Agenda Pastorale del Vescovo del 13 – 20 dicembre 2020

Agenda Pastorale del Vescovo del 13 – 20 dicembre 2020

 




Agenda Pastorale del Vescovo del 6 – 13 dicembre 2020

Agenda Pastorale del Vescovo del 6 – 13 dicembre 2020




Omelia per l’ordinazione presbiteraledi Fra Giovanni Piacentini

Vivere e morire d’Amore

 

Omelia per l’ordinazione presbiterale di Fra Giovanni Piacentini, OFM.CAP.

Badia di Esperia, 12 settembre 2020

 

 

Carissimi presbiteri e diaconi, carissimo fra Giovanni,

cari amici, fratelli e sorelle,

 

la parola dell’apostolo Paolo presenta una significativa sintesi della vita cristiana come reale condivisione di tutto il mistero di Cristo: “Nessuno di noi, infatti, vive per se stesso e nessuno muore per se stesso, perché se noi viviamo, viviamo per il Signore, se noi moriamo, moriamo per il Signore. Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo del Signore” (Rm 14,7-8). La vita di ogni discepolo si misura con una sempre più personale, reale e totale adesione al Signore Gesù. Il compimento di tale processo lo indica e lo descrive lo stesso apostolo: “Sono stato crocifisso con Cristo, e non vivo più io, ma Cristo vive in me. E questa vita, che io vivo nel corpo, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me” (Gal 2,19-20).

 

Dire: Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo del Signore, significa dunque vivere nel corpo, cioè nella nostra concretezza relazionale, la sequela di Cristo, che matura e si perfeziona come imitazione del Maestro secondo le parole dell’apostolo: “Cristo sarà glorificato nel mio corpo, sia che io viva sia che io muoia. Per me infatti il vivere è Cristo e il morire un guadagno” (Fil 1,20-21).  Caro fra Giovanni, hai dalla tua parte colui che di questa esperienza ha dato viva testimonianza: il poverello d’Assisi è maestro di vita discepolare perfetta. L’esperienza mistica di Francesco è la chiave di volta di tutto il racconto agiografico, testimone della perfetta conformazione a Cristo. La sua conversione è il punto di partenza di una trasformazione spirituale che lo ha condotto ad un rinnovamento interiore realizzato attraverso la piena adesione al Signore Gesù.

 

Scrive Tommaso da Celano: “I frati che sono vissuti con lui sanno quanto fossero continui e quotidiani, quanto dolci e soavi, quanto benevoli e pieni d’amore i suoi discorsi su Gesù. La bocca parlava per la pienezza del cuore, e una fonte di amore ardente riempiva le sue viscere e si riversava al di fuori. Molto, certamente aveva in comune con Gesù: portava sempre Gesù nel cuore, Gesù sulla bocca, Gesù nelle orecchie, Gesù negli occhi, Gesù nelle mani, Gesù in tutte le altre membra [ ] E poiché con amore sconfinato portava e serbava sempre in cuor suo Cristo Gesù, e Cristo Gesù crocifisso, proprio per questo più degli altri è stato gloriosamente fregiato del segno di Colui che, in estasi, contemplava in una gloria indicibile e incomprensibile” (Vita del beato Francesco, IX 112-5).

 

Il beato Francesco ti insegna che quando viviamo per Lui, il Signore ci porta a una pienezza, a una gioia, a una letizia tali che superano qualsiasi nostra immaginazione. Quando Cristo è all’opera con la sua chiamata, afferra un essere umano, lo invita a sé, lo chiama per farlo partecipe della sua vita, della sua pienezza, della sua missione: nulla di noi che non gli appartenga. E per meglio vivere l’appartenenza al Signore dobbiamo soprattutto saper morire per Lui, rinnegando l’idolatria del nostro io, l’orgoglio nefasto delle nostre presunte capacità umane. Esorta ancora l’apostolo Paolo: “Voi infatti siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio! [ ]. Fate morire dunque ciò che appartiene alla terra: impurità, immoralità, passioni, desideri cattivi e quella cupidigia che è idolatria [ ] Scelti da Dio, santi e amati, rivestitevi dunque di sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di magnanimità. Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi” (Col 3,5-14).

 

Vivere e morire per il Signore impegna a vivere e a morire solo per amore! Vivere per amore è possibile se sappiamo morire ogni giorno; e morire per amore è fare del servizio agli altri l’unica ragione di vita nel nome e nell’amore di Cristo. La sua vita e la sua morte, il nostro vivere e il nostro morire, gridano lo stesso amore, e quando noi rispondiamo alla chiamata di Cristo, il Signore porta la nostra fragilità ad una pienezza tale da trasfigurare la nostra condizione umana in “sacramento” del suo Amore divino.

 

Vivere e morire con il Signore, carissimo fra Giovanni, significa consegnare a Lui la tua fragile umanità, il nulla delle tue debolezze. Non è inopportuno ricordare l’ammonizione di santa Teresa: “Se la vogliamo fare da angeli, probabilmente finirà che la faremo da demòni”. Il Rito di ordinazione oggi ti conforma sacramentalmente al mistero di Cristo, consegnando a Lui tutto quello sei. Lo Spirito Santo assume e trasfigura la tua concreta realtà umana; a questa sua azione ti sei già disposto docilmente con la Professione religiosa dei consigli evangelici della povertà, della castità e dell’obbedienza. Ma nulla di tutto ciò ti rende già perfetto. Resterai sempre mendicante della misericordia divina. San Francesco nella Lettera ai fedeli, che tra i suoi testi epistolari fu forse l’ultimo ad essere scritto, rivolgendosi a tutti i cristiani, ammoniva: “Coloro poi che hanno ricevuto la potestà di giudicare gli altri, esercitino il giudizio con misericordia, così come essi stessi vogliono ottenere misericordia dal Signore; infatti il giudizio sarà senza misericordia per coloro che non hanno usato misericordia” (num.191). E ancora: “E colui al quale è demandata l’obbedienza e che è ritenuto maggiore, sia come il minore e servo degli altri fratelli, e nei confronti di ciascuno dei suoi fratelli usi ed abbia quella misericordia che vorrebbe fosse usata verso di lui, qualora si trovasse in un caso simile. E per il peccato del fratello non si adiri contro di lui, ma lo ammonisca e lo conforti con ogni pazienza e umiltà” (nn. 197-198).

 

Caro fra Giovanni, la parabola del vangelo ti ricorda che tutto nella vita è frutto della misericordia di Dio, e tutto nel tuo ministero di prete deve parlare di misericordia. Così insegna il Papa: “Ci sono due cose che non si possono separare: il perdono dato e il perdono ricevuto … Tutti siamo debitori. Tutti. Verso Dio, che è tanto generoso, e verso i fratelli. Ogni persona sa di non essere il padre o la madre che dovrebbe essere, lo sposo o la sposa, il fratello o la sorella che dovrebbe essere. Tutti siamo “in deficit”, nella vita. E abbiamo bisogno di misericordia. Sappiamo che anche noi abbiamo fatto il male, manca sempre qualcosa al bene che avremmo dovuto fare” (Papa Francesco, 18 marzo 2020). Anche tu, fra Giovanni, sperimenterai di non essere il frate e il prete che dovresti essere, come anch’io sento di non essere il Vescovo che dovrei essere. Solo la misericordia di Dio dà respiro alla nostra felicità. Vita e ministero del presbitero sono manifestazione della misericordia divina. Tutto parla di compassione divina. Chi di noi sinceramente direbbe di sentirsi il peggiore peccatore del mondo? S. Francesco confessava di esserlo, non perché confrontava se stesso con gli altri, ma perché era così intimamente vivo nel suo cuore il senso del proprio peccato dinanzi a Dio che si sentiva sgomento e come schiacciato dal suo peso. Ricorda l’apostolo Giovanni: “Se diciamo di essere senza peccato, facciamo di Dio un bugiardo” (1Gv 1,10).  Non c’è nessuno di fronte a Dio che non debba cantare le sue misericordie: “Misericordias Domini, in aeternum cantabo” (Sal 89).

 

Questo è vero anche per Maria Santissima, di cui oggi ricorre la memoria del suo Santo Nome. Ella pure avrebbe dovuto contrarre il peccato originale, secondo l’insegnamento di s. Tommaso d’Aquino. La sua Concezione Immacolata è un privilegio per il quale è stata sublimiori modo redempta (Pio IX, Ineffabilis Deus). Dunque, redenta anche Lei, in modo sublime, ma pur sempre redenta. Nessuno, dunque, si può sottrarre al riconoscimento di dover tutto alla misericordia infinita di Dio. Solo un sentimento vivo del nostro peccato, della nostra ingratitudine a Dio, della nostra resistenza alla sua grazia, solo un sentimento di vero pentimento per questa nostra avarizia con Lui, ci mette, caro fra Giovanni, nella condizione più vera per potergli finalmente rispondere: Eccomi!

 

+ Gerardo Antonazzo

Omelia ordinazione Fra Giovanni Piacentini




Agenda pastorale del Vescovo 13 – 20 settembre 2020

Agenda pastorale del Vescovo 13 – 20 settembre 2020

https://www.diocesisora.it/pdigitale/agenda-pastorale-del-vescovo-13-20-settembre-2020/

 




Maternità Divina – Omelia alla Vergine Maria, in Cassino

MATERNITÀ DIVINA – Omelia alla Vergine Maria Assunta, Cassino




FAMIGLIA VERA BELLEZZA

Famiglia vera bellezza




Agenda Pastorale del Vescovo 8 – 14 giugno 2020

Agenda Pastorale del Vescovo 8 – 14 giugno 2020




Omelia Messa Crismale

L’omelia della Messa Crismale

Omelia Messa Crismale




Comunicato del vescovo Gerardo Antonazzo del 7 maggio 2020

CRISTO, SPERANZA NOSTRA

Messaggio alla Diocesi di Sora-Cassino-Aquino-Pontecorvo
7 maggio 2020

Comunicato del vescovo Gerardo Antonazzo del 7 maggio 2020

 

 




Omelia Giovedì santo – 9 aprile 2020

# IO RESTO NEL CENACOLO

Omelia per la Messa “In Coena Domini”

Sora-Chiesa Cattedrale, 9 aprile 2020

 

In tempo di fragilità

In prossimità della Pasqua ebraica, i discepoli chiedono a Gesù: “Dove vuoi che prepariamo per te, perché tu possa mangiare la Pasqua?” (Mt 26, 17). Gesù celebra la Pasqua ebraica come contesto nel quale vive e rende partecipi i suoi discepoli della sua propria Pasqua. Manda i discepoli “da un tale” (v. 18) senza precisare l’identità dell’ospitante: potrebbe essere la casa di ogni famiglia ad accogliere Gesù e i suoi discepoli per la cena pasquale, e restare anche noi con loro. Allora #Io resto a casa perché attendo ospiti.

Restare al piano superiore

Il Cenacolo riconsegna ad ogni famiglia gli affetti più umani. Quello che Gesù compie con i suoi amici coinvolge e impegna. A ognuno è chiesto di prendere una decisione personale. La spaventosa diffusione dell’epidemia da Covid19 obbliga a restare a casa. La saggezza non è tutta nel rispettare una prescrizione, ma quella di valorizzarla come opportunità. Pochi metri quadrati di spazi abitativi possono diventare cieli sconfinati di libertà. E quale migliore opportunità di questo Giovedì santo per fare di ogni casa un Cenacolo? Vediamolo insieme.

È una ragione grande quella che spinge Gesù a chiedere ai suoi amici di restare con Lui al piano superiore: “Avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine” (Gv 13,19). Quando la comunità stava andando a pezzi e ciascuno si preparava ad affrontare il futuro da solo, “Gesù fece la promessa di una nuova comunione, che sarebbe stata più forte del tradimento e della codardia, e che nulla avrebbe potuto distruggere, neppure la morte” (T. Radckliff). In queste settimane di isolamento in casa forse si sta male, si vorrebbe scappare, anche perché abituati a vivere come in un albergo, dove l’entrare e l’uscire ad ogni ora e per qualunque ragione ci rendeva più ospiti che familiari. Gesù insegna a rimanere in casa con il cuore, come nel Cenacolo, per rigenerare la bellezza dell’amore. Restare nel Cenacolo per Gesù significa imparare anche noi in famiglia ad amare sino alla fine tutti, totalmente, nonostante tutto. E’ questo l’amore che accresce il benessere di ogni famiglia, e ci fa star bene in casa. Se la casa non diventa un cenacolo d’amore, sarà un inferno da cui si desidera scappare: “Che il Signore li aiuti a scoprire nuovi modi, nuove espressioni di amore, di convivenza in questa situazione nuova. È un’occasione bella per ritrovare i veri affetti con una creatività nella famiglia. Preghiamo per la famiglia, perché i rapporti nella famiglia in questo momento fioriscano sempre per il bene” (Papa Francesco, 16 marzo 2020).

Con i piedi per terra

Il Signore ama con il cuore e ragiona … con i piedi! Ci chiede di togliere i calzari per restare con i piedi per terra. Sì a contatto con la polvere da cui siamo stati plasmati, per custodire sapientemente il legame con le nostre condizioni di fragilità. Solo a piedi nudi possiamo accogliere la rivelazione di Dio, come a Mosè arrivato “oltre il deserto (Es 3). A lui che si avvicina per vedere come mai il roveto che brucia non si consuma, Dio gli parla da quel roveto per invitarlo a togliersi i calzari “perché il luogo sul quale tu stai è suolo santo! E disse: Io sono … Colui che sono”. Il verbo essere traduce il verbo ebraico che indica il movimento di Dio verso qualcuno, quindi un essere/esistere per qualcun altro. Dio rivela a Mosè il suo Nome, il suo Volto che parla di presenza, vicinanza, azione amorevole a favore dell’uomo. Così per gli apostoli: il “roveto ardente” davanti al quale sono stati invitati a togliersi i calzari è il grembiule, il catino e l’asciugamano per purificare la loro vita. Questi segni, come il roveto, rivelano loro il volto del Dio umile servo, schiavo, piegato sulle nostre menzogne per purificare, rimarginare, sanare, guarire, attraverso tutti coloro che si prendono cura degli altri, come i tanti operatori e volontari piegati verso la grave malattia di tanti contagiati. Nel volto del Servo che lava i piedi si rivela la compassione di Dio sofferente che non sta mai dalla parte di chi punisce ma parla con i gesti della tenerezza di chi lava i piedi delle povertà umane per dare sollievo e rimedio. Per amare sino alla fine è sempre necessario ragionare con i piedi degli altri, quindi fare noi per primi un bagno di umiltà e volgerci verso il catino del servizio. Però, bisogna prima deporre le vesti: “Si alzò da tavola, depose le vesti, prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla vita” (Gv 13,4). Chi resta nel Cenacolo si impegna a seguire il suo esempio regolato dal comandamento: “Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Vi ho dato un esempio” (Gv 13,14-15). Giuda non accetterà e abbandonerà il Cenacolo, tradirà l’Amore. Servire, piuttosto che servirsi degli altri e cercarli solo perchè mi servono. Per star bene in casa, tutti devono imparare a servire, dal più piccolo al più grande. Bisogna imparare ad amare servendo, diversamente lo spazio occupato diventa una prigione insopportabile, e ben presto si troverà il modo di evadere e di tradire le relazioni. Senza l’educazione al servizio anche la casa, come il Cenacolo, rischia di essere intollerabile e insopportabile. Si rischierebbe di vivere da Perfetti sconosciuti, come nel film di Paolo Genovese.

La Messa non è finita

Questo è il mio corpo offerto…questo è il mio sangue versato. Ci mancherà ancora per molto tempo la celebrazione dell’eucaristia nelle chiese?  In questo tempo di epidemia le parole di Gesù tornano a farsi domestiche, potendole vivere nella vita familiare. Sì, perchè quello che stiamo vivendo può diventare un kairòs, un tempo favorevole di grazia, da valorizzare e non da vaporizzare; un tempo in cui riconoscersi fragili e bisognosi della presenza degli altri. Allora prendiamo sul serio la parola “corpo” che Gesù pronuncia sul pane e sul vino che sta offrendo. Parlare di un corpo offerto per voi esprime molto più significati e valori rispetto alla sola fisicità. La fisicità parla del singolo l’individuo, mentre il corpo svela la pienezza della persona comprendente anche la sua dimensione spirituale, il suo ricco mondo interiore che si esprime attraverso il corpo. In particolare, il corpo significa: presenza, concretezza, relazione. In riferimento a Cristo, il suo corpo eucaristico per la Chiesa è presenza reale, concreta e relazionale. Il nostro restare in famiglia in questo periodo ci aiuta a riscoprire la corporeità di ciascuno come dono e ricchezza. Notiamo alcuni dettagli.

Se il corpo significa presenza, allora viviamo un tempo in cui imparare a varcare la soglia dell’indifferenza ed essere più solidali e attenti agli altri in famiglia. Presenti davvero l’uno all’altro, non con le nostre ombre ma con tutto noi stessi. Impariamo ad essere più presenti in casa, molto di più in famiglia.

Se la parola corpo significa concretezza, allora impariamo a dare carne agli affetti, ai gesti, ai segni, ai riti, ai ritmi della vita familiare. Dobbiamo rifuggire le banalizzazioni come anche le idealizzazioni. Viviamo il realismo della concretezza possibile. “Dobbiamo ritrovare la concretezza delle piccole cose, delle piccole attenzioni da avere verso chi ci sta vicino, familiari, amici. Capire che nelle piccole cose c’è il nostro tesoro. Ci sono gesti minimi. Che a volte si perdono nell’anonimato della quotidianità, gesti di tenerezza, di affetto, di compassione, che tuttavia sono decisivi, importanti …Sono gesti familiari di attenzione ai dettagli di ogni giorno che fanno sì che la vita abbia senso e che vi sia comunione e comunicazione tra di noi” (Papa Francesco, Intervista a Repubblica del 18 marzo 2020).

Se la parola corpo significa relazione, allora il tempo in cui dobbiamo tenere le distanze, può essere quello in cui impariamo rapporti nuovi, relazioni corte, calde di umanità. La relazione richiede la consapevolezza che in famiglia non si vive per se stessi, né tanto meno ognuno per conto proprio. Si vive gli uni per gli altri, si impara dire “Io sto qui per te”. Lo richiede la verità del rapporto coniugale, la relazione genitoriale, i contatti fraterni. Lo richiede il pro vobis consegnato nel Cenacolo per ogni famiglia.

+ Gerardo Antonazzo

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Omelia Giovedì Santo

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Omelia Mercoledì santo 8 aprile 2020

SONO FORSE IO?

Mercoledì santo, 8 aprile 2020

È significativo che ognuno dei discepoli esprima il timore di essere colui che può tradire Gesù. Infatti ognuno chiede: Sono forse io, Signore? e non Chi è? E non nominando esplicitamente Giuda, ma rispondendo semplicemente che egli ha messo con me la mano nel piatto, Gesù li indica potenzialmente tutti, dato che allora si mangiava prendendo cibo dallo stesso piatto. Una ragione in più per gettare uno sguardo di compassione su Giuda, dal momento che potenzialmente potremmo essere anche noi. Certo, resta avvolto nel buio più fitto il comportamento di Gesù. Le parole con cui tratta con i capi dei sacerdoti lasciano pensare semplicemente ad una questione di denaro, anche se collegato a quanto scritto in Zc 11,12-13. È difficile capire cosa abbia trascinato Giuda a tanto odio, da andare sino in fondo con determinazione, senza scrupoli: Quanto volete darmi perché io ve lo consegni? E quelli gli fissarono trenta monete d’argento. Da quel momento cercava l’occasione propizia per consegnare Gesù.

Partiamo da un’ipotesi. L’epiteto Iscariota (sicario) forse può essere ricondotto al movimento ebraico attivo in Palestina nel I secolo a.C. in sommossa antiromana. Questa possibile derivazione favorirebbe l’ipotesi secondo cui Giuda sarebbe stato in precedenza impegnato in attività sovversive, rivoluzionarie, alla pari dell’attivismo degli zeloti in posizione di rivolta contro l’occupazione straniera. Se così fosse, la chiamata di Gesù avrebbe avuto successo nella risposta di Giuda probabilmente per aver visto nell’uomo di Nazareth il compimento della promessa del Messia-liberatore, venuto a ricostituire il regno di Israele. Molti vivevano di quest’attesa per l’insofferenza del popolo verso l’occupazione militare dell’Impero romano. Giuda attende anche il messia politico, che riporti pace e giustizia in Palestina. Nel passare del tempo, vivendo fianco a fianco del Maestro, vede che Gesù non ha intenzione di intraprendere una rivoluzione o comunque di cambiare la situazione in modo violento. Giuda inizia a credere di aver commesso un errore, che forse Gesù non è la persona giusta che lui stava aspettando. Con il passare del tempo vede che il Messia-Gesù compie gesti contrari alle sue attese: non atti di violenza, ma gesti di perdono, di misericordia, di guarigione dei malati, di tenerezza per i peccatori. Con le Beatitudini consegna un codice etico per costruire un regno di poveri, di miti, di puri, di misericordiosi. Non era quello che Giuda sperava, non erano le ragioni per quali aveva accettato di seguire Gesù. Delusione, amarezza, avversione, cominciano probabilmente ad albergare nella sua mente, creando un groviglio inestricabile di pensieri ostili nei confronti di Gesù. A questo punto, si può pensare che Giuda abbia tradito perché tradito dal Maestro. La sua potrebbe essere stata una reazione di dispetto e di punizione nei confronti di Gesù. E’ un uomo arrabbiato, si sente fallito per aver buttato al vento gli anni migliori della vita in cui avrebbe potuto ottenere risultati migliori, a fianco di chi era pronto a combattere e a spargere sangue. Merita per tutto questo un giudizio di condanna inappellabile?

A questo riguardo, è illuminante esplorare il mistero e la tragedia di Giuda facendo riferimento a un capitello della basilica di Vezélay, in Borgogna, dedicata a santa Maria Maddalena, che sorge sulla via che porta a Santiago di Compostela. C’è una scultura poco conosciuta, anche a motivo dell’altezza a cui è posta, circa venti metri dal suolo. Una scultura che vista da vicino colpisce e sconcerta. Da un lato si vede Giuda impiccato, con la lingua di fuori, circondato dai diavoli. E fin qui nulla di nuovo. La sorpresa arriva dall’altro lato del capitello. Si vede un uomo che porta sulle spalle il corpo di Giuda. Quest’uomo ha una strana smorfia sul volto: metà bocca appare corrucciata, l’altra metà sorridente. L’uomo veste la tunica corta ed è un pastore. È il Buon Pastore che porta sulle sue spalle la pecora perduta. L’artista che ha scolpito la scena e il monaco che l’ha ispirata ha voluto rappresentare qualcosa di estremo, l’estremismo dell’amore di Gesù, ipotizzando che anche per Giuda vi sia stata salvezza.

C’è un’omelia che don Primo Mazzolari, il parroco di Bozzolo precursore del Concilio Vaticano II, tenne il Giovedì Santo del 1958, dedicata proprio a ‘Giuda, il traditore’. Dice tra l’altro: “Povero Giuda. Che cosa gli sia passato nell’anima io non lo so. Non cercherò neanche di spiegarvelo, mi accontento di domandarvi un po’ di pietà per il nostro povero fratello Giuda.  Io non me ne vergogno (di chiamarlo fratello), perché so quante volte ho tradito il Signore; e credo che nessuno di voi debba vergognarsi di lui. Quando ha ricevuto il bacio del tradimento, nel Getsemani, il Signore gli ha risposto con quelle parole che non dobbiamo dimenticare: “Amico, con un bacio tradisci il Figlio dell’uomo! …  Amico! Noi possiamo tradire l’amicizia del Cristo, Cristo non tradisce mai noi, i suoi amici; anche quando non lo meritiamo, anche quando ci rivoltiamo contro di Lui, anche quando lo neghiamo, davanti ai suoi occhi e al suo cuore, noi siamo sempre gli amici del Signore. Giuda è un amico del Signore anche nel momento in cui, baciandolo, consumava il tradimento del Maestro [ ] Pregherò per lui anche questa sera, perché io non giudico, io non condanno … Io non posso non pensare che anche per Giuda la misericordia di Dio, questo abbraccio di carità, quella parola amico, che gli ha detto il Signore mentre lui lo baciava per tradirlo, io non posso pensare che questa parola non abbia fatto strada nel suo povero cuore. E forse l’ultimo momento, ricordando quella parola e l’accettazione del bacio, anche Giuda avrà sentito che il Signore gli voleva ancora bene e lo riceveva tra i suoi di là. Forse il primo apostolo che è entrato insieme ai due ladroni … Lasciate che io pensi per un momento al Giuda che ho dentro di me, al Giuda che forse anche voi avete dentro. E lasciate che io domandi a Gesù, a Gesù che è in agonia, a Gesù che ci accetta come siamo, lasciate che io gli domandi, come grazia pasquale, di chiamarmi amico”.

