovare il suo “eccomi”, lasciandosi rigenerare dalla preghiera, dalla fraternità, dall’Eucaristia. Solo un cuore contemplativo può servire davvero. Solo chi si riconosce amato può amare senza misura.
Il Magistero della Chiesa ci ricorda che «il diacono è costituito non per il sacerdozio, ma per il ministero» (Lumen Gentium, 29); egli è icona viva del Cristo che serve, del Vangelo che si fa carne nelle periferie dell’esistenza. Come ha ribadito il Direttorio per il ministero e la vita dei diaconi permanenti, egli “è inviato non solo a svolgere servizi, ma a testimoniare la carità stessa di Cristo, ad essere egli stesso segno sacramentale di Cristo Servo nel popolo di Dio” (n. 39).
Il servizio del diacono non è mai autoreferenziale, ma profondamente ecclesiale: nasce dall’altare e ritorna alla strada; si nutre della Parola e si riversa nella vita concreta delle comunità. Come insegna il Catechismo della Chiesa Cattolica (n. 1570), il diacono partecipa “in modo speciale alla missione e alla grazia di Cristo”, rendendosi disponibile “per il servizio della liturgia, della parola e della carità”.
E proprio in questa triplice dimensione – liturgia, parola e carità – il diacono si fa pellegrino: cammina con il popolo di Dio, guida e serve, si lascia condurre dallo Spirito. Il Giubileo lo interpella a rinnovare il suo “sì” con generosità e con gioia, ad abitare le soglie della speranza, a essere voce di consolazione e strumento di comunione.
Custodire il mistero di Cristo in coscienza pura significa accogliere nel cuore la sua presenza viva, silenziosa e trasformante. Non si tratta solo di conoscere una verità, ma di lasciarsi abitare da Lui, nel profondo. Una coscienza pura è il grembo dove questo mistero può dimorare senza essere offuscato: è uno spazio libero dall’egoismo, purificato dalla preghiera, reso trasparente dalla grazia.
In una coscienza così, Cristo non è solo un ricordo o un insegnamento, ma è il Vivente, il Compagno, il Signore. E custodirlo significa lasciarsi condurre da Lui, giorno dopo giorno, nelle piccole e grandi scelte d’amore. Come Maria, serva del Signore, anche il diacono si alza “e va in fretta” (Lc 1,39): per servire, per annunciare, per amare.
In questo cammino giubilare, la sua vita diventa annuncio silenzioso e fecondo di una Chiesa che esce, si china, accoglie.
Mario Marrocco


