Diocesi Sora Cassino Aquino Pontecorvo
Omelie Vescovo Vescovo Gerardo Antonazzo

Foto segnaletiche – Omelia per la Messa “In Coena Domini” (Pontecorvo, Chiesa-Concattedrale, 2 aprile 2026)

FOTO SEGNALETICHE

Omelia per la Messa “In Coena Domini”
Pontecorvo-Chiesa Concattedrale, 2 aprile 2026

 

Cari amici,

il rito della Cena del Signore celebra l’amore totale e incondizionato di Gesù per i suoi discepoli: “Avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine” (Gv 13, 1).

Consumarsi nell’amore

Non è un amore consumato, ma la consumazione nell’amore. “Sino alla fine” non è un’indicazione temporale, ma la traiettoria di una sporgenza esistenziale, un andare verso la pienezza dell’amore. È come dire: amare fino al (raggiungimento massimo del) fine: donare tutto se stesso! Un amare compiuto, assolutamente, del tutto, niente escluso, senza riserve, senza alcun risparmio. Gesù ama fino alla consumazione di sé, sino allo sfinimento, ama di un amore estremo, inverosimile. Questo era il fine ultimo del suo amore: amare fino allo sfinimento totale di sé. Senza cedimenti, né tentennamenti: è testimone di un amore fedele, a prova di croce. Un Dio sfinito nell’atto del donarsi. Il “tutto” dell’amore, tradito dal bacio dell’amico, si fa amore dei suoi nemici, da cui non verrà mai amato. Non trattiene nulla per sé, non pretende neppure il minimo di dignità dovuto per pietà a qualunque condannato.

Sino alla fine indica dunque un fine supremo, ultimo, compiuto (τέλος-telos): salvare ogni creatura a ogni costo, ridare dignità ed elevatezza all’umano. Il termine τέλος-telos acquista così un valore massimo nel cuore di Gesù, perché quando questo amore arriva a donarsi sino al fine ultimo, ha effettivamente raggiunto il compimento perfetto: “È compiuto” (Gv 21,30). La sua morte non sarà un fallimento, ma il compimento di una vita donata, non sprecata.

 

Gesti e forme di vita

La pienezza di questo amore viene insegnato e consegnato da Gesù tramite un gesto caratteristico che lo identifica immediatamente. Possiamo immaginarla come una sorta di “foto segnaletica” della sua specifica personalità. Questo è vero anche per noi. In effetti, se ci pesiamo bene la nostra quotidianità è riconoscibile da atteggiamenti e comportamenti che spontaneamente ripetiamo e che in qualche maniera caratterizzano lo stile del nostro agire. Veniamo riconosciuti precisamente dalla nostra gestualità, dal timbro di voce, dalle smorfie del viso, etc. È la liturgia dei nostri “riti” ordinari, che rivelano facilmente l’identificazione della nostra persona, unica ma riconoscibile. Le abitudini quotidiane sono specchi della personalità e permettono di riconoscere facilmente le persone. Anche nei Vangeli emergono comportamenti caratterizzanti la missione di Gesù: si racconta in particolare la frazione del pane, gesto consueto che Gesù compiva e al quale Lui stesso attribuisce un significato unico, straordinario. Tra tutte le azioni ripetitive, quella che è rimasta particolarmente incisa nel cuore e impressa nella memoria degli apostoli è il gesto di offrire del pane spezzato con le proprie mani. L’Apostolo Paolo lo ricorda oggi così: “Ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso: il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me” (1Cor 11,23-24). E ancora san Paolo: “E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo?” (1Cor 10,16b).

Nell’intimità del Cenacolo, dopo aver lavato i piedi ai suoi amici, compie l’altro gesto altrettanto evocativo: “Mentre mangiavano, Gesù prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò…” (Mt 26,26; Mc 14,22; Lc 22,19), Gesù ha voluto affidare la grandezza sublime del suo amore sia all’umiltà del servizio, sia al semplice gesto della frazione del pane (Mt 26; Mc 14; Lc 22). I vangeli consegnano ripetutamente la frazione anche nella moltiplicazione dei pani (Mt 14; Mc 6; Lc 9). Infine, il vangelo di Matteo narra la frazione del pane durante l’incontro del Risorto con due dei suoi discepoli, nella casa di Emmaus (Lc 24).

Un gesto banalizzato

Abbiamo tutto da imparare: l’Eucaristia non è solo un rito da celebrare, ma una vita da “spezzare” per gli altri, come si condivide il pane. La celebre affermazione attribuita a Roger Garaudy: “Cristo è nel pane, ma lo si riconosce allo spezzare del pane”, sottolinea che la presenza di Cristo nell’Eucaristia si rivela pienamente solo attraverso l’atto della condivisione e del dono di sé, passando dal gesto della fractio panis alla con-divisione della carità fraterna. Gesù non solo è adorato per la sua presenza nel pane eucaristico, ma viene riconosciuto e adorato nella concretezza della carità e della fraternità quotidiana: “Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista” (Lc 24, 30-31). Si nasconde alla vista, per farsi riconoscere nel segno della carità. Scrive don Tonino Bello: “Perché non dire chiaro e tondo che non ci può essere festa del ‘Corpus Domini’ finché un uomo dorme nel porto sotto il «tabernacolo» di una barca rovesciata, o un altro passa la notte con i figli in un vagone ferroviario? Perché aver paura di violentare il perbenismo borghese di tanti cristiani, magari disposti a gettare fiori sulla processione eucaristica dalle loro case sfitte, ma non pronti a capire il dramma degli sfrattati? Perché preoccuparsi di banalizzare il mistero eucaristico se si dice che non può onorare il Sacramento chi presta il denaro a tassi da strozzino? Perché non gridare ai quattro venti che la nostra credibilità di cristiani non ce la giochiamo in base alle genuflessioni davanti all’ostensorio, ma in base all’attenzione che sapremo porre al «corpo e al sangue» dei giovani drogati che, qui da noi, non trovano un luogo di accoglienza e di riscatto?”.

Cari amici,

non ci sarà mai fraternità senza l’arte evangelica della con-divisione: “Lui ha dato la sua vita per noi, quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli” (1 Gv 3, 16). L’autentica partecipazione all’Eucarestia è messa alla prova dalla vita condivisa. Siamo chiamati a trasferire il gesto liturgico della frazione del pane eucaristico, ad una vita segnata eucaristicamente, cioè capace di donarsi nel segno dell’amore. Foto segnaletica anche per noi, perché da questo saremo riconosciuti come suoi discepoli.

 

                                                                                                                                    + Gerardo Antonazzo

Clicca qui per leggere l’omelia in PDF.