Intervista a Mons. Ambrogio Spreafico, vescovo della diocesi di Frosinone-Veroli-Ferentino

Ambrogio Spreafico è nato in provincia di Lecco il 26 marzo 1950. L’intera sua formazione scolastica si è svolta sotto l’egida del milanese seminario barnabita. È stato ordinato sacerdote il 12 aprile 1975, incardinandosi nella diocesi di Roma. Presso la Pontificia Università Urbiniana si è baccalaureato in Filosofia e Teologia. Nel 1984 ha conseguito il dottorato in Sacra Scrittura presso il Pontificio Istituto Biblico di Roma. Ha ricoperto incarichi in qualità di docente e di rettore; ed è autore di numerose pubblicazioni di carattere biblico e spirituale. Il 3 luglio 2008 è stato eletto vescovo coadiutore di Frosinone-Veroli-Ferentino, venendo consacrato presso l’Arcibasilica Lateranense. Venticinque giorni dopo ha iniziato il suo ministero diocesano, divenendo poi vescovo della diocesi il 18 ottobre 2008.

L’intervista che segue è stata registrata il 25 luglio 2017 presso gli uffici frusinati della Curia.

Esiste ancora il bene nella società di oggi?

Io credo di sì. Anche in questa terra, per esempio, nonostante le fatiche e i problemi, c’è un desiderio di costruire, di aiutare, di fare del bene. Penso al volontariato: vedo tanta voglia di aiutare. Questa è una delle cose più belle che abbiamo. E non parlo solo di un ambito ecclesiastico.

Quindi non è un bene che nasce solo in un contesto cristiano, ma anche al di fuori dell’osservanza della fede cristiana?

In parte la fede suscita e accompagna questo desiderio di bene. Basti pensare, per esempio, che quando facciamo le raccolte alimentari davanti ai supermercati, ci sono sempre sei-settecento persone che partecipano. C’è dunque uno Spirito che in qualche modo feconda queste iniziative. A costoro, poi, si uniscono anche tanti che, pur non credendo, sono attratti da una forma di protagonismo nel bene.

Queste manifestazioni di bene “cristiano” sono frutto di un’autentica adesione alla fede cristiana, o piuttosto forme solo apparenti?

Sono piuttosto delle forme in cui si esprime un bisogno di aiutare l’altro. Quello che manca – e questa è un’autocritica a noi cattolici – è che noi non sappiamo cogliere questo bisogno negli altri.

Cosa deve fare il “vero” cristiano per indicare la strada verso il bene?

Il vero cristiano, innanzitutto, deve colloquiare con Dio, e viverne la presenza con gioia e soprattutto con costanza. Deve avere uno sguardo largo sulla vita, sul mondo, sui poveri: gli orizzonti ristretti, quindi il guardare solo a sé, alla propria parrocchia, al proprio territorio, sono una forma mediocre di vita cristiana.

Possiamo dire che è un modo di sciupare i talenti ricevuti da Dio?

Esattamente. E questo è un grave peccato, perché, al di là della fede, ciascuno ha ricevuto dei talenti, che deve moltiplicare.

E il male?

Il male è grande, e alle volte sembra più forte del bene. Lo vediamo nella violenza, nel terrorismo, nelle guerre, nelle ingiustizie, ma anche nello sparlare, nel giudicare, nel postare su Facebook frasi contro gli altri.

È un male che viene da Satana o dagli uomini?

Viene da Satana e dall’uomo. Cioè, viene dal principio del male, che è Satana, ossia lo spirito di divisione.

Spesso si prega Dio quasi chiedendogli di sostituirsi all’uomo. Cioè, c’è una forma di preghiera che è quasi un modo di deresponsabilizzarsi, come a dire: “Sei onnipotente, pensaci tu”. È lecito pregare in questo modo?

Più leggo il libro di Giobbe e più mi accorgo che possiamo dire tutto a Dio: possiamo anche protestare. Giobbe protesta per lunghi capitoli, mentre Dio lo ascolta in silenzio. Però, non possiamo pretendere che ci risponda come noi abbiamo già deciso! Questo è il problema: chiediamo, ma abbiamo già la risposta. E quando Dio non ci risponde come noi vogliamo, crediamo che lui non ci abbia risposto. Dio risponde sempre alla preghiera, ma non sempre come noi vogliamo. Egli agisce nella Storia attraverso di noi, non certo con la bacchetta magica che risolve tutto!

Si può conciliare l’idea di una Chiesa povera, come predica papa Francesco, con la circostanza che però la Chiesa è materialmente tutt’altro che povera?

Sicuramente. Il punto sul quale il papa insiste è quello di cambiare atteggiamento verso i poveri. I poveri ti cambiano il modo di pensare e di vivere; ti mettono di fronte alla scelta se servire Dio o il denaro. Più che la ricchezza in sé della Chiesa, quel che è grave è l’attaccamento al denaro, perché se ci fossero fondi e venissero usati per fare opere buone, costruire strutture di condivisione e accoglienza, che ben vengano! La vera tentazione, che ci allontana da una Chiesa povera e con i poveri, è l’attaccamento al denaro. La Chiesa povera non è solo “pauperismo”, ma fare gesti concreti in maniera concreta. Non si può vivere da ricchi quando intorno c’è un mondo al più completo sfascio.

In passato, ma anche nel presente, i rapporti tra lo Stato italiano e la Chiesa cattolica sono sempre stato impostati in una maniera un po’ ambigua, con l’appoggio incondizionato a partiti che “predicavano bene e razzolavano molto male”. In realtà come ritiene che andrebbero impostati i rapporti tra Stato e Chiesa?

Innanzitutto, direi che la Chiesa non deve rinunciare a se stessa: deve annunciare il Vangelo, deve difendere i poveri, proclamare la giustizia. Noi non possiamo rinunciare a dire certe cose, e lo Stato non deve per forza dare ragione alla Chiesa. Dico: libera Chiesa in libero Stato. È chiaro che questo non comporta una continua contrapposizione: ci può essere una via di dialogo, che non significa appoggiare un politico piuttosto che l’altro. Però, bisogna lottare perché alcune cose vengano affermate nella società.

La classe politica odierna, a qualsiasi livello, è fatta di uomini disposti a recepire certe istanze?

A livello locale vedo che c’è la possibilità di interagire e dialogare. Alcune volte non è facile, poiché la politica a volte difende interessi e posizioni, magari in vista del voto.

Una delle questioni più attuali è quella legata agli sbarchi degli immigrati. Su questo fronte, la Chiesa è probabilmente l’istituzione più all’avanguardia per quanto riguarda la capacità di rispondere all’emergenza. Cosa andrebbe fatto per aiutare concretamente queste persone?

C’è una premessa da fare: dobbiamo smettere di pensare all’emigrazione in termini di emergenza. È la realtà della storia! Il problema è che non l’abbiamo governata: non abbiamo fatto una politica giusta. L’emergenza ci sarà sempre. Entro il 2050 ci saranno tra i trecento e i cinquecento milioni di profughi ambientali. O ci attrezziamo, o è inutile che ci lamentiamo. Credo che la Chiesa, oltre a dare un messaggio di inclusione, svolga un grande servizio. Per esempio, è stata un’associazione cattolica, insieme con i valdesi, a dare un contributo sostanziale per l’istituzione dei corridoi umanitari. Bisogna lavorare sull’inclusione, laddove è possibile, dando gli strumenti come la lingua, il lavoro, l’istruzione.

Un’altra questione attuale, con risvolti spesso drammatici, è legata ai rapporti con il mondo islamico. Bisogna avere paura dell’Islam? Quali sono i rapporti tra Chiesa e Islam?

La paura non ha mai risolto alcun problema. Conviene non farsi ingannare dalla duplice equazione: “Islam uguale terrorismo” e “Islam uguale profughi uguale terrorismo”.

Che però è una cosa che fanno in tanti…

Lo fanno soprattutto in funzione elettorale! Ma non si rendono conto di fare il male del Paese, generando una paura che non è utile innanzitutto per noi. Il 90% degli italiani non sa niente dell’Islam, di chi siano i sunniti o gli sciiti, del perché ci sia la guerra civile in Yemen, o di cosa sia avvenuto in Siria e perché. Le semplificazioni sono frutto dell’ignoranza e non hanno mai portato bene a nessuno. Pensiamo agli ebrei nella Seconda Guerra Mondiale. È chiaro, poi, che ci sono delle profonde diversità sul piano della fede. Ma ci sono anche dei tratti comuni: l’unico Dio, il ruolo di Abramo, di Maria, di Gesù. Dalle radici di ogni religione dobbiamo far emergere quelle energie di bene e di dialogo che ci sono. Insistendo sulla incompatibilità e le differenze, e quindi sulla impossibilità di convivere, non solo non affrontiamo il problema, ma facciamo il male di tutti.

