Diocesi Sora Cassino Aquino Pontecorvo
Giubileo 2025 Omelie

Chiesa, vivi ciò che sei – Omelia per l’inizio dell’Anno pastorale e Giubileo diocesano delle famiglie (Cassino-Chiesa concattedrale, 9 novembre 2025)

CHIESA, VIVI CIÒ CHE SEI 

Omelia per l’inizio dell’Anno pastorale
Giubileo diocesano delle famiglie

Cassino-Chiesa Concattedrale, 9 novembre 2025

 

 

Cari amici,

all’inizio del nuovo anno pastorale la nostra assemblea liturgica rende grazie al Signore con sincerità di cuore e unità di intenti. Rinnoviamo la nostra adesione di fede al Signore Risorto, Buon Pastore, nell’undicesimo anniversario del nostro cammino di “Chiesa di Sora-Cassino-Aquino-Pontecorvo”. Con particolare comunione spirituale celebriamo anche la Dedicazione della Basilica Lateranense, Chiesa Madre di tutte le Chiese del mondo, sede Cattedrale del vescovo di Roma, Papa Leone XIV. Infine, siamo particolarmente felici nel partecipare a questa liturgia eucaristica per il Giubileo diocesano delle famiglie. Guardiamo dunque alla solennità della Dedicazione del Tempio con l’immagine biblica della nuzialità.

 

Un felice connubio

Il connubio di questi due eventi, Chiesa diocesana e Comunità familiare, impegna a pensare e a sigillare in maniera inequivocabile, speriamo per tutti e una volta per sempre, l’immediata continuità, anzi contiguità, tra famiglia e la comunità cristiana, entrambi nutrite dal sacramento dell’amore di Cristo, potenza inesauribile di comunione e di unità indissolubile. Apprendiamo dalla mia famiglia ad essere e ad amare la Chiesa. E dalla Chiesa impariamo a fare famiglia nell’amore trinitario. Personalmente, mi ritengo privilegiato, lo confido con molta discrezione e semplicità, se nel mio ministero presbiterale ho appreso soprattutto dalla convivenza e complicità pastorale con molte famiglie l’esercizio dell’arte pastorale. Resta il mio apprendistato e tirocinio più esaltante. E’ la prima nostalgia pastorale per la quale, se potessi, rifarei tutto volentieri!

La carne della Chiesa

Il Giubileo delle famiglie ci provoca con una prima domanda: Chiesa, chi sei? Noi siamo la nuova Eva, unita a Cristo nuovo Adamo, che assicura il nostro cuore: “Ti farò mia sposa per sempre, ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto, nell’amore e nella benevolenza, ti farò mia sposa nella fedeltà e tu conoscerai il Signore” (Os 2,21-22). Dunque, Chiesa, diventa ciò che sei! Cristo accarezza la “carne” della Chiesa, sua Sposa, amando la nostra umanità, santificata e redenta dall’Amore crocifisso. L’apostolo Paolo nel secondo testo della Parola di Dio mette in strettissima correlazione il rapporto nuziale dei coniugi con l’amplesso nuziale della Chiesa con il suo Signore: “Nessuno ha mai odiato la propria carne, anzi la nutre e la cura, come anche Cristo fa con la Chiesa, poiché siamo membra del suo corpo. Per questo l’uomo lascerà il padre e la madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una sola carne. Questo Mistero è grande: io lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa!” (Ef 5,29-32). Il significato originario del termine Mistero è “progetto”. La nuzialità della famiglia e della Chiesa sono entrambi “progetto” di Dio realizzati nella cane umana. Progetto scritto dal Dito di Dio, lo Spirito dell’amore. Su questo non possiamo prenderci gioco di Dio: “Non fatevi illusioni: Dio non si lascia ingannare” (Gal 6,7).