Quando Gesù viene arrestato, Giuda non si sente in pace con se stesso, capisce di aver commesso un errore, e prova a restituire i trenta denari e a scagionare Gesù. Ingenuamente, pensa che così facendo la situazione si risolverà. Quando però i sacerdoti del tempio lo cacciano, Giuda sente e soffre tutto il peso di ciò che ha fatto. Sente di aver tradito l’Amico, l’Amore, l’Innocente. Anch’io spesso mi domando se quel ladrone pentito sulla croce, per il quale a volte non proviamo molta simpatia per essersi salvato quasi in fretta, come quando si segna un gol all’ultimo minuto dei tempi di recupero di una partita di calcio, gelosi per una sorta di strano privilegiato a lui toccato, mi domando se questo povero uomo crocifisso con Cristo e accanto a Cristo non voglia farci pensare a qualcosa che possa aver riguardato anche Giuda … a tempo quasi scaduto.

+ Gerardo Antonazzo

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        Omelia Mercoledì santo 8 aprile 2020

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Omelia Martedì santo 7 aprile 2020

IL BOCCONE AMARO

Martedì santo, 7 aprile 2020

Uno di voi mi tradirà

In ogni esperienza di amicizia si può annidare il virus dell’infedeltà. Ogni forma d’intimità può essere violentata dalla prevaricazione. Il “cenacolo”, dimora della fraternità spirituale dei discepoli, è contagiato dal virus del tradimento. La mensa, sacramento della convivialità, è avvelenata dal boccone amaro dell’infedeltà: Mentre era a mensa con i suoi discepoli, Gesù fu profondamente turbato e dichiarò: «In verità, in verità io vi dico: uno di voi mi tradirà.  Se anche tutti erano entrati nel cenacolo “con qualche scheletro nell’armadio”, nessuno dei discepoli avrebbe mai immaginato che Gesù decidesse di toccare questo tasto dolente proprio in una serata di festa, quale era il rito della Pasqua da celebrare. La dichiarazione di Gesù coglie di sorpresa i discepoli; provoca in loro inquietudine e crea un sospetto diffuso. Intimoriti, i discepoli si guardavano l’un l’altro, non sapendo bene di chi parlasse. Iniziano a fare i finti tonti; bella faccia tosta! Davvero non sapevano di chi parlasse? E perché Pietro si mostra irrequieto e ansioso, preoccupato di conoscere quanto prima il nome della persona alla quale Gesù si riferiva? Non è questione di curiosità, la sua è paura di essere chiamato in causa. Per questo evita di esporsi in prima persona, chiedendo a quello che Gesù amava, di informarsi chi fosse quello di cui parlava. Forse Pietro, anche lui, aveva la “coda di paglia”, qualcosa da rimproverarsi.

Intingerò il boccone e glielo darò

Udito questo, tutti avranno abbassato la testa per non incrociare lo sguardo del Signore. Un po’ come succedeva in classe, nel momento in cui l’insegnante minacciava di interrogare qualcuno: tutti abbassavamo la testa.  Quando capiscono che il boccone era per Giuda, si saranno rilassati. Questo gesto, se da una parte dimostra la tenerezza di Gesù dal momento che il boccone intinto nel piatto dal padrone di casa era offerto solitamente ad un ospite importante, dall’altra svela la situazione drammatica di Giuda. Davvero nessuno era a conoscenza dei pensieri negativi che oscuravano il suo cuore? O il gruppo avrà taciuto volutamente, facendo finta di non sapere? Se i redattori dei vangeli lo descrivono come menzognero, e tra questi l’apostolo Giovanni, gli altri non potevano non sapere: “Giuda era un ladro e, siccome teneva la cassa, prendeva quello che vi mettevano dentro” (Gv 12,7). Giuda è un uomo avido di denaro, disonesto, e senza scrupoli nei modi di procurarsi risorse a proprio vantaggio. Se spesso mancavano i soldi nella cassa comune del gruppo, come mai nessuno se ne accorgeva? È evidente il contrasto tra l’omertà degli amici e il coraggio con il quale Gesù dichiara la verità. Se gli i suoi amici avessero dato qualche consiglio in tempo utile, forse Giuda si sarebbe ricreduto, e poteva fare in tempo a liberarsi da tentazioni perverse, ravvedersi e rientrare più serenamente nella relazione con il Signore. Il silenzio di tutti abbandona Giuda al suo fatale destino di traditore e di suicida. Gesù soffre non solo per la malizia di Giuda, ma anche per la codardia degli apostoli che nulla hanno fatto per arginare il crollo della situazione. Ad oggi, c’è da dire che il medesimo canovaccio si ripete ancora in tante storie umane fallite, anche drammaticamente, nelle quali in tanti fanno finta di non vedere o di non sapere, senza preoccuparsi di fare qualcosa nel momento giusto. Il tradimento di Gesù da parte di Giuda è favorito anche dal tradimento degli altri verso Giuda, non avendo avuto il coraggio di aiutarlo per non compromettersi.

Quello che vuoi fare, fallo presto

Non è un’istigazione a delinquere! Con il traditore Gesù fallisce la sua opera di salvezza. Tutto lo sforzo del suo amore rimane inutilizzato, perché quest’uomo non lo accetta. Le parole del Maestro rivelano dolore e pudore allo stesso tempo verso il traditore. Il pudore chiama in causa il rispetto non solo nel rapporto con se stessi, ma anche nelle relazioni con gli altri. “L’amore è possibile solo se chi ama e chi è amato sono distinti l’uno dall’altro e dunque separati”. Separati significa lasciare l’altro “libero da noi” nel senso di non voler sovrapporre il nostro desiderio al suo. Il pudore, sotto questo profilo, trova la sua natura nel determinare uno spazio proprio per ciascuno, nel fatto di garantire i limiti di ciascuno. In questo luogo privato risiede l’origine dell’incontro possibile, dello scambio reciproco e del riconoscimento intersoggettivo” (M. Selz). Gesù ha fatto di tutto per far capire a Giuda, a differenza del silenzio omertoso degli apostoli, il vicolo cieco in cui si era imbattuto. Gesù non vuole umiliare Giuda: per questo la decisione di lavare i piedi anche a lui, prima di metterlo davanti alle sue gravi responsabilità. Anche questo è pudore! Gesù gli ha lasciato libertà d’opzione, anche a costo della propria vita. Rispetta la decisione libera del discepolo, anche se malvagia. Appare qui l’assoluta libertà che Dio lascia all’uomo. L’amore di Gesù è indefettibile, continuo, fino alla fine, costi quel che costi, ma senza forzare la mano. Gesù proverà ancora a farlo ricredere, quando al bacio del tradimento nel giardino degli ulivi risponderà con l’appellativo “amico”.  Gesù non piegherà mai la volontà di Giuda e la sua libertà, anche se inquinata. Il pudore richiede delicatezza e rispetto. Anche Pietro viene stanato dal suo perbenismo, e messo di fronte alla sua arrogante sicurezza: Signore, perché non posso seguirti ora? Darò la mia vita per te! Anche nei confronti di Pietro smaschera la verità del suo intimo: Darai la tua vita per me? In verità, in verità io ti dico: non canterà il gallo, prima che tu non m’abbia rinnegato tre volte. Gesù lo sa, lo preavvisa, ma per il medesimo pudore e rispetto non impedirà nemmeno a Pietro di andare sino in fondo alla fragilità del rinnegamento. Tuttavia, Pietro e Giuda reagiranno in modo diverso. Perché, mentre il cuore di Giuda è corrotto, la coscienza di Pietro è debole, assediata dalla fragilità ma non dalla malvagità. Il pudore di Gesù nei confronti della libertà di entrambi, sortirà effetti diversi: la corruzione non permetterà a Giuda di tornare indietro, mentre il cedimento di Pietro potrà aprirsi al pentimento. Giuda si dispera, Pietro si pente e piange amaramente (Lc 22,62).

