Maternità Divina – Omelia alla Vergine Maria, in Cassino

MATERNITÀ DIVINA – Omelia alla Vergine Maria Assunta, Cassino




Omelia Messa Crismale

L’omelia della Messa Crismale

Omelia Messa Crismale




Celebrata con grande solennità la Messa Crismale

Solenne, curata, significativa e speciale la Messa Crismale di mercoledì 17 aprile, celebrata per la prima volta, per la Diocesi di Sora-Cassino-Aquino-Pontecorvo, a Cassino nella Concattedrale e trasmessa in diretta streaming sulla webtv diocesana. Davvero una manifestazione della Chiesa diocesana attorno al suo Vescovo, davvero una festa del Sacerdozio ministeriale. Bastava guardare la lunghissima fila, aperta da ministranti, seminaristi e diaconi e seguita dai numerosissimi celebranti in casula bianca che, partendo dalla Curia vescovile è giunta processionalmente in chiesa: un colpo d’occhio a dir poco spettacolare. Ma anche in chiesa il bianco dei paramenti occupava non solo il presbiterio ma molto spazio davanti ad esso. E’ vero, lo ha ricordato in apertura il Vescovo Gerardo Antonazzo, mancava qualcuno perché ammalato o inabile o tornato alla Casa del Padre ed a loro è andato il pensiero di tutta l’assemblea.

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Inaugurazione Anno Accademico dell’Università di Cassino e del Lazio Meridionale

L’accoglienza del Presidente della Repubblica
“Sergio Mattarella”
nell’Università di Cassino

Il Vescovo diocesano Gerardo Antonazzo, a nome suo personale e della Chiesa di Sora-Cassino-Aquino-Pontecorvo, accoglie con gioia, stima e rispetto, la presenza del Presidente della Repubblica, on. Sergio Mattarella, in occasione dell’inaugurazione del corrente Anno Accademico dell’Università di Cassino e del Lazio Meridionale, che celebra il “Quarantennale dalla fondazione” (1979-2019).

Ringrazia il Presidente della Repubblica per la speciale attenzione mostrata nei confronti di un territorio che chiede gesti concreti di incoraggiamento, in un momento segnato da una crisi sociale, economica e culturale troppo lenta nella sua transizione e superamento, e spesso ostacolo per governare con equilibrio dinamico e lungimirante i processi della globalizzazione.

Apprezza il lavoro qualificato e generoso che in tanti decenni l’Università di Cassino e del Lazio Meridionale ha profuso per la promozione del territorio, contribuendo, nonostante le difficoltà, alla formazione di ricercatori, intellettuali e professionisti, le cui abilità e competenze hanno sempre avuto una ricaduta benefica su ampia scala.

Rinnova l’impegno della Diocesi per una collaborazione leale e feconda con l’importante istituzione accademica dell’Università di Cassino e del Lazio Meridionale. Auspica una sempre più fattiva convergenza nella comune cura delle persone in tutti i loro bisogni, espletata nel sano regime della sussidiarietà, per rendere il territorio un vero laboratorio a vocazione ecumenica, al fine di edificare quella civiltà solidale, accogliente e inclusiva, che è l’unica risposta alle spinte regressive dell’egoismo, dell’isolamento, della paura e dell’indifferenza.




Omelia per la solennità di Maria, Assunta in cielo

Sognare il cielo 

Omelia per la solennità di Maria, Assunta in cielo 

Sora-Cassino, 15 agosto 2018

 

Nel celebrare la festa dell’Assunzione di Maria, come non chiedersi: cosa succede oggi nel cielo? come scrutare il cielo? è possibile guardare oltre il cielo? Un dato è certo: l’uomo, creato a immagine di Dio, non può non interessarsi del cielo, ne va della sua dignità spirituale.  Con l’Assunzione della Vergine recuperiamo oggi il senso del nostro cammino e del nostro destino,  perché celebriamo l’abbraccio tra l’inizio e il compimento dell’esistenza, il bacio tra la terra e il cielo, il legame tra il cammino e il traguardo, il passaggio dalla realtà terrena al  sogno celeste.

Dalla realtà ai sogni 

Il sogno è più grande della realtà. Solitamente pensiamo che nella vita si cresce nella misura in cui si passa dai sogni alla realtà. Come a dire: finché si resta nel mondo dei sogni si rischia di non diventare mai grandi, adulti. Papa Francesco, incontrando i giovani nei giorni 11 e 12 agosto scorsi, li ha provocati e “pizzicati” proprio sulla loro capacità di sognare: “I sogni sono importanti. Tengono il nostro sguardo largo, ci aiutano ad abbracciare l’orizzonte, a coltivare la speranza in ogni azione quotidiana. E i sogni dei giovani sono i più importanti di tutti. Un giovane che non sa sognare è un giovane anestetizzato; non potrà capire la vita, la forza della vita. I sogni ti svegliano, di portano in là, sono le stelle più luminose, quelle che indicano un cammino diverso per l’umanità”. L’Assunzione di Maria ci provoca a passare dalla realtà quotidiana, quella terrena, al sogno più grande. Si tratta di raccogliere la sfida più pungente: quella delle realtà alte, ultime, finali, perchè si posizionano oltre il cielo. Sono questi i grandi sogni che ci fanno diventare grandi, ci fanno crescere come uomini e donne, ci perfezionano come credenti. Sono questi i sogni che danno fiato al nostro respiro e spingono in alto la nostra affannosa corsa, migliorando l’altezza dell’asticella dei nostri salti spirituali.

 Tra cielo e terra 

Nell’Assunzione della Vergine Dio apre finalmente i cieli per trasformare i sogni di infinito, di immortalità, di vita piena, di felicità…, in realtà. Sognare il cielo non è limitarsi a guardare dal basso la volta stellata, con quell’eccesso di stupore che incanta; e non è nemmeno questione di una notte in cerca di stelle cadenti o di un’eclissi di luna in una notte d’estate. Sognare con Dio significa desiderare di andare oltre ogni limite, soprattutto quello della morte, e vedere aprirsi il nascosto mistero del cielo: “Si aprì il tempio di Dio che è nel cielo…..”(Ap 11, 19). Sognare ad occhi aperti significa diventare solerti nell’imprimere una direzione verticale alla nostra esistenza, per sollevarci dalla feriale banalità, e a volte anche dal degrado fangoso delle bassezze infami. Per sognare il cielo bisogna vivere nel cuore di Dio e avere Dio nel cuore. Maria ha avuto il privilegio di portarlo nel grembo. Nostra sorella e madre, dopo aver dato al Verbo di Dio il “santuario” della carne umana, Maria entra nel tempio della “gloria”, nella pienezza di vita del suo Figlio risorto: “Risplende la regina, Signore, alla tua destra”. Ha raggiunto il traguardo, ha ricevuto in premio la corona regale.