 

Da qui, un’ulteriore domanda: Chiesa come vivi? Risponde ancora l’Apostolo: “Vi ho promessi infatti a un unico sposo, per presentarvi a Cristo come vergine casta. Temo però che, come il serpente con la sua malizia sedusse Eva, così i vostri pensieri vengano in qualche modo traviati dalla loro semplicità e purezza nei riguardi di Cristo” (2Cor 11, 2-3). Rileggiamo le parole di san Giovanni Paolo II: “La famiglia stessa è il grande mistero di Dio. Come «chiesa domestica», essa è la sposa di Cristo. La Chiesa universale, e in essa ogni Chiesa particolare, si rivela più immediatamente come sposa di Cristo nella «chiesa domestica» e nell’amore in essa vissuto: amore coniugale, amore paterno e materno, amore fraterno, amore di una comunità di persone e di generazioni. L’amore umano è forse pensabile senza lo Sposo e senza l’amore con cui Egli amò per primo sino alla fine? Solo se prendono parte a tale amore e a tale «grande mistero», gli sposi possono amare «fino alla fine»: o di esso diventano partecipi, oppure non conoscono fino in fondo che cosa sia l’amore e quanto radicali ne siano le esigenze” (Lettera alle famiglie, n. 19). Forse non sempre sappiamo come legare le due dimensioni, e come declinare nelle nostre vicende la bellissima visione sacramentale di cui siamo portatori. Se non vogliamo però che la fede si trasformi in semplice pratica religiosa incapace di influire sulla vita, dobbiamo accettare la sfida di una riflessione senza paure né preclusioni, in grado di toccare in primo luogo la concretezza delle nostre relazioni, iniziando da quelle familiari. Famiglia, chi sei? Una sola carne l’uomo e la donna; una sola carne l’amore familiare, come una sola carne Cristo e la Chiesa. “La Chiesa ci dice che il mondo di oggi ha bisogno dell’alleanza coniugale per conoscere e accogliere l’amore di Dio e superare, con la sua forza che unifica e riconcilia, le forze che disgregano le relazioni e le società” (Papa Leone, Giubileo delle famiglie, 1° giugno 2025). Lo dica ogni sposo e ogni sposa, lo dica la Chiesa al Suo Sposo: “Con la tua grazia o Cristo, prometto di esserti fedele sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, e di amarti e onorarti tutti i giorni della mia vita”.

Edificare

La festa della Dedicazione della Basilica Lateranense ci consegna i tre verbi del fare famiglia e del fare Chiesa. Innanzitutto “edificare”. Siamo una Chiesa di carne, siamo la ‘carne’ di Cristo perché siamo suo corpo, siamo il suo Corpo mistico! Ma questo Corpo, come anche la vita familiare, ha bisogno di essere continuamente “edificato”. Ci ammonisce san Paolo a fare attenzione a come si costruisce. Quasi un Avviso di garanzia: “Ciascuno stia attento a come costruisce. Infatti nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già vi si trova, che è Gesù Cristo” (1Cor 3,10-11). “Fare famiglia” e “Fare Chiesa” hanno un denominatore comune: Cristo, unico e solido fondamento della costruzione. Ascoltiamo le parole di san Paolo VI pronunciate per l’apertura della Quarta sessione del Concilio Vaticano II: “Dai tempi in cui la Chiesa nascente «era un cuor solo e un’anima sola» (At 4, 32), mai ha tanto affermato, vissuto, e sperimentato come durante la celebrazione di questo Concilio, l’autentica e mistica unità che le viene da Cristo; mai ha tanto chiesto e desiderato che fosse pienamente realizzata. Nel tumulto degli avvenimenti contemporanei, nella previsione di altri futuri rivolgimenti, nella deludente esperienza delle sempre rinascenti discordie umane, e nell’irresistibile cammino dei popoli verso la loro unificazione, avevamo bisogno di verificare, quasi sperimentalmente, l’unità, che fa di noi tutti la famiglia e il tempio di Dio, il corpo mistico di Cristo; abbiamo bisogno di incontrarci, di sentirci veramente fratelli, di scambiarci il bacio di pace, di amarci, in una parola, come Cristo ci ha amati” (14 settembre 1965). Alla luce dell’attuale Cammino sinodale della Chiesa diocesana, possiamo considerare il verbo “edificare” con la dinamica di tre istanze: senso di appartenenza, convinta partecipazione e condivisa corresponsabilità.

