Immacolata 2021

Immacolata 2021

Omaggio floreale di Cassino alla Vergine Maria per la 35ª volta

 

All’interno dell’Avvento c’è sempre un atteso e dolcissimo appuntamento l’8 dicembre: la solennità della Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria. E’ il preludio del Natale, perché se la Vergine non avesse pronunciato il suo “Eccomi”, Gesù non sarebbe nato e Dio non avrebbe compiuto le meraviglie che hanno fatto di Maria di Nazaret la Regina del cielo e la Madre di noi tutti. In ogni parrocchia si è celebrata questa festa tanto cara al popolo cristiano. In particolare a Cassino la Parrocchia di S. Antonio da Padova ha sempre dato il massimo rilievo a questa giornata speciale e così è stato anche quest’anno. La Celebrazione eucaristica vespertina dell’8 dicembre è stata presieduta dal Vescovo diocesano Gerardo Antonazzo ed ha visto anche il rinnovo dell’Adesione all’Azione Cattolica parrocchiale di tutti i suoi membri di ogni età. E’ stato, come sempre, un momento toccante di presa o ri-presa di coscienza e di impegno per ognuno di loro che, a ricordo di questo momento, ha ricevuto la tessera per l’anno 2021-2022. La liturgia, l’animazione del Coro, la cura della celebrazione in ogni suo momento e affidata alla comunità tutta, l’omelia del vescovo, la presenza dei Vigili del Fuoco, tutto ha contribuito a rendere solenne, intensa e profonda la celebrazione.

Ma anche quest’anno, come lo scorso 2020, non si è ritenuto opportuno di realizzare il programmato corteo dalla chiesa fino alla “Madonnina” in piazza Diaz per la tradizionale Incoronazione. Si sarebbe rischiato certamente un eccessivo assembramento, dato che la tradizione è nel cuore di tanti e allora si è optato per un’altra soluzione, a salvaguardia della sicurezza della salute.

Il giorno dopo, alle 10,30, i Vigili del Fuoco si sono trovati davanti alla statua della “Madonnina”, pronti per la cerimonia; sono giunti puntualmente anche il Vescovo Gerardo, il Parroco Don Benedetto Minchella, il Diacono Don Francesco, alcuni collaboratori, le Suore Stimmatine (davanti al cui Istituto si trova la “Madonnina”) ed i passanti che si sono fermati a guardare e partecipare. Quest’anno è il 35° anno che la Parrocchia organizza l’Incoronazione dell’Immacolata, un traguardo davvero notevole: c’erano infatti alcuni dei primi promotori e ideatori di questa che è diventata una vera tradizione, a cominciare da Tonino, Luigi… e i ricordi si sono risvegliati. Una volta che tutto era pronto, i Vigili con la scala montata, il Sindaco presente con la fascia tricolore e il piccolo drappello di persone schierato, il Vescovo Gerardo ha parlato brevemente affermando che in questi tempi in cui da più parti, purtroppo, si lanciano parole, idee e immagini che contengono offese e dileggio verso la religione cristiana, ci sono anche tante persone che vogliono bene alla Madonna e la onorano. E dunque, la preghiera odierna in pubblico di questo gruppo forzatamente piccolo, vuole essere anche di riparazione e di impetrazione della misericordia da parte di Colei che è Madre di Misericordia. Ha così guidato la preghiera dei presenti, benedetto la bella corona floreale preparata e l’ha consegnata ai Vigili del Fuoco, uno dei quali, assistito da altri tre, ha portato su su fino alla cima della colonna su cui si trova la statua di Maria e l’ha posta sulle sue mani giunte in preghiera. Poi – momento emozionante – è rimasto immobile facendo il saluto militare, mentre le sirene dei Vigili suonavano in segno di saluto e di omaggio. Solo dopo è ridisceso e, ricompostosi l’intero gruppo, raggiunto ai piedi della statua dalle autorità presenti, hanno posato tutti insieme per la foto-ricordo. Così, anche quest’anno in pieno centro città, per la trentacinquesima volta, Cassino ha reso il suo omaggio floreale all’Immacolata. Con semplicità la riunione si è sciolta, ognuno è tornato ai propri impegni; il Vescovo si è recato nella chiesa di S. Antonio e da solo si è fermato a pregare per tutti nella da poco rinnovata cappella di Nostra Signora di Lourdes.

Adriana Letta






























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Presentazione del libro di Andrea Gagliarducci

Presentazione del libro di Andrea Gagliarducci

Il 26 novembre sera c’è stata la presentazione del libro “Cristo speranza dell’Europa” scritto dal vaticanista Andrea Gagliarducci. Dopo il saluto introduttivo del parroco don Eric Di Camillo, ha preso la parola il Vescovo Mons. Gerardo Antonazzo, che ha presentato il libro e, prendendo spunto dal libro stesso, ha illustrato la situazione della Chiesa in Europa. A seguire, la moderatrice Maria Cristina Tubaro, nota giornalista, ha dato la parola a Mons. Luigi Casatelli e poi all’autore del libro. La manifestazione è stata allietata da due intermezzi musicali eseguiti dal Maestro Michele D’Agostino. Tra il numeroso pubblico intervenuto c’erano anche le autorità civili con il Sindaco Anselmo Rotondo.

Giuseppe Gagliarducci










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Testimoni della verità

Testimoni della verità

Riconfermati nella fede con la forza dello Spirito Santo

 

Oggi, domenica 21 novembre, per la parrocchia di San Pietro Apostolo in Cassino, è stata una domenica speciale; oltre alla Solennità di Cristo Re dell’universo, ben 25 ragazzi della comunità hanno ricevuto il sacramento della Cresima dal Vescovo Mons. Gerardo Antonazzo.  Emozionati, i ragazzi sono stati presentati per nome dal parroco don Nello Crescenzi e la catechista Aurora Capuano ha confermato, con la lettura di una lettera, il cammino dei ragazzi e delle loro famiglie; percorso impegnativo e con non pochi ostacoli, hanno vissuto ogni tempo forte e ogni proposta con entusiasmo, hanno affrontato l’intero percorso con serietà.  Ragazzi aperti alla novità e alla sfida che non si sono arresi nemmeno di fronte ai duri colpi che la vita ha riservato, soprattutto ad alcuni di loro. Le restrizioni dovute al covid non hanno raffreddato i rapporti che resistono nel tempo anche con le famiglie.

Attraverso gli incontri di catechesi e l’esperienza di una comunità viva, è cresciuta in loro la consapevolezza di quanta importanza avrebbe assunto la loro vita futura grazie al Sacramento che stavano per ricevere.

In questo giorno speciale è importante sottolineare come tutta la storia è segnata dall’evento di Cristo; tutta la liturgia ruota attorno ai misteri dell’incarnazione, passione, morte e risurrezione di Gesù, e pertanto è stato proclamato che Gesù è il Signore Re dell’Universo. La liturgia ci fa comprendere che il Signore, Re e Messia, non è solo il punto a cui converge tutto l’Anno liturgico, ma Cristo Re è la meta del nostro pellegrinaggio terreno. Quando si parla di Re viene da pensare, ad un uomo ricco e possente, Cristo invece ha conquistato il suo trono regale umiliandosi fino alla morte e alla morte di croce, e la conquista del crocifisso è la nostra redenzione. La regalità di Cristo è una regalità di servizio e di dono, il suo è un regno non di potere, ma di verità, non di ipocrisia ma di bontà e di giustizia. Il Vescovo nell’omelia in primis ha sottolineato quanto sia fondamentale il percorso cristiano dell’intera famiglia, poi ha evidenziato l’importanza di porsi domande alla scoperta della verità, così come fece Pilato. In riferimento al Vangelo, certamente colpisce la determinazione, il coraggio, la suprema libertà di Gesù; è stato arrestato, viene portato nel pretorio, è interrogato da chi può condannarlo a morte. In una circostanza del genere, avrebbe potuto lasciar prevalere un naturale diritto a difendersi, e invece non nasconde la propria identità, non camuffa le sue intenzioni, non approfitta di uno spiraglio di salvezza che pure Pilato lasciava aperto. Con il coraggio della verità risponde: “Io sono re”, si prende la responsabilità della sua vita.

Tutti sono chiamati ad interrogarsi e a trovare il loro posto nella comunità, nella vita, nel mondo;   l’augurio dei  catechisti e dell’intera comunità ai ragazzi e alle famiglie è che quel seme piantato in questi anni, possa continuare a crescere e portare frutto, ma ovviamente ha bisogno di essere amato, coltivato e certamente lo Spirito Santo, come le luci poste sull’altare  per ogni  ragazzo, sarà guida ferma e sicura per la loro vita.

Aurora Capuano




















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Se fa male, non è amore

Se fa male, non è amore

A Cassino per la Giornata per l’eliminazione della violenza contro le donne, la parrocchia Sant’Antonio ha ospitato ieri l’iniziativa diocesana di sensibilizzazione.

Il vescovo: «L’unica cura di questo male è nell’educazione alla libertà dell’altro»

La parrocchia Sant’Antonio di Padova in Cassino ha proposto, ieri 17 novembre, in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, un convegno di prevenzione e sensibilizzazione per la protezione e l’accompagnamento delle situazioni di fragilità psicoaffettiva che ne derivano. Organizzato dalle responsabili dello Sportello antiviolenza da tre anni attivo nei locali della comunità, l’avvocato Roberta de Feo e la psicologa clinica Enrica Vignola, la manifestazione ha proseguito “l’itinerario di liberazione” – così lo ha definito il parroco di Sant’Antonio, don Benedetto Minchella – offerto alle vittime affinché trovino aiuto per risanare le ferite provocate dalla violenza psicologica o fisica subita. Il titolo del convegno, “L’amore non colpisce mai in faccia”, che cita l’omonima canzone di Nek, esprime l’esigenza fondamentale dell’iniziativa convegnistica: affidare alle vittime gli strumenti per riconoscere la “sintomatologia” della violenza; contribuire ad abbattere in loro l’errata interpretazione delle sue varie forme – subite a causa del senso di colpa, del timore dell’abbandono e della mancanza di sostegno esterno – come segni di attenzione o “messaggi educativi” del partner; condurre le vittime a prendere coscienza che non è amore quello che irrompe nel rapporto di coppia con atti di violenza. Il convegno è stato introdotto dai saluti del parroco Minchella e del vescovo diocesano Gerardo Antonazzo, il quale ha affermato che l’educazione al rispetto della dignità e della libertà dell’altro è la cura dell’amore: un passaggio imprescindibile, perché il “vero amore non violenta la libertà altrui”, ma la preserva e la dona; invece “l’amore malato di egoismo e di possesso, può arrivare all’estremo della follia di un delitto passionale”. Nella prima parte del convegno l’avvocato de Feo ha presentato le attività dello Sportello antiviolenza della parrocchia ed ha descritto la tipologia degli interventi messi in atto e la prassi da osservare per affrontare, nel caso di violenza di genere, la richiesta di aiuto presentata, mentre la dirigente del Commissariato di Cassino, Giovanna Salerno, ha illustrato le dinamiche della “spirale della violenza”. Emozionante la testimonianza che una vittima ospite del convegno ha dato della propria storia di violenza domestica, conclusa da un lieto fine grazie allo Sportello antiviolenza, raccontando come da essa abbia tratto insegnamenti utili ad altre donne imprigionate nelle stesse drammatiche situazioni per uscirne. Il dibattito con l’assemblea ha concluso il racconto e avviato un dialogo tra gli ascoltatori e la protagonista della storia di violenza che ha permesso di approfondire le problematiche che intervengono quando la violenza prende il posto dell’amore entro le mura domestiche. Alla manifestazione hanno partecipato le venticinque coppie del corso prematrimoniale parrocchiale che si apprestano a diventare famiglia, perché sia loro dato uno strumento preventivo per interpretare ogni gesto di violenza e contenere le tensioni che possono insinuarsi nel rapporto uomo-donna, nell’ambito delle dinamiche familiari, fino a manifestarsi addirittura negli ambienti della socialità. Il convegno ha visto anche la partecipazione delle famiglie coinvolte nella preparazione catechistica parrocchiale, alcune dimostratesi fin dalla segnalazione dell’evento particolarmente interessate, in quanto – riferisce don Minchella da alcune confidenze ricevute – testimoni impotenti di casi di violenza e della ritrosia delle vittime a ricorrere alla consulenza del Centro Antiviolenza per il timore che, con l’attivazione immediata dell’intervento della polizia, sia posta in pericolo l’incolumità propria e della famiglia, preferendovi una soggiacienza psicologica e fisica al carnefice, ritenuta erroneamente più “risolutiva” ed efficacie dell’aiuto del personale competente. Il Convegno si inserisce come unica iniziativa a livello ecclesiale della diocesi di Sora-Cassino-Aquino-Pontecorvo e vuole essere un ausilio a creare una cultura di prevenzione, accompagnamento e sensibilizzazione verso questo tema tanto delicato, quanto preoccupante.

Andrea Pantone

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Mostra fotografica a S. Antonio

Mostra fotografica a S. Antonio

La prima Chiesa ricostruita. Il segno della rinascita di una nuova vita

 

Una mostra fotografica non è soltanto ripetere come un disco rotto una canzone ormai nota per rivangare un passato doloroso e restare ancorati ai ricordi senza protendersi in avanti. Al contrario, la Mostra organizzata nella chiesa parrocchiale di S. Antonio in Cassino, “La prima Chiesa ricostruita. Il segno della rinascita di una nuova vita“, è stato un ricordare per capire e ragionare sul già stato e guardare al futuro. Non si può infatti costruire per il domani se non si conosce quello che è stato. La chiesa di S. Antonio, che i bombardamenti distrussero solo in parte, fu la prima ad essere ricostruita e riaperta al culto nel 1947 e, per volere dell’Abate Ildefonso Rea e del suo motto “dov’era e com’era”, nello stile barocco che aveva prima, tanto che è l’unica chiesa di Cassino che sa di antico, come “una vera e propria reliquia della Cassino che fu”, come ebbe a scrivere il Parroco Don Benedetto Minchella nel libro che fu pubblicato nel 2017, 70° anniversario della ricostruzione. La Mostra fotografica, inaugurata domenica 14 novembre alla presenza del Vescovo diocesano Gerardo Antonazzo, con materiale proveniente dall’archivio di Ivo Sambucci, mostrando le immagini dell’anteguerra, della distruzione e della ricostruzione di Cassino, non solo ha suscitato l’interesse di molti, ma ha fatto riflettere sulla brutalità della guerra e sulla forza d’animo dei superstiti che si impegnarono nella ricostruzione. Infatti nel suo intervento il Vescovo Gerardo ha parlato del sacrificio degli abitanti di Cassino ed ha osservato che siamo solo all’inizio della Ricostruzione: “Questa mostra ci fa riflettere sul perché della tragedia della guerra, ce la siamo davvero lasciata alle spalle? Oggi quelle ideologie, che sembrano avere dei rigurgiti, devono farci pensare e capire il perché di quella guerra, dandoci uno sguardo profetico che ci consenta di ricostruire”. Ecco, uno sguardo profetico per ricostruire. E non siamo forse oggi in un momento in cui non si deve replicare il passato ma costruire un programma nuovo di futuro?, basti pensare alle necessarie e urgenti transizioni ecologica, energetica, comunicativa, dei trasporti… E allora è bene ragionare anche sui criteri che allora furono seguiti e su quelli da preferire adesso.

Quando Don Benedetto Minchella, descrivendo nella sua presentazione la chiesa, ha osservato: “Sono stati buttati giù i resti delle chiese che sarebbero potuti essere parte della memoria storica di quella Cassino che oggi non conosciamo”, ha detto una cosa molto giusta. La ricostruita Cassino è completamente diversa dalla Cassino che fu, pietre di importanti e rappresentativi fabbricati sono andate disperse e solo vecchie e sbiadite foto testimoniano come era. Inoltre una chiesa come S. Antonio, centrale e nevralgica per la città, custodendo e diffondendo la Fede, rappresentò e rappresenta tuttora un importante centro di aggregazione sociale, stimolo ad agire e impegnarsi per il bene comune nel presente e per le future generazioni, davvero “segno della rinascita di una nuova vita”. E i Cassinesi, dopo la guerra, riuscirono a costruire una nuova vita.

A sua volta l’Architetto Giacomo Bianchi, autore dell’interessante progetto di valorizzazione del centro urbano recentemente presentato ed esperto di storia locale, ha fatto una precisa descrizione da tecnico e urbanista della vecchia Cassino e della allora possibile ricostruzione. Al tempo stesso, guardando al futuro, ha prospettato come adesso un nuovo assetto della Città potrebbe attirare turisti e investimenti stranieri. A tal proposito il nuovo Rettore dell’Università di Cassino, Ing. Marco Dell’Isola, parrocchiano di S. Antonio, d’accordo con l’arch. Bianchi, ha lanciato l’idea di intensificare i rapporti con i Polacchi, tanto legati al nostro territorio a motivo della storia e della presenza del loro Cimitero militare a Montecassino, e prevedere convenzioni per studenti e magari investimenti che possano rilanciare l’economia locale. Una Mostra fotografica, dunque, per ricordare e soprattutto progettare.

Adriana Letta









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Eredi di un prezioso passato

Eredi di un prezioso passato

Viva e attenta la partecipazione, ieri, 10 novembre, alla presentazione del libro di don Luigi Casatelli sui legami plurisecolari tra Montecassino, Aquino, Sora e Pontecorvo

Una “Sala degli abati” gremita, quella che ha accolto ieri, 10 novembre, nella curia vescovile di Cassino, la presentazione ai fedeli e ai cittadini della Diocesi del volumetto Montecassino Aquino Sora e Pontecorvo. Quindici secoli di storia di mons. Luigi Casatelli. Alla manifestazione, moderata da don Nello Crescezi e affidata al professore Gaetano De Angelis-Curtis, sono intervenuti il vescovo di Sora-Cassino-Aquino-Pontecorvo, Gerardo Antonazzo, e l’abate di Montecassino, dom Donato Ogliari.

Il testo, dedicato ai due alti prelati che per primi si sono ritrovati alla guida delle due Diocesi unite dal 23 ottobre 2014, fornisce una sintetica ma completa digressione storica sui fattori di coesione tra l’Abbazia di Montecassino e le Chiese locali di Aquino, Sora e Pontecorvo. I primi quattro capitoli espongono per cenni le vicende delle origini di ciascuna delle quattro sedi ecclesiali, a cominciare dall’Abbazia di Montecassino, nel cui territorio, anticamente compreso nel gastaldato di Sora e appartenente al distretto di Aquino devastato dai Goti e privo dell’ufficio dei vescovi, san Benedetto ricostruì l’acropoli con l’autorizzazione, secondo il diritto civile ed ecclesiastico dell’epoca, del vescovo più vicino, a quei tempi Costanzo di Aquino, divenuto poi santo. Questi, ricorda Casatelli citando il benedettino Ildefonso Schuster, munito di un rescritto di Teodorico e di un preceptum del Papa salì con il suo clero a Montecassino per celebrare la dedicazione dell’oratorio di san Martino. Dall’incontro tra questi due uomini di Dio ebbe inizio il cammino millenario dell’Abbazia di Montecassino, centro di spiritualità, di civiltà e cultura per il territorio e le Chiese locali limitrofe, prima di tutto per l’antica diocesi di Aquino – urbs foederata, con Casinum e Sora, del Latium adiectum, il Basso Frusinate – che, spiega Casatelli, «da quando il vescovo Costanzo sostò con san Benedetto si è sempre sentita unita all’Abbazia». Nella diocesi di Sora, rammenta il terzo capitolo del testo, i benedettini cassinesi risiedevano nella prepositura di San Germano, di fronte all’attuale Cattedrale, e alcuni di loro furono vescovi di Aquino e di Sora. Il capitolo IV illustra i legami giurisdizionali e canonici esistiti tra l’Abbazia cassinese e le sedi di Pontecorvo e Aquino. L’ultimo capitolo del testo fa riferimento alla contesa, nel XVII secolo, fra il vescovo di Aquino Filonardi e l’abate Rastellini circa le Ordinazioni sacerdotali, spettanti per effetto di un Breve pontificio al pastore aquinate. Il volumetto non dimentica l’apporto sostanziale dato dalla cultura e dalla spiritualità benedettina alla fioritura del figlio più illustre dell’antica diocesi di Aquino, il Dottor Angelicus san Tommaso, avviato fanciullo alla vita monastica. Al contributo dei monaci benedettini di San Vincenzo al Volturno si deve inoltre la diffusione dal 1288 nei territori di Aquino, Sora, Pontecorvo e Montecassino della devozione alla Madonna di Canneto.