Cittadinanza celeste 

Quando si perde Dio dal cuore, anche il cielo sembra vuoto. Come viandanti e pellegrini in cammino, non dobbiamo mai dimenticare che il primo “cielo” abitato da Dio, dove cercare e trovare il suo mistero nascosto, è la nostra coscienza, il nostro mondo interiore, la nostra anima, la realtà più intima e profonda di noi stessi. Se la nostra coscienza  è anestetizzata dal peccato, dal degrado morale, dai vizi, dagli idoli del dio-denaro, del sesso, della trasgressione, non è possibile coltivare il desiderio di Dio. E il cuore si arresta. La domanda che ci resta è una sola: a chi consegniamo quotidianamente il nostro cuore, a Dio o al peccato? “Complici” di Dio nel bene, oppure “fiancheggiatori” del diavolo nel male? Viviamo nella sfera della “signoria” di Cristo, o sotto il potere del peccato? “Chiunque commette il peccato è schiavo del peccato” (Gv 8,34). Il peccato che domina il cuore, la mente e le azioni lo riconosciamo dai suoi frutti: “…fornicazione, impurità, dissolutezza, idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invidie, ubriachezze, orge e cose del genere. Riguardo a queste cose vi preavviso, come già ho detto: chi le compie non erediterà il regno di Dio” (Gal 5, 19-21). L’ultima espressione si riferisce all’esclusione dalla cittadinanza celeste. Al contrario, se viviamo operando secondo Dio mettiamo a frutto le opere dello Spirito Santo: “…amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé” (Gal 5,22).

Maria Vergine ha vissuto sempre dalla parte di Dio, ha compiuto in tutto la sua Parola. Per questo ha meritato subito la “cittadinanza” celeste”: ha camminato nella peregrinazione della fede fidandosi totalmente e soltanto di Dio, ha camminato “alla presenza del Signore” in ogni tempo della sua esistenza. E’ stata sempre “complice” di Dio: da Nazareth alla tomba vuota, passando per il Calvario del Figlio. Ha saputo amare Dio con la purezza del suo cuore nel tempo della speranza e nel tempo della desolazione. Ed è solo questo il biglietto da visita con cui saremo accolti anche noi come cittadini del cielo.

                                                                                   + Gerardo Antonazzo




Omelia Elevazione a Concattedrale “Chiesa Madre” di Cassino – Cardinal Pietro Parolin

Cardinal Pietro Parolin

“Chiesa Madre” di Cassino 12 agosto 2018

 

Cari fratelli e sorelle,

Ho accolto volentieri l’invito del vostro Vescovo, Mons. Gerardo Antonazzo, a presiedere la solenne Eucaristia nella felice ricorrenza dell’elevazione di questa Chiesa Madre della Città di Cassino al titolo e dignità di Chiesa Concattedrale della diocesi di Sora-Cassino-Aquino-Pontecorvo.

Vi saluto tutti cordialmente ad iniziare dal vostro Pastore, che ringrazio per le cortesi parole che ha voluto rivolgermi all’inizio della celebrazione. Con lui saluto i sacerdoti, i diaconi, le persone consacrate, gli operatori pastorali, i fedeli laici, con un pensiero di distinto ossequio per le Autorità qui presenti.

L’odierna liturgia si pone tra due celebrazioni mariane molto importanti per la vostra tradizione cristiana: innanzitutto la ricorrenza del 9 luglio, legata all’atto di ringraziamento verso la Madonna Assunta per il prodigioso soccorso nelle tragedie della peste nel 1837 e del colera nel 1882, unitamente alla sua materna consolazione nel periodo della totale distruzione della città durante l’ultimo conflitto bellico; la seconda riguarda la prossima solennità dell’Assunzione di Maria, celebrata qui a Cassino con grande concorso di fedeli che partecipano con affetto filiale  al solenne rito dell’incoronazione della Vergine Santa.

Affidiamoci ancora una volta a Lei, Madre nostra dolcissima, sicuri che, come afferma San Bernardo di Chiaravalle, “non si è mai inteso al mondo che qualcuno sia ricorso alla sua protezione, abbia implorato il suo aiuto e chiesto il suo patrocinio e sia stato abbandonato”.

Vorrei ora cogliere dalla Parola di Dio che è stata proclamata, alcuni spunti di riflessione per la nostra vita e per il nostro cammino cristiano.  La Prima Lettura (cfr 1Re 19,4-8) ci ha mostrato come la missione profetica di Elia sia segnata da gravi contrasti, incomprensioni, minacce. Il profeta è un uomo di Dio, ma spesso è anche un uomo solo: soffre la fatica di dover contrastare la menzogna e la falsità di una religione che si è sempre più allontanata dal vero culto di Dio. L’idolatria del potere e il potere dell’idolatria contaminano la vita religiosa del popolo. Il profeta Elia denuncia la gravità delle colpe di quanti seguono le vie inique dei culti idolatrici, opprimono i poveri, trasgrediscono la giustizia sociale, favoriscono ogni forma di illegalità e sopruso, tradendo la fedeltà al Dio dell’alleanza e dell’amore. Di fronte a questa situazione deplorevole, il profeta non può tacere, ma si deve esporre mettendo in conto l’ora della sofferenza e della sconfitta.

Così ha fatto Elia, il quale se in altre circostanze ha avuto grandissimo successo, ora cade in basso, vive l’esperienza della prostrazione e della paura. Deve fuggire, e durante questa fuga anche lui è tentato di perdere la fiducia in Dio. Si rifugia nel deserto. C’è il deserto fuori e dentro di lui. E’ il momento drammatico nel quale Elia grida: «Ora basta, Signore! Prendi la mia vita» (v.4).

Per il profeta rinunciare è come arrendersi, arrendersi è come morire! Lo sconforto sembra valere più di ogni promessa. Dio, invece, non si arrende, e parla ad Elia mentre dorme. Nel sonno, condizione di massima passività e inerzia, Dio prende l’iniziativa, e per due volte incalza il profeta: «Alzati, mangia!» (v.5).

Solo allora Elia si accorge che il deserto della sua disperazione è un luogo abitato da Dio. Il Signore rimette in piedi la vita del profeta con la forza della sua parola e gli ordina: “Alzati!”. È una parola di vita, di rinascita, di risurrezione. Questa parola rinvigorisce il coraggio e la fiducia, prepara all’incontro con Dio che si rivela al profeta sul monte Horeb nel segno discreto di un silenzio fine, e ricompone lo zelo della sua missione.

Anche voi, cari fratelli e sorelle della Diocesi di Sora-Cassino-Aquino-Pontecorvo, possiate aprire il vostro cuore e udire la voce del Signore che incoraggia la missione profetica delle vostre comunità e di ciascuno di voi. Sia chiara e tenace la vostra sollecitudine nei confronti dei deboli, degli esclusi, di coloro che la società del benessere e dell’efficienza condanna alla categoria dello “scarto”.  Siate certi che Dio, come non ha abbandonato il profeta nel tempo della prova, delle incomprensioni e della persecuzione, cosi anche oggi non abbandona i pastori e il suo popolo. Il Signore è con noi soprattutto nella stagione delle difficoltà: Egli ama la sua Chiesa e la anima incessantemente con la luce e la forza dello Spirto Santo.

L’odierna pagina evangelica (cfr Gv 6,41-51) ci presenta una folla stremata, che segue Gesù da più giorni. Egli accoglie l’umile dono di cinque pani d’orzo e due pesci e, dopo aver reso grazie, li fa distribuire a tutti i presenti. Dopo averli sfamati, li invita a darsi da fare per nutrirsi di un cibo che rimane per la vita eterna. Gesù vuole aiutarli a comprendere il significato profondo del prodigio che ha operato: nel saziare in modo miracoloso la loro fame fisica, li dispone ad accogliere l’annuncio che Egli è il “pane disceso dal cielo”, che sazia in modo definitivo.

Questo racconto della moltiplicazione dei pani e dei pesci ci esorta a sentire la fame di Gesù “pane di vita”, la fame della Parola di Dio, la fame di conoscere il vero senso della vita. Solo chi è attirato da Dio Padre, chi Lo ascolta e si lascia istruire da Lui può credere in Gesù, incontrarLo e nutrirsi di Lui e così trovare la vera vita, la strada della vita, la giustizia, la verità, l’amore.

La Parola e il Pane eucaristico mentre ci nutrono nel deserto della storia, ci edificano come comunità, ci trasformano nel suo stesso Corpo, facendoci diventare Chiesa.

Per questo l’apostolo Paolo, nella seconda lettura, ci rivolge un pressante invito: «Non vogliate rattristare lo Spirito Santo di Dio» (Ef 4,30). Domandiamoci: nella vita del credente e di una comunità, cosa può rattristare, mortificare, fino a spegnere lo Spirito Santo? L’apostolo ci aiuta nel discernimento, e parla di «asprezza, sdegno, ira, grida e maldicenze con ogni sorta di malignità» (v.31). Tutto questo può dare purtroppo origine a quello che il Santo Padre Francesco indica come «il grido […] che si forma con il disprezzo, con la calunnia, col provocare testimonianze false […]. E’ la voce di chi vuole difendere la propria posizione screditando specialmente chi non può difendersi. E’ il grido fabbricato dagli intrighi dell’autosufficienza, dell’orgoglio e della superbia” (Omelia Domenica delle Palme, 25 marzo 2018).

L’autentica comunione ecclesiale si edifica soltanto nella carità. Occorre pertanto seguire l’esortazione di San Paolo ad essere «benevoli gli uni verso gli altri, misericordiosi, perdonandovi a vicenda come Dio ha perdonato a voi in Cristo … «camminate nella carità, nel modo in cui anche Cristo ci ha amato e ha dato se stesso per noi, offrendosi a Dio in sacrificio di soave odore» (v.32). Il culto autentico attinge dalla liturgia la forza di una vita pura, onesta, laboriosa, servizievole, umile, gradita a Dio. Così, cari fratelli e sorelle, cresca nella carità anche la vostra Chiesa particolare.

Il Decreto della Congregazione per i Vescovi, di cui è stata data lettura pubblica all’inizio della nostra preghiera liturgica, dichiara le ragioni per le quali il Santo Padre ha accolto la richiesta della vostra Diocesi di proclamare Concattedrale questo tempio: «…provvedere nel modo più appropriato al bene spirituale del Popolo di Dio e di poter adempiere quanto più efficacemente al proprio ministero pastorale…». Queste espressioni rimandano al valore dell’unità nella carità del Popolo di Dio, di cui il Vescovo è custode e promotore, e di cui ogni Chiesa Cattedrale e ogni Chiesa Concattedrale sono segno visibile, soprattutto a motivo della presenza della Cattedra episcopale.

Dire Chiesa Cattedrale e dire Chiesa Concattedrale significa credere e vivere il nostro essere Chiesa una, santa, cattolica, apostolica, unita intorno al Vescovo, successore degli apostoli, sacramento di Cristo Capo e Pastore. Questa Chiesa si manifesta visibilmente e concretamente nelle singole Chiese, “pellegrine nel mondo” (cfr Colletta).

La solenne elevazione a Chiesa Concattedrale di questo tempio, possa aiutare l’intera Comunità diocesana, raccolta attorno al suo Pastore, a crescere mediante il Vangelo e l’Eucaristia nella comunione, nelle fraternità, per testimoniare l’unità della fede, della carità e della speranza cristiana.

La Vergine Santissima, Assunta in Cielo, venerata da voi con speciale devozione e riconoscenza, sia per tutti mediatrice di ogni grazia spirituale.

Così sia.

 

 




Non temere, Maria

Editoriale Basilica-Santuario di Canneto

Marzo 2018

Dopo i due Sinodi dedicati alla riflessione, ricca e preziosa, alla famiglia nel mondo contemporaneo, Papa Francesco ha deciso di impegnare la XV Assemblea ordinaria del Sinodo (3 al 28 ottobre 2018) sul tema Giovani, fede e discernimento vocazionale. Lo svolgimento del prossimo Sinodo si pone tra due importanti eventi, che riguardano entrambi il mondo giovanile: per la Diocesi la Veglia di Pentecoste e la Giornata mondiale della gioventù 2019 (Panama, 22-27 gennaio 2019). Si intuisce da subito come il pianeta-giovani è un osservato speciale da parte della Chiesa, la quale dichiara e dimostra la sua intenzione di voler abitare il mondo dei giovani con la ricchezza del proprio patrimonio culturale, educativo e spirituale. 

Nel Messaggio per la prossima Giornata mondiale dei giovani, Papa Francesco propone ai giovani di ispirarsi all’esperienza della giovane ragazza di Nazareth, Maria. Pertanto, come tema della prossima GMG 2018 diocesana il Papa consegna a tutti i giovani le parole che l’angelo Gabriele rivolge ad una loro coetanea, a Nazareth: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio» (Lc 1, 30). Dio si prende cura di questa giovane Donna, invitandola a farsi coraggio di fronte alle scelte importanti della sua vita. Tali scelte diventano ancor più impegnative e audaci quando incrociano i grandi progetti di Dio. È compito di ogni adulto davvero maturo, è compito educativo di ogni famiglia, come di ogni comunità educante, prendersi cura del mondo adolescenziale e giovanile in un momento storico e culturale complesso, ma anche affascinante per le sue prospettive inedite ed esaltanti. 

Anche la comunità religiosa della Basilica-Santuario della Madonna di Canneto da tempo si prende cura dei giovani pellegrini. Nelle molte Compagnie di pellegrini e devoti che giungono annualmente da varie Regioni del Centro Italia nella nostra amatissima Basilica-Santuario di Canneto per venerare la Vergine Bruna, vedo con gioia crescere la partecipazione di moltissimi ragazzi e giovani. È un segno di profonda consolazione e speranza. La Vergine Bruna attrae con la bellezza del suo volto giovane, generoso, pulito e puro, splendente di luce divina, maestoso e familiare ad un tempo, vicino al cuore di coloro che meglio e più di noi altri possono capirla, i giovani appunto. La giovane donna di Nazareth ha molto da dire ai giovani. A loro consegna il suo “turbamento” e le sue paure di fronte alle parole con le quali Dio Le confida il suo pensiero. Ci vuole tutto il suo coraggio. L’angelo Gabriele la rassicura: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio». Maria comprende che Dio non è indifferente di fronte alle paure di ogni giovane. Dio non fa paura, anzi solleva le nostre paure; Dio, invece, fa grazia, e di fronte a Lui si può soltanto trovare grazia, e non dis-grazia, perché Dio rende ricca e bella la nostra vita invitandoci sempre a scalare grandi scelte e a prendere decisioni che contano davvero. 

Dio abita nel cuore di ogni giovinezza, per sciogliere i timori che possono impedire le scelte che valgono una vita!

«E voi giovani, quali paure avete? Che cosa vi preoccupa più nel profondo? Una paura di sottofondo che esiste in molti di voi è quella di non essere amati, benvoluti, di non essere accettati per quello che siete. Oggi, sono tanti i giovani che hanno la sensazione di dover essere diversi da ciò che sono in realtà, nel tentativo di adeguarsi a standard spesso artificiosi e irraggiungibili…nascondendosi dietro a maschere e false identità, fin quasi a diventare loro stessi un fake. C’è in molti l’ossessione di ricevere il maggior numero possibile di “mi piace”… Alcuni pensano: forse Dio mi chiede o mi chiederà troppo; forse, percorrendo la strada indicatami da Lui, non sarò veramente felice, o non sarò all’altezza di ciò che mi chiede. Altri si domandano: se seguo la via che Dio mi indica, chi mi garantisce che riuscirò a percorrerla fino in fondo? Mi scoraggerò? Perderò entusiasmo? Sarò capace di perseverare tutta la vita?» (Messaggio Gmg 2018). 

Caro giovane, cara giovane, anch’io insieme con Papa Francesco, desidero dirti: Non temere! Non avere paura nel vivere il tuo presente, non temere nell’affrontare il tuo futuro, perché la tua giovinezza è abitata da Dio. Anche tu hai trovato grazia preso Dio, anche tu sei portatore di una bellezza unica e di un magnifico disegno di Dio per la tua esistenza. È Dio che dispone gli eventi che non immagini, e ti chiede di viverli con responsabilità e fiducia. La tua vita la costruisci insieme a Lui: perché temere? di chi o di che cosa avere paura? La paura è una delle peggiori cause di ogni paralisi spirituale. Dove ci porta, la paura? Alla chiusura, al rifiuto, alla rinuncia, alla rassegnazione: «Sentire che in questo mondo, nelle nostre città, nelle nostre comunità, non c’è più spazio per crescere, per sognare, per creare, per guardare orizzonti, in definitiva per vivere, è uno dei mali peggiori che ci possono capitare nella vita, e specialmente nella giovinezza» (Papa Francesco, Cracovia Sabato, 30 luglio 2016). 

Non temere significa sape rabbracciare la vocazione che Dio ti offre, a misura di ciò che desidera il tuo cuore e a misura di ciò che sei capace di realizzare. Perché temere? Ricordati: Dio merita la tua fiducia “in bianco”, senza la pretesa di prove e garanzie. Cari giovani, lasciatevi incoraggiare ancora dalle parole del Papa: “La paura non deve mai avere l’ultima parola, ma essere l’occasione per compiere un atto di fede in Dio… e anche nella vita! Ciò significa credere alla bontà fondamentale dell’esistenza che Dio ci ha donato, confidare che Lui conduce ad un fine buono anche attraverso circostanze e vicissitudini spesso per noi misteriose. Se invece alimentiamo le paure, tenderemo a chiuderci in noi stessi, a barricarci per difenderci da tutto e da tutti, rimanendo come paralizzati. Bisogna reagire! Mai chiudersi! … Come dire che ogni giorno dell’anno il Signore ci vuole liberi dalla paura” (Messaggio Gmg 2018).

Maria, grazie al suo cuore forte e giovane, coraggioso e audace, è stata pronta anche a cambiare idea rispetto a quanto aveva già deciso con Giuseppe, il suo amato. Ricomincia dalla proposta di Dio. Ha saputo rinunciare alle proprie logiche e pretese, anche giuste nonché legittime, per aderire a qualcosa di molto più grande e di difficile comprensione. Solo la certezza che tutto questo proveniva dalla volontà di Dio l’ha pacificata nell’animo, rendendola capace di superare ogni paura e di fidarsi di Dio. E questo suo coraggio l’ha resa grande.

Cari giovani, anche voi fatevi coraggio fidandovi del coraggio con cui Dio si fida di voi.

+ Gerardo Antonazzo




Agenda Pastorale del Vescovo del 26 febbraio-4 marzo 2018




Agenda Pastorale del Vescovo del 5 – 11 febbraio 2018




Omelia per la Giornata della Vita Consacrata

La consolazione d’Israele 

Omelia per la Giornata della Vita Consacrata

Cassino-Monastero S. Scolastica, 2 febbraio 2018

 

Attendere la consolazione 

“A Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d’Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore. Mosso dallo Spirito, si recò al tempio…” (Lc 2, 25-27).

E’ di tutti il bisogno di consolazione. Tra le più importanti promesse di Dio al suo popolo, affiora ripetutamente quella della consolazione con la quale sostiene la vita di Israele nei molti difficili eventi della sua storia. Tra i servizi più necessari svolti da Mosè, posto da Dio alla guida delle tribù israelitiche nel deserto, c’è quello della consolazione. E’ l’uomo che sa dare coraggio e incita (Es 14,13-14). Dio stesso annuncia la consolazione per Israele umiliato dalla condizione servile a motivo dell’esilio babilonese: “Consolate, consolate il mio popolo – dice il vostro Dio. Parlate al cuore di Gerusalemme e gridatele che la sua tribolazione è compiuta” (Is 40, 1-2). Simeone è, dopo i pastori, il secondo testimone della vicinanza della salvezza di Dio. Attende la consolazione di Israele, che è la venuta del regno di Dio. Il motivo della consolazione di Dio, soprattutto nel contesto gerosolomitano, ricorda anche Is 66,13: “Come una madre consola un figlio, così io vi consolerò; a Gerusalemme sarete consolati”.

Lo Spirito è consolatore 

San Luca sottolinea con insistenza che Simeone è ispirato dallo Spirito Santo: tre menzioni in tre versetti (vv. 25-27). Lo Spirito Santo è l’altro parakletos (cfr. Gv 14,16). Egli è il consolatore solennemente promesso e inviato da Cristo risorto per essere il nostro avvocato, il nostro difensore ed alleato, il nostro aiuto. Lo Spirito Santo è l’olio della consolazione con il quale Cristo, buon samaritano dell’umanità (cfr. Lc 10,29-37), unge le ferite del corpo e dell’anima; illumina la vita di chi sperimenta l’oscurità e l’incertezza; sostiene chi attraversa un tempo di smarrimento e di solitudine; incoraggia chi averte sentimenti di paura e di sconforto. Gesù, portato da Maria e Giuseppe, oggi entra nel Tempio: è il luogo privilegiato sia dell’attesa sia del compimento delle antiche promesse. Quando Dio entra nel tempio delle nostre attese incompiute, dà risposta alle nostre frustrazione, delusioni, solitudini, difficoltà e prove.

Dio assicura la sua consolazione mentre siamo preda dello scoraggiamento e delle difficoltà. La sua consolazione viene sperimentate nel cuore dei nostri drammi morali o spirituali: è la consolazione nelle prove: “Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione! Egli ci consola in ogni nostra tribolazione, perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in ogni genere di afflizione con la consolazione con cui noi stessi siamo consolati da Dio. Poiché, come abbondano le sofferenze di Cristo in noi, così, per mezzo di Cristo, abbonda anche la nostra consolazione” (2Cor 1, 3-5).

Consolazione nella chiamata

La nostra vocazione è sorgente di consolazione? Siamo stati scelti per il discepolato, e abbiamo accettato di vivere secondo il carisma ispiratore di un fondatore o di una fondatrice, per una sequela radicale di Cristo. Ma sempre dobbiamo ravvivare la chiamata di Dio perchè “un carisma non è un pezzo da museo, che resta intatto in una vetrina… No, il carisma… bisogna aprirlo e lasciare che esca, affinché entri in contatto con la realtà, con le persone, con le loro inquietudini e i loro problemi… Sarebbe un grave errore pensare che il carisma si mantiene vivo concentrandosi sulle strutture esterne, sugli schemi, sui metodi o sulla forma. Dio ci liberi dallo spirito del funzionalismo” (Papa Francesco, Udienza ai sacerdoti di Schönstatt, 3/9/15).

Padre Bruno Secondin, carmelitano, esperto di vita consacrata, carmelitano in una recente relazione tenuta ai religiosi dell’Emilia-Romagna, sabato 20 gennaio 2018 ha affermato: “Dio sembra sullo sfondo, come presidente onorario, più allo stato spray (come dice Francesco) che davvero in carne e ossa, ragione e sorgente e grazia che tutto guida. La vera “divinità” ispirativa è il fondatore o la fondatrice – geniali ispiratori – a cui si rimanda con enfasi, per dire che ancora ispirano e vivono nei figli e nelle figlie. I quali dimostrano questo legame vitale più nella gestione delle opere, nelle iniziative di carità, di evangelizzazione o di spiritualità, a propria gratificazione, che nel farne avanzare le intuizioni “profetiche” – sotto la spinta creativa dello Spirito – verso nuove interpretazioni vitali e testimoniali, oltre il già noto e conosciuto”.

Consolazione nella fraternità

La fraternità nella vita consacrata è motivo di consolazione? J. P. Sartre osava dichiarare: “L’inferno sono gli altri”. Potrebbe essere vero anche nelle nostre comunità religiose, come in quelle parrocchiali o nei gruppi, movimenti, associazioni. Ma nelle comunità religiose in particolare l’esigenza della fraternità è performativa dei nostri rapporti umani. Se i rapporti con gli altri sono distorti, viziati, allora l’altro non può essere che l’inferno. Perché? Perché gli altri sono, in fondo, ciò che vi è di più importante in noi stessi. Ciò vuol dire che, se i miei rapporti sono cattivi, io mi metto a totale dipendenza degli altri e allora, in effetti, io sono nell’inferno. Ciò non significa che non si possano avere altri rapporti con gli altri, questo delinea semplicemente l’importanza capitale di tutti gli altri per ciascuno di noi: “Nate ‘non da volontà della carne o del sangue’, non da simpatie personali o da motivi umani, ma ‘da Dio’ (Gv 1,13), da una divina vocazione e da una divina attrazione, le comunità religiose sono un segno vivente del primato dell’Amore di Dio che opera le sue meraviglie, e dell’amore verso Dio e verso i fratelli, come è stato manifestato e praticato da Gesù Cristo” (Congregazione Istituti vita consacrata, “La vita fraterna in comunità”, 2 febbraio 1994).

Dopo aver cantato la gioia della sua consolazione, avendo preso tra le sue braccia il Bambino, Simeone benedice Dio (Lc 2,28) e il bambino con i suoi genitori (v. 34). Fra le due benedizioni, il suo Cantico, il Nunc dimittis.

Carissimi consacrati, il mio augurio è che anche nella vostra vita di la consolazione di Dio si traduca sempre  nell’inno della benedizione e nel canto della lode.

                                                                                  + Gerardo Antonazzo




Messa al Cimitero Polacco di Montecassino

 

Messa al Cimitero Polacco di Montecassino

Mercoledì 1° novembre si è rinnovata ancora una volta la tradizione dei Polacchi che si trovano fuori di Polonia, di partecipare ad una Messa di suffragio per i defunti loro connazionali che riposano in un cimitero militare polacco. Ed è stato il Cimitero Polacco di Montecassino che ha radunato nella mattina un notevole numero di persone; altre Messe sarebbero state celebrate il giorno seguente nel Cimitero militare polacco di Loreto, di Casamassima, di Bologna.

Ma Montecassino occupa un posto davvero speciale ancor oggi per tutti i Polacchi, i cui soldati del II Corpo d’Armata qui combatterono eroicamente e dove avevano fallito gli inglesi, i gurkha e i neozelandesi, tutti respinti dai paracadutisti tedeschi, riuscirono, sotto la guida del generale Anders, loro, i Polacchi. Era il 18 maggio 1944 quando sulle rovine di Montecassino issarono la bandiera polacca rossa e bianca: tutt’intorno era morte e distruzione, il terreno cosparso di cadaveri, di rovine… e di papaveri. La canzone “I papaveri rossi di Montecassino” che ricorda questo è molto cara al cuore del popolo polacco. Oggi nel Cimitero militare Polacco alle spalle dell’abbazia riposano oltre mille soldati, compreso il Generale Anders, che volle essere sepolto qui anche lui, e una targa parla in modo toccante per loro: «Per la nostra e la vostra libertà / Noi soldati polacchi / Abbiamo donato le nostre anime a Dio / I nostri corpi al suolo italiano  e i nostri cuori alla Polonia».

L’Ambasciata della Repubblica di Polonia a Roma, nell’organizzare l’evento, ha invitato S.E. Gerardo Antonazzo, Vescovo della Diocesi Sora-Cassino-Aquino-Pontecorvo, a presiedere la Celebrazione Eucaristica ed il Coro “San Giovanni Battista Città di Cassino” diretto dal M° Fulvio Venditti ad animarla. Il Coro, d’altronde, ha stretto da tempo un forte legame di amicizia con i polacchi tanto che lo scorso 6 agosto, su invito di Wojciech Narebski, l’ultimo reduce del II Corpo d’Armata Polacco che combatté a Montecassino, ha tenuto un applauditissimo concerto di musica sacra nella Cattedrale di Cracovia, eseguendo anche la canzone dei papaveri rossi in lingua polacca.

Erano presenti presso il Cimitero polacco il responsabile dell’Ambasciata Polacca, l’addetto militare polacco, 5 sindaci del territorio, di Cassino, San Pietro Infine, San Vittore, Mignano Montelungo e Piedimonte, autorità militari e moltissimi polacchi.

