Concelebrazione Eucaristica di Ringraziamento. Omelia del Nunzio Apostolico

PROMULGAZIONE DECRETO UNIONE GIURISDIZIONI IN

SORA-CASSINO-AQUINO-PONTECORVO

(Cassino, 9 novembre 2014)

 

E’ con vero piacere che questa sera mi trovo in mezzo a voi come Rappresentante, in modo del tutto particolare, del Santo Padre. E quest’incontro s’incentra nella celebrazione dell’Eucarestia, elemento fondamentale e segno per eccellenza dell’unione e comunione dei battezzati e dell’intera Chiesa Cattolica.

Questa sera, come già accennato, la celebrazione Eucaristica assume un significato del tutto particolare. Sta, infatti, a marcare anche un’unità e comunione tra due comunità: quella della Chiesa di Sora, Aquino e Pontecorvo e quella di Cassino. Quest’ultima, fino a qualche giorno fa, unita all’antica e benemerita Abbazia territoriale di Montecassino.

In una parola due comunità che si accingono ad  iniziare insieme un cammino di fede sotto la guida del  Vescovo Gerardo, nell’ambito di una comunità ancor più grande, quella della Chiesa Cattolica, a sua volta sotto il Governo Pastorale del Vescovo di Roma, di Papa Francesco.

La solennità odierna, che commemora la Dedicazione della Chiesa di San Giovanni in Laterano, Cattedrale di Roma, ci richiama alla riflessione la figura di Pietro e quindi del Romano Pontefice e del suo ministero nella Chiesa Universale e quindi anche su di questa particolare di Sora-­Cassino-Aquino-Pontecorvo.

Ora qual’è questo ministero di Pietro trasmesso nel Papa?… ed al quale in definitiva si riferisce anche quello del Vescovo e del Parroco? L’essenziale di questo ministero è contenuto in quelle tre battute del Vangelo di Giovanni: “Simone di Giovanni mi ami tu? Certo, Signore, tu lo sai che ti amo. Pasci le mie pecorelle” (21, 1-19). Questo brano è parallelo a quello, in cui si parla del primato di Pietro, in quella ben nota scena di Gesù con Pietro sulle sponde del Lago di Tiberiade (Mt. 16.17-19).

I due brani si differenzino per una sola cosa. Mentre il secondo, quello del primato di Pietro, riferito da Matteo, è legato ad una professione di Pietro (“Tu sei il Cristo”, il Figlio di Dio”), il primo, quello di Giovanni, è legato ad una professione di amore (“Tu sai che ti amo).

Da quanto detto si può subito capire che l’autorità di Pietro e dei suoi successori, [che pure c’è ed è grandissima (“A te darò le chiavi del regno dei cieli”)], Gesù cel’ha rivelata con una parola. che indica la sintesi di queste due realtà: autorità ed amore e la parola che riassume autorità e amore è data dal termine servizio.

“Io — il Maestro, il Pastore — sto in mezzo a voi come colui che serve” (Lc. 22,27). È vero, il Papa è il “servo dei servi di Dio”, cioè dei cristiani. Non solo, ma anche dei credenti non battezzati. Gesù infatti ha anche altre pecore “che non sono ancora dell’ovile” (cfr. Gv. 10,16): il Papa è servo anche dei non credenti, nel senso che deve gettare anche ad essi la sua rete, ricercarli ed offrire loro l’immagine di Cristo che li ama ed è venuto anche per loro. Cristo è di tutti e perciò anche il Papa è di tutti.

A questo punto viene spontanea un’altra domanda: come si deve esercitare in concreto il ministero di Pietro?.. ed a somiglianza quello del Vescovo e dei presbiteri?

L’episodio evangelico, al quale abbiamo fatto riferimento, contiene in rilievo due verbi: “pescare” (gettate le reti”) e “pascere” (pasci i miei agnelli): si tratta di due operazioni che, anche dal vangelo appaiono successive.

Pescare: non tralasciare nulla perché le genti ricevano il messaggio del Cristo.., e qui l’Evangelizzazione, che si concretizza soprattutto nella catechesi… quindi non solamente la testimonianza, ma prima di tutto fare conoscere la persona del Cristo.

Pascere: Pietro deve pascere coloro che ha pescato, cioè deve nutrire con la dottrina ed i sacramenti coloro che Si sono convertiti al vangelo.

Abbiamo parlato del ministero petrino, apostolico e sacerdotale, ma, per il battesimo, in questa Chiesa locale ampliata, ci sono anche, anzi sono Chiesa gli stessi fedeli.

A loro va ricordata prima di tutto la missione di una testimonianza cristiana sia ai loro fratelli nella fede ed a tutti gli uomini di buona volontà.