+ Gerardo Antonazzo

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Omelia Martedì santo 7 aprile 2020

#diocesiscap2020 #vescovogerardoantonazzo #emergenza #coronavirus #covid19 #settimanasanta




Omelia del Lunedì Santo 2020

Il profumo della tenerezza

Lunedì santo, 6 aprile 2020

L’intonazione biblica del profeta Isaia illumina la prospettiva cristologica della Settimana santa con la categoria del “servo”. Dio dice: Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto di cui mi compiaccio. Gesù è consapevole del suo destino preannunciato nei testi di Isaia dedicati al Servo sofferente: “Il Signore fece ricadere su di lui l’iniquità di noi tutti. Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca; era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, e non aprì la sua bocca. Con oppressione e ingiusta sentenza fu tolto di mezzo” (Is 53, 6-8). Lo conferma la voce del Padre sulla persona di Gesù in due episodi: il Battesimo di Gesù (Lc 3,22: “Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento”) e la Trasfigurazione (Mt 17,5: “Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento”). Nel giovedì santo è il servo che lava i piedi ai discepoli; nel venerdì santo è presentato come il servo sofferente e vittorioso (cfr Is 52,13); Dio ci ha salvato servendoci. In genere pensiamo di essere noi a servire Dio. No, è Lui che ci ha serviti gratuitamente, perché ci ha amati per primo (cfr. Papa Francesco, 5 aprile 2020).

Gesù porterà a compimento la missione di Servo con l’evento della sua Pasqua. A questa infatti, e non a quella dei Giudei, fa riferimento il vangelo odierno: Sei giorni prima della Pasqua, Gesù andò a Betània. Gesù è consapevole del suo destino preannunciato nei testi di Isaia dedicati al Servo sofferente: “Il Signore fece ricadere su di lui l’iniquità di noi tutti. Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca; era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, e non aprì la sua bocca. Con oppressione e ingiusta sentenza fu tolto di mezzo” (Is 53, 6-8). Deciso nell’andare liberamente incontro alla sua missione di Servo, prima della Pasqua Gesù si ferma per l’ultima volta a Betania, presso la casa dell’amicizia: Marta serviva e Làzzaro era uno dei commensali. Il riferimento alla presenza di Lazzaro (lett.: adagiato a mensa con lui) risuscitato dalla morte, anticipa uno spiraglio di luce nelle tenebre della tragedia della morte del Maestro. Di Maria si dice che prese trecento grammi di profumo di puro nardo, assai prezioso, ne cosparse i piedi di Gesù, poi li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì dell’aroma di quel profumo. Il gesto di Maria, la quale insieme con la sorella aveva impetrato da Gesù un intervento sulla morte del fratello, mostra la sua delicata riconoscenza per il dono della vita ridonata a Lazzaro; il prezzo del profumo è simbolo del suo amore senza misura. Se una schiava poteva ungere i piedi di un ospite prima di mangiare, il gesto di Maria non è soltanto di servizio, ma molto più di omaggio. Giovanni descrive la scena utilizzando il frasario del Cantico dei Cantici, mostrando che Maria assume il ruolo di sposa rispetto a Gesù. Così Cantico dei Cantici 1,12: “Mentre il re (lo sposo) è sul suo divano, il mio nardo effonde il suo profumo”. Quello di Maria è paragonabile ad un amore nuziale. La casa intera si riempie della fragranza di questo amore puro, della gratitudine, della tenerezza. Il fetore della morte del fratello Lazzaro si è trasformato nel profumo della vita ridonata da Gesù, nel buon odore dell’amicizia, dell’accoglienza cordiale, dell’affetto, della riconoscenza. L’omaggio di Maria è anche quello della comunità, è l’offerta di un amore autentico, fedele, soprattutto nel tempo delle tribolazioni, come quello che stiamo vivendo con il contagio dell’epidemia. Nella prova, il discepolo non rinnega il suo coraggio che trova vigore nella fiducia totale nella presenza di Gesù datore di vita nuova. L’uso dell’olio profumato al posto dell’acqua per ungere i piedi identifica il servizio con il profumo dell’amore. Il valore del profumo appartiene al registro dell’eccesso, e dimostra il valore straordinario attribuito da Maria alla persona di Gesù. Il medesimo eccesso di olio profumato dovrebbe espandersi nella “casa” delle amicizie, delle relazioni sociali, familiari, professionali, istituzionali. Come in questo periodo si è abbondantemente diffuso nella “casa” degli ospedali attraverso la cura delle gravi condizioni di salute di tantissimi malati colpiti dal contagio dell’epidemia. Quanta fragranza di generosità, di sacrificio, di perseveranza nell’impegno profuso verso persone tutto sommato sconosciute, non legame da nessun vincoli se non da quello della solidarietà.

Il gesto sorprendente di Maria viene interpretato in due diversi modi, da parte di Giuda e da parte di Gesù. Anzitutto il giudizio di Giuda: egli svaluta l’iniziativa di Maria come un inutile spreco. La vendita di quel nardo avrebbe potuto fruttare secondo Giuda una bella somma a favore dei poveri. Il narratore rifiuta la validità dell’obiezione di Giuda smascherando la sua cupidigia. I trecento grammi di profumo, i trecento denari corrispondenti al valore di questo, ricordano le trenta monete d’argento, prezzo fissato per Gesù, che i sommi sacerdoti pagarono a Giuda (cfr. Mt 26,15; 27,3.9). Il vero problema di Giuda è pensare che nessuno, neanche Gesù stesso, meriti un amore totale. Quindi ciò che ha detto riguardo ai poveri è smentito da ciò che realmente pensa. Giuda dunque è menzognero, in realtà non gli importa nulla dei poveri. Vuole solo trarre vantaggio dalla vendita del profumo. L’amore dimostrato a Gesù lo molesta perché impedisce il suo profitto personale. L’unica ragione del suo riferimento ai poveri è il disperato tentativo di appropriazione indebita. Non solo ruba, ma con il pretesto di aiutare ii poveri pretende di rubare ancora di più. È terribile: fare finta di agire verso i poveri per secondi fini personali, per potersi arricchire a danno dei poveri. Speriamo che quanto a volte è avvenuto per l’accoglienza dei migranti non si ripeta anche nell’emergenza del coronavirus.

L’intervento di Gesù invece offre un’interpretazione positiva del gesto di Maria verso di lui. Le sue parole fanno fallire definitivamente il tentativo di Giuda di contrapporre Gesù ai poveri. Il servizio a Gesù non esclude i poveri, ma anzi impegna di più a servirli con il profumo di Cristo, impegna a spalmare sui loro bisogni il profumo della carità per amore di Lui e secondo il suo stile di totale dedizione. In definitiva nessuno può escludere Gesù per il servizio dei poveri, e nemmeno si devono escludere i poveri per il servizio a Gesù. L’unico modo per giungere ai poveri è identificarsi con Gesù e identificarli con Gesù. Identificarsi con Gesù: amare con il suo cuore. Identificarli con Gesù: riconoscere Lui nel povero, da servire nel suo Nome (Mt 25: “lo avrete fatto a me…non lo avrete fatto a me”). La carità sparge anche sui poveri l’olio profumato del servizio: “Si tocca con mano la carne di Cristo. Se vogliamo incontrare realmente Cristo, è necessario che ne tocchiamo il corpo in quello piagato dei poveri, come riscontro della comunione sacramentale ricevuta nell’Eucaristia. Il Corpo di Cristo, spezzato nella sacra liturgia, si lascia ritrovare dalla carità condivisa nei volti e nelle persone dei fratelli e delle sorelle più deboli” (Papa Francesco, 19 novembre 2017).

+ Gerardo Antonazzo

 

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Omelia Lunedì 6 aprile 2020




ABATE DI CASAMARI – MESSAGGIO DELLA DIOCESI PER LA MORTE DI DON EUGENIO ROMAGNUOLO

Il Vescovo Gerardo e il Presbiterio della Chiesa diocesana di Sora-Cassino-Aquino-Pontecorvo esprimono il dolore per la morte di don Eugenio Romagnuolo, Abate di Casamari. L’impietoso contagio da Covid-19 ha stroncato la sua vita consacrata al servizio della lode a Dio e al prezioso ministero di guida, padre e maestro spirituale. Conserviamo il grato ricordo di un pastore buono e umile, discreto e accogliente. Con la preghiera di affidamento del caro don Eugenio alla misericordia di Dio celebriamo la nostra fede cristiana nella pienezza della vita eterna. La morte di don Eugenio, avvenuta all’inizio della Settimana Santa, lo introduca nella piena partecipazione alla Pasqua di Cristo risorto.

La Diocesi esprime l’affettuosa partecipazione al dolore della comunità monastica cistercense di Casamari. In particolare, assicura una speciale e cordiale vicinanza spirituale ai padri cistercensi della parrocchia di S. Domenico Abate, in Sora.