Prima della Celebrazione, c’è stata la visita al Museo Memoriale del II Corpo d’Armata Polacco, con un momento di commemorazione e raccoglimento, poi le autorità si sono recate al Cimitero militare, dove erano in attesa molte persone, soprattutto polacche, e lì è iniziata la S. Messa, presieduta dal Vescovo Antonazzo. Nell’omelia, tenuta da un Sacerdote polacco, ricordando la frase evangelica “non c’è amore più grande che dare la propria vita per gli altri”, è stato affermato che coloro che sono sepolti in queste tombe, “hanno capito molto bene che tutti dobbiamo arrivare alla santità” attraverso i diversi “sentieri” indicati da Gesù. “Questi amici – ha continuato – che hanno dato la vita per la libertà nostra e vostra, dell’Europa e dei singoli Paesi, sono una grande testimonianza dell’amore fraterno”.

Al termine della Celebrazione, il Vescovo Mons. Gerardo Antonazzo, nel ringraziare e salutare, ha detto: “La celebrazione di oggi è anche commemorazione: il che non significa ripetere, ma far conservare e accrescere sempre più il ricordo, pieno di gratitudine, degli eventi che hanno visto tanti soldati assicurare una reciproca accoglienza, dialogo e amicizia. La Celebrazione Eucaristica di oggi celebra i meriti e la gloria di tutti i Santi, come abbiamo ricordato nella preghiera iniziale. E allora è bello chiederci: le migliaia di soldati che hanno offerto qui la loro vita, hanno dei meriti per sperare che possano poi partecipare alla gloria dei Santi? E la risposta, credo condivisa, è positiva. Sì, hanno avuto il merito più grande che Gesù ha indicato, come ha ben ricordato il padre nell’omelia: non c’è amore più grande di chi dà la vita per gli altri. Se poi il merito non è soltanto un atto comune di generosità, ma il sacrificio della vita nel segno del sangue, credo che il merito assuma la forma più grande. L’ auspicio, al termine della nostra preghiera, è anche negli accenti fraterni che ci hanno uniti oggi, nel desiderio che il ricordo di queste tragedie possa diventare terreno fertile di una ritrovata pace”.

Molto toccante anche l’ultimo atto, la deposizione di corone ai Caduti: quella di alloro con tricolore italiano deposta dal vicesindaco di Cassino dr. Carmelo Geremia Palombo, quelle bianco-rosse polacche; i lumi rossi ardenti sulle tombe, la commozione degli animi, l’amor di patria… tutto sembrava concorrere a rafforzare quel sentimento di amicizia che i Polacchi hanno sempre avuto per l’Italia e, in modo particolare, per Cassino.

Adriana Letta

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2017 11 02 - Diocesi Sora Cassino Aquino Pontcorvo - Articolo - Vescovo Gerardo Antonazzo - Messa Cimitero Polacco Montecassino

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Source: DiocesiSora.It – Vescovo

 




Sant’Angelo in Teodice: Omelia consacrazione parrocchia “S. Maria della Valle”

Omelia per la consacrazione della chiesa e dell’altare

Sant’Angelo in Teodice, parrocchia “S. Maria della Valle”

6 agosto 2017

Celebriamo in questa domenica della Trasfigurazione la consacrazione dell’altare e della chiesa quale tempio santo di Dio. Qui la comunità cristiana -tempio vivo del Signore costruito con pietre vive unite a Cristo- celebra i divini misteri. Ed è bello che questo solenne rito della consacrazione della chiesa e dell’altare si inserisca in maniera discreta, ma efficace, nel significato della trasfigurazione del Signore Gesù sul monte Tabor.

La trasfigurazione del Signore è trasfigurazione della sua umanità: non si tratta di una trasformazione della sua persona, Gesù non diventa un altro. Manifesta se stesso nella verità totale del suo essere. E’ trasfigurazione che non aggiunge nulla a ciò che Gesù in quanto  Cristo, figlio di Dio. Il Padre lo dichiara con la voce della nube: “Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento” (Mt 17,5).  Gesù lascia trasparire la sua divinità, quindi la sua identità divina, nel segno luminoso di una luce intensa . E’, pertanto un processo di rivelazione, un evento teofanico. Nelle molte  manifestazioni divine narrate nella Bibbia l’elemento della luce è  rivelazione dell’ineffabile e dell’indicibile.  Il corpo dell’uomo di Nazareth non è impedimento ma condizione reale, tangibile, concreta, nella quale si manifesta il Figlio di Dio. Questo era importante per gli apostoli, non era necessario per Gesù. Anche oggi vuole confermare la Chiesa nella certezza che in Lui “abita corporalmente la pienezza della divinità” (Col 2,9). Questa luce divina, teofanica, è rivelatrice del mistero dell’Uomo-Dio, nascosto ma realmente presente. L’umanità del Signore, assunta dal grembo verginale di Maria, è “sacramento” della sua divinità. Nel corpo umano di Gesù, Dio rivela la sua presenza e la sua azione salvifica: Gesù può agire e parlare nella condizione di uomo e di figlio di Dio.

Miei cari amici, oggi la montagna sulla quale il Signore conduce anche noi, con Pietro Giacomo e Giovanni, è la celebrazione eucaristica domenicale. Di questo noi siamo testimoni oculari: ogni celebrazione liturgica è trasfigurazione del Mistero. Nel rito, le realtà umane sono assunte dalla potenza dello Spirito e trasformate in “sacramento” dell’amore di Cristo per la Chiesa: in particolare la parola, il pane e il vino, il dolore, l’assemblea, la nostra stessa vita. I sacri misteri rivelano la presenza di Dio. Ciò che viene trasformato dallo Spirito, trasfigura e rivela il mistero luminoso di Dio. Gli occhi della fede sono illuminati dall’intensità della luce divina che traspare dal “sacramento” delle trasformazioni: l’ineffabile mistero si rivela nelle azioni sacre. Le realtà umane consacrate dallo Spirito sprigionano l’intensa luce che rivela quanto realmente contengono e significano per la fede del popolo di Dio.

Nella liturgia della parola noi ascoltiamo parole umane, ma al termine della proclamazione noi dichiariamo “Parola di Dio” quanto abbiamo ascoltato. La parola umana è assunta da Dio, viene trasformata come “sacramento” della sua Parola che rivela la luce del Verbo. Anche il pane e il vino vengono presentati al Signore con le parole delle benedizione, spesso sovrastate dal canto: “Benedetto sei tu Signore Dio dell’universo dalla tua bontà abbiamo ricevuto questo pane (questo vino) …li presentiamo a te perché diventino cibo e bevanda di salvezza”. Con le parole della consacrazione questi elementi naturali sono trasformati in “sacramento” del corpo e del sangue di Cristo, morto e risorto. La fede del credente si lascia folgorare dall’intensa luce della presenza del crocifisso Risorto.