Quindi il dovere cristiano di appartenere ad una comunità ed il compito di pregare per i propri pastori.

Il Pastore chiede a ciascuno di loro non di essere compianto per le sue rinunce e per il suo modo di vivere diverso dagli altri. Spesso il mondo vede solamente questo nel sacerdote. Uno che ha rinunciato a farsi una famiglia, a mettere delle radici in questo mondo. Senza sapere che quello, a cui il Signore gli chiede di rinunciare, è niente in confronto a quello che gli promette.

In realtà il sacerdote è libero non dall’amore, ma nell’amore verso i fedeli e tutti gli uomini di buona volontà. Non chiede pertanto che i fedeli lo critichino, ma che si rallegrino con lui, che ringrazino Dio per lui, che preghino per lui e lo sostengano con il loro affetto. Di questo sì ha bisogno per non sentirsi rifiutato e solo in un mondo sempre più chiuso ai valori spirituali.

Al termine della ristrutturazione delle due comunità ed all’inizio di un nuovo cammino, ringraziamo il Santo Padre e preghiamo anche per lui. Non possiamo poi dimenticare il bene fatto, attraverso vari secoli, dalla Comunità Benedettina di Montecassino, in mezzo a queste popolazioni ed in primo luogo l’Amministratore Apostolico di Montecassino, don Augusto. Che il Signore li benedica, arricchendo la loro comunità con tante vocazioni e soprattutto con una vita monastica degna dello loro tradizione. Un grazie infine anche a Mons. Gerardo ed a Mons. Fortunato.

La Vergine di Canneto ci aiuti in questo sforzo di santificazione di noi stessi e del nostro contesto ecclesiale e sociale.

+ Mons. Adriano Bernardini

Nunzio Apostolico in Italia




Messaggio dei Vescovi della Conferenza Episcopale Regionale alle Chiese del Lazio per la festa di San Francesco d’Assisi, Patrono d’Italia

Messaggio dei Vescovi della Conferenza Episcopale Regionale

alle Chiese del Lazio

per la festa di San Francesco d’Assisi, Patrono d’Italia

 

Carissimi Fratelli e Sorelle,

in occasione della festa di San Francesco d’Assisi ogni anno una Regione d’Italia è invitata ad offrire l’olio per la lampada che arde sulla tomba del  Santo Patrono. Il prossimo 4 ottobre saranno le Chiese del Lazio a compiere questo gesto di devozione recandosi pellegrine ad Assisi. Vorremmo compierlo mettendoci con umiltà sulle orme del Poverello per imparare da lui una più coraggiosa   sequela di Gesù, Nostro Signore.

Importanti momenti dell’itinerario spirituale di San Francesco hanno avuto luogo nella nostra Regione: a Greccio il Poverello d’Assisi, con la rappresentazione della Natività del Signore, potè contemplare profondamente  la povertà che accompagnò la venuta nel mondo del Salvatore; a Fonte Colombo, scrivendo la Regola, ribadì la scelta di vivere radicalmente il Vangelo; a Roma egli sottomise al discernimento del Papa la sua intuizione di vita. Il Lazio è, dunque, impregnato della spiritualità francescana che è un dono grande anche per la Chiesa di oggi. Recandoci in pellegrinaggio ad Assisi   desideriamo ricevere da San Francesco  un aiuto per crescere nell’amore del Signore: egli infatti continua a parlare al cuore di ogni uomo.

Alcuni aspetti della vita del Poverello desideriamo ricordare particolarmente. Anzitutto egli ci testimonia la ragione profonda della povertà evangelica  Spogliandosi   davanti al padre di tutti i suoi beni, rinunciò a questo mondo per affermare davanti a tutti, senza alcuna paura, che solo Gesù Cristo e il suo Vangelo sono il bene vero e l’unica ricchezza dell’uomo. Che significato ha per noi l’esempio  di San Francesco? Lo scorso anno  ad Assisi, sulla tomba del Poverello, il Papa ha chiesto a tutti i cristiani di spogliarsi di quella mondanità spirituale “che ci porta alla vanità, alla prepotenza, all’orgoglio”. Contemplando il Crocifisso di San Damiano, l’invito di Papa Francesco ci sprona ad impegnarci per cercare la gloria di Dio piuttosto che la nostra, con fede retta, speranza certa e carità perfetta.

Trasformato dall’esperienza di Gesù Cristo, San Francesco fu uomo di riconciliazione e di pace. Nell’Esortazione Apostolica Evangelii gaudium il Santo Padre ha chiesto ai cristiani “una testimonianza di comunione fraterna che diventi attraente e luminosa” (n.99). Andiamo ad Assisi per diventare anche noi, come San Francesco, strumenti di pace in un mondo dove crescono i  conflitti e spesso sfociano in drammatiche violenze. L’intercessione di San Francesco ci ottenga la concordia e la comunione nelle famiglie, negli ambienti di lavoro, nelle relazioni sociali, e ciascun cristiano adempia la sua vocazione di servo  di amore e di perdono, cooperando alla costruzione di una società di pace.

In questo tempo di grave crisi economica cresce nelle nostre città e nei paesi il numero dei poveri. Il Papa Francesco  ci   chiede di riconoscere nei poveri “la carne sofferente di Cristo” e di lenire le loro pene. Fu questa anche l’esperienza di San Francesco che, dopo aver ricnosciuto nel lebbroso il volto di Gesù, iniziò a frequentare il lebbrosario e a dare l’elemosina a quanti lì si trovavano, baciando loro le mani. Ad Assisi chiederemo nella preghiera a San Francesco di aiutarci a compiere, come Lui,  “l’opzione per gli ultimi, per quelli che la società scarta e getta via” (Evangelii gaudium, n. 195). I poveri ci appartengono e  nelle  comunità cristiane devono avere lo stesso posto che hanno nel cuore di Dio, vale a dire – ci ricorda il Papa –  “un posto preferenziale”.

Infine, nel nostro pellegrinaggio, pregheremo per il Papa, che costantemente si affida alla preghiera del popolo cristiano. Le Chiese del Lazio, unite da vincoli speciali al Succesore di Pietro, non potranno non corrispondere generosamente a questa richiesta. Imploreremo dal Signore per Lui salute e forza per compiere il ministero che la Provvidenza gli ha affidato e che con esemplare dedizione  svolge  quotidianamente.

Carissimi Fratelli e Sorelle, il  pellegrinaggio nella terra di San Francesco è un dono per le nostre Chiese. Sia davvero un giorno di grazia per un nuovo vigore cristiano delle nostre comunità ecclesiali.  Viviamolo con intensità spirituale, sperimentiamo  la letizia dell’incontro con un grande testimone del Vangelo per essere sempre di più annunciatori gioiosi e credibili di Cristo e fermento di gioia e di pace nei nostri ambienti di vita.

Roma, 1 luglio  2014

I Vescovi della Regione Episcopale del Lazio

RivistaSFRancesco2011

 




Convegno Pastorale sul risveglio della Fede: La catechesi e la pastorale in prospettiva missionaria

In questo secondo intervento provo a indicare alcune scelte pratiche rispetto a tre aspetti: la catechesi delle nostre comunità; la pastorale; la figura del catechista evangelizzatore.

1. Riprogettare la catechesi in una prospettiva di primo e secondo annuncio

Mi limito a indicare, senza approfondirli, tre spostamenti della catechesi.

a) Lo spostamento del baricentro

In coerenza con una prospettiva missionaria noi ci dobbiamo interrogare su quale sia il soggetto della catechesi, attivo e passivo, attorno al quale unificare la proposta di primo e secondo annuncio.  Ora, sia le proposte, sia le risorse ecclesiali (catechisti) sono ancora fortemente sbilanciate sull’iniziazione cristiana dei ragazzi. Un’inchiesta a livello italiano a metà degli anni ’90 indicava che su circa 300 mila catechisti italiani, il 91,2% si dedicava all’iniziazione cristiana dei fanciulli e dei ragazzi (circa 273.000). Sarebbe come se il 92% dei medici italiani fossero pediatri. Un’inchiesta successiva nel 2004 non modificava sostanzialmente questo dato e confermava a grandi linee questo sbilanciamento[1]. Il nucleo unificatore attuale della catechesi è ancora il bambino (catechesi puerocentrica). Questa scelta era adeguata a un contesto di cristianesimo sociologico (gli adulti erano già credenti), di fede ereditata e di una pastorale di mantenimento (cura fidei). Il cambio di prospettiva missionaria chiede che spostiamo il baricentro. Possiamo pensare a un’ellisse con due fuochi: la famiglia, seguendo l’arco della sua storia; l’adulto nei passaggi fondamentali della sua vita (criterio cronologico e antropologico). Tale spostamento di asse nella catechesi va fatto progressivamente, ma senza lasciarsi ingannare dall’effetto miraggio (il polverone) .

Siamo d’accordo a prendere questi due soggetti come perno per la proposta catechistica? Dalla risposta a questa domanda dipende tutta la programmazione della catechesi. Se sommiamo il cambio di prospettiva (primo e secondo annuncio) con il cambio di perno (famiglia, adulto), noi abbiamo le due coordinate per un ripensamento missionario della catechesi.

b) La scelta delle “porte di ingresso” o “ritorno”

Non è possibile avviare un cambiamento modificando contemporaneamente tutti gli elementi in campo. Occorre scegliere delle priorità e perseverare a lungo in esse. Prendendo una prospettiva missionaria, mettendo al centro famiglia e adulto, siamo chiamati ad individuare alcune porte di ingresso alla fede, o porte di reingresso per coloro che sono già stati cristiani. Presento due esempi, il primo di una parrocchia della mia diocesi, il secondo di una unità pastorale. Il consiglio pastorale di una parrocchia in ambiente rurale, dopo l’analisi della situazione,  decide di impegnare le proprie forze per tenere bene aperte tre porte di ingresso: i corsi per fidanzati; il battesimo (porta di ingresso del bambino, porta di nuovo ingresso per gli adulti); l’accompagnamento dei genitori di iniziazione cristiana e con loro i loro figli. Si tratta di una scelta a partire da ciò che è già in atto, ma in una prospettiva di secondo annuncio. Questa parrocchia ha deciso di investire le sue energie catechistiche in questa direzione per i prossimi dieci anni, curando queste tre porte di entrata.

Nell’unità pastorale delle nove parrocchie del centro di Brescia, una popolosa città del nord d’Italia che ho accompagnato per un anno nel loro discernimento pastorale, la scelta è stata di concentrarsi su tre priorità, una tradizionale, una emergente, l’altra nuova: la pastorale pre/post battesimale; l’accompagnamento di coppie in situazioni difficili (conviventi, separati, divorziati); l’accoglienza e l’annuncio del Vangelo (implicito o esplicito) agli immigrati. I consigli pastorali di queste nove parrocchie hanno deciso che queste tre porte di ingresso costituiranno  per i prossimi anni la palestra di allenamento per una pastorale condivisa e per una comunità missionaria. Tutto è importante nella catechesi, ma qualcosa lo diventa di più, come avvio di un cambiamento e allenamento alla missionarietà.

Quali priorità decidiamo di scegliere? Quali porte di entrata decidiamo di riaprire e di curare particolarmente?

La risposta a questa domanda, dentro le prospettive sopra indicate, permette di decidere dove investire le energie catechistiche, per forza limitate.

c) Il primo e secondo annuncio in ogni passaggio della vita

Rimane una terza questione fondamentale per una catechesi di primo e secondo annuncio: la sua capacità di ridere il kerygma pasquale facendolo risuonare come bella notizia nelle differenti esperienze di vita degli adulti. Il kerygma è uno solo, secondo la felice definizione di Papa Francesco: “Gesù Cristo ti ama, ha dato la sua vita per salvarti, e adesso è vivo al tuo fianco ogni giorno, per illuminarti, per rafforzarti, per liberarti”.

Questo annuncio non va ripetuto come un ritornello, ma come un canto che in ogni stagione interpreta la giusta melodia. Così, nell’accompagnamento dei fidanzati sarà il kerygma dell’amore (Dio vi ama, è contento del vostro amore e lo benedice. Comunque andrà il vostro cammino egli è il vostro salvatore); nell’incontro con genitori che chiedono il battesimo sarà il kerygma della paternità e della maternità di Dio (Dio vi ama; è felice per il vostro bambino e lui che è padre e madre vi accompagna nel farlo crescere); nell’accompagnamento dei genitori con figli che vivono l’iniziazione cristiana sarà il kerygma della genitorialità (Dio vi ama; egli sa che è facile mettere al mondo un figlio, molto più difficile essere padri e madri. È esperto nel generare. Non vi lascia soli nel vostro compito di educazione dei figli); nell’incontro con gli adolescenti sarà il kerygma della chiamata (per Dio sei importante, prezioso; c’è un progetto a cui puoi dare il tuo assenso libero; c’è un posto pe te nella vita); per i giovani sarà il kerygma del viaggio, dell’itineranza (Dio ama viaggiare, come te, insieme a te; ama la ricerca, onora i tuoi dubbi, rispetta la tua ragione e la tua libertà); per gli adulti, nei differenti passaggi della vita, sarà il kerygma della presenza («Ecco, io sono con te e ti proteggerò ovunque tu andrai» (Gen 28,15)).

Una prospettiva di secondo annuncio chiede alla catechesi un ritorno all’essenziale, una rivisitazione del suo linguaggio, un annuncio di gioia che tiene indissolubilmente unite le parole di Dio e le parole umane. Il primo e secondo annuncio chiedono alla catechesi di imparare il linguaggio della vita, di considerare la vita umana come l’alfabeto di Dio. Chiedono, in fin dