Ordinazione diaconale di Maurizio Marchione

Degno di fiducia, non temere!

Ordinazione diaconale di Maurizio Marchione

Sora-Chiesa Cattedrale, 13 settembre 2019

Carissimi amici presbiteri, sorelle e fratelli, caro Maurizio, l’intonazione liturgica della Parola di Dio oggi è particolarmente consolante: essa irrompe con una dichiarazione di gioia da parte di Dio e con una promessa di felicità per colui che ascolta il Signore. Caro Maurizio, l’ascolto della sua Parola fa la gioia di Dio su di te, e la tua felicità per Lui: “Il Signore gioirà per te facendoti felice quando obbedirai alla voce del Signore, tuo Dio” (cf. Dt 30, 9-10). Dio si rattrista quando l’uomo disobbedisce alla Parola, perché la durezza di cuore lo allontana da Dio e lo abbandona all’infelicità. In buona sostanza, il testo del Deuteronomio ci consegna la regola della possibile felicità: l’ascolto obbediente! L’obbedienza a Dio non è una conseguenza probabile dell’ascolto, ma è la natura intrinseca dell’ascolto. L’etimo del verbo obbedire comprende la capacità dell’ascolto: è composto da ob- (dinanzi a…) e –audire (prestare ascolto). Nella letteratura biblica l’obbedienza-ascolto è la nota caratteristica dell’uomo profondamente religioso. L’obbedienza non è sottomissione, tutt’altro. Ascoltare Dio è obbedire alla verità che ci rende liberi: “Se obbedirete alla mia parola sarete davvero miei discepoli, conoscerete la verità e la verità vi farà liberi” (cfr Gv 8, 31-32). Ogni deficit di libertà è deficit di obbedienza alla verità!

 

La Parola che nutre

L’ascolto di Dio è principio e fondamento del discernimento vocazionale. L’ascolto libera dall’infondatezza del caso e dalla sbrigatività delle coincidenze; e introduce in un preciso progetto di Dio, in un disegno preparato da tempo con cura e premura grande. Ecco perché la risposta obbediente è necessaria per portare a compimento il pensiero di Dio su di noi. Questa risposta può essere data solo nella più completa libertà e con l’amore di cui siamo capaci.

Questa parola è molto vicina a te, è nella tua bocca e nel tuo cuore, perché tu la metta in pratica”. Il riferimento alla bocca rimanda al cibo per poter vivere. Il cuore umano è l’organo per metabolizzare la Parola di Dio, e farla diventare nutrimento della vita interiore. Caro Maurizio, la Parola di Dio oggi ti riguarda in modo speciale. Una Parola di chiamata che ha orientato progressivamente a Lui l’intera tua esistenza fino all’Eccomi di oggi, pronunciato a tutto tondo: mente e cuore, affetti e legami, libertà e volontà, anima e corpo. Tutto questo lo dovrai custodire con quella particolare forma di responsabilità che il Rito di ordinazione chiama Impegni dell’eletto, in particolare quelli del celibato e dell’obbedienza, e che tra poco assumerai in coscienza davanti alla Chiesa e all’altare del Signore.

La Parola che stupisce

Esiste una copertura assicurativa sulla riuscita di tali impegni? Come superare dubbi e paure, che umanamente non mancano oggi, né in seguito, nell’esercizio del sacro ministero? Soprattutto, come coniugare la dignità della chiamata con la consapevolezza della propria fragilità? Con quale animo fiducioso inoltrarsi nel percorso intrapreso? L’apostolo Paolo ti consegna la sua esperienza, paradigmatica per ogni storia vocazionale di sequela per la missione: “Rendo grazie a colui che mi ha reso forte, Cristo Gesù Signore nostro, perché mi ha giudicato degno di fiducia mettendo al suo servizio me … Ma mi è stata usata misericordia … e così la grazia del Signore nostro ha sovrabbondato insieme alla fede e alla carità che è in Cristo Gesù” (cfr. 1Tm 1, 12-14).  L’unica copertura assicurativa è la fiducia che Dio riversa su di te. La Parola divina non ignora le nostre condizioni di fragilità: il Signore non ci chiama perché perfetti, ma nella condizione di peccatori, perciò ci stupisce sempre: “Lo stupore infatti aveva invaso lui e tutti quelli che erano con lui, per la pesca che avevano fatto” (Lc 5,9). Sorpreso da tale stupore, ancora di più Pietro fatica a darsi pace: “Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore” (Lc 5,8). Nella storia dei tanti personaggi biblici la parola di chiamata è sempre affiancata da un’esortazione alla fiducia: “Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini. E, tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono” (Lc 5, 10-11).

La Parola che salva

Caro Maurizio, la fecondità della tua missione è solo nella debolezza della Croce, “potenza di Dio e sapienza di Dio” (1Cor 1, 24). L’inizio del tuo ministero diaconale è molto illuminato dall’immediata ricorrenza liturgica dell’Esaltazione della Santa Croce: la diakonia della tua esistenza saprà apprendere dalla croce del Signore la logica del vero servizio, la tenacia dell’amore sofferto, la perseveranza del sincero e totale dono di sé. Impegnare la propria vita al servizio degli altri richiede senza resistenze e senza riserve un amore a prova di croce. L’amore che cerca di evitare la debolezza della croce lascia molto perplessi e dubbiosi. Non ti lasciare ingannare e scoraggiare dalla paura, dalle rinunce, dalle sconfitte, dalle incomprensioni e dalle solitudini. Tutto ciò che è filtrato dalla sofferenza è vivificato dalla potenza divina della croce, “stoltezza per quelli che si perdono, ma per quelli che si salvano, ossia per noi, è potenza di Dio” (1Cor 1,18). Ti consegno poche parole di s. Giovanni Crisostomo, di cui ricorre oggi la memoria liturgica: “Lo scandalo non deriva dalla natura della croce, ma dalla stoltezza di chi si scandalizza” (Sulla Provvidenza XV, 1-7).

+ Gerardo Antonazzo