Mentre ringraziamo il Signore per la testimonianza esemplare di vita religiosa vissuta da don Eugenio, imploriamo dal Signore il dono della consolazione e della speranza.




OMELIA PER LA DOMENICA DELLE PALME IN TEMPO DI FRAGILITA’

Il solenne rito di questa domenica trova protagonista la folla che accoglie in modo esultante ed esaltante l’ingresso di Cristo a Gerusalemme: “La folla, numerosissima, stese i propri mantelli … La folla che lo precedeva e quella che lo seguiva, gridava: «Osanna al figlio di Davide! … E la folla rispondeva: «Questi è il profeta Gesù…” (Mt 21).  Nessuno avrebbe sospettato che la stessa folla avrebbe lanciato il grido del Crucifige! per rifiutare con veemenza Colui che aveva accolto solo pochi giorni prima con esultante gioia. Nel cap. 20 invece san Matteo riporta il terzo annunzio che Gesù fa ai discepoli riguardo alla sua passione. La follia della folla non comprende la natura e la missione del Messia-Gesù: attende l’uomo forte, l’eroe di turno che riporterà in auge il regno politico di Israele e la sua riconquistata indipendenza dalla sottomissione romana. E quando si scoprirà delusa dalla figura di un Messia-Servo umile e sofferente, condizionata anche dalla pressione dei capi religiosi non tarderà a decidere a favore di Barabba, grazie anche all’esercizio di una perversa “democrazia diretta” che condannerà ingiustamente a morte l’Innocente.

In questo tempo difficile di contagio da Coronavirus Covi-19 tanti di noi sono tentati dall’idea di un Dio potente, invocato perciò come il deus ex machina pronto a intervenire sui nostri problemi e a risolverli. La Passione del Signore invece ci rivela il Dio che è partecipe della debolezza umana, della sofferenza e dell’angoscia di ogni uomo. Lui vive la nostra condizione di fragilità non per risolverla al posto nostro, senza di noi, indipendentemente dalla nostra partecipazione, ma per insegnarci a viverla come Lui sino in fondo, per sperare di vincerla grazie a Lui e insieme con Lui.

“La speranza cristiana in realtà non delude e non fallisce. Sperare non è convincersi che le cose andranno meglio, bensì che tutto ciò che accade ha un senso alla luce della Pasqua” (Papa Francesco, Meditazione al clero di Roma, 27 febbraio 2020).

 

L’osanna della Chiesa

Gesù cavalca un asino, non entra a cavallo, come avrebbe fatto un re o un conquistatore. L’asina rappresenta la capacità di servire, per questo motivo diventerà il simbolo di Cristo e del suo messianismo. L’asina è un “somaro”, un animale che porta la soma. Gesù dunque non si presenta come un Messia che detiene il potere, neppure come uno che aspira ad esso e usa il carro da guerra. Al contrario, con lui finisce il sistema di violenza sul quale spesso si basano i rapporti umani. Solo il perdono arresta la violenza. All’ingresso di Gesù a Gerusalemme la folla acclama l’Osanna al Figlio di Davide. La folla esalta e distrugge. Tende a mortificare la responsabilità di ciascuno, trascina e omologa. Alla folla è impedito di pensare, di decidere secondo libertà e coscienza. La folla si lascia trascinare da chi riesce a manipolare il suo pensiero, orientando la foga o lo sfogo secondo precisi obiettivi. I movimenti della folla sono volubili, spesso irrazionali: “I capi dei sacerdoti e gli anziani persuasero la folla a chiedere Barabba e a far morire Gesù”.

La fede della Chiesa non insegue l’opinione della folla. Ognuno partecipa come membro del corpo ecclesiale esprimendo in prima persona la propria fede, testimoniando con la vita cristiana la sequela personale di Gesù. Così l’apostolo: “Il corpo non è formato da un membro solo, ma da molte membra … Dio ha disposto le membra del corpo in modo distinto, come egli ha voluto. Se poi tutto fosse un membro solo, dove sarebbe il corpo?” (1Cor 12, 14.18-19). Quando rinnoviamo le promesse battesimali, la risposta a ciascuna domanda è pronunciata alla prima persona singolare. E anche quando nell’assemblea festiva recitiamo il Simbolo della fede, ognuno professa la sua fede cattolica dichiarando: Credo. L’intensità della vita cristiana è vissuta secondo la maturità spirituale e capacità di ciascuno nel penetrare la profondità del mistero Cristo e dell’intimo dialogo discepolare con Lui. Siamo Chiesa, viviamo la comunione dei santi, godiamo reciprocamente della grazia che circola nel corpo mistico di Cristo, ma nessuno può svolgere nel corpo ecclesiale la funzione di un altro, nessuno può essere sostituito nella risposta da dare a Cristo. Nel costruire la comunione facciamo Chiesa, non siamo massa.

 

Liberi, non sottomessi

Il Signore chiama a seguirlo, ma non sull’onda dell’opinione dei più. La scelta cristiana non può essere frutto di condizionamento sociale o di pressione culturale. La risposta dei discepoli è personale, e dimostra una prontezza che non è frutto di costrizione ma di entusiasmo nell’aver riconosciuto in Gesù il Messia. Gesù ha indicato le condizioni della sequela, ma senza mai soggiogare o manipolare la libertà personale. I suoi discorsi di sequela interpellano l’intelligenza di chi ascolta: “Se qualcuno vuole venire dietro a me…” (Mt 16,24; Mc 8,34). Molti credono ancora che essere cristiani significhi essere sottomessi alle proibizioni dei comandamenti di Dio. Il cristianesimo non genera schiavi, ma figli “e che voi siete figli lo prova il fatto che Dio mandò nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio, il quale grida: Abbà! Padre!” (Gal 4,6). Non le opinioni della folla, della massa, della maggioranza faranno di noi delle persone libere; soltanto la conoscenza della verità rende liberi da ogni forma di sottomissione: “Se rimanete nella mia parola, siete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi (Gv 8,31-32).

Gesù ha voluto custodire la libertà di ognuno, soprattutto nei suoi confronti. Anzi, qualcuno accecato dalle tenebre è restato libero di tornare indietro, libero di tradire, libero di abbandonare il Cenacolo per progetti esattamente contrari. Anche Gesù ha saputo conservare la sua libertà di amare Giuda: lo ha amato fino alla fine, senza impedirgli di restare accecato dalla confusione.  Poteva impedire a Giuda di compiere un gesto così grave, anche perché riguardava direttamente il Maestro, ma sceglie di rispettare la sua libertà sino in fondo, anche quando è guastata dalle tenebre di Satana, sperando fino all’ultimo che la tenerezza dell’amore del Maestro lo inducesse a ravvedersi dalla sua drammatica decisione. Per questo nel Gestemani all’arrivo dei soldati, Gesù accoglie il bacio di Giuda, sorprendendolo con la dolcezza più impensabile: Amico…. Purtroppo, non servirà nemmeno quest’ultimo messaggio di tenerezza da parte del suo Maestro.

 

Servi, non schiavi

Nella liturgia della Settimana Santa i testi biblici propongono ripetutamente i brani del profeta Isaia nei quali viene presentata la figura di un Servo sofferente, prefigurazione del Messia. Più volte Gesù ritorna sulla categoria del servo/servizio per definire la sua missione e l’identikit del discepolo: “Chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti (Mc 10,43-45). Il servizio al quale vuole educare il Maestro lo comprendiamo soprattutto nel suo gesto di lavare i piedi agli apostoli e, il giorno dopo, nel portare a compimento la sua missione nel “dare la vita in riscatto per molti”. Ciò che fa la differenza tra il servizio e la schiavitù è la scelta dell’amore. Chiamati a servire per amore, non perchè sottoposti al potere di qualcuno: “Voi infatti, fratelli, siete stati chiamati a libertà. Che questa libertà non divenga però un pretesto per la carne; mediante l’amore siate invece a servizio gli uni degli altri. Tutta la Legge infatti trova la sua pienezza in un solo precetto: Amerai il tuo prossimo come te stesso” (Gal 5,13-14). Servi solo per amore, perciò servi di tutti, schiavi di nessuno.

