Omelia per il Mercoledì delle Ceneri

Dalla testa al cuore 

Omelia per il Mercoledì delle Ceneri 

Sora-Chiesa Cattedrale, 6 marzo 2019

Quaranta giorni per cambiare vita? La liturgia delle Ceneri celebra l’inizio: “…concedi al popolo cristiano di iniziare con questo digiuno un cammino di vera conversione”. Non specifica una durata, tantomeno fissa un termine uguale per tutti. A Pasqua celebriamo la vittoria di Cristo sulla morte, lo sappiamo bene; ma ognuno fa Pasqua nella vita secondo il ritmo della sua docile conversione dal peccato alla grazia. Tra le Ceneri e la Pasqua c’è di mezzo il deserto delle fatiche umane, delle lentezze e ritardi, delle resistenze interiori al pressante invito “convertitevi e credete al Vangelo”. La pedagogia della Chiesa, e in particolare della liturgia, lascia aperta ogni prospettiva, concedendo a ciascuno il tempo necessario per misurarsi con gli elementi complessi e contorti del  “combattimento contro lo spirito del male”. Per questa ragione il cammino si fa agonico; e la lotta si affronta con le armi consegnate oggi dal vangelo: la carità, la preghiera, e il digiuno da vivere nel segreto del cuore. 

Nel deserto della nostra camera 

Dove può avvenire la nostra conversione a Dio?

Nella rivelazione biblica la conversione è favorita dall’esperienza speciale del deserto. Per affrontare la lotta contro ogni male, bisogna familiarizzare con le condizioni del deserto. Il deserto è solitudine, silenzio, ascolto, pericoli, insidie, paure, tentazione, povertà, intimità, attesa, fiducia, purificazione dei desideri, invocazione. Israele si è innamorato di Dio nel deserto. Quando Dio deve correggere Israele, lo  invita a rivivere l’esperienza del primo innamoramento nel deserto. Al tradimento da parte di Israele,  Dio annuncia non la punizione e il ripudio, ma la guarigione e il perdono: “Ecco, io la sedurrò, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore” (Os 2,16). Il deserto diventa metafora di una straordinaria esperienza spirituale grazie alla quale, dopo la sazietà ingorda di illusioni materiali e di interessi idolatrici, possiamo riscoprire i morsi della fame e della sete di Dio, il desiderio della sua Parola, la fiducia nelle sue promesse, il combattimento e la vittoria nelle tentazioni, il bisogno di pentimento e ravvedimento, la gioia estatica del suo perdono.

Il vangelo oggi invita a rientrare nella propria  camera (il termine greco indica una stanza interna, riservata, segreta): “Entra nella tua camera, chiudi la porta…”. Il vero deserto è la  stanza interiore della nostra coscienza, dove finalmente impariamo a stare soli con noi stessi, con le nostre paure e debolezze, spogliàti di ogni delirio di ipocrisia e di onnipotenza. “Signore, tu mi conosci veramente come sono [ ]. Tuttavia c’è qualcosa nell’uomo che non è conosciuto neppure dallo spirito che è in lui. Tu però, Signore, conosci tutto di lui, perché l’hai creato. Io invece, quantunque mi disprezzi davanti a te e mi ritenga terra e cenere, so di te qualcosa che non so di me” (S. Agostino, Confessioni, Libro X). Se la preghiera liturgica oggi ci sprona ad un cammino di vera conversione”, è perché vuole salvaguardarci dall’illusione di una conversione non vera, inaffidabile e sterile. Nel segreto del cuore Dio ci osserva nella nostra verità più intima a noi stessi, e più nascosta agli altri: “Stimolato a rientrare in me stesso, sotto la tua guida, entrai nell’intimità del mio cuore [ ]. Tu, infatti, eri all’interno di me più del mio intimo e più in alto della mia parte più alta” (S. Agostino, Confessioni, VII, 10, 18: III,6,11).