Nel sacramento eucaristico Gesù perpetua il sacrificio della sua vita, trasformando sull’altare anche il dolore umano. La luce del Tabor getta luce sulla notte del Calvario. Il sacrificio di Cristo sulla croce trasfigura la sofferenza, la croce e la stessa morte: “Nei giorni della sua vita terrena egli offrì preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime, a Dio” (Eb 5,7). Gesù vive il dolore che non può evitare in  atto di amore per mezzo del quale salva l’umanità. Il fallimento umano dell’abbandono sprigiona luce dell’amore più grande, quello di chi sa dare la vita per gli amici (cfr. Gv 15,13). D’ora in avanti il dolore  umano può non essere più maledizione, ma grazia!, e il cristiano può finalmente dire con Gesù: “Padre, nelle tue mani consegno il mio dolore”.

Sulla montagna della celebrazione eucaristica la Chiesa in preghiera chiede che il Signore trasformi tutti con la potenza dello Spirito Santo “perché diventiamo un corpo solo e un solo spirito”. Intorno all’altare non siamo più persone disperse, ma credenti radunati e trasformati nel corpo mistico di Cristo; diventiamo Chiesa. A noi il compito di diffondere la luce della carità e della comunione,  perché tutti vedano la presenza del Signore nella bellezza della nostra fraternità.

Infine, quando al termine della Messa siamo congedati dal tempio di Dio, noi siamo invitati a percorrere le strade della vita trasformati dall’amore della Croce, per brillare nel mondo con la forza trasfigurante dell’impegno sociale, nel segno concreto della giustizia, della solidarietà, della carità per i più poveri: “La carità di Cristo ci possiede…” (2Cor 5,14). La carità ci impegna nel mondo delle mille tragedie per riconoscere la sacralità della carne dei poveri. Nella Lettera con cui Papa Francesco ha istituito per il mese di novembre prossimo la Giornata mondiale dei poveri scrive: “Se vogliamo incontrare realmente Cristo, è necessario che ne tocchiamo il corpo in quello piagato dei poveri, come riscontro della comunione sacramentale ricevuta nell’Eucaristia. Il Corpo di Cristo, spezzato nella sacra liturgia, si lascia ritrovare dalla carità condivisa nei volti e nelle persone dei fratelli e delle sorelle più deboli. Sempre attuali risuonano le parole del santo vescovo Crisostomo: Se volete onorare il corpo di Cristo, non disdegnatelo quando è nudo; non onorate il Cristo eucaristico con paramenti di seta, mentre fuori del tempio trascurate quest’altro Cristo che è afflitto dal freddo e dalla nudità” (Omelia su Matteo 50, 3).

+ Gerardo Antonazzo




Agenda Pastorale del Vescovo 26-2 luglio 2017

26-2 luglio 2017-1




A Cassino prosegue la Visita pastorale del Vescovo diocesano nelle varie comunità parrocchiali

Il Vescovo Gerardo visita la parrocchia della Chiesa Madre

 




Il Vescovo Antonazzo presiede il Pontificale e la Processione serale

Il Vescovo Antonazzo presiede il Pontificale e la Processione serale




A Cassino nella Biblioteca comunale “Pietro Malatesta” la Fidapa premia i Talenti delle donne

http://www.diocesisora.it/pdigitale/la-fidapa-premia-i-talenti-delle-donne/




Un incontro di alta spiritualità con la Messa presieduta, nella Chiesa Madre di Cassino, dal Vescovo Antonazzo

http://www.diocesisora.it/pdigitale/gli-insegnanti-della-diocesi-celebrano-il-loro-giubileo/




Omelia per il Giubileo diocesano degli Insegnanti

Stemma Finis Terrae Mons. Gerardo Antonazzo

Lo sai che ti voglio bene

 

Giubileo diocesano degli Insegnanti

Cassino-Chiesa madre, 10 aprile 2016

Rivolgo con particolare piacere il mio saluto e cordiale apprezzamento a tutti voi insegnanti di ogni ordine e grado, impegnati nel compito educativo nei molti Istituti di istruzione presenti sul vasto territorio diocesano. Ho proposto questa iniziativa giubilare ritenendo prezioso non soltanto il vantaggio di una personale esperienza spirituale, ma anche socializzare un possibile contributo al vostro compito educativo. Grazie perché, con la collaborazione di don Nello, direttore dell’Ufficio per la pastorale scolastica, in molti avete accolto l’invito e siete qui convenuti per celebrare il giubileo diocesano della misericordia.

Ho pregato per te

La mia riflessione prende avvio dalla parola del vangelo di questa celebrazione. Il brano è scomponibile in due sezione: nella seconda parte ripercorriamo il dialogo tra Gesù risorto, apparso sulle rive del lago di Tiberiade, e l’apostolo Pietro. Il testo giovanneo lo chiama “Simon Pietro”, lasciando intendere una forma di “ripensamento” della sua posizione dopo i fatti drammatici che sembravano aver travolto il destino di Gesù di Nazareth. Simone è ormai ritornato alla vita ordinaria della pesca, attività nella quale era stato raggiunto dall’iniziale chiamata di Gesù. Ciò che si era compiuto sulla Croce aveva per loro il sapore del definitivamente fallito e chiuso. Storia finita, “acqua passata…non macina più”!

La delusione e la solitudine interiore di Simon Pietro, intento nuovamente a pescare, è inaspettatamente scossa dall’interpretazione che l’apostolo Giovanni fa di quella presenza sconosciuta, intercettata lungo la riva del lago: “E’ il Signore!”. Pietro allora reagisce nuovamente con entusiasmo. Il rinnegato deluso ritrova ora il suo vigore irruento e  tempestivo, fino a prevalere ancora una volta come figura centrale nel rapporto con il Maestro risorto. E’ allora che Gesù si rivolge direttamente a Pietro, compiendo la promessa fatta nel cenacolo, quando gli aveva parlato così: “Ho pregato per te, perché la tua fede non venga meno. E tu, una volta convertito, conferma i tuoi fratelli” (Lc 22,32).

Il rinnegato pentito

Dopo il rinnegamento, Pietro ha pianto. Ma ciononostante, sotto la croce non ci sarà. Ora, sulle rive del lago, Gesù lo cerca per sanare definitivamente il suo rinnegamento. Le ferite del triplice diniego hanno bisogno di rimarginarsi, fino alla piena guarigione. Gesù richiede una triplice professione di affetto, provocata dalla domanda: “Simone, figlio di Giovanni, mi ami tu…?”. Qui si rivela un aspetto peculiare della pedagogia del Risorto, il quale intende esercitare la grazia della sua misericordia per Simon Pietro: Gesù è misericordioso facendo verità. Non copre con il silenzio dell’ omertà  il rinnegamento dell’apostolo. Gesù non lo rimprovera e non gli rinfaccia nulla. Non lo vuole mortificare, non pretende la rivincita. Vuole solo educare Pietro all’autentico dispiacere, per guarire l’amarezza e il tormento della sua memoria. Gesù desidera  ricostruire nell’animo di Pietro la forza interiore di un pentimento davvero rigenerativo: “Signore, tu conosci tutto, tu sai che ti voglio bene”. Per gustare la dolcezza della misericordia non bisogna mai banalizzare o minimizzare i propri sbagli.