Consacrare

Il tempio di pietre viene consacrato con il segno del Crisma sui dodici pilastri. Solo l’amore può ungere le pareti del cuore: “Udii allora una voce potente, che veniva dal trono e diceva: Ecco la tenda di Dio con gli uomini! Egli abiterà con loro ed essi saranno suoi, ed egli sarà il Dio con loro, il loro Dio” (cf. Ap 21,3). Questa è la Chiesa, e questo è chiamata a diventare ogni famiglia: Dimora di Dio, consacrato dallo Spirito del suo Amore. Il non-Amore è un atto di dissacrazione o, addirittura, di sconsacrazione. Soltanto “Ubi cáritas et ámor, Déus ibi est. Congregávit nos in únum Chrísti ámor” (Inno Ubi caritas). Il motto di Papa Leone lo ricorda: “In Illo uno unum” (Nell’unico Cristo siamo uno). Nella Prima lettura si racconta che il profeta Ezechiele viene condotto dall’esilio in Babilonia all’ingresso del Tempio di Gerusalemme, “e vidi che sotto la soglia del tempio usciva acqua verso oriente [ ] e vi che l’acqua usciva dal lato destro del tempio” (Ez 47,12). Il lato destro del tempio rimanda al fianco destro del costato di Crist: “Uno dei soldati con una lancia gli colpì il fianco, e subito ne uscì sangue e acqua (Gv 19,34). Abbeveriamoci alla sorgente dell’amore: “Sanguis Christi, inebria me. Aqua lateris Christi, lava me” (Inno Anima Christi). “La fonte aperta è il fianco ferito di Gesù [ ] Il costato trafitto è allo stesso tempo la sede dell’amore [ ] Nel Cuore trafitto di Cristo si concentrano, scritte nella carne, tutte le espressioni d’amore delle Scritture. Non si tratta di un amore semplicemente dichiarato, ma il suo costato aperto è sorgente di vita per quanti sono amati, è quella fonte che sazia la sete del suo popolo (Dilexit nos, 96.99.101).

Dedicare

Così si esprime il Rituale Romano: “La preghiera della Dedicazione esprime l’intenzione di dedicare in perpetuo la chiesa stessa a Dio e si chiede la sua benedizione”. Dedicazione è dedizione. Il cristiano, consacrato a Dio, resta dedicato per sempre al Signore.  Entrambi i concetti, materiale e spirituale, si connettono attraverso il rito e la fede, rappresentando la dedizione totale e quotidiana del credente verso il Signore, espressa attraverso la preghiera, l’ascolto della Parola e la partecipazione alla celebrazione eucaristica, in cui la vita di ogni fedele si nutre del Corpo e del Sangue di Cristo. La consacrazione e la dedicazione fanno la santità della vita cristiana, e sono processi spirituali innescati dalla grazia battesimale. Esprimono un’appartenenza esclusiva al Signore, perché “amati da Dio e santi per vocazione” (Rm 1,7). Santi, perché separati dal mondo e dedicati alla verità del Vangelo: “Tutta la nostra persona deve traspirare Gesù. Tutti i nostri atti, tuttala nostra vita deve gridare che noi apparteniamo a Gesù, deve presentare l’immagine della vita evangelica” (C. De Foucauld, Meditazioni sui Santi Vangeli).

La Vergine Bruna di Canneto, Tempio immacolato del Dio vivente, Patrona della nostra diocesi, ci custodisca come Chiesa Santa di peccatori, edificati sul fondamento e pietra angolare che è Gesù Cristo. La maternità di Maria, sposa dello Spirito, possa prendersi cura e guarire le ferite di tutte le famiglie e delle ferite dell’intera Chiesa.

                                                                                                           + Gerardo Antonazzo

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