Omelia di Apertura della Prima Visita Pastorale

Benedetto colui
che viene nel nome del Signore

 

Apertura della Visita Pastorale

nella Dedicazione della Chiesa Cattedrale

 Sora, 9 ottobre 2019 

 

Cari presbiteri, diaconi, consacrati, fratelli e sorelle,

lodiamo la Parola con la quale siamo stati “scelti secondo il piano stabilito da Dio Padre, mediante lo Spirito che santifica, per obbedire a Gesù Cristo” (1Pt 1,2).

Nella significativa ricorrenza della Dedicazione di questa nostra Chiesa Cattedrale ci ritroviamo in preghiera per celebrare e adorare il mistero di Cristo, Pietra viva, Pastore buono, che ci fa crescere come suo Tempio e suo Gregge.  Nell’Eucaristia celebrata dal Vescovo nella Cattedrale risplende, nel modo più luminoso l’unità della Chiesa: qui sta la radice e il centro delle comunità, qui il segno e la causa dell’unità del popolo di Dio. A questo popolo di Dio, è bene non dimenticarlo mai, appartengono anche i tanti battezzati che poco o nulla sanno della vita cristiana, e che non sono abitualmente partecipi delle assemblee festive delle nostre parrocchie, e che nulla sanno, o quasi, della Visita Pastorale. L’apertura della Visita invoca il soffio dello Spirito: questa nostra comunità orante, pastori e fedeli, è spinta oggi a varcare “in uscita” la soglia del tempio verso un ritrovato e rinnovato annuncio del Vangelo di salvezza. Se da una parte siamo sollecitati ad essere per il mondo un “ospedale da campo”, non possiamo non prenderci cura innanzitutto di quanti tra di noi e attorno a noi rischiano la fase “terminale” della fede. La comunità dei risorti in Cristo è invitata e inviata a parlare al cuore di ogni creatura che ci sta a cuore con l’annuncio della Pasqua: “Gesù Cristo ti ama, ha dato la sua vita per salvarti, e adesso è vivo al tuo fianco ogni giorno, per illuminarti, per rafforzarti, per liberarti” (EG 164).

Chi ha orecchi, ascolti

L’icona biblica scelta per la Visita rimanda alla visione del Figlio d’uomo: dalla sua bocca esce una spada affilata, a doppio taglio (cf Ap 1,12-13.16). Gesù parla con il vocabolario della verità e della tenerezza: “Io, tutti quelli che amo, li rimprovero e li educo. Sii dunque zelante e convértiti. Ecco: sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me. Il vincitore lo farò sedere con me, sul mio trono, come anche io ho vinto e siedo con il Padre mio sul suo trono” (Ap 3,19-21). Le sue parole feriscono e risanano la discola comunità che viveva a Laodicea. In elenco è l’ultima delle sette Chiese fondate nell’Asia Minore, soprattutto ultima nella qualità della vita spirituale. Il Risorto bussa alle porte di una Chiesa che rischia di mettere a repentaglio la sua stessa sopravvivenza, e si propone ad essa con l’offerta conviviale dell’amicizia, dell’intimità e della confidenza, esortandola ad una profonda revisione di vita per una radicale conversione del cuore. Il Bel Pastore bussa anche oggi alla porta delle nostre parrocchie, comunità religiose, aggregazioni laicali, famiglie: ci trovi vigilanti nell’attesa: “Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese; siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze, in modo che, quando arriva e bussa, gli aprano subito” (Lc 12,35-37). E’ Lui a bussare e a visitare la nostra Casa, perché “chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese” (Ap 3,22). Né bavagli, né rassegnazioni angustiate: lasciamoci trovare, perché ci aiuti a leggere i segni dei tempi, e non rischiare di vanificare il tempo dei segni, il tempo della Visita. Così si è espresso papa Francesco nel discorso rivolto ai nuovi Vescovi nel settembre scorso: “La vicinanza del Vescovo non è retorica. Non è fatta di proclami autoreferenziali, ma di disponibilità reale…Quindi farsi vicini, stare a contatto con le persone, dedicare tempo a loro più che alla scrivania, non temere il contatto con la realtà, da conoscere e abbracciare…Essere vicini è immedesimarsi col popolo di Dio, condividerne le pene, non disdegnarne le speranze…padri di persone concrete; cioè paternità, capacità di vedere, concretezza, capacità di accarezzare, capacità di piangere” (Discorso del Papa ai nuovi Vescovi, 12 settembre 2019).