La religiosità e la civiltà delle Chiese di Aquino, Sora e Pontecorvo affondano le proprie radici nella spiritualità benedettina penetrata lungo i secoli nel territorio, da Pescocanale, in provincia de l’Aquila, a San Pietro in Fine e a Rocca d’Evandro, in provincia di Caserta.

Gli speciali vincoli di carità e soggezione canonica che unirono un tempo i due uomini di Dio Costanzo e Benedetto costituiscono oggi un comune patrimonio di fede, che ognuno ha la responsabilità di riconoscere. «La fraterna amicizia tra san Costanzo vescovo di Aquino e san Benedetto – ha affermato Antonazzo – sia custodita per sempre nel segno dell’amicizia ecclesiale tra la preziosa eredità benedettina e l’azione pastorale della Chiesa diocesana».

In poche pagine e con uno sforzo documentaristico serio, Casatelli ha reso noti e accessibili a tutti i legami instauratisi in quindici secoli di storia tra l’Abbazia territoriale di Montecassino e le diocesi di Aquino, Sora e Pontecorvo, con l’auspicio che le fonti, la memoria storica e la perdurante tradizione di fede dovuta alla osmosi religiosa e spirituale delle Chiese particolari faccia appropriare più consapevolmente delle radici comuni.

Andrea Pantone

Foto: Alberto Ceccon

 

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FAMIGLIA VERA BELLEZZA

Famiglia vera bellezza




Agenda Pastorale del Vescovo del 25 – 31 maggio 2020

Agenda Pastorale del Vescovo del 25 – 31 maggio 2020




Auguri del vescovo Gerardo Antonazzo – Pasqua 2020

Auguri pasquali del vescovo Gerardo Antonazzo

“Chi ci farà rotolare via la pietra dall’ingresso del sepolcro?”

Cari amici,

è una domanda che contiene i molti interrogativi di questi giorni: quando usciremo dal lockdown, dal confinamento al quale siamo obbligati? quando ripartiremo con le nostre attività? La condizione di isolamento ci stringe il cuore, e ogni parola sembra quasi perdere di fiato, rimanendoci in gola. L’aria si è fatta pesante, proprio come nel sepolcro. Sentiamo un disperato bisogno di vita, di rinascita, di ripresa, di ricostruzione. Abbiamo urgenza di cambiare vita.

Abbiamo bisogno di fare Pasqua! La Pasqua ci cambia il cuore per non far morire la speranza. La stessa paura di morire si trasformerà in gioia di vivere, di incontrarci, di abbracciarci. Abbiamo bisogno non solo di ricominciare, ma soprattutto di cambiare. Gesù viene incontro a questo bisogno con la sua risurrezione.

Lui per primo supera il lockdown del sepolcro, lui rimuove la pietra che soffoca la vita, rompe il suo confinamento nella morte, per ritornare a vivere. Quando Gesù risorge, rifiorisce la speranza, risorge tutta la vita e la vita di tutti. Grazie a Lui nulla è perduto, tutto può ricominciare.

Si può risorgere solo se passiamo attraverso la sua morte, se facciamo morire la parte sbagliata di noi, l’uomo corrotto che ci portiamo dentro. Se questa morte sarà solo apparente ci sarà una risurrezione solo fittizia. Fingere con la morte dell’anima, significa bleffare con la vita vera. Si risorge a vita nuova solo se spogliati dei vizi che decompongono il bene. Solo la sconfitta di ogni malizia annuncerà la vittoria sulla morte. La parola “Pasqua” significa soprattutto cambiamento: ci dà la forza e il coraggio di decidere passaggi importanti, cambiamenti necessari. Se non si risorge con Cristo, resteremo condannati a vivere una vita contagiata dal virus della malizia che continuerà ad ammalare anche gli altri. “La Pasqua ci dice che Dio può volgere tutto in bene. Che con Lui possiamo davvero confidare che tutto andrà bene” (Papa Francesco).

A tutti voi la mia cordiale vicinanza e il mio affettuoso augurio di buona Pasqua

 

#diocesiscap2020 #vescovogerardoantonazzo #emergenza #coronavirus #covid19 #settimanasanta




Omelia Venerdì santo – 10 aprile 2020

# ANDRA’ TUTTO BENE 

Meditazione per il Venerdì Santo

Sora-Chiesa S. Spirito, 10 aprile 2020

 

In tempo di fragilità

Nel tempo del coronavirus lo slogan Andrà tutto bene si è diffuso così rapidamente da contagiare positivamente in breve tempo. Vuole essere un invito a non perdersi d’animo di fronte all’incertezza provocata dalla diffusione contagiosa dell’epidemia da coronavirus. Un richiamo al valore della speranza, che non può mai morire. Ritengo particolarmente interessante l’origine dello slogan. La frase trae la sua origine da un’intensa esperienza mistica, e rimanda alla storia della beata Giuliana di Norwich vissuta tra il XIV e il XV secolo (dal 1342 al 1430 circa). La frase le fu detta da Gesù durante una visione. La mistica ha scritto anche pagine sublimi sull’amore di Cristo. Ammalatasi gravemente ebbe delle visioni del Signore, che terminarono quando la giovane donna guarì. Le sue esperienze spirituali furono poi riportate nel libro “Rivelazioni dell’Amore Divino” da cui sappiamo che fu Gesù stesso ad affidare quelle parole alla mistica: “Tutto andrà bene” (All shall be well) le disse con infinita tenerezza, sottolineando al tempo stesso quanto dolore e sofferenza procuri il peccato ma anche quanto grande e sconfinata è la misericordia di Dio, frutto della sofferenza della Croce.  La beata Giuliana è stata ricordata da papa Francesco durante un’Udienza generale (23 marzo 2016) dedicata al Triduo Pasquale nel Giubileo della Misericordia. Questa mistica ha descritto con linguaggio semplice, ma profondo ed intenso, il senso dell’amore misericordioso. Diceva così: “Allora il nostro buon Signore mi domandò: Sei contenta che io abbia sofferto per te? Io dissi: Sì, buon Signore, e ti ringrazio moltissimo; sì, buon Signore, che Tu sia benedetto. Allora Gesù, il nostro buon Signore, disse: Se tu sei contenta, anch’io lo sono. L’aver sofferto la passione per te è per me una gioia, una felicità, un gaudio eterno; e se potessi soffrire di più lo farei. Questo è il nostro Gesù, che a ognuno di noi dice: “Se potessi soffrire di più per te, lo farei”. Anche Benedetto XVI ha fatto riferimento alla beata Giuliana. Richiamando il problema del male presente nel mondo con tante drammatiche sue espressioni, facendosi interprete dei dubbi lancinanti che spesso feriscono la coscienza di molta gente e provocano confusione circa il mistero di Dio, il Papa ha voluto offrire queste riflessioni: “Se Dio è sommamente buono e sapiente, perché esistono il male e la sofferenza degli innocenti? Anche i santi, proprio i santi, si sono posti questa domanda. Illuminati dalla fede, essi ci danno una risposta che apre il nostro cuore alla fiducia e alla speranza: nei misteriosi disegni della Provvidenza, anche dal male Dio sa trarre un bene più grande, come scrisse Giuliana di Norwich: “Imparai dalla grazia di Dio che dovevo rimanere fermamente nella fede, e quindi dovevo saldamente e perfettamente credere che tutto sarebbe finito in bene…” (Udienza generale, 1° dicembre 2010).

La misericordia è il vero volto del Padre: “Gesù Cristo è il volto della misericordia del Padre. Gesù di Nazareth con la sua parola, con i suoi gesti e con tutta la sua persona rivela la misericordia di Dio. Abbiamo sempre bisogno di contemplare il mistero della misericordia. È fonte di gioia, di serenità e di pace” (Misericordiae Vultus, 1-2). Nel celebrare oggi il mistero della Passione del Signore sappiamo di trovarci collocati spiritualmente nel cuore di Cristo crocifisso e della sua sofferenza vissuta per noi. Lo slogan “Andrà tutto bene” ci mette al riparo di ogni dubbio o desolazione nel tempo della prova, per darci la serena certezza che sarà il Signore a guidare a felice soluzione i momenti difficili e inevitabili che ci tocca vivere. Adorando la croce di Cristo noi la riconosciamo e la invochiamo come segno di speranza: O crux ave, spes única! Adorando la Passione del Signore celebriamo la nostra fiducia e il nostro affidamento al legno della debolezza e dello scandalo, sicuri che “la parola della croce è stoltezza per quelli che si perdono, ma per quelli che si salvano, ossia per noi, è potenza di Dio … Ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini” (1Cor 1,18.25). Confessiamo la nostra speranza nella vittoria della Croce, rivelazione concreta dell’amore e della vita che vince su ogni esperienza di morte. Solo l’amore crocifisso può squarciare la coltre di tristezze e desolazioni, per aprire spiragli di luce e di speranza. Dio ha voluto piantare la Croce alle radici del problema del mondo, alle origini del male che produce frutti di sofferenza: con la misericordia sgorgata dal costato di Cristo nei simboli dell’acqua e del sangue (Gv 19,34), compie il lavacro della nostra rinascita a vita nuova. Grazie alla sapientia crucis l’amore continuerà a sconfiggere l’odio, a trasformare in benedizione e provvidenza ogni evento negativo, conseguenza del male. La tua misericordia prevale sulle nostre piaghe e solo per questo Andrà tutto bene. Il tuo corpo piegato ai piedi dei discepoli oggi è il corpo piagato dalla cattiveria umana, ma grazie alle piaghe della sua Passione siamo guariti (1Pt 2, 24). Di solito, dal contatto con le piaghe di altri possiamo solo infettarci, invece l’accostamento alle piaghe di Cristo ci guarisce. Gesù crocifisso insegna e impegna a vivere in prima persona ogni nostra via crucis con la luce della sua Croce che dà senso ad ogni sofferenza. Credere alla potenza della sua Croce e di ogni croce, significa farsi carico della sua stessa passione d’amore, accogliere ogni sofferenza come possibilità di collaborare con Lui alla guarigione del mondo. L’apostolo Paolo lo descrive così: “Sono lieto nelle sofferenze che sopporto per voi e do compimento a ciò che, dei patimenti di Cristo, manca nella mia carne, a favore del suo corpo che è la Chiesa” (Col 1,24). Andrà tutto bene, se andrà sempre meglio il nostro modo di vivere alla scuola della Croce, ed essere anche noi tra coloro che avranno imparato ad amare così.