L’arte di educare

Carissimi, il compito di insegnare è finalizzato ad una relazione generativa con l’alunno. L’arte di educare richiede una disposizione interiore ad amare.

Scriveva s. Giovanni Bosco, grande educatore dei ragazzi e giovani,: “Quante volte ho dovuto persuadermi di questa grande verità. E’ certo più facile irritarsi che pazientare, minacciare un fanciullo, che persuaderlo; direi ancora che è più comodo alla nostra impazienza ed alla nostra superbia castigare quelli che resistono, che correggerli col sopportarli con fermezza e con benignità (…) Difficilmente quando si castiga si conserva quella calma che è necessaria per allontanare ogni dubbio che si opera per far sentire la propria autorità o sfogare la propria passione. (…) Non agitazione nell’animo, non disprezzo negli occhi, non ingiuria sul labbro; ma sentiamo la compassione per il momento, la speranza per l’avvenire, ed allora voi sarete i veri padri e farete una vera correzione. (…) Ricordatevi che l’educazione è cosa del cuore, e che Dio solo ne è il padrone, e noi non potremo riuscire a cosa alcuna, se Dio non ce insegna l’arte, e non ce ne mette in mano le chiavi”. (Dall’Epistolario).

Cari insegnanti, il mondo dell’educazione e della scuola è particolarmente sensibile ai temi del Giubileo della misericordia per diversi motivi. Ne richiamo alcuni.

Misericordia per voi significa varcare la porta santa del cuore di ogni alunno, attraverso la quale si spalanca dinanzi alla vostra opera educativa un vasto e variegato mondo umano. La professionalità dell’insegnante non è riconducibile alla sola didattica, alla capacità di istruire, trasmettere nozioni, esigere e verificare l’apprendimento. Insegnare è esercitare la misericordia, perché educare è farsi carico di un rapporto personale, un dialogo e una relazione integrale capace di coinvolgere non solo la mente dell’alunno ma la sua intera esistenza . Il bravo educatore genera alla singolarità, favorisce il valore peculiare e irripetibile di ogni persona. E’ solo nella relazione diretta e personale che l’educando viene aiutato a prendere consapevolezza di sé,  a gestire i propri limiti e le proprie risorse, a prendersi cura di sé, a crescere con fiducia nelle proprie potenzialità.

Insegnare è appassionarsi alla crescita della persona, è prendere a cuore il suo presente e farsi carico del suo futuro. Insegnare è un atto di misericordia “generativa” perché l’insegnante  partecipa  a pieno titolo alla formazione della personalità dell’allievo. La riuscita, o il rallentamento, o il fallimento degli obiettivi dell’alunno non vi lasciano mai indifferenti.

Quella dell’insegnamento esige una passione educativa  che gratifica ed esalta per i molti “successi”; ma non di rado toglie forse anche la pace al pensiero che dietro il volto di tanti alunni c’è una storia di vita difficile e sofferta. La vostra misericordia si esprime nella compassione verso i loro silenziosi, nascosti e turbolenti turbamenti.

Ho da confidarvi ancora un’altra considerazione. Ognuno di voi è maestro di misericordia quando educa ogni alunno al rispetto dell’altro, all’accoglienza, al dialogo, al confronto, alla differenza e alla tolleranza, all’integrazione nella diversità, al perdono per una fraternità riconciliata.

Infine, cari insegnanti, sappiate spendere la vostra misericordia nell’impartire forse la lezione più bella: insegnare agli alunni ad apprendere dai propri sbagli, errori, ribellioni e resistenze. Valutate pure i vostri alunni, è vostro dovere, ma senza mai svalutarli! Offrite sempre loro la speranza e la fiducia in se stessi. Il vostro doveroso giudizio su di loro non pregiudichi mai la possibilità di ricominciare.

+ Gerardo Antonazzo




Non silenziamo la fede: la “Pastorale digitale” vola alta!

La premiazione del concorso del concorso Ri-Clicca il Presepe (con anche le dicitura Re-Twitta), nella sua seconda edizione ha sbancato ancora.

Nella cornice del Palazzo Ducale di Atina, domenica 24 gennaio ore 17, il team di “Pastorale digitale” ha premiato i partecipanti al presepe. A presentare la serata Tonino Bernardelli, da sempre ottimo moderatore; al tavolo dei relatori sedevano Adriana Letta, direttore aggiunto all’ufficio Comunicazioni sociali; Riccardo Petricca, uno degli ideatori della nuova sezione digitale della Diocesi; don Alessandro Rea, direttore dell’omonimo ufficio; il webmaster Enrico Mancini ed il Vescovo diocesano Mons. Gerardo Antonazzo. Gli intervalli musicali sono stati curati dal Maestro Piercarlo Gugliotta che ha accompagnato al pianoforte il coro Voci dell’Anima, diretto dal Maestro Lea Leone.

Nella prima parte si è messo in luce il cammino, diciamo “digitale”, dell’Annuncio, promuovendo non solo un nuovo modo di “fare chiesa”, ma l’aspetto dell’immediatezza della fede che viene fruita attraverso i canali web, mettendo in comunione esperienze ed attività. E tutto questo, non a caso, nel giorno in cui la Chiesa ricorda San Francesco di Sales, patrono dei giornalisti e di tutti gli operatori della comunicazione, dando spazio al messaggio di Papa Francesco per la giornata mondiale delle comunicazioni sociali. Nella seconda parte spazio invece alla premiazione dei vincitori del concorso, il cui scopo fondamentale è stato quello di portare alla riscoperta del presepe, da quello parrocchiale a quello realizzato nell’intimità della famiglia, a quelli realizzati da associazioni, scuole, e infine i presepi viventi. Per la categoria privati, i vincitori sono stati: la famiglia Gabriele Giovanni, Leonardo Bonavenia, Luigi D’Arpino, la famiglia Pallagrosi e Raffaella Gerardi. Per la categoria Re-Twitta il presepe: un primo posto ad ex-equo per la Parrochia San Giovanni Battista di  Civitella Roveto ed il presepe vivente della parrocchia di San Pietro Apostolo a Cassino, mentre al terzo posto troviamo la parrocchia di Sant’Antonino Martire, Pico. Per la categoria Re-Clicca il presepe: Forever in Expo, di Fontechiari, Centro Pastorale San Luca e Circolo socio-culturale San Luigi Gonzaga di Sora. I premi speciali della Pastorale digitali sono andati a Parrocchia di Santa Maria del Carmine a Rosanisco, Parrocchia di San Giuseppe e San Gennaro a Picinisco, Chiesa di San Carlo ad Isola del Liri. Infine i vincitori in assoluto, nella categoria generale, dove il primo classificato ha ottenuto più di un milione di visualizzazioni: Chiesa San Sosio Arpino, Chiesa Santa Maria Salome a Castelliri, Santa Maria della Vittoria a Isoletta d’Arce, San Michele a Pietrafitta e Sant’Antonino Martire a Pico.

– don Alessandro Rea

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