Fare strada, insieme

La prossimità pastorale del nostro essere Chiesa si manifesta nell’incontro e nell’ascolto degli uomini e delle donne di questo tempo, ragazzi, giovani, adulti e anziani che vivono questa geografia territoriale e sociale. La pastorale dell’ascolto ci aiuta ad interpretare i segni dei tempi, nei quali riconoscere il passaggio e la visita di Dio. Lasciamo allora che la Visita del Risorto getti scompiglio nelle abitudini obsolete, scardini tradizioni esteriori ormai insignificanti, scombini le cadenze stantie di ripetitive ritualità sterili e ininfluenti per la fede delle persone. Amici, ascoltiamo ciò che lo Spirito dice alla nostra Chiesa, per valorizzare i pensieri buoni che Lui suscita nella nostra coscienza e conoscenza di pastori e di battezzati. In particolare a noi pastori, Vescovo e presbiteri, papa Francesco indirizza ancora le sue parole con le quali ci chiede di essere “pastori che non si accontentano di presenze formali, di incontri di tabella o di dialoghi di circostanza…Sono tante le forme di vicinanza alle vostre Chiese. In particolare vorrei incoraggiare visite pastorali regolari: visitare frequentemente, per incontrare la gente e i Pastori; visitare sull’esempio della Madonna, che non perse tempo e si alzò per andare in fretta dalla cugina. La Madre di Dio ci mostra che visitare è rendere vicino Colui che fa sussultare di gioia, è portare il conforto del Signore che compie grandi cose tra gli umili del suo popolo (cf Lc 1,39 ss.)”.

La Visita pastorale intende portare con sé l’impronta missionaria dell’Evangelii Gaudium di Francesco. Dire “Chiesa in uscita” è dire “fare strada, insieme”. Se la missione deve riguardare tutti, allora la Visita pastorale o la viviamo insieme, o non sarà di nessuno. Cari amici, ci fa bene pensare alla Visita come punto di non ritorno di una permanente azione missionaria ed evangelizzatrice. Per fare cosa? Quello che il profeta Giona si rifiutava di compiere. Arroccato in una visione sbagliata di Dio, si dimostra deluso, frustrato e indispettito: “Per questo motivo mi affrettai a fuggire a Tarsis; perché so che tu sei un Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira, di grande amore”. Giona non accetta di essere un “profeta in uscita”, si rifiuta di percorrere strade nuove, inesplorate, impensabili, nella direzione indicata da Dio. Tra Dio e Giona si svolge un dialogo tra sordi, origine di ogni malinteso. Il profeta sembra preda di un’indolenza spirituale insanabile: oscilla tra il sonno e la morte. Giona è un essere senza desiderio. Quanto è triste una parrocchia senza slanci, sussulti, aperture, desideri, sogni. La Visita Pastorale vuole essere segno visibile e concreto della tenerezza e della carezza di Dio sulla storia di ognuno. Anche la grazia dell’Indulgenza plenaria annessa alla Benedizione Papale è offerta di misericordia per tutti.

Signore, insegnaci a pregare

Se è Dio a visitare il suo popolo, è necessario intensificare la preghiera per invocare e riconoscere con lo sguardo della fede la sua venuta. L’annuncio provvidenziale della Parola oggi ci consegna le parole essenziali della preghiera cristiana, il Padre nostro, che costruisce e nutre la relazione filiale e i nostri legami fraterni: “Avete ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: Abbà! Padre!” (Rm 8, 15); e di conseguenza: “…questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama Dio, ami anche suo fratello” (1Gv 4,21).