+Gerardo Antonazzo

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Omelia Venerdì santo

#diocesiscap2020 #vescovogerardoantonazzo #emergenza #coronavirus #covid19 #settimanasanta




Omelia Giovedì santo – 9 aprile 2020

# IO RESTO NEL CENACOLO

Omelia per la Messa “In Coena Domini”

Sora-Chiesa Cattedrale, 9 aprile 2020

 

In tempo di fragilità

In prossimità della Pasqua ebraica, i discepoli chiedono a Gesù: “Dove vuoi che prepariamo per te, perché tu possa mangiare la Pasqua?” (Mt 26, 17). Gesù celebra la Pasqua ebraica come contesto nel quale vive e rende partecipi i suoi discepoli della sua propria Pasqua. Manda i discepoli “da un tale” (v. 18) senza precisare l’identità dell’ospitante: potrebbe essere la casa di ogni famiglia ad accogliere Gesù e i suoi discepoli per la cena pasquale, e restare anche noi con loro. Allora #Io resto a casa perché attendo ospiti.

Restare al piano superiore

Il Cenacolo riconsegna ad ogni famiglia gli affetti più umani. Quello che Gesù compie con i suoi amici coinvolge e impegna. A ognuno è chiesto di prendere una decisione personale. La spaventosa diffusione dell’epidemia da Covid19 obbliga a restare a casa. La saggezza non è tutta nel rispettare una prescrizione, ma quella di valorizzarla come opportunità. Pochi metri quadrati di spazi abitativi possono diventare cieli sconfinati di libertà. E quale migliore opportunità di questo Giovedì santo per fare di ogni casa un Cenacolo? Vediamolo insieme.

È una ragione grande quella che spinge Gesù a chiedere ai suoi amici di restare con Lui al piano superiore: “Avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine” (Gv 13,19). Quando la comunità stava andando a pezzi e ciascuno si preparava ad affrontare il futuro da solo, “Gesù fece la promessa di una nuova comunione, che sarebbe stata più forte del tradimento e della codardia, e che nulla avrebbe potuto distruggere, neppure la morte” (T. Radckliff). In queste settimane di isolamento in casa forse si sta male, si vorrebbe scappare, anche perché abituati a vivere come in un albergo, dove l’entrare e l’uscire ad ogni ora e per qualunque ragione ci rendeva più ospiti che familiari. Gesù insegna a rimanere in casa con il cuore, come nel Cenacolo, per rigenerare la bellezza dell’amore. Restare nel Cenacolo per Gesù significa imparare anche noi in famiglia ad amare sino alla fine tutti, totalmente, nonostante tutto. E’ questo l’amore che accresce il benessere di ogni famiglia, e ci fa star bene in casa. Se la casa non diventa un cenacolo d’amore, sarà un inferno da cui si desidera scappare: “Che il Signore li aiuti a scoprire nuovi modi, nuove espressioni di amore, di convivenza in questa situazione nuova. È un’occasione bella per ritrovare i veri affetti con una creatività nella famiglia. Preghiamo per la famiglia, perché i rapporti nella famiglia in questo momento fioriscano sempre per il bene” (Papa Francesco, 16 marzo 2020).

Con i piedi per terra

Il Signore ama con il cuore e ragiona … con i piedi! Ci chiede di togliere i calzari per restare con i piedi per terra. Sì a contatto con la polvere da cui siamo stati plasmati, per custodire sapientemente il legame con le nostre condizioni di fragilità. Solo a piedi nudi possiamo accogliere la rivelazione di Dio, come a Mosè arrivato “oltre il deserto (Es 3). A lui che si avvicina per vedere come mai il roveto che brucia non si consuma, Dio gli parla da quel roveto per invitarlo a togliersi i calzari “perché il luogo sul quale tu stai è suolo santo! E disse: Io sono … Colui che sono”. Il verbo essere traduce il verbo ebraico che indica il movimento di Dio verso qualcuno, quindi un essere/esistere per qualcun altro. Dio rivela a Mosè il suo Nome, il suo Volto che parla di presenza, vicinanza, azione amorevole a favore dell’uomo. Così per gli apostoli: il “roveto ardente” davanti al quale sono stati invitati a togliersi i calzari è il grembiule, il catino e l’asciugamano per purificare la loro vita. Questi segni, come il roveto, rivelano loro il volto del Dio umile servo, schiavo, piegato sulle nostre menzogne per purificare, rimarginare, sanare, guarire, attraverso tutti coloro che si prendono cura degli altri, come i tanti operatori e volontari piegati verso la grave malattia di tanti contagiati. Nel volto del Servo che lava i piedi si rivela la compassione di Dio sofferente che non sta mai dalla parte di chi punisce ma parla con i gesti della tenerezza di chi lava i piedi delle povertà umane per dare sollievo e rimedio. Per amare sino alla fine è sempre necessario ragionare con i piedi degli altri, quindi fare noi per primi un bagno di umiltà e volgerci verso il catino del servizio. Però, bisogna prima deporre le vesti: “Si alzò da tavola, depose le vesti, prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla vita” (Gv 13,4). Chi resta nel Cenacolo si impegna a seguire il suo esempio regolato dal comandamento: “Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Vi ho dato un esempio” (Gv 13,14-15). Giuda non accetterà e abbandonerà il Cenacolo, tradirà l’Amore. Servire, piuttosto che servirsi degli altri e cercarli solo perchè mi servono. Per star bene in casa, tutti devono imparare a servire, dal più piccolo al più grande. Bisogna imparare ad amare servendo, diversamente lo spazio occupato diventa una prigione insopportabile, e ben presto si troverà il modo di evadere e di tradire le relazioni. Senza l’educazione al servizio anche la casa, come il Cenacolo, rischia di essere intollerabile e insopportabile. Si rischierebbe di vivere da Perfetti sconosciuti, come nel film di Paolo Genovese.

La Messa non è finita

Questo è il mio corpo offerto…questo è il mio sangue versato. Ci mancherà ancora per molto tempo la celebrazione dell’eucaristia nelle chiese?  In questo tempo di epidemia le parole di Gesù tornano a farsi domestiche, potendole vivere nella vita familiare. Sì, perchè quello che stiamo vivendo può diventare un kairòs, un tempo favorevole di grazia, da valorizzare e non da vaporizzare; un tempo in cui riconoscersi fragili e bisognosi della presenza degli altri. Allora prendiamo sul serio la parola “corpo” che Gesù pronuncia sul pane e sul vino che sta offrendo. Parlare di un corpo offerto per voi esprime molto più significati e valori rispetto alla sola fisicità. La fisicità parla del singolo l’individuo, mentre il corpo svela la pienezza della persona comprendente anche la sua dimensione spirituale, il suo ricco mondo interiore che si esprime attraverso il corpo. In particolare, il corpo significa: presenza, concretezza, relazione. In riferimento a Cristo, il suo corpo eucaristico per la Chiesa è presenza reale, concreta e relazionale. Il nostro restare in famiglia in questo periodo ci aiuta a riscoprire la corporeità di ciascuno come dono e ricchezza. Notiamo alcuni dettagli.

Se il corpo significa presenza, allora viviamo un tempo in cui imparare a varcare la soglia dell’indifferenza ed essere più solidali e attenti agli altri in famiglia. Presenti davvero l’uno all’altro, non con le nostre ombre ma con tutto noi stessi. Impariamo ad essere più presenti in casa, molto di più in famiglia.

Se la parola corpo significa concretezza, allora impariamo a dare carne agli affetti, ai gesti, ai segni, ai riti, ai ritmi della vita familiare. Dobbiamo rifuggire le banalizzazioni come anche le idealizzazioni. Viviamo il realismo della concretezza possibile. “Dobbiamo ritrovare la concretezza delle piccole cose, delle piccole attenzioni da avere verso chi ci sta vicino, familiari, amici. Capire che nelle piccole cose c’è il nostro tesoro. Ci sono gesti minimi. Che a volte si perdono nell’anonimato della quotidianità, gesti di tenerezza, di affetto, di compassione, che tuttavia sono decisivi, importanti …Sono gesti familiari di attenzione ai dettagli di ogni giorno che fanno sì che la vita abbia senso e che vi sia comunione e comunicazione tra di noi” (Papa Francesco, Intervista a Repubblica del 18 marzo 2020).

Se la parola corpo significa relazione, allora il tempo in cui dobbiamo tenere le distanze, può essere quello in cui impariamo rapporti nuovi, relazioni corte, calde di umanità. La relazione richiede la consapevolezza che in famiglia non si vive per se stessi, né tanto meno ognuno per conto proprio. Si vive gli uni per gli altri, si impara dire “Io sto qui per te”. Lo richiede la verità del rapporto coniugale, la relazione genitoriale, i contatti fraterni. Lo richiede il pro vobis consegnato nel Cenacolo per ogni famiglia.

+ Gerardo Antonazzo

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Omelia Giovedì Santo

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Omelia Mercoledì santo 8 aprile 2020

SONO FORSE IO?

Mercoledì santo, 8 aprile 2020

È significativo che ognuno dei discepoli esprima il timore di essere colui che può tradire Gesù. Infatti ognuno chiede: Sono forse io, Signore? e non Chi è? E non nominando esplicitamente Giuda, ma rispondendo semplicemente che egli ha messo con me la mano nel piatto, Gesù li indica potenzialmente tutti, dato che allora si mangiava prendendo cibo dallo stesso piatto. Una ragione in più per gettare uno sguardo di compassione su Giuda, dal momento che potenzialmente potremmo essere anche noi. Certo, resta avvolto nel buio più fitto il comportamento di Gesù. Le parole con cui tratta con i capi dei sacerdoti lasciano pensare semplicemente ad una questione di denaro, anche se collegato a quanto scritto in Zc 11,12-13. È difficile capire cosa abbia trascinato Giuda a tanto odio, da andare sino in fondo con determinazione, senza scrupoli: Quanto volete darmi perché io ve lo consegni? E quelli gli fissarono trenta monete d’argento. Da quel momento cercava l’occasione propizia per consegnare Gesù.

Partiamo da un’ipotesi. L’epiteto Iscariota (sicario) forse può essere ricondotto al movimento ebraico attivo in Palestina nel I secolo a.C. in sommossa antiromana. Questa possibile derivazione favorirebbe l’ipotesi secondo cui Giuda sarebbe stato in precedenza impegnato in attività sovversive, rivoluzionarie, alla pari dell’attivismo degli zeloti in posizione di rivolta contro l’occupazione straniera. Se così fosse, la chiamata di Gesù avrebbe avuto successo nella risposta di Giuda probabilmente per aver visto nell’uomo di Nazareth il compimento della promessa del Messia-liberatore, venuto a ricostituire il regno di Israele. Molti vivevano di quest’attesa per l’insofferenza del popolo verso l’occupazione militare dell’Impero romano. Giuda attende anche il messia politico, che riporti pace e giustizia in Palestina. Nel passare del tempo, vivendo fianco a fianco del Maestro, vede che Gesù non ha intenzione di intraprendere una rivoluzione o comunque di cambiare la situazione in modo violento. Giuda inizia a credere di aver commesso un errore, che forse Gesù non è la persona giusta che lui stava aspettando. Con il passare del tempo vede che il Messia-Gesù compie gesti contrari alle sue attese: non atti di violenza, ma gesti di perdono, di misericordia, di guarigione dei malati, di tenerezza per i peccatori. Con le Beatitudini consegna un codice etico per costruire un regno di poveri, di miti, di puri, di misericordiosi. Non era quello che Giuda sperava, non erano le ragioni per quali aveva accettato di seguire Gesù. Delusione, amarezza, avversione, cominciano probabilmente ad albergare nella sua mente, creando un groviglio inestricabile di pensieri ostili nei confronti di Gesù. A questo punto, si può pensare che Giuda abbia tradito perché tradito dal Maestro. La sua potrebbe essere stata una reazione di dispetto e di punizione nei confronti di Gesù. E’ un uomo arrabbiato, si sente fallito per aver buttato al vento gli anni migliori della vita in cui avrebbe potuto ottenere risultati migliori, a fianco di chi era pronto a combattere e a spargere sangue. Merita per tutto questo un giudizio di condanna inappellabile?

A questo riguardo, è illuminante esplorare il mistero e la tragedia di Giuda facendo riferimento a un capitello della basilica di Vezélay, in Borgogna, dedicata a santa Maria Maddalena, che sorge sulla via che porta a Santiago di Compostela. C’è una scultura poco conosciuta, anche a motivo dell’altezza a cui è posta, circa venti metri dal suolo. Una scultura che vista da vicino colpisce e sconcerta. Da un lato si vede Giuda impiccato, con la lingua di fuori, circondato dai diavoli. E fin qui nulla di nuovo. La sorpresa arriva dall’altro lato del capitello. Si vede un uomo che porta sulle spalle il corpo di Giuda. Quest’uomo ha una strana smorfia sul volto: metà bocca appare corrucciata, l’altra metà sorridente. L’uomo veste la tunica corta ed è un pastore. È il Buon Pastore che porta sulle sue spalle la pecora perduta. L’artista che ha scolpito la scena e il monaco che l’ha ispirata ha voluto rappresentare qualcosa di estremo, l’estremismo dell’amore di Gesù, ipotizzando che anche per Giuda vi sia stata salvezza.

C’è un’omelia che don Primo Mazzolari, il parroco di Bozzolo precursore del Concilio Vaticano II, tenne il Giovedì Santo del 1958, dedicata proprio a ‘Giuda, il traditore’. Dice tra l’altro: “Povero Giuda. Che cosa gli sia passato nell’anima io non lo so. Non cercherò neanche di spiegarvelo, mi accontento di domandarvi un po’ di pietà per il nostro povero fratello Giuda.  Io non me ne vergogno (di chiamarlo fratello), perché so quante volte ho tradito il Signore; e credo che nessuno di voi debba vergognarsi di lui. Quando ha ricevuto il bacio del tradimento, nel Getsemani, il Signore gli ha risposto con quelle parole che non dobbiamo dimenticare: “Amico, con un bacio tradisci il Figlio dell’uomo! …  Amico! Noi possiamo tradire l’amicizia del Cristo, Cristo non tradisce mai noi, i suoi amici; anche quando non lo meritiamo, anche quando ci rivoltiamo contro di Lui, anche quando lo neghiamo, davanti ai suoi occhi e al suo cuore, noi siamo sempre gli amici del Signore. Giuda è un amico del Signore anche nel momento in cui, baciandolo, consumava il tradimento del Maestro [ ] Pregherò per lui anche questa sera, perché io non giudico, io non condanno … Io non posso non pensare che anche per Giuda la misericordia di Dio, questo abbraccio di carità, quella parola amico, che gli ha detto il Signore mentre lui lo baciava per tradirlo, io non posso pensare che questa parola non abbia fatto strada nel suo povero cuore. E forse l’ultimo momento, ricordando quella parola e l’accettazione del bacio, anche Giuda avrà sentito che il Signore gli voleva ancora bene e lo riceveva tra i suoi di là. Forse il primo apostolo che è entrato insieme ai due ladroni … Lasciate che io pensi per un momento al Giuda che ho dentro di me, al Giuda che forse anche voi avete dentro. E lasciate che io domandi a Gesù, a Gesù che è in agonia, a Gesù che ci accetta come siamo, lasciate che io gli domandi, come grazia pasquale, di chiamarmi amico”.

Quando Gesù viene arrestato, Giuda non si sente in pace con se stesso, capisce di aver commesso un errore, e prova a restituire i trenta denari e a scagionare Gesù. Ingenuamente, pensa che così facendo la situazione si risolverà. Quando però i sacerdoti del tempio lo cacciano, Giuda sente e soffre tutto il peso di ciò che ha fatto. Sente di aver tradito l’Amico, l’Amore, l’Innocente. Anch’io spesso mi domando se quel ladrone pentito sulla croce, per il quale a volte non proviamo molta simpatia per essersi salvato quasi in fretta, come quando si segna un gol all’ultimo minuto dei tempi di recupero di una partita di calcio, gelosi per una sorta di strano privilegiato a lui toccato, mi domando se questo povero uomo crocifisso con Cristo e accanto a Cristo non voglia farci pensare a qualcosa che possa aver riguardato anche Giuda … a tempo quasi scaduto.

+ Gerardo Antonazzo

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        Omelia Mercoledì santo 8 aprile 2020

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Omelia Martedì santo 7 aprile 2020

IL BOCCONE AMARO

Martedì santo, 7 aprile 2020

Uno di voi mi tradirà

In ogni esperienza di amicizia si può annidare il virus dell’infedeltà. Ogni forma d’intimità può essere violentata dalla prevaricazione. Il “cenacolo”, dimora della fraternità spirituale dei discepoli, è contagiato dal virus del tradimento. La mensa, sacramento della convivialità, è avvelenata dal boccone amaro dell’infedeltà: Mentre era a mensa con i suoi discepoli, Gesù fu profondamente turbato e dichiarò: «In verità, in verità io vi dico: uno di voi mi tradirà.  Se anche tutti erano entrati nel cenacolo “con qualche scheletro nell’armadio”, nessuno dei discepoli avrebbe mai immaginato che Gesù decidesse di toccare questo tasto dolente proprio in una serata di festa, quale era il rito della Pasqua da celebrare. La dichiarazione di Gesù coglie di sorpresa i discepoli; provoca in loro inquietudine e crea un sospetto diffuso. Intimoriti, i discepoli si guardavano l’un l’altro, non sapendo bene di chi parlasse. Iniziano a fare i finti tonti; bella faccia tosta! Davvero non sapevano di chi parlasse? E perché Pietro si mostra irrequieto e ansioso, preoccupato di conoscere quanto prima il nome della persona alla quale Gesù si riferiva? Non è questione di curiosità, la sua è paura di essere chiamato in causa. Per questo evita di esporsi in prima persona, chiedendo a quello che Gesù amava, di informarsi chi fosse quello di cui parlava. Forse Pietro, anche lui, aveva la “coda di paglia”, qualcosa da rimproverarsi.