 

Gerardo Antonazzo

 

[ …. Il video della celebrazione della Domanice delle Palme >> La WEB-TV << ]




IL MESSAGGIO DELLA SETTIMANA SANTA – [Il Video]

 

MESSAGGIO DEL VESCOVO GERARDO ALLA DIOCESI PER LA SETTIMANA SANTA
4 aprile 2020

 

Cari amici, senza retorica o moralismi inutili, desidero condividere alcune riflessioni per augurarvi buona Settimana Santa. Vi consegno una breve guida per vivere con fiducia e coraggio i prossimi giorni, che continuano ad essere segnati dalla tragedia dell’epidemia. Nella preghiera di questa Settimana così particolare portiamo nel cuore tutti gli ammalati, i familiari, coloro che si stanno sacrificando per assicurare l’assistenza necessaria, non dimentichiamoci delle tante situazioni di povertà che in questo periodo stanno aumentando. Se parliamo di Settimana Santa è anche perché i riti che celebriamo santificano la nostra vita, ci aiutano a cambiare in meglio.

La Domenica delle Palme è chiamata anche Domenica di passione. Mentre ci fa pensare alla sofferenza di Cristo, la parola “passione” parla soprattutto di amore. In effetti, quella di Gesù è una vera “passione d’amore” per noi, il suo è un amore passionale perché Dio è appassionato all’uomo, fino al perdono totale delle sue colpe. Questo rito delle Palme ci insegna dunque ad amare con passione, ad amare con tutte le nostre forze Dio e i fratelli, soprattutto chi è più in difficoltà e merita un supplemento di amore.  La passione di Cristo ci dona la forza necessaria soprattutto quando amare ci costa e ci fa soffrire.

I riti del Giovedì Santo santificano soprattutto la famiglia, realtà molto prossima al significato del Cenacolo. Dal Cenacolo marito e moglie imparano a donare la vita l’uno per l’altro per fare memoria del dono del Corpo e del Sangue di Cristo. Genitori e figli imparano ad abitare la propria famiglia secondo il comandamento dell’amore: “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri”. La famiglia è la migliore scuola dell’amore se insegna soprattutto ad essere gli uni al servizio degli altri, come Gesù con il gesto e il segno della lavanda dei piedi.  E’ la capacità di amare e di servire che trasforma la vita di ogni famiglia in un vero Cenacolo di vita fraterna, in una “comunità eucaristica”, in una Chiesa a dimensione domestica.

I riti del Venerdì santo sono celebrati per santificare i nostri rapporti, le nostre relazioni. La Croce di Cristo inchioda il nostro egoismo, la nostra bramosia insaziabile di possesso, per fare della nostra esistenza un dono di sé all’altro … a interessi zero!

Il silenzio del Sabato santo non è segno di tristezza ma prepara e preannuncia la speranza e l’attesa, finchè la luce di Cristo non dia finalmente inizio all’alba dell’ottavo giorno nel quale tutto rinasce, nulla è perduto e tutto può ripartire. La speranza non “è l’ultima a morire”, ma è l’unica che non muore dal momento che Cristo risorge.

Cari amici, durante la Settimana santa potremo seguire in diretta tutte le celebrazioni del Vescovo sul Sito della diocesi e tramite Teleuniverso.

Buona settimana santa. Vi seguirò con la mia costante preghiera di padre e pastore. A tutti e a ciascuno di voi la mia particolare benedizione

 




Agenda pastorale del Vescovo dal 08 – 15 Marzo 2020

AGENDA PASTORALE DEL VESCOVO
8-15 marzo 2020

La Quaresima è il tempo propizio per fare spazio alla Parola di Dio.
È il tempo per spegnere la televisione e aprire la Bibbia.
È il tempo per staccarci dal cellulare e connetterci al Vangelo.
(Papa Francesco, 26 febbraio 2020) 

VISITA PASTORALE NELLE PARROCCHIEDI S. BARTOLOMEO – S. SILVESTRO –S. CIRO, IN SORA

 

DOMENICA 8 MARZO

Ore 11.00:      Celebrazione della Messa con conferimento delle Cresime presso la parrocchia “S. Domenico Abate” in Sora e CONCLUSIONE della visita pastorale per la comunità.

Ore 17.30:      Arrivo del Vescovo, accoglienza e celebrazione della Messa presso la chiesa di Santa Giovanna Antida in Sora e APERTURA della visita pastorale per le parrocchie di “San                         Bartolomeo Ap”,San Silvestro Papa”, “San Ciro” in Sora. Benedizione papale con annessa indulgenza plenaria


LUNEDÌ 9 MARZO

Ore 09.30       FRASCATI-Villa Campitelli: Conferenza episcopale laziale

Ore 16.30       Collegio dei Docenti Istituto Comprensivo Sora 2

Ore 19.00:     Celebrazione Eucaristica presso il Santuario Madonna della Figura e incontro con la comunità.

 

MARTEDÌ 10 MARZO

Ore 20.30:      Incontro con i membri del Consiglio Pastorale e del Consiglio Affari Economici delle tre comunità Parrocchiali presso la Chiesa di San Ciro

 

MERCOLEDÌ 11 MARZO

Ore 09.30:      Visita ad alcuni malati ed anziani

Ore 15.00       Collegio dei Docenti Liceo Scientifico in Sora

Ore 18.00:      Celebrazione Eucaristica presso la chiesa di San Rocco

Ore 21.00:      Incontro con i catechisti, associazioni e movimenti, operatori pastorali, confraternite e comitati festa presso la chiesa di San Giovanni Battista

 

GIOVEDÌ 12 MARZO  

Ore 19.00:      Celebrazione Eucaristica presso la chiesa di San Ciro

Ore 21.00:      Incontro con le famiglie ed i fidanzati delle tre comunità presso la chiesa di San Giovanni Battista

 

VENERDI 13 MARZO  

Ore 17.30:      Incontro con la Comunità dei Padri Passionisti

Ore 18.30:      Celebrazione Eucaristica presso la chiesa di San Silvestro

Ore 21.00:      Incontro con i giovani delle tre comunità Parrocchiali presso la chiesa di San Silvestro

 

SABATO 14 MARZO  

Ore 18.00:      Celebrazione Eucaristica e conferimento della Santa Cresima presso la chiesa di Santa Restituta

 

DOMENICA 15 MARZO

Ore 11.30:      Celebrazione della Messa presso la chiesa di Santa Giovanna Antida in Sora e CONCLUSIONE della visita pastorale per le parrocchie di “San Bartolomeo Ap”,San Silvestro Papa”, “San Ciro”  in Sora.

Ore 17.30:      Arrivo del Vescovo, accoglienza e celebrazione della Messa presso la parrocchia Cattedrale “S. Maria Assunta” in Sora e APERTURA della visita pastorale per le parrocchie di “S. Maria Assunta” e “S. Restituta Martire” in Sora. Benedizione papale con annessa indulgenza plenaria

Ore 19.30:      Seminario Incontro di fraternità del Vescovo con tutto il presbiterio della zona pastorale di Sora




Agenda pastorale del Vescovo dal 01 – 08 Marzo 2020


AGENDA PASTORALE DEL VESCOVO
1-8 marzo 2020

“La Quaresima è il tempo propizio per fare spazio alla Parola di Dio.  È il tempo per spegnere la televisione
e aprire la Bibbia. È il tempo per staccarci dal cellulare e connetterci al Vangelo”

(Papa Francesco, 26 febbraio 2020)

VISITA PASTORALE NELLA PARROCCHIA “S. DOMENICO ABATE”,  IN SORA

 

DOMENICA 1 MARZO

Ore 11.00:      Celebrazione della Messa con conferimento delle Cresime presso la parrocchia “S. Maria della Stella e San Michele Arch.” in Broccostella e CONCLUSIONE della visita pastorale per la comunità.

Ore 17.00:      Arrivo del Vescovo, accoglienza e celebrazione della Messa presso la parrocchia “S. Domenico Abate” in Sora e APERTURA della visita pastorale per la comunità. Benedizione papale con annessa indulgenza plenaria

Ore 18.00:      Incontro con il gruppo giovani della parrocchia

 

LUNEDÌ  2 MARZO

Ore 10, 30      UDIENZE (Curia Cassino)

 

MARTEDÌ  3 MARZO

Ore 09,15        PONTECORVO-Centro pastorale S. Cuore: Ritiro del Clero

Ore 16,30        Collegio dei Docenti dell’Istituto Comprensivo Sora 1

 

MERCOLEDÌ  4 MARZO

Ore 12.00:      Incontro con il Sindaco e l’Amministrazione Comunale di Sora

Ore 15.30       Collegio dei Docenti dell’IIS “Simoncelli”

Ore 19.00       ANAGNI-Collegio Leoniano: S. Messa per l’istituzione dei Lettori

Ore 21.00:      Incontro con le comunità del Cammino Neocatecumenale

 

GIOVEDÌ 5 MARZO

Ore 9.30:        Visita ad alcuni malati

Ore 16.30:      Visita alla Cartiera Burgo

Ore 17.30:      Santa Messa nella Cappella della Madonna del Buon Consiglio, a seguire incontro e saluti con la comunità.