Ogni comunità parrocchiale si qualifichi sempre meglio quale “scuola di preghiera”, luogo privilegiato della ricerca e dell’incontro con il Signore Gesù, spazio di raccoglimento e di intimità spirituale, sublime esercizio di discernimento vocazionale. Tutto ciò, a partire, ma non solo, dalla cura migliore possibile della liturgia divina, il cui sacro raccoglimento e silenzio sacro siano grembo fecondo di fruttuosa partecipazione. La Preghiera del Signore è la preghiera ordinaria dell’assemblea e di ogni discepolo; perciò la riconsegno oggi alle nostre famiglie unitamente alla Preghiera per la Visita Pastorale, perché ravvivi il legame spirituale che tutti unisce come figli, fratelli e sorelle, di questa amata Chiesa di Sora-Cassino-Aquino-Pontecorvo.

La Vergine Bruna di Canneto, Donna della Visitazione, favorisca ogni grazia spirituale con la visita di “colui che viene nel nome del Signore” (Mc 11,9).

                                                                                                                         + Gerardo Antonazzo

 




Omelia Ordinazione presbiterale di Mihai Giuseppe

Libero da tutto,  servo di tutti

Ordinazione presbiterale di Mihai Giuseppe

Sora-Chiesa Cattedrale, 25 agosto 2019

Gesù maestro insegna dalla “cattedra” della strada, istruisce la folla mentre Lui è in cammino: “Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto, egli prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme” (Lc 9,51). La strada si fa incontro, ascolto, cambiamento, decisione, salvezza. Svolge il suo insegnamento soprattutto sulle esigenze della sequela a quanti lo accostano per chiedere di far parte dei suoi, sulle condizioni di vita del discepolo, sulla reale disponibilità di quanti sono da Lui invitati a seguirlo. Oggi, un tale senza nome e senza volto, pone la domanda sulla possibilità della salvezza: “Signore sono pochi quelli che si salvano?” (Lc 13, 23). E’ la questione che sta a cuore ad ogni presbitero: cosa significa e come prendersi cura della salvezza?

Lottare per la salvezza

La letteratura apocalittica giudaica esorta a vivere nell’imminenza della venuta del regno di Dio, perché “coloro che periscono sono più numerosi di coloro che sono salvati” (4Esd 9,15). Gesù richiede un impegno specifico: sforzatevi (v. 24). Letteralmente: lottate, combattete (in greco: agonìzesthe). Dunque, nel nostro cammino verso il Regno c’è una lotta da condurre, una lotta dura, che è “il buon combattimento della fede” (1Tm 6,12). La lotta è condizione della salvezza, consapevoli che la porta stretta potrebbe diventare porta chiusa (v. 25). Nessuno può illudersi: la sequela di Gesù è a caro prezzo, costa fatica e impegno, richiede di combattere con le armi spirituali. La metafora del passaggio attraverso una porta stretta aiuta a cogliere la fatica e la difficoltà nella sequela di Cristo, è la strettoia della Passione. Gesù è orientato verso l’amore della Croce: il discepolo si conforma a questo amore di Cristo per salvare la propria esistenza. Solo l’amore ci salva! La vita cristiana è assimilabile ad una gara sportiva, ad una vera e impegnativa sfida, competizione, così diversa da una visione della vita facile, fiacca, comoda, per nulla esigente.

San Paolo nella seconda lettura parla della propria salvezza utilizzando le immagini sportive della corsa e del pugilato (vv. 24-27), due discipline sportive che facevano parte dei giochi istmici che si svolgevano ogni due anni a Corinto. Paolo insegna la necessità di una disciplina necessaria nella vita del cristiano, comprese determinate rinunce volontarie. Se, dunque, l’atleta che lotta per una corona corruttibile è disciplinato in tutto, a maggior ragione il discepolo di Gesù deve essere pronto a determinate rinunce, per sperare nel raggiungimento della meta, l’eternità.

Tutto io faccio per il Vangelo

Il tuo ministero deve incarnare con chiarezza la passione per la missione salvifica. Ti stia sempre a cuore la salvezza dei fratelli: “Mi sono fatto tutto per tutti, per salvare a ogni costo qualcuno” (1Cor 9,22). Sì, caro don Giuseppe, il tuo amore per gli altri deve riguardare tutti, a partire dagli ultimi: “Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio”. Stare seduti a tavola con i patriarchi e i profeti richiama l’immagine tradizionale della beatitudine finale, escatologica, riservata agli eletti (Is 25, 6-8; Lc 16,23). E’ il capovolgimento della situazione riguardo alla salvezza finale: gli ultimi (i pagani), potranno prendere il posto degli eletti (i giudei). L’esercizio del ministero presbiterale riceve forma dall’ecclesiologia della Chiesa in uscita, la cui missione è universale nella misura in cui si rivolge a chiunque, senza esclusioni di sorta. Il cuore del presbitero presta il tessuto umano del proprio cuore all’amore di Dio, senza preferenze di categorie sociali o culturali: “Non ci sono fra voi molti sapienti dal punto di vista umano, né molti potenti, né molti nobili. Ma quello che è stolto per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i sapienti” (1Cor1, 26-27). Paolo dimostra di saper adattare il suo comportamento missionario ad ogni genere di persone di volta in volta incontrate, pur di salvare ad ogni costo qualcuno (v. 22).

 Fiducia e misericordia

Caro don Giuseppe, l’ordinazione presbiterale ti rende partecipe della missione salvifica di Cristo, ti fa ardere il cuore di compassione per la salvezza dei fratelli e delle sorelle del nostro tempo. Il tuo cuore sia colmo di gratitudine per la fiducia e per la misericordia di Dio su di te. Innanzitutto, la fiducia di Dio su di te: “Rendo grazie a colui che mi ha reso forte, Cristo Gesù Signore nostro, perché mi ha giudicato degno di fiducia mettendo al suo servizio me” (1Tm 1,12). Poi, la misericordia di Dio su di te: Questa parola è degna di fede e di essere accolta da tutti: Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori, il primo dei quali sono io”(1Tm 1,15-16). Oggi il Signore prende la tua libertà e la rende responsabile della vita dei tuoi fratelli. Lasciamo parlare ancora l’apostolo Paolo: “Non sono forse libero, io?” (1Cor 9,1). E risponde: “Essendo libero da tutti, mi sono fatto servo di tutti per guadagnare il maggior numero” (v. 19). Scrive s. Tommaso d’Aquino: “La vita dell’uomo consiste nell’affetto che principalmente lo sostiene, e nel quale trova la sua più grande soddisfazione” (Summa Theologiae, IIa, IIae, q. 179, a.1). L’affetto principale che dovrà colmare il tuo cuore di pastore dovrà essere l’impegno per la salus animarum. Amava ripetere s. Giovanni Maria Vianney: “Il sacerdozio è l’amore del cuore di Cristo”. Commenta Benedetto XVI: “Penso a tutti quei presbiteri che offrono ai fedeli cristiani e al mondo intero l’umile e quotidiana proposta delle parole e dei gesti di Cristo, cercando di aderire a Lui con i pensieri, la volontà, i sentimenti e lo stile di tutta la propria esistenza. Come non sottolineare le loro fatiche apostoliche, il loro servizio infaticabile e nascosto, la loro carità tendenzialmente universale?” (16 giugno 2009).