Se non cambia il cuore, non cambia nulla

Come cambiare davvero?

Il rito dell’imposizione delle ceneri mi fa venire in mente due espressioni usate nel linguaggio corrente: “Cambiare testa”, per indicare la necessità di un modo diverso di vivere; e “Fare le cose con cuore”, per invitare a crederci sul serio in quello che uno deve impegnarsi a fare. Mettendo insieme le due frasi, si capisce che per cambiare vita bisogna impegnare il cuore:  “Ritornate a me con tutto il cuore, con digiuni, con pianti e lamenti. Laceratevi il cuore e non le vesti(Gl 2,12-13).  E se non cambia il cuore non cambiamo testa! Il cambiamento della nostra vita deve partire dalle cose che più ci stanno a cuore, e che spesso rischiano di essere un impedimento per un sincero ritorno al primato di Dio: “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente” (Lc 10,27). Nel deserto quaresimale, lasciamo che sia Dio a parlare per primo. Rieduchiamo  il cuore all’ascolto attraverso la fatica del silenzio: “Oggi non indurite il vostro cuore, ma ascoltate la voce del Signore” (Sal 94,8). “Sarebbe utile dedicare una ‘giornata per ascoltare’. Immersi come siamo nella confusione, nelle parole, nella fretta, nel nostro egoismo, nella mondanità, rischiamo infatti di rimanere sordi alla parola di Dio, di far ‘indurire’ il nostro cuore, e di perdere la fedeltà al Signore [ ]. Guai al popolo che si dimentica di quello stupore, di quello stupore del primo incontro con Gesù. È lo stupore apre le porte alla parola di Dio” (Papa Francesco, 23 marzo 2017). 

Discernimento e lotta

Cosa ci aiuta a cambiare?

Per cambiare secondo Dio bisogna conoscere e fidarsi della sua volontà. Per questo è necessario imparare l’arte del discernimento. Nel cuore, inteso come coscienza, il credente cerca di valutare la propria vita alla luce della Parola di Dio.  Nel cuore dell’uomo succede di tutto, perché tra il dire e il fare c’è sempre di mezzo…il cuore. S. Paolo, profondo conoscitore dell’animo umano, riesprime così la lotta interiore nella coscienza: “Non riesco a capire ciò che faccio: infatti io faccio non quello che voglio, ma quello che detesto [  ] …quando voglio fare il bene, il male è accanto a me” (cfr. Rm 7, 15-24).

Senza l’esercizio del discernimento interiore la lotta è già sconfitta, e la conversione una disfatta: “Questa lotta è molto bella, perché ci permette di fare festa ogni volta che il Signore vince nella nostra vita. Non si tratta solamente di un combattimento contro il mondo e la mentalità mondana, che ci inganna, ci intontisce e ci rende mediocri, senza impegno e senza gioia. Nemmeno si riduce a una lotta contro la propria fragilità e le proprie inclinazioni. Ognuno ha la sua: la pigrizia, la lussuria, l’invidia, le gelosie, e così via” (Papa Francesco, Gaudete et exultate, 158-159).

Invito tutti a fare della quaresima una palestra di discernimento spirituale: nella vita dei presbiteri ravviva la coscienza sacerdotale (a partire dal rito di ordinazione), nella vita laicale illumina la coscienza di fronte alle scelte, nel rapporto di coppia insegna a rigenerare l’alleanza nuziale, per i genitori illumina la delicata responsabilità educativa verso i figli, nelle relazioni familiari edifica la chiesa domestica. Il discernimento ha anche bisogno di tempi di silenzio, di preghiera prolungata, di ascolto della Parola, dell’esame di coscienza quotidiano, della riconciliazione sacramentale, dell’accompagnamento spirituale da parte di una guida saggia e santa. Tutto questo ci aiuterà a cambiare.

Buona traversata, buon  combattimento, buona quaresima!

 

+ Gerardo Antonazzo