Ore 18.30:      Incontro con le Associazioni a servizio della comunità (Caritas, Gruppo donatori sangue, Associazione contro l’alcolismo, luglio Grest, Associazione l’Alberone, Gruppo di sostegno allo studio, Cooperativa, Gruppo anziani, gruppo pulizie e decoro della Chiesa, Comitato festeggiamenti)

Ore 19.30:      Incontro con il gruppo famiglie

 

VENERDI 6 MARZO

Ore 17.30:      Santa Messa nella Cappella di Sant’Antonio a Tofaro, a seguire incontro e saluti con la comunità.

Ore 18.30:      Incontro con le realtà impegnate nella catechesi e liturgia (catechiste/i, ministranti, cori, lettori, accoliti, ministri straordinari dell’Eucarestia)

Ore 19.30:      Incontro con il Consiglio Pastorale e il Consiglio Affari Economici Parrocchiale

 

SABATO 7 MARZO

ROCCASECCA-AQUINO: Celebrazioni per la Festa di San Tommaso

Ore 15.00:      Incontro con i bambini e i ragazzi del catechismo

 

DOMENICA 8 MARZO

Ore 11.00:      Celebrazione della Messa con conferimento delle Cresime presso la parrocchia “S. Domenico Abate” in Sora e CONCLUSIONE della visita pastorale per la comunità.

Ore 17.30:      Arrivo del Vescovo, accoglienza e celebrazione della Messa presso la chiesa di Santa Giovanna Antida in Sora e APERTURA della visita pastorale per le parrocchie di “San Bartolomeo Ap”,San Silvestro Papa”, “San Ciro” in Sora. Benedizione papale con annessa indulgenza plenaria

 




MERCOLEDI DELLE CENERI – QUARESIMA COME QUARANTENA?


QUARESIMA COME QUARANTENA?

Omelia Mercoledi delle ceneri

Sora-Chiesa Cattedrale, 26 febbraio 2020

 

La liturgia delle Ceneri ci educa alla verità di noi stessi: la testa china, il desiderato segno delle Ceneri benedette, l’ascolto del comandamento Convertitevi e credete al Vangelo sprigionano il profumo dell’umiltà che ci accosta alla fecondità della terra (hunus) con la fiducia in una vita rigenerata dalla conversione del cuore. Da vero ambasciatore di Dio, l’apostolo Paolo chiede di non opporre resistenze: “Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio”.

 

Quarantena spirituale

Ironia della sorte? La celebrazione della Quaresima quest’anno coincide con l’epidemia del coronavirus che tanta ansia, e forse angoscia, sta gettando in diverse località italiane.  Al fine di prevenire ogni rischio di espansione incontrollata del contagio, si adotta la scelta forzata e precauzionale della quarantena. La sua origine segue le grandi pestilenze del Trecento, che si avvicendarono con esiti devastanti: nella seconda metà del secolo, e ancor più nel Quattrocento, fu la Repubblica di Venezia ad attuare per prima politiche sanitarie sistematiche volte a evitare la diffusione dei contagi via mare. La permanenza forzata dei marinai e viaggiatori in arrivo a Venezia durava classicamente quaranta giorni (una quarantina di giorni, quarantena secondo la forma veneziana), dopo i quali si riteneva che, senza manifestazioni di malattie, non fossero portatori d’infezione e potessero entrare in città. Ma perché proprio quaranta giorni? Solo ipotesi; tuttavia, dobbiamo ricordare che la durata di quaranta giorni purificatori ha degli evidenti addentellati biblici (il Diluvio dura quaranta giorni (Gen 7), il cammino dei quarant’anni nel deserto, il cammino di Elia verso il monte Horeb dura quanta giorni 1Re 19), il regno di Davide durò quarant’anni (1Re 2), il digiuno di Cristo nel deserto dura quaranta giorni(Mt 4), e quindi la nostra Quaresima.

 

Virus dell’anima

Se il pericolo di un virus richiede la massima allerta e attenzione al fine di evitare il rischio di una vera pandemia, quanta cura, accortezza e vigilanza dovremmo attuare nei confronti della pericolosità di virus spirituali, morali, e pastorali che ci contagiano dentro e quindi intorno a noi? Dinanzi a tante forme di tiepidezza, sonnolenza, pigrizia o accidia riconosciamo che poco o nulla facciamo per difenderci dalla pericolosità corrosiva di tali virus altrettanto insidiosi per la vita cristiana personale (infezione) e comunitaria (contagio), causa spesso della morte dell’anima. Se nel caso di attacchi gravi e dannosi da parte di virus si impone una strategia di quarantena, altrettanto necessaria risulta la quaresima come condizione per un necessario intervento di guarigione interiore. Non abbiamo bisogno di moralismi opportunistici; ma resta vero anche per la vita cristiana l’urgenza di verificare da quali virus possiamo risultare infettati e adoperarci per una reale guarigione (conversione).

Il vangelo del mercoledì delle Ceneri è una denuncia di alcuni virus spirituali e morali, che rischiano di diventare anche pastorali, tra i più contagiosi e letali: l’ipocrisia, l’autosufficienza e l’autoreferenzialità. Il significato etimologico di “ipocrisia” ci fa capire che si tratta di un atteggiamento con il quale si cerca di recitare una parte, recitare, fingere: sia nei confronti di Dio, che degli altri. Gesù contrappone ad un’etica dell’apparire, un’etica del segreto. Gesù ci invita a non assicurare il nostro agire in base allo sguardo che gli altri posano su di noi, perché l’identità di ciascuno, per quello che si è veramente nel cuore, non si gioca in ciò che ognuno fa sotto lo sguardo degli altri, ma nella relazione filiale con Dio, il Padre che vede nel segreto. L’ipocrisia e la falsità alimentano ricerche di soddisfazione narcisistica, soprattutto nella forma di autosufficienza e autoreferenzialità. Atteggiamenti, questi che privano la persona di vera alterità, di relazioni significative, di collaborazioni e corresponsabilità, di autentica comunione presbiterale ed ecclesiale.

 

Seguire Gesù nel deserto

La Quaresima ci chiede di abitare un luogo speciale nel quale vivere la personale “quarantena” spirituale: il deserto. E’ il deserto del silenzio, della solitudine (vero isolamento spirituale), dell’ascolto della Parola, del discernimento. Sono queste le condizioni che possono smascherare i virus delle tentazioni che procurano molte infezioni spirituali. Gesù stesso nel deserto dei quaranta giorni insegna il discernimento sulle tentazioni del diavolo, contrapponendo la verità della Parola di Dio non manipolata, come tenta di fare il diavolo, per vincere le seduzioni, le trappole e ogni inganno che trascina verso il peccato (in Mt 4 per quattro volte Gesù ripete Sta scritto…).

“In questo tempo favorevole, lasciamoci perciò condurre come Israele nel deserto (cfr Os 2,16), così da poter finalmente ascoltare la voce del nostro Sposo, lasciandola risuonare in noi con maggiore profondità e disponibilità. Quanto più ci lasceremo coinvolgere dalla sua Parola, tanto più riusciremo a sperimentare la sua misericordia gratuita per noi. Non lasciamo perciò passare invano questo tempo di grazia, nella presuntuosa illusione di essere noi i padroni dei tempi e dei modi della nostra conversione a Lui” (Papa Francesco, Messaggio per la Quaresima 2020).

Nella Lettera per la Quaresima-Pasqua ho richiamato presbiteri e laici all’impegno di riportare in ogni maniera la Parola di Dio a fondamento dell’esperienza della fede e al centro della vita cristiana. Solo la verità della Parola, nella quale è presente Dio stesso nell’atto di rivelarsi all’uomo, è in grado di fare la radiografia della nostra condizione interiore, di rilevare le nostre infezioni spirituali, e di rivelarsi come l’unico vaccino efficace, l’antibiotico in pillole (ogni parola che esce dalla bocca di Dio): dalla bocca di Dio al cuore dell’uomo, perché guarisca da ogni contagio.

 

Gerardo Antonazzo