Servo di tutti, schiavo di nessuno

Don Giuseppe, abbi cura della tua stessa salvezza, perché “chi crede di stare in piedi, guardi di non cadere” (1Cor 10,12). L’apostolo invita ciascuno alla vigilanza: “Dedicatevi alla vostra salvezza con rispetto e timore… per essere irreprensibili e puri, figli di Dio innocenti in mezzo a una generazione malvagia e perversa. In mezzo a loro voi risplendete come astri nel mondo” (Fil 2, 12-15). Lo stato di vita presbiterale non è un ascensore sociale o una promozione economica. Prenditi cura di te come credente e come presbitero, a partire dalle profonde ragioni della tua vocazione, ravvivate da un permanente discernimento sulla fedeltà alla chiamata divina, “perché non succeda che, dopo avere predicato agli altri, io stesso venga squalificato” (1Cor 9, 27). Rifuggi la finzione e l’ipocrisia: le promesse che oggi hai pronunciato ti impegnano davanti a Dio e alla Chiesa. Scrive s. Ignazio di Antiochia nella Lettera ai cristiani di Magnesia: “Per il rispetto di chi ci ha voluto bisogna obbedire senza ipocrisia alcuna, poichè non si inganna il vescovo visibile, bensì si mentisce a quello invisibile. Non si parla della carne, ma di Dio che conosce le cose invisibili (III,1-2). Guardati bene dal rischio di adagiarti, dalla tentazione delle comodità, dalle dissipazioni del cuore, ingannato dalla ricerca narcisistica del proprio benessere. La ricerca di sicurezze e gratificazioni sfigura il vero volto del nostro servizio ai fratelli, e rende irriconoscibile il perché del nostro essere diventati preti. Deturpa il volto della nostra sequela di Cristo e della nostra Chiesa. Se come preti perdiamo per primi la memoria di Dio, per lasciare spazio tornaconti e calcoli di comodo, il nostro servizio perde di consistenza, il cuore si indurisce, gli altri non conteranno più. Affido a te, caro don Giuseppe, la medesima esortazione che l’apostolo rivolge a Timoteo: “Custodisci ciò che ti è stato affidato” (1Tim 6, 20).

  + Gerardo Antonazzo




Omelia Solennità della Vergine Maria Assunta 2019

Fatti di terra, per il cielo 

Omelia per la solennità di Maria, Assunta in cielo 

Sora-Cassino, 15 agosto 2019

Le nostre agitate giornate, ricolme di occupazioni e responsabilità di ogni genere, rischiano di distogliere la mente dalle finalità alte e ultime del nostro agire, e di escludere lo sguardo dal nostro ultimo orizzonte e glorioso destino. La preghiera mariana della Chiesa, cullando l’antica tradizione cristiana, tra eventi storici entusiasmanti e tumultuosi ad un tempo continua a cantare: “Oggi la Vergine Maria, madre di Cristo, tuo Figlio e nostro Signore, è stata assunta nella gloria del cielo. In lei, primizia e immagine della Chiesa, hai rivelato il compimento del mistero di salvezza” (Prefazio dell’Assunta). Possono sembrare vaneggiamenti astratti: la liturgia sempre celebra la concretezza e la bellezza del mistero, e tale mistero riferito oggi alla Madre di Dio ci riguarda in modo singolare.

La gioia di sempre e di tutti

Tra i primi a rompere il silenzio sulla morte di Maria è Epifanio, vescovo di Costanza (Cipro), vissuto nella seconda metà del IV secolo. Costatando che nelle divine Scritture non si accenna alla morte della Madre di Gesù, scrive: “La Scrittura a questo proposito ha mantenuto il silenzio più completo a causa della grandezza del prodigio; per non suscitare uno stupore eccessivo nell’animo degli uomini” (Panarion 78,11). Teodosio d’Alessandria (566) attribuisce a Gesù, venuto da sua madre nell’ora della morte, queste parole: “Alzati dal tuo letto, o corpo santo, che fu per me un tempio!”. San Germano, patriarca di Costantinopoli, quasi indeciso tra lodare la vita di Maria o esultare nella festa che la celebra, s’interroga: “Intonerò lodi alla tua convivenza con i mortali, o celebrerò la gloria della tua Dormizione per passare alla vita immortale, il giorno della tua Assunzione, secondo lo Spirito?” (IV Omelia mistagogica). Giovanni XXII afferma che “la Santa Madre Chiesa fervidamente crede e suppone con evidenza che la beata Vergine fu assunta in anima e corpo” (Cum nobis, 17 maggio 1324). Sarà Pio XII, il 30 novembre del 1950, a proclamare solennemente il dogma dell’Assunzione di Maria, definendo come oggetto di fede ciò che il popolo santo di Dio per il suo sensus fidei sempre ha creduto ed esaltato.

