FILIAZIONE, COMUNIONE, MISSIONE
Meditazione per la Veglia diocesana di Pentecoste*
Sora, Chiesa Cattedrale, 21 maggio 2026
Carissimi sacerdoti, diaconi e fedeli
membri delle aggregazioni laicali ed operatori pastorali,
giovani e famiglie,
la Pentecoste costituisce il compimento dello Spirito, così come la Pasqua rappresenta il compimento dell’opera della salvezza. Il termine “compimento” indica che il Signore ha portato a termine tutto ciò che era necessario per la redenzione dell’umanità: nulla può essere aggiunto a ciò che Cristo ha già realizzato. Allo stesso modo, non vi sarà mai un evento superiore o ulteriore rispetto alla Pentecoste: essa è “compimento dello Spirito”. La Chiesa vive stabilmente di quel dono definitivo, che continua a effondersi nel tempo della storia ecclesiale e dell’umanità. Parlare del compimento dello Spirito significa riconoscere un percorso progressivo, un itinerario che conduce fino alla pienezza della Pentecoste. I Vangeli ci permettono di individuare almeno tre momenti distinti dell’effusione dello Spirito, che impediscono di considerare la Pentecoste come l’unico evento in cui Cristo dona il suo Spirito. Essa è il culmine, non l’inizio. È opportuno anche ricordare che la Pentecoste non nasce con il cristianesimo: era già una solenne festa ebraica, nella quale si celebrava il dono della Torah. La Chiesa riconosce in quella festa antica il luogo in cui lo Spirito porta a pienezza la rivelazione della sua Legge non su tavole di pietra né su un cuore di pietra, ma in un cuore “di carne” perché vivificato e rianimato dallo Spirito, un cure reso capace di vivere secondo Dio.
Lo Spirito della Croce: la filiazione divina
Il primo momento dell’effusione dello Spirito si compie sulla Croce. L’evangelista Giovanni afferma: «Gesù, chinato il capo, consegnò lo Spirito – παρέδωκεν τὸ πνεῦμα» (Gv 19,30). In quell’istante si realizza un duplice movimento: verso il Padre e verso l’umanità. Rivolto al Padre, Cristo pronuncia l’atto supremo dell’affidamento: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito» (Lc 23,46). È il Figlio unigenito che affidandosi al Padre “spira” il suo Spirito d’amore sull’umanità; si dona come Figlio e riversa il suo Spirito d’amore con il quale sta sacrificando la sua vita per riconciliare gli uomini e renderli figli nel Figlio. La Croce è il luogo della redenzione: ci libera dal peccato e ci introduce nella filiazione divina. Per questo Gesù dice a Maria: «Donna, ecco tuo figlio» (Gv 19,26): il Figlio rendi figli coloro che accolgono il suo sacrificio d’amore. Non presenta più Giovanni sul Calvario come il discepolo amato, ma ormai come figlio, affidato alla Madre del Figlio di Dio. In Giovanni sono rappresentati tutti i discepoli, resi figli nel Figlio proprio nel momento in cui Cristo offre la sua vita al Padre per la salvezza del mondo. Il soffio di Cristo morente richiama il primo soffio di Dio nella creazione: come Dio insufflò nelle narici della sagoma plasmata dalla polvere il respiro della vita, rendendo essere “vivente” a sua immagine e somiglianza, così Cristo insuffla sull’umanità il suo Spirito, trasformando le creature da esseri “a immagine e somiglianza di Dio”, ma in figli di Dio per grazia dell’amore redentivo effuso per mezzo dello Spirito. Sotto la Croce nasce la Chiesa: Maria diventa Madre dei discepoli divenuti figli, e i discepoli diventano fratelli.
Lo Spirito della sera di Pasqua: la comunione ecclesiale
Il secondo momento dell’effusione dello Spirito si realizza la sera di Pasqua. Nel Cenacolo, a porte chiuse, Gesù appare agli Apostoli e annuncia: «Pace a voi» (Gv20, 19.21). È lo Spirito della comunione, della riconciliazione, dell’unità. Le porte chiuse indicano la necessità di ricomporre la fraternità ferita. Si dice giustamente: “I panni sporchi si lavano in famiglia”. Dopo i drammatici eventi della Crocefissione e morte del Maestro, ognuno aveva da rimproverare qualcosa all’altro. Avranno litigato, cercando di scaricare sugli altri la propria codardia. In questo clima molto teso, a rischio di smembrare definitivamente il “collegio” apostolico, risuona davvero forte il saluto del Risorto: “Pace a voi!”. Fate pace nel nome del mio amore ferito dalla vostra debolezza! Gli Apostoli devono imparare l’arte di fare pace tra loro. Gesù aveva pregato intensamente per l’unità dei suoi discepoli: «Perché tutti siano una sola cosa» (Gv 17,21). Quando afferma: «Ricevete lo Spirito Santo. A chi perdonerete i peccati saranno perdonati» (Gv 20,22-23), Cristo affida alla comunità il compito della riconciliazione fraterna. Non conferisce il potere di negare il perdono, ma ricorda che chi rifiuta il perdono rimane nel proprio rifiuto. Lo Spirito della Pasqua ricostruisce continuamente la comunione ecclesiale: non basta essere figli di Dio; occorre essere fratelli tra di noi. Anche la nostra assemblea, riunita come Chiesa diocesana, manifesta questa unità che ci precede e ci sostiene.
Lo Spirito della Pentecoste: la missione della Chiesa
Il terzo momento è la Pentecoste, cinquanta giorni dopo la Pasqua. Cristo non si ferma alla sera di Pasqua: come un sapiente pedagogo, conduce i discepoli a comprendere tutte le dimensioni dell’esperienza dello Spirito. Sulla Croce riceviamo lo Spirito della filiazione. Nel Cenacolo, lo Spirito della comunione. A Pentecoste, lo Spirito della missione. «Andate in tutto il mondo e annunciate il Vangelo ad ogni creatura» (Mc 16,15). Il mandato missionario è formulato come un imperativo: non è un’esortazione facoltativa. L’annuncio del Vangelo è un dovere per i credenti ed è un diritto per ogni uomo poterlo ricevere, anche se può essere rifiutato. Lo Spirito apre le porte del Cenacolo, ma non consente alla Chiesa di uscire divisa: una comunità divisa non evangelizza, ma fallisce. Le porte aperte indicano una Chiesa che vive nel mondo e per il mondo, secondo la grande intuizione del Concilio Vaticano II: «Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo» (Gaudium et Spes 1). Ora le porte sono aperte in uscita, per annunciare; ma anche in entrata, per accogliere, ascoltare, dialogare. L’annuncio richiede accompagnamento, cura e disponibilità a condividere la vita delle persone.
Cari amici,
camminiamo verso il compimento della Pentecoste senza dimenticare le effusioni dello Spirito che segnano e caratterizzano il nostro discepolato: il Calvario, la sera di Pasqua, il Cenacolo del Risorto. In ciascuna di esse il Signore porta a compimento la promessa dello Spirito, assicurandoci che non ci lascerà mai orfani: da peccatori a figli (Calvario), da figli a fratelli (Cenacolo del Risorto), da fratelli a testimoni (Cenacolo della Pentecoste). La Veglia di preghiera possa preparare il cuore di ognuno ad un’intensa esperienza dello Spirito perché la nostra umanità ferita dagli orrori dei “potenti” della Terra sia rinnovata dalla Potenza che viene dall’Alto.
*Testo da trascrizione audio
+ Gerardo Antonazzo
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