Intingerò il boccone e glielo darò

Udito questo, tutti avranno abbassato la testa per non incrociare lo sguardo del Signore. Un po’ come succedeva in classe, nel momento in cui l’insegnante minacciava di interrogare qualcuno: tutti abbassavamo la testa.  Quando capiscono che il boccone era per Giuda, si saranno rilassati. Questo gesto, se da una parte dimostra la tenerezza di Gesù dal momento che il boccone intinto nel piatto dal padrone di casa era offerto solitamente ad un ospite importante, dall’altra svela la situazione drammatica di Giuda. Davvero nessuno era a conoscenza dei pensieri negativi che oscuravano il suo cuore? O il gruppo avrà taciuto volutamente, facendo finta di non sapere? Se i redattori dei vangeli lo descrivono come menzognero, e tra questi l’apostolo Giovanni, gli altri non potevano non sapere: “Giuda era un ladro e, siccome teneva la cassa, prendeva quello che vi mettevano dentro” (Gv 12,7). Giuda è un uomo avido di denaro, disonesto, e senza scrupoli nei modi di procurarsi risorse a proprio vantaggio. Se spesso mancavano i soldi nella cassa comune del gruppo, come mai nessuno se ne accorgeva? È evidente il contrasto tra l’omertà degli amici e il coraggio con il quale Gesù dichiara la verità. Se gli i suoi amici avessero dato qualche consiglio in tempo utile, forse Giuda si sarebbe ricreduto, e poteva fare in tempo a liberarsi da tentazioni perverse, ravvedersi e rientrare più serenamente nella relazione con il Signore. Il silenzio di tutti abbandona Giuda al suo fatale destino di traditore e di suicida. Gesù soffre non solo per la malizia di Giuda, ma anche per la codardia degli apostoli che nulla hanno fatto per arginare il crollo della situazione. Ad oggi, c’è da dire che il medesimo canovaccio si ripete ancora in tante storie umane fallite, anche drammaticamente, nelle quali in tanti fanno finta di non vedere o di non sapere, senza preoccuparsi di fare qualcosa nel momento giusto. Il tradimento di Gesù da parte di Giuda è favorito anche dal tradimento degli altri verso Giuda, non avendo avuto il coraggio di aiutarlo per non compromettersi.

Quello che vuoi fare, fallo presto

Non è un’istigazione a delinquere! Con il traditore Gesù fallisce la sua opera di salvezza. Tutto lo sforzo del suo amore rimane inutilizzato, perché quest’uomo non lo accetta. Le parole del Maestro rivelano dolore e pudore allo stesso tempo verso il traditore. Il pudore chiama in causa il rispetto non solo nel rapporto con se stessi, ma anche nelle relazioni con gli altri. “L’amore è possibile solo se chi ama e chi è amato sono distinti l’uno dall’altro e dunque separati”. Separati significa lasciare l’altro “libero da noi” nel senso di non voler sovrapporre il nostro desiderio al suo. Il pudore, sotto questo profilo, trova la sua natura nel determinare uno spazio proprio per ciascuno, nel fatto di garantire i limiti di ciascuno. In questo luogo privato risiede l’origine dell’incontro possibile, dello scambio reciproco e del riconoscimento intersoggettivo” (M. Selz). Gesù ha fatto di tutto per far capire a Giuda, a differenza del silenzio omertoso degli apostoli, il vicolo cieco in cui si era imbattuto. Gesù non vuole umiliare Giuda: per questo la decisione di lavare i piedi anche a lui, prima di metterlo davanti alle sue gravi responsabilità. Anche questo è pudore! Gesù gli ha lasciato libertà d’opzione, anche a costo della propria vita. Rispetta la decisione libera del discepolo, anche se malvagia. Appare qui l’assoluta libertà che Dio lascia all’uomo. L’amore di Gesù è indefettibile, continuo, fino alla fine, costi quel che costi, ma senza forzare la mano. Gesù proverà ancora a farlo ricredere, quando al bacio del tradimento nel giardino degli ulivi risponderà con l’appellativo “amico”.  Gesù non piegherà mai la volontà di Giuda e la sua libertà, anche se inquinata. Il pudore richiede delicatezza e rispetto. Anche Pietro viene stanato dal suo perbenismo, e messo di fronte alla sua arrogante sicurezza: Signore, perché non posso seguirti ora? Darò la mia vita per te! Anche nei confronti di Pietro smaschera la verità del suo intimo: Darai la tua vita per me? In verità, in verità io ti dico: non canterà il gallo, prima che tu non m’abbia rinnegato tre volte. Gesù lo sa, lo preavvisa, ma per il medesimo pudore e rispetto non impedirà nemmeno a Pietro di andare sino in fondo alla fragilità del rinnegamento. Tuttavia, Pietro e Giuda reagiranno in modo diverso. Perché, mentre il cuore di Giuda è corrotto, la coscienza di Pietro è debole, assediata dalla fragilità ma non dalla malvagità. Il pudore di Gesù nei confronti della libertà di entrambi, sortirà effetti diversi: la corruzione non permetterà a Giuda di tornare indietro, mentre il cedimento di Pietro potrà aprirsi al pentimento. Giuda si dispera, Pietro si pente e piange amaramente (Lc 22,62).

+ Gerardo Antonazzo

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Omelia Martedì santo 7 aprile 2020

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Omelia del Lunedì Santo 2020

Il profumo della tenerezza

Lunedì santo, 6 aprile 2020

L’intonazione biblica del profeta Isaia illumina la prospettiva cristologica della Settimana santa con la categoria del “servo”. Dio dice: Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto di cui mi compiaccio. Gesù è consapevole del suo destino preannunciato nei testi di Isaia dedicati al Servo sofferente: “Il Signore fece ricadere su di lui l’iniquità di noi tutti. Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca; era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, e non aprì la sua bocca. Con oppressione e ingiusta sentenza fu tolto di mezzo” (Is 53, 6-8). Lo conferma la voce del Padre sulla persona di Gesù in due episodi: il Battesimo di Gesù (Lc 3,22: “Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento”) e la Trasfigurazione (Mt 17,5: “Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento”). Nel giovedì santo è il servo che lava i piedi ai discepoli; nel venerdì santo è presentato come il servo sofferente e vittorioso (cfr Is 52,13); Dio ci ha salvato servendoci. In genere pensiamo di essere noi a servire Dio. No, è Lui che ci ha serviti gratuitamente, perché ci ha amati per primo (cfr. Papa Francesco, 5 aprile 2020).

Gesù porterà a compimento la missione di Servo con l’evento della sua Pasqua. A questa infatti, e non a quella dei Giudei, fa riferimento il vangelo odierno: Sei giorni prima della Pasqua, Gesù andò a Betània. Gesù è consapevole del suo destino preannunciato nei testi di Isaia dedicati al Servo sofferente: “Il Signore fece ricadere su di lui l’iniquità di noi tutti. Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca; era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, e non aprì la sua bocca. Con oppressione e ingiusta sentenza fu tolto di mezzo” (Is 53, 6-8). Deciso nell’andare liberamente incontro alla sua missione di Servo, prima della Pasqua Gesù si ferma per l’ultima volta a Betania, presso la casa dell’amicizia: Marta serviva e Làzzaro era uno dei commensali. Il riferimento alla presenza di Lazzaro (lett.: adagiato a mensa con lui) risuscitato dalla morte, anticipa uno spiraglio di luce nelle tenebre della tragedia della morte del Maestro. Di Maria si dice che prese trecento grammi di profumo di puro nardo, assai prezioso, ne cosparse i piedi di Gesù, poi li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì dell’aroma di quel profumo. Il gesto di Maria, la quale insieme con la sorella aveva impetrato da Gesù un intervento sulla morte del fratello, mostra la sua delicata riconoscenza per il dono della vita ridonata a Lazzaro; il prezzo del profumo è simbolo del suo amore senza misura. Se una schiava poteva ungere i piedi di un ospite prima di mangiare, il gesto di Maria non è soltanto di servizio, ma molto più di omaggio. Giovanni descrive la scena utilizzando il frasario del Cantico dei Cantici, mostrando che Maria assume il ruolo di sposa rispetto a Gesù. Così Cantico dei Cantici 1,12: “Mentre il re (lo sposo) è sul suo divano, il mio nardo effonde il suo profumo”. Quello di Maria è paragonabile ad un amore nuziale. La casa intera si riempie della fragranza di questo amore puro, della gratitudine, della tenerezza. Il fetore della morte del fratello Lazzaro si è trasformato nel profumo della vita ridonata da Gesù, nel buon odore dell’amicizia, dell’accoglienza cordiale, dell’affetto, della riconoscenza. L’omaggio di Maria è anche quello della comunità, è l’offerta di un amore autentico, fedele, soprattutto nel tempo delle tribolazioni, come quello che stiamo vivendo con il contagio dell’epidemia. Nella prova, il discepolo non rinnega il suo coraggio che trova vigore nella fiducia totale nella presenza di Gesù datore di vita nuova. L’uso dell’olio profumato al posto dell’acqua per ungere i piedi identifica il servizio con il profumo dell’amore. Il valore del profumo appartiene al registro dell’eccesso, e dimostra il valore straordinario attribuito da Maria alla persona di Gesù. Il medesimo eccesso di olio profumato dovrebbe espandersi nella “casa” delle amicizie, delle relazioni sociali, familiari, professionali, istituzionali. Come in questo periodo si è abbondantemente diffuso nella “casa” degli ospedali attraverso la cura delle gravi condizioni di salute di tantissimi malati colpiti dal contagio dell’epidemia. Quanta fragranza di generosità, di sacrificio, di perseveranza nell’impegno profuso verso persone tutto sommato sconosciute, non legame da nessun vincoli se non da quello della solidarietà.