In tempi recenti, il concilio Vaticano II per parlare del mistero della Chiesa descrive l’Assunzione di Maria con espressioni elevate e toccanti: “Finito il corso della sua vita terrena, fu assunta alla celeste gloria in anima e corpo e dal Signore esaltata quale regina dell’universo per essere così più pienamente conforme al Figlio suo, Signore dei signori e vincitore del peccato e della morte” (LG 59). Pertanto, “la Madre di Gesù, come in cielo, in cui è già glorificata nel corpo e nell’anima, costituisce l’immagine e l’inizio della Chiesa, che dovrà avere il suo compimento nell’età futura, così sulla terra brilla ora innanzi al peregrinante popolo di Dio quale segno di sicura speranza e di consolazione, fino a quando non verrà il giorno del Signore” (LG 68).

Di terra e di cielo

La memoria liturgia dell’Assunta è un evento che sempre attrae e stupisce la vita dei credenti, profezia di un trionfo anticipato che infonde speranza di vittoria sulla nostra morte, sicuri che anche noi, uniti a Cristo risorto, saremo assunti in cielo. Abitata dallo Spirito sin dalla sua concezione nel grembo materno, Maria non poteva conoscere la corruzione fisica all’interno di un sepolcro di morte. Se il Signore ha messo Maria come segno della Chiesa, se Maria tota pulchra è prefigurazione della Chiesa, anche la Chiesa sarà un giorno senza macchia e senza ruga, nella medesima condizione celeste di Maria. Se Lei svolge una funzione anticipatrice, non possiamo evitarla né scavalcarla, ma condividerla (don Tonino Bello). Siamo fatti di terra, destinati a diventare cittadini del cielo: “Quando sarà distrutta la nostra dimora terrena, che è come una tenda, riceveremo da Dio un’abitazione, una dimora non costruita da mani d’uomo, eterna, nei cieli” (2Cor 5,1). Celebrare Maria come primizia e immagine della Chiesa per noi significa lasciare che la redenzione di Cristo ci guarisca dalle ferite e piaghe del peccato per divenire Chiesa santa, Sposa casta, finalmente tota pulchra.

Nell’attesa della Sua venuta

Maria anticipa e assicura il traguardo, offre una prova fondata alla nostra speranza e alimenta la pazienza, da non confondere con la disperanza dell’ignavia o con l’accidia spirituale. Fatti di terra e di cielo, viviamo “nell’attesa che si compia la beata speranza e venga il nostro Salvatore Gesù Cristo” (Embolismo dopo il Padre nostro). La vita cristiana è vigilanza, invocazione del ritorno ultimo di Cristo. La Chiesa, fortificata dall’assunzione della Madre di Cristo, crede, desidera e invoca per sé il compimento del medesimo destino di gloria.

E’ compito della Chiesa annunciare la gloria di Maria e della Chiesa anche con la bellezza dell’arte e della letteratura. La luce celeste soprannaturale dell’enorme pala del Tiziano che raffigura l’Assunta (1518) unisce Maria che sta salendo alla gloria, Dio che la sta per accogliere e gli angeli che li accompagnano. Questa luminosità si contrappone all’azzurro del cielo terreno, dove, sotto la nube che sostiene la Vergine, c’è il gruppo degli apostoli che assistono alla sua assunzione. L’assunzione è l’incontro di due amori e due fedeltà: l’amore incondizionato di Dio e quello di Maria che l’ha dato alla luce e nutrito e cresciuto.

Così la descrive la letteratura di Alda Merini: “Maria, se cantava tutte le creature del mondo facevano silenzio per udire la sua voce. Ma sapeva essere anche solennemente muta. I suoi occhi nati per la carità, esenti da qualsiasi stanchezza, non si chiudevano mai, né giorno né notte, perché non voleva perdere di vista il suo Dio”. Alda Merini mette sulle labbra di Maria queste stupende parole: “Io sono soltanto una terra adolescente, / una terra che diventa un fiore / e un fiore che diventa terra. / Perché vergine se sono madre di tutti? / Perché madre se sono una vergine / Senza confini? / … Tu mi hai redenta nella mia carne / E sarò eternamente giovane / E sarò eternamente madre. / E poiché mi hai redenta / posi vicino a Te / la pietra della tua resurrezione” (Maria, Poesie).

                                                                                                     

                                                                                                      +Gerardo Antonazzo




Omelia per la solennità di Santa Restituta – Sora, 27 maggio 2018

 

Non femminicidio,

ma capolavoro della Trinità

 Omelia per la solennità di s. Restituta

Sora, 27 maggio 2018

Gaudete et exultate” sono le parole con le quali Papa Francesco inizia il testo dell’Esortazione apostolica sulla chiamata alla santità. Sono le medesime parole con le quali Gesù conclude la consegna delle “Beatitudini” alla folla, quale regola di vita per la nuova comunità dei discepoli: “Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli” (Mt 5, 11-12). L’esortazione del Signore alla gioia fa riferimento soprattutto all’ultima beatitudine e riguarda la sofferenza del discepolo: preannuncia il tempo della prova e della persecuzione, dell’incomprensione e del rifiuto, fino alla soppressione fisica della propria vita. Quando ciò accade, “rallegratevi ed esultate”. La gioia non nasce dalla sofferenza subìta, ma dall’attesa della ricompensa, la cui origine è “celeste”: con il termine “cielo” l’evangelista indica una alterità radicale, Dio, dal quale proviene la definitiva e sicura ricompensa finale. San Matteo lascia intendere la certezza che tale ricompensa ultima per il discepolo che persevera è Dio stesso.

Il segreto della vera gioia nella vita del discepolo è non  perdere mai di vista Dio. S. Restituta, martire, alla pari di ogni autentico testimone del vangelo, non ha mai rivolto altrove la speranza della vera gioia: “Il Signore chiede tutto, e quello che offre è la vera vita, la felicità per la quale siamo stati creati. Egli ci vuole santi e non si aspetta che ci accontentiamo di un’esistenza mediocre, annacquata, inconsistente” (Gaudete et exultate, 1). S. Restituta non ha ceduto alla tentazione di un’esistenza mediocre, non si è lasciata ammaliare e ingannare dalle soddisfazioni diffuse nel mondo pagano di cui faceva socialmente parte. Ma non ne ha sposato la cultura: illuminata dalla fede battesimale, ha desiderato con tutte le forze mantenere vivida la sua testimonianza cristiana, perfezionata nel compimento del martirio. La sua tragica morte non è stato un “femminicidio” quale violenza subita, né cedimento dovuto alla debolezza di un’inerme ragazza. E’ stata piuttosto rivelazione di un’audacia squisitamente femminile, coraggiosamente capace di andare incontro alla morte, dando prova  dell’amore più estremo per il suo “Sposo”, Cristo Signore: “Voglio sottolineare che anche il “genio femminile” si manifesta in stili femminili di santità, indispensabili per riflettere la santità di Dio in questo mondo. E proprio anche in epoche nelle quali le donne furono maggiormente escluse, lo Spirito Santo ha suscitato sante il cui fascino ha provocato nuovi dinamismi spirituali e importanti riforme nella Chiesa […] Ma mi preme ricordare tante donne sconosciute o dimenticate le quali, ciascuna a modo suo, hanno sostenuto e trasformato famiglie e comunità con la forza della loro testimonianza” (ivi, 12).

La santità è sempre opera di Dio: la vita di s. Restituta è un capolavoro della Trinità. Nella preghiera liturgica della Colletta odierna si parla del mistero di Cristo come Parola di verità; dell’azione dello Spirito come il santificatore; e della rivelazione del Padre, sorgente della vita piena. L’esistenza della giovane Restituta è stata folgorata e attratta dalla luce della conoscenza del mistero di Cristo. Ha riconosciuto in Lui una “Parola di verità”, che le ha permesso di smascherare una volta per tutte le falsità e le menzogne del paganesimo di cui era accerchiata e tentata con la forza potente delle sue lusinghe. Nel Vangelo Restituta ha ritrovato la sorgente della vera sapienza. Nell’adesione alla verità di Cristo, Dio fatto carne, uomo perfetto, ha deciso della propria vita con la libertà dell’amore a favore di colui per il quale è disposta a morire. Subire la morte senza volerlo è atto di violenza; morire nel desiderio di amare ancora di più è santità. Le peggiori fake news non sono gli imbrogli di false notizie, ma l’inganno di falsi valori che denigrano e degradano la verità e scoraggiano lo slancio dell’amore più grande.

La santità di Restituta è opera dello “Spirito santificatore” (Colletta). I credenti in modo esplicito qualificano come “santo” solo lo Spirito, perché di esso è la missione di santificare. “Spirito santificatore” significa l’azione con la quale solo lo Spirito può agire nella vita del discepolo per animarlo nel desiderio e nella capacità di orientarsi al vero bene secondo la volontà del Padre e del Figlio. E’ lo Spirito santificatore che ha guidato Restituta nel discernimento della mente, del cuore e delle opere. Lo Spirito ha illuminato la sua mente nel saper distinguere con chiarezza il male da evitare e il bene da compiere. Lo Spirito ha ricolmato il suo cuore della certezza dell’amore di Cristo. Lo Spirito ha sostenuto la sua testimonianza nel martirio donandole coraggio nelle minacce, consolazione nelle prove e nei tormenti, speranza nella pienezza della propria vita solo in Dio, passando attraverso la violenta morte.

Guidata dalla verità di Cristo e sostenuta dallo Spirito santificatore, s. Restituita ha imparato a vivere solo per Dio: “Prima di formarti nel grembo materno ti ho conosciuto, prima che tu uscissi alla luce ti ho consacrato” (Ger 1,5). Alla luce della conoscenza del Padre ha compreso che la sua vita, salvata da Cristo, veniva da Dio e a Dio ritornava, pronta ad offrire se stessa nel martirio. La vita è un mistero da scrutare, è bellezza da contemplare, è grazia da custodire, è missione da adempiere. Se santa Restituta è stata capace di offrire la vita nel sacrificio cruento e dolorosa del martirio, è solo perché è stata una ragazza felice di Dio, felice d’esistere in Dio. Sembrano tempi lontani, ma Dio, l’Eterno, bussa alla porta della nostra vita di discepoli di Gesù Cristo e ci interpella anche oggi, sempre. Una volta tanto, mettiamoci alla prova: cosa sono disposto a fare per testimoniare la sublimità della fede in Gesù Cristo?

Carissimi, affascinati anche noi dall’opera della Trinità, non lasciamoci contaminare dalla corruzione del peccato: “La corruzione spirituale è…una cecità comoda e autosufficiente dove alla fine tutto sembra lecito: l’inganno, la calunnia, l’egoismo e tante sottili forme di autoreferenzialità” (Gaudete et exultate, 165). S. Restituta ha conservata integra la grazia della fede battesimale e la santità della sua vita cristiana, e ha ritenuto sua unica missione l’impegno di evangelizzare l’amore di Cristo perché gli uomini e donne del suo tempo, qui a Sora, potessero conoscere il vero Dio e il Figlio suo Gesù Cristo (cfr. Gv 17, 3). Ben consapevole della sua missione da compiere, ha realizzato il suo desiderio di felicità rispondendo fedelmente alla vocazione cristiana.

                                                                                                                    + Gerardo Antonazzo




Agenda Pastorale del Vescovo del 26 febbraio-4 marzo 2018




Agenda Pastorale del Vescovo del 5 – 11 febbraio 2018




Agenda Pastorale del Vescovo 26-2 luglio 2017

26-2 luglio 2017-1