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Omelie

Generare speranza – Omelia per i pellegrini di Canneto (Basilica-Santuario regionale, 18 agosto 2025)

GENERARE SPERANZA

Omelia per i pellegrini di Canneto
Basilica-Santuario Regionale, 18 agosto 2025

 

Cari fedeli, devoti e pellegrini,
vi ringrazio per la bella testimonianza di amore e di fede in  Gesù Cristo, figlio di Dio, fatto uomo nel grembo della Beata Vergine Maria. Grazie per la vostra fede umile e sincera; grazie per la vibrante e affettuosa devozione filiale alla Vergine Bruna di Canneto, qui celebrata oggi come Madre della Consolazione, per implorare e riconoscere la sua materna e premurosa vicinanza nelle vicende quotidiane della nostra storia, non di rado ferita e sanguinante.

 

Consolatrix afflictorum
Maria prima di noi e più di noi ha conosciuto la drammaticità crudele del dolore. Stando accanto al Cristo che pativa, soffrendo anche lei crudelissimi dolori, ha conseguito nella maniera più meritevole la beatitudine promessa nel Vangelo a coloro che piangono: “Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati” (Mt 5,4). E poiché Dio l’ha consolata con la risurrezione di Gesù, è in grado di consolare anch’essa i suoi figli, che si trovano in qualsiasi genere di afflizione. Lui consegna se stesso e ognuno di noi alla Madre donandoci il sollievo balsamico delle parole: “Donna, ecco tuo figlio”. A noi, suoi figli, è data la dolcezza di accogliere Maria in casa nostra, amandola come il più caro tra i beni (Gv 19,27). Madre, compassionevole perché rivolta verso ciascuno dei suoi figli, la veneriamo Consolatrix afflictorum, fonte di conforto e di sostegno per coloro che sono nel gemito della prova. A Canneto si viene anche per piangere: di commozione e di dolore. Questa nostra amatissima Basilica-Santuario è luogo di consolazione e di conforto, oasi di speranza e di rigenerazione, un vero e proprio “ospedale da campo” senza liste di attesa o attese interminabili come in un qualsiasi “Pronto soccorso”. Qui si entra e si trova subito il “soccorso” della Madre. Il suo cuore rimargina le ferite del nostro cuore, qui ritroviamo la pace interiore dopo le tempeste delle ansie e le fibrillazioni dei dispiaceri, qui invochiamo la riconciliazione e il perdono dopo l’aritmia di parole insensate e di offese che rattristano e sgomentano, qui affidiamo a Maria le persone più care che vivono la solitudine dello sconforto.                                           

 

Il povero grida e il Signore lo ascolta
Nel cuore dei pellegrini di Canneto, quasi a loro stessa insaputa, risuona l’eco della Parola: “Questo povero grida e il Signore lo ascolta, lo salva da tutte le sue angosce…Il Signore è vicino a chi ha il cuore spezzato, egli salva gli spiriti affranti” (Sal 34, 18). Nella Rivelazione biblica ritroviamo moltissimi eventi che rappresentano la consolazione di Dio, pietoso verso il suo popolo. Dio si china per vedere l’afflizione dell’uomo, in ogni tempo: “Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sovrintendenti: conosco le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo” (Es 3, 7-8). Gesù rivela il vero volto di Dio: fedele e misericordioso, benigno e magnanimo verso i più peccatori. Basti rileggere le potenti parabole della misericordia documentate dall’evangelista san Luca. Il “dio” arcigno e indifferente, che gode della fragilità dell’uomo, è un fantasma pagano: pensiero funesto, che purtroppo continua a sopravvivere nella disperazione anche di tanti cristiani che, avviliti dalla confusione del dolore, imprecano contro un “dio” cattivo e colpevole, che non esiste o almeno non è certo il Padre rivelato da Gesù. Il Dio di Gesù Cristo è un Dio sofferente della sofferenza di ognuno di noi, inchiodato sulle nostre croci, partecipe come nessuno dell’assurdità di una sofferenza immane. Gesù si pone accanto ai disperati, agli smarriti di cuore, per porgere la certezza che l’unica via di uscita da ogni dolore è appellarsi alla consolazione di Dio che trasfigura la ferita di ogni dolore nella feritoia della luce pasquale. Dio rivela il suo cuore paterno e materno. Le categorie con le quali Dio esprime la sua compassione, come della migliore tra le madri, sono particolarmente toccanti: “Consolate, consolate il mio popolo- dice il vostro Dio. Parlate al cuore di Gerusalemme e gridatele che la sua tribolazione è compiuta…Voi sarete allattati e portati in braccio, e sulle ginocchia sarete accarezzati…Come una madre consola un figlio, così io vi consolerò; a Gerusalemme sarete consolati” (Is 40,1-2; 66,12-13). La missione di Gesù sarà quella di riportare nel cuore lacerato la gioia della speranza affidabile e non illusoria.

 

Compassione, non prefiche della commiserazione
Cari amici,
anche noi dobbiamo imparare l’arte della consolazione. Essa richiede la capacità della com-passione, sentire come proprio il dolore dell’altro, cum-patire cioè soffrire insieme all’altro.  La consolazione cristiana si colloca tra la solitudine della disperazione e il coraggio della speranza. Abbiamo sempre bisogno di chi, compagno di viaggio, sia disposto a mangiare con noi lo stesso pane (cum-panis) della sofferenza e della prova, per attraversarla insieme. Alla scuola del Vangelo, impariamo dalla compassione di Gesù. L’apostolo Paolo così esorta i cristiani di Roma: “Rallegratevi con quelli che sono nella gioia; piangete con quelli che sono nel pianto. Abbiate i medesimi sentimenti gli uni verso gli altri (Rm 12,15-16). Lo stesso apostolo, scrivendo ai cristiani di Corinto, compone l’elogio della consolazione con esortazioni di materna tenerezza: “Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione! Egli ci consola in ogni nostra tribolazione, perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in ogni genere di afflizione con la consolazione con cui noi stessi siamo consolati da Dio” (1Cor 1,3-4). Consolati, per consolare: è la prossimità più bella che ognuno può esercitare. Consolare non è commiserare: non siamo le prefiche del dolore altrui. La commiserazione deprime e umilia, oltre a lasciare la persona da sola, abbandonata ai suoi problemi. Consolare è prendere parte, farsi carico dei problemi degli altri. Nel Vangelo il paradigma della consolazione lo ritroviamo nelle decisioni del “buon Samaritano”, che si china e si prende cura delle ferite di uno straniero, anzi di un nemico. Lo soccorre rimettendoci anche di tasca propria con larghezza d’animo, senza risparmiare né risparmiarsi. La domanda sensata non è: “Chi è il mio prossimo”; bensì: “Come diventare prossimo?” di chi non scelgo ma che incontrando e quindi accolgo indipendentemente da tutto, per la sola ragione che servire l’altro è servire Cristo.

 

Cari amici,
Canneto sia ‘scuola’ di compassione, insegni a chiunque che qui la presenza dell’altro è un dono, si fa incontro, si stringe in un abbraccio, si prolunga nell’amicizia e si prolunga nella reciproca gratitudine. Invochiamo Maria, compassionevole per grazia, prossima e premurosa verso i bisogni di ognuno, la cui “benignità non pur soccorre a chi domanda, ma molte fiate liberamente al dimandar precorre” (Dante).

 

+ Gerardo Antonazzo

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