Il gesto sorprendente di Maria viene interpretato in due diversi modi, da parte di Giuda e da parte di Gesù. Anzitutto il giudizio di Giuda: egli svaluta l’iniziativa di Maria come un inutile spreco. La vendita di quel nardo avrebbe potuto fruttare secondo Giuda una bella somma a favore dei poveri. Il narratore rifiuta la validità dell’obiezione di Giuda smascherando la sua cupidigia. I trecento grammi di profumo, i trecento denari corrispondenti al valore di questo, ricordano le trenta monete d’argento, prezzo fissato per Gesù, che i sommi sacerdoti pagarono a Giuda (cfr. Mt 26,15; 27,3.9). Il vero problema di Giuda è pensare che nessuno, neanche Gesù stesso, meriti un amore totale. Quindi ciò che ha detto riguardo ai poveri è smentito da ciò che realmente pensa. Giuda dunque è menzognero, in realtà non gli importa nulla dei poveri. Vuole solo trarre vantaggio dalla vendita del profumo. L’amore dimostrato a Gesù lo molesta perché impedisce il suo profitto personale. L’unica ragione del suo riferimento ai poveri è il disperato tentativo di appropriazione indebita. Non solo ruba, ma con il pretesto di aiutare ii poveri pretende di rubare ancora di più. È terribile: fare finta di agire verso i poveri per secondi fini personali, per potersi arricchire a danno dei poveri. Speriamo che quanto a volte è avvenuto per l’accoglienza dei migranti non si ripeta anche nell’emergenza del coronavirus.

L’intervento di Gesù invece offre un’interpretazione positiva del gesto di Maria verso di lui. Le sue parole fanno fallire definitivamente il tentativo di Giuda di contrapporre Gesù ai poveri. Il servizio a Gesù non esclude i poveri, ma anzi impegna di più a servirli con il profumo di Cristo, impegna a spalmare sui loro bisogni il profumo della carità per amore di Lui e secondo il suo stile di totale dedizione. In definitiva nessuno può escludere Gesù per il servizio dei poveri, e nemmeno si devono escludere i poveri per il servizio a Gesù. L’unico modo per giungere ai poveri è identificarsi con Gesù e identificarli con Gesù. Identificarsi con Gesù: amare con il suo cuore. Identificarli con Gesù: riconoscere Lui nel povero, da servire nel suo Nome (Mt 25: “lo avrete fatto a me…non lo avrete fatto a me”). La carità sparge anche sui poveri l’olio profumato del servizio: “Si tocca con mano la carne di Cristo. Se vogliamo incontrare realmente Cristo, è necessario che ne tocchiamo il corpo in quello piagato dei poveri, come riscontro della comunione sacramentale ricevuta nell’Eucaristia. Il Corpo di Cristo, spezzato nella sacra liturgia, si lascia ritrovare dalla carità condivisa nei volti e nelle persone dei fratelli e delle sorelle più deboli” (Papa Francesco, 19 novembre 2017).

+ Gerardo Antonazzo

 

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Omelia Lunedì 6 aprile 2020




La riflessione del vescovo Antonazzo sulla preghiera di Papa Francesco

Riflessioni del vescovo Gerardo Antonazzo

sulla preghiera di Papa Francesco in Piazza s. Pietro (venerdì 27 marzo 2020) 

Venerdì sera ho visto l’immagine più bella e più vera della Chiesa, rappresentata da Francesco al timone di questa barca in tempesta. È la barca di Pietro con il carico dell’intera umanità, se è vero che su questa barca ci siamo tutti.

Anch’io mi sono profondamente commosso, felice nel vedere nella testimonianza di Francesco una Chiesa spoglia, umile, debole, fragile, ma allo stesso tempo supplichevole e fiduciosa nella presenza salvifica di Gesù. Venerdì sera ho visto una Chiesa davvero povera, disarmata, compassionevole con l’umanità, un immenso ospedale da campo.

Su questa barca, Gesù dorme non perché non gli importa dei discepoli, ma perchè gli uomini assaporino sino in fondo il significato e il dramma dell’assenza di Dio. Solo quando imparano a riconoscere la propria insufficienza e iniziano finalmente a gridare il loro bisogno di aiuto, Gesù si sveglia e risponde alla loro angoscia.

Pensavamo di rimanere sempre sani in un mondo malato: ho visto una Chiesa che mentre denuncia l’arroganza di un agire corrotto dal delirio di onnipotenza, con la tenerezza di Madre abbraccia a sé tutti i suoi figli che vivono il tempo della tribolazione. Ho visto una Chiesa pronta ad ascoltare la domanda del mondo, confuso e turbato, impaurito dinanzi alla morte: Non ti importa che periamo? La preghiera di Francesco è stata il grande Sì della Chiesa alle attese del mondo.

Ho visto una Chiesa-Sposa gloriarsi del suo Signore Crocifisso, abbracciata esclusivamente al suo perdono.  Ho visto una Chiesa testimone del Signore risorto, realmente vivo e presente nel pane eucaristico, la cui luce si è irradiata su Piazza s. Pietro. La sua benedizione ha superato idealmente ogni transenna, ogni resistenza, per farsi vicino a chi, inginocchiato dinanzi al suo sguardo misericordioso, era in attesa del suo passaggio per toccargli almeno la frangia del suo mantello.

Quella di Francesco credo sia stata l’Udienza generale più bella di sempre, credo la più affollata e la più partecipata di tutte, in una piazza vuota. Eravamo tutti presenti, raccolti in un silenzio assordante accompagnato dalla musica struggente di una pioggia ininterrotta, bramosi di accogliere la consolazione divina.

Da quella Piazza sono spiritualmente ripartito con la serena certezza che questa sera anche l’ombra di Pietro si sia posata sui tanti ammalati (cfr. Atti 5,15), per sprigionare al suo passaggio la forza risanatrice di Cristo sulle piaghe dell’umanità gravemente ferita.




Agenda Pastorale del Vescovo del 1 – 9 novembre 2019

Agenda Pastorale del Vescovo del 1 – 9 novembre 2019




Omelia di Apertura della Prima Visita Pastorale

Benedetto colui
che viene nel nome del Signore

 

Apertura della Visita Pastorale

nella Dedicazione della Chiesa Cattedrale

 Sora, 9 ottobre 2019 

 

Cari presbiteri, diaconi, consacrati, fratelli e sorelle,

lodiamo la Parola con la quale siamo stati “scelti secondo il piano stabilito da Dio Padre, mediante lo Spirito che santifica, per obbedire a Gesù Cristo” (1Pt 1,2).

Nella significativa ricorrenza della Dedicazione di questa nostra Chiesa Cattedrale ci ritroviamo in preghiera per celebrare e adorare il mistero di Cristo, Pietra viva, Pastore buono, che ci fa crescere come suo Tempio e suo Gregge.  Nell’Eucaristia celebrata dal Vescovo nella Cattedrale risplende, nel modo più luminoso l’unità della Chiesa: qui sta la radice e il centro delle comunità, qui il segno e la causa dell’unità del popolo di Dio. A questo popolo di Dio, è bene non dimenticarlo mai, appartengono anche i tanti battezzati che poco o nulla sanno della vita cristiana, e che non sono abitualmente partecipi delle assemblee festive delle nostre parrocchie, e che nulla sanno, o quasi, della Visita Pastorale. L’apertura della Visita invoca il soffio dello Spirito: questa nostra comunità orante, pastori e fedeli, è spinta oggi a varcare “in uscita” la soglia del tempio verso un ritrovato e rinnovato annuncio del Vangelo di salvezza. Se da una parte siamo sollecitati ad essere per il mondo un “ospedale da campo”, non possiamo non prenderci cura innanzitutto di quanti tra di noi e attorno a noi rischiano la fase “terminale” della fede. La comunità dei risorti in Cristo è invitata e inviata a parlare al cuore di ogni creatura che ci sta a cuore con l’annuncio della Pasqua: “Gesù Cristo ti ama, ha dato la sua vita per salvarti, e adesso è vivo al tuo fianco ogni giorno, per illuminarti, per rafforzarti, per liberarti” (EG 164).

Chi ha orecchi, ascolti

L’icona biblica scelta per la Visita rimanda alla visione del Figlio d’uomo: dalla sua bocca esce una spada affilata, a doppio taglio (cf Ap 1,12-13.16). Gesù parla con il vocabolario della verità e della tenerezza: “Io, tutti quelli che amo, li rimprovero e li educo. Sii dunque zelante e convértiti. Ecco: sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me. Il vincitore lo farò sedere con me, sul mio trono, come anche io ho vinto e siedo con il Padre mio sul suo trono” (Ap 3,19-21). Le sue parole feriscono e risanano la discola comunità che viveva a Laodicea. In elenco è l’ultima delle sette Chiese fondate nell’Asia Minore, soprattutto ultima nella qualità della vita spirituale. Il Risorto bussa alle porte di una Chiesa che rischia di mettere a repentaglio la sua stessa sopravvivenza, e si propone ad essa con l’offerta conviviale dell’amicizia, dell’intimità e della confidenza, esortandola ad una profonda revisione di vita per una radicale conversione del cuore. Il Bel Pastore bussa anche oggi alla porta delle nostre parrocchie, comunità religiose, aggregazioni laicali, famiglie: ci trovi vigilanti nell’attesa: “Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese; siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze, in modo che, quando arriva e bussa, gli aprano subito” (Lc 12,35-37). E’ Lui a bussare e a visitare la nostra Casa, perché “chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese” (Ap 3,22). Né bavagli, né rassegnazioni angustiate: lasciamoci trovare, perché ci aiuti a leggere i segni dei tempi, e non rischiare di vanificare il tempo dei segni, il tempo della Visita. Così si è espresso papa Francesco nel discorso rivolto ai nuovi Vescovi nel settembre scorso: “La vicinanza del Vescovo non è retorica. Non è fatta di proclami autoreferenziali, ma di disponibilità reale…Quindi farsi vicini, stare a contatto con le persone, dedicare tempo a loro più che alla scrivania, non temere il contatto con la realtà, da conoscere e abbracciare…Essere vicini è immedesimarsi col popolo di Dio, condividerne le pene, non disdegnarne le speranze…padri di persone concrete; cioè paternità, capacità di vedere, concretezza, capacità di accarezzare, capacità di piangere” (Discorso del Papa ai nuovi Vescovi, 12 settembre 2019).

Fare strada, insieme

La prossimità pastorale del nostro essere Chiesa si manifesta nell’incontro e nell’ascolto degli uomini e delle donne di questo tempo, ragazzi, giovani, adulti e anziani che vivono questa geografia territoriale e sociale. La pastorale dell’ascolto ci aiuta ad interpretare i segni dei tempi, nei quali riconoscere il passaggio e la visita di Dio. Lasciamo allora che la Visita del Risorto getti scompiglio nelle abitudini obsolete, scardini tradizioni esteriori ormai insignificanti, scombini le cadenze stantie di ripetitive ritualità sterili e ininfluenti per la fede delle persone. Amici, ascoltiamo ciò che lo Spirito dice alla nostra Chiesa, per valorizzare i pensieri buoni che Lui suscita nella nostra coscienza e conoscenza di pastori e di battezzati. In particolare a noi pastori, Vescovo e presbiteri, papa Francesco indirizza ancora le sue parole con le quali ci chiede di essere “pastori che non si accontentano di presenze formali, di incontri di tabella o di dialoghi di circostanza…Sono tante le forme di vicinanza alle vostre Chiese. In particolare vorrei incoraggiare visite pastorali regolari: visitare frequentemente, per incontrare la gente e i Pastori; visitare sull’esempio della Madonna, che non perse tempo e si alzò per andare in fretta dalla cugina. La Madre di Dio ci mostra che visitare è rendere vicino Colui che fa sussultare di gioia, è portare il conforto del Signore che compie grandi cose tra gli umili del suo popolo (cf Lc 1,39 ss.)”.

La Visita pastorale intende portare con sé l’impronta missionaria dell’Evangelii Gaudium di Francesco. Dire “Chiesa in uscita” è dire “fare strada, insieme”. Se la missione deve riguardare tutti, allora la Visita pastorale o la viviamo insieme, o non sarà di nessuno. Cari amici, ci fa bene pensare alla Visita come punto di non ritorno di una permanente azione missionaria ed evangelizzatrice. Per fare cosa? Quello che il profeta Giona si rifiutava di compiere. Arroccato in una visione sbagliata di Dio, si dimostra deluso, frustrato e indispettito: “Per questo motivo mi affrettai a fuggire a Tarsis; perché so che tu sei un Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira, di grande amore”. Giona non accetta di essere un “profeta in uscita”, si rifiuta di percorrere strade nuove, inesplorate, impensabili, nella direzione indicata da Dio. Tra Dio e Giona si svolge un dialogo tra sordi, origine di ogni malinteso. Il profeta sembra preda di un’indolenza spirituale insanabile: oscilla tra il sonno e la morte. Giona è un essere senza desiderio. Quanto è triste una parrocchia senza slanci, sussulti, aperture, desideri, sogni. La Visita Pastorale vuole essere segno visibile e concreto della tenerezza e della carezza di Dio sulla storia di ognuno. Anche la grazia dell’Indulgenza plenaria annessa alla Benedizione Papale è offerta di misericordia per tutti.

Signore, insegnaci a pregare

Se è Dio a visitare il suo popolo, è necessario intensificare la preghiera per invocare e riconoscere con lo sguardo della fede la sua venuta. L’annuncio provvidenziale della Parola oggi ci consegna le parole essenziali della preghiera cristiana, il Padre nostro, che costruisce e nutre la relazione filiale e i nostri legami fraterni: “Avete ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: Abbà! Padre!” (Rm 8, 15); e di conseguenza: “…questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama Dio, ami anche suo fratello” (1Gv 4,21).

Ogni comunità parrocchiale si qualifichi sempre meglio quale “scuola di preghiera”, luogo privilegiato della ricerca e dell’incontro con il Signore Gesù, spazio di raccoglimento e di intimità spirituale, sublime esercizio di discernimento vocazionale. Tutto ciò, a partire, ma non solo, dalla cura migliore possibile della liturgia divina, il cui sacro raccoglimento e silenzio sacro siano grembo fecondo di fruttuosa partecipazione. La Preghiera del Signore è la preghiera ordinaria dell’assemblea e di ogni discepolo; perciò la riconsegno oggi alle nostre famiglie unitamente alla Preghiera per la Visita Pastorale, perché ravvivi il legame spirituale che tutti unisce come figli, fratelli e sorelle, di questa amata Chiesa di Sora-Cassino-Aquino-Pontecorvo.

La Vergine Bruna di Canneto, Donna della Visitazione, favorisca ogni grazia spirituale con la visita di “colui che viene nel nome del Signore” (Mc 11,9).

                                                                                                                         + Gerardo Antonazzo

 




XXV di ordinazione di mons. Alessandro Recchia

Ravvivare per custodire

XXV di ordinazione di mons. Alessandro Recchia

Casalvieri, 6 ottobre 2019

La liturgia odierna illumina e corrobora la grazia della fede. La provocazione parte da una richiesta degli apostoli (Accresci in noi la fede!) e sprigiona un’istruzione sorprendente da parte del Maestro, incentrata sul paradosso granello di senape-gelso: Se aveste fede quanto…. La pochezza della fede, se autentica invocazione di salvezza, è sufficiente per sciogliere la potenza di Dio. Esiste un enorme contrasto tra la fede piccola come un granello di senape, considerato il più piccolo di tutti i semi (Mc 4,31), e il potere che gli si riconosce. La fede può sperare e realizzare l’impossibile: nulla è impossibile a Dio (Lc 1,37). Se questo è vero nell’esperienza di ogni discepolo, diventa ancora più evidente nella storia di un presbitero, la cui vita personale e il sacro ministero raccontano una storia di fede.

Sì, caro don Alessandro, anche la tua vita è un racconto che riporta tutto alla potenza della fede. La celebrazione del 25° della tua ordinazione presbiterale, pertanto, si trasfigura oggi in una sorta di testimonianza che attesta un privilegiato rapporto con il Signore, a partire da quella parola di chiamata che ti invitava alla sua sequela, e che ha irrevocabilmente orientato e dato forma alla tua esistenza umana e cristiana. Per fede ti sei fidato di Dio. Per quella fede, piccola quanto un granello di senape. ti sei sradicato dal terreno delle convenienze, progetti o calcoli puramente umani, per piantarti nel mare sconfinato del cuore e della volontà di Dio. E hai portato frutto, perché hai meritato la fiducia di Dio. Mi sembra giusto, a questo punto, fare mia la premura dell’Apostolo: ti ricordo di ravvivare il dono di Dio che è in te mediante l’imposizione delle mani (II Lettura, cf 2Tim 1). Il verbo ravvivare (on greco: anazopyrèo) significa riaccendere la fiamma. Mentre, il dono di Dio (in greco: chàrisma, v. 6) ha il significato paolino di “grazia” ricevuta in vista di un servizio nella Chiesa. I doni di Dio si ravvivano di continuo nella luce della fede. Nella lucentezza e lucidità della fede, nel passare degli anni si continua a conserva gelosamente il dono che abbiamo ricevuto, a ringraziare per la dignità e la grandezza del dono, a rinnovare la fedeltà che il dono ricevuto merita.

Tutto questo l’apostolo Paolo lo raccomanda a Timoteo utilizzando il verbo “custodire”: Custodisci il bene prezioso che ti è stato affidato. Custodire è conservare intatta la preziosa eredità ricevuta. Tale bene prezioso riguarda sia la chiamata sia l’esercizio del ministero del “vangelo della gloria” (1Tim 1,11). S. Paolo spiega che il “vangelo della gloria” di cui l’apostolo è portatore è il vangelo del Crocifisso. Pertanto bene prezioso sono anche le prove e le sofferenze, da saper custodire come via di santificazione nel ministero. Paolo non indietreggia di fronte alle serie difficoltà che lo minacciano, e indica due ragioni (v. 12). La prima ragione: so infatti in chi ho posto la mia fede. La parola fede, come primo significato indica la “fiducia”: ogni difficoltà è sopportabile se si ha fiducia nel Signore. La seconda ragione: san Paolo è convinto che il Cristo è capace di custodire fino a quel giorno ciò che mi è stato affidato. Quel giorno è il suo ritorno, la parusia. Si comprende così una correlazione dinamica e vitale: ogni presbitero può custodire ciò che gli è stato affidato solo perché è Cristo stesso a custodire il dono trasmesso.

La custodia di ogni dono ricevuto da Dio richiede una costante umiltà. Nel vangelo di oggi colpisce la richiesta del padrone di mangiare e bere prima del suo servo che ritorna dai campi. Ogni parabola si inserisce nella cultura sociale del tempo. Essa trasmette una lezione esemplare: la responsabilità di ogni apostolo non lo deve spingere a vantarsi davanti a Dio e davanti a chiunque per il lavoro svolto. Siamo servi inutili. Nessuna “riconoscenza” o favore particolare per chi non fa che il suo dovere. Pertanto, i servi possono senza dubbio rallegrarsi dei loro successi, del loro lavoro apostolico, ma non inorgoglirsi o, peggio ancora, attribuire a sé la riuscita del proprio ministero.

Caro don Alessandro, tu hai avuto anche la gioia spirituale di partecipare con i tuoi amici di ordinazione alla celebrazione presieduta da Papa Francesco a Santa Marta (19 settembre 2019). Per voi ha usato parole importanti, preziose, quando vi ha ricordato che il ministero ordinato è un dono del Signore, che ci ha guardati e ci ha detto “Seguimi”.  Quando dimentichiamo questo ci appropriamo del dono e lo trasformiamo in funzione, si perde il cuore del ministero, si perde lo sguardo di Gesù che ha guardato tutti noi e ci ha detto: “Seguimi”, si perde la gratuità. Da questa mancanza di contemplazione del dono, del ministero come dono, scaturiscono tutte quelle deviazioni che noi conosciamo, dalle più brutte, che sono terribili, a quelle più quotidiane, che ci fanno centrare il nostro ministero in noi stessi e non nella gratitudine del dono e nell’amore verso Colui che ci ha dato il dono, il dono del ministero.

           + Gerardo Antonazzo




Agenda Pastorale del Vescovo del 7 – 13 ottobre 2019

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