Un incontro di confronto e visione condivisa, con l’intervento di mons. Giuliodori,
per orientare gli impegni futuri della Chiesa locale e maturare nuove scelte pastorali
Dove volgerà il Sinodo? Che cosa sarà delle nostre comunità dopo l’ampio processo di ascolto, lettura e discernimento che le ha attraversate dal 2023? E, soprattutto, se il Sinodo non si conclude ma indica la rotta, quale volto prenderanno le nostre parrocchie nei prossimi anni? Di questo — e di molto altro — si è discusso nell’Assemblea sinodale diocesana svoltasi venerdì 21 novembre a San Carlo, presieduta dal vescovo Gerardo Antonazzo e partecipata in modo diffuso da presbiteri, diaconi, laici impegnati, organismi di partecipazione e operatori dell’evangelizzazione, della catechesi e della carità. L’incontro ha rappresentato un momento di sintesi significativo, avvenuto in piena continuità con quanto deliberato il giorno precedente dalla Conferenza Episcopale Italiana.
L’intervento di mons. Claudio Giuliodori, membro della Presidenza del Comitato nazionale del Cammino sinodale, ha fornito una lettura lucida e appassionata dell’attuale fase ecclesiale. Giuliodori, tra i protagonisti del coordinamento nazionale delle Assemblee sinodali, ha ricordato che la profezia non è un gesto straordinario riservato a pochi, ma la conseguenza naturale di una Chiesa che ascolta, discerne e sceglie. Ha invitato a non temere il cambiamento: il rinnovamento pastorale, ha detto, non è un rischio da evitare ma un’occasione per purificare lo stile, rafforzare le relazioni, rigenerare la missione. Ha richiamato l’importanza della famiglia come primo luogo di evangelizzazione, dell’urgenza formativa che oggi non può più dare per scontata la fede, di una liturgia comunicativa e partecipata, della ministerialità battesimale e della corresponsabilità laicale, con un’attenzione specifica al protagonismo delle donne e al contributo dei giovani, spesso generosi negli slanci ma fragili nella continuità.
Il suo intervento si è inserito nel solco delle decisioni prese il 20 novembre ad Assisi dall’Assemblea generale della CEI, che ha approvato il Documento di sintesi del Cammino sinodale, intitolato Lievito di pace e di speranza. Il testo raccoglie le istanze emerse dal percorso nazionale e traccia linee chiare per gli anni futuri. Contestualmente i vescovi hanno votato una mozione finale in cui “assumono l’impegno di continuare a camminare insieme al Popolo di Dio”, promuovendo comunità più accoglienti, relazioni evangeliche solide, uno stile missionario credibile, attenzione alle famiglie, agli adulti in formazione, ai giovani, ai poveri e ai più fragili. La mozione affida inoltre al Consiglio Permanente della CEI e a un gruppo di vescovi il compito di elaborare percorsi di attuazione delle proposizioni sinodali, garantendo che il cammino non resti solo un esercizio teorico, ma si traduca in scelte concrete e verificabili.
In questo clima di consapevolezza e responsabilità, l’assemblea diocesana ha segnato un passaggio decisivo. Dopo due anni di ascolto e confronto, la diocesi entra nella fase decisionale del proprio cammino e dovrà ora scegliere alcune proposizioni sulle quali costruire il futuro pastorale. Il vescovo Antonazzo ha ricordato la possibilità di formulare anche una proposizione originale, frutto della lettura sapienziale del territorio. Dal confronto sono emerse priorità ormai condivise: una Chiesa più essenziale e vicina, capace di semplificare processi e strutture; comunità fraterne fondate su relazioni autentiche; una formazione che educhi alla corresponsabilità e al servizio; uno slancio missionario rinnovato nelle aree dove la fede è più fragile; organismi di partecipazione più forti e realmente “efficaci ed effettivi”. Sono affiorate anche nuove sensibilità: un accompagnamento più profondo delle famiglie, una maggiore attenzione ai giovani come protagonisti, un ascolto più attento delle povertà locali, una cura dello stile comunitario e una riscoperta della liturgia come luogo di unità e bellezza condivisa.
Non sono mancate preoccupazioni e fatiche: la diminuzione del numero dei sacerdoti, la dispersione delle energie, la difficoltà a coinvolgere stabilmente le nuove generazioni, il timore che il Sinodo possa apparire come un adempimento formale. Eppure proprio il confronto franco, senza reticenze, ha mostrato la maturità della comunità: una Chiesa che parla, che si ascolta e che accetta di esporsi è già una Chiesa che cresce.
La serata si è conclusa in un clima di fiducia e realismo. Il Sinodo non è un processo da archiviare, ma un modo di essere Chiesa che continuerà a orientare la vita delle comunità. La rotta è tracciata, ma il cammino rimane aperto: ora tocca alle parrocchie, ai loro operatori, ai consigli e ai fedeli trasformare le scelte in vita quotidiana, decisioni concrete e gesti di comunione.
Andrea Pantone