Crede che se ogni uomo di qualsiasi credo – cristiani, musulmani, ebrei – vivesse la sua fede con autenticità, tante differenze nemmeno sembrerebbero più tali?

Senza dubbio. E dirò di più: le differenze non sarebbero più un ostacolo, ma una ricchezza, che può permettere di andare al di là degli “io”.

Crede che ci possa essere una riunificazione dei cristiani?

Più che crederlo, lo spero, e prego. È la visione per cui dobbiamo lavorare. Io sono presidente della Commissione CEI per l’Ecumenismo e il Dialogo Interreligioso. Il cammino è lungo e c’è una storia complessa, fatta di tante ferite. Anche l’incontro tra i “capi” non è significativo, perché non sempre i capi sono seguiti dal popolo. La questione non è tanto dal punto di vista dottrinale, quanto da un punto di vista storico, con le reciproche diffidenze. Tuttavia, ci sono segni incoraggianti.

È evidente che le nuove generazioni andrebbero educate alla fede. Tuttavia, i giovani, complice anche l’abuso delle nuove tecnologie, appaiono accidiosi e disinteressati rispetto alla spiritualità. Cosa può fare il buon cristiano almeno per incuriosirli?

Bisogna evitare il pregiudizio che i giovani non abbiano interesse per la Chiesa: non hanno interesse per la Chiesa come per tante altre cose. È un mondo più appiattito, perché la rete appiattisce, ed è uno strumento che più che unire, divide, perché abitua ad un dialogo effimero a distanza, che non implica la fondamentale condizione dell’ascolto. Pensiamo che il 90 % dei giovani si avvale dell’insegnamento della religione, e poi nelle parrocchie li conti sulle dita di una mano. Bisogna cogliere il disorientamento che essi vivono soprattutto riguardo al loro futuro: cosa faranno, per esempio, dopo l’Università? La loro vita non è facile e quindi hanno bisogno di essere ascoltati, incoraggiati. Bisogna attrarli, senza imporre tesseramenti, frequentazioni, e quant’altro. Come ripete il papa, la Chiesa cresce per attrazione, non per proselitismo.

Uno dei motivi per cui ci si allontana dalla chiesa, è perché essa viene percepita come un’istituzione della proibizione, specie in riferimento ai temi della sessualità e della coppia. Come stanno effettivamente le cose?

Più che proibire, propone una via che magari si scontra con un modo di vivere che può contraddire l’insegnamento abituale della Chiesa. La fede è un dono, ma si accoglie e cresce nella misura in cui la si coglie come proposta di vita. Bisogna aiutare le persone a capire perché anche un impedimento è un modo di crescita. Il comandamento del “non devi” non funziona se non hai dentro qualcosa che motivi il “non devi”. Allora: parliamo del Vangelo e pian piano riusciremo a coinvolgere la gente in un’umanità che comporta delle scelte anche di tipo morale.

Da più parti si invocano i cosiddetti “diritti civili”: per le coppie omosessuali, oppure su temi quali il testamento biologico, l’eutanasia, l’aborto, che hanno avuto grande presa sulla gente. Dall’incontro-scontro con lo Stato, sono venute risposte che richiamano un’immagine di una posizione della Chiesa particolarmente ostativa sul punto. Cosa c’è di giusto e cosa c’è di sbagliato nell’invocare questi “diritti civili”?

L’individuo vive nella società: non si può far valere il diritto dell’individuo, se questo mette in discussione il diritto di un altro o la convivenza sociale. L’eutanasia non può essere una scelta solo individuale. E, poi, perché uno sceglie di morire? La solitudine? La gravità della malattia? C’è una complessità di cose di cui si deve tener conto. L’io deve coniugarsi con un noi: un umanesimo vero, al di là del cristianesimo, si costruisce perché un “io” si inserisce in un “noi”.

Concretamente cosa si dovrebbe fare?

Dare il proprio contributo: se proprio bisogna fare una legge, che almeno non sia una legge assurda! È come quando ci fu il referendum sul divorzio.

Tuttavia, nel caso di un malato terminale che chiede di morire, quale conforto si può portare a persone ridotte a poco più di un organismo che respira?

Io dico sempre: che ne sappiamo noi di un anziano che vive in un istituto solo e malato e per il quale non si è più disposti a spendere soldi per curarlo? Siamo veramente sicuri che i malati terminali non percepiscano la presenza del mondo e l’affetto della gente? Non possiamo rinunciare a stare vicino a chi soffre fino alla fine. Ovviamente non possiamo impedire a chi vuole andare all’estero a morire di farlo. Però, come cristiani siamo chiamati alla prossimità verso i malati. Poi, teniamo presente che siamo una società di anziani, e ce ne saranno sempre di più in futuro. Se passa questa logica, ognuno sarà legittimato, per sconfiggere la solitudine, ad invocare la morte!

Un aspetto che crea molti malumori verso l’istituzione Chiesa è legato ai casi di pedofilia. Il papa sembra aver assunto una linea molto rigida e severa. Molti credono che eliminando il celibato, questi problemi si potrebbero attenuare. È così?

Non credo molto che c’entri la scelta celibataria. Ritenere che basti eliminare il celibato è una risposta superficiale. Del resto, casi di pedofilia non avvengono solo in contesti di Chiesa, ma anche nell’ambito della famiglia o della scuola. È chiaro che oltre ad essere un reato, la pedofilia è qualcosa di estremamente grave e non si può che condannarla. Di fronte a questo male, giustamente papa Francesco ha voluto prendere una posizione netta e chiara. Forse nel passato si è teso troppo a rimediare, perché non si considerava adeguatamente il problema. Bisognava probabilmente essere più fermi rispetto a quanto ci veniva rivelato. Dobbiamo essere attenti a questo problema, vigilare, aiutare a vivere il celibato in maniera matura. Tuttavia, a volte c’è un’esagerazione nei sospetti, che vanno al di là delle cose che devono essere giustamente perseguite.

Un altro problema di assoluta gravità è legato ai disastri ambientali perpetrati dall’uomo. Stiamo distruggendo il pianeta? E, se sì, è questo un peccato imperdonabile contro lo Spirito Santo?

È un peccato contro Dio, che è Padre, Figlio e Spirito Santo. È un gravissimo peccato: lo stesso che commettiamo quando disprezziamo i poveri e li scartiamo. Anzi, è un disprezzare l’intera umanità! Allora: hanno scoperto un’altra isola di plastica nell’Atlantico (perché ce ne sono diverse di “isole” nelle quali si convogliano tutti i rifiuti che vengono buttati dalle navi), che è grande non so quante volte più di tutta l’Italia! L’ambiente è un grande problema, e se non ci fosse stata l’enciclica Laudato sii, noi cattolici forse ogni tanto avremmo detto qualcosa, ma per lo più saremmo andati avanti con grande disinteresse. Abbiamo detto e fatto tanto per la giustizia sociale, ma ci siamo completamente disinteressati dell’ambiente. Ed è un fatto molto grave, e spero che ce ne rendiamo conto al più presto. Siamo in una provincia in cui ci sono più di trecento discariche piccole e grandi da bonificare, secondo i dati di Arpa Lazio! Siamo in un territorio in cui non so quanti rifiuti tossici sono stati interrati! Nella nostra provincia ancora non è stato fatto un elenco delle malattie tumorali! Tutto questo ci deve richiamare ad una coscienza più matura, e dobbiamo sensibilizzare le nostre comunità a questo problema. Come siamo attenti ai poveri che accogliamo e ospitiamo, così dobbiamo avere una coscienza più alta di questo drammatico problema che riguarda la nostra “povera madre Terra”. E i profughi in parte sono provocati da questo dramma del pianeta. Anche perché i rifiuti tossici in Africa mica ce li hanno portati gli africani! Non basta denunciare: bisogna denunciare e dare risposte concrete.

Questa è un’intervista che verrà pubblica online, su un sito internet. Quanto la Chiesa può avvantaggiarsi di questi nuovi media per diffondere la parola di Dio?

Credo che la Chiesa se ne debba avvalere, trattandosi di mezzi sempre più diffusi ed utilizzati. La rete ha un’ambiguità, che a ben vedere è comune un po’ a tutti i mezzi di comunicazione: è un mezzo di diffusione delle idee in tempi velocissimi, ma suscita anche reazioni incontrollabili e una diffusione di notizie magari false. Bisogna, perciò, usarla con saggezza.

Se Paolo predicasse oggi userebbe la rete?

Secondo me sì. Certamente avrebbe viaggiato come ha fatto, però, poiché lui sarebbe voluto arrivare fino ai confini della terra, se avesse avuto a disposizione la rete, l’avrebbe usata. Anche se resta fermo che la vita cristiana è una vita di relazione personale e di incontro reale e non solo virtuale.

Vincenzo Ruggiero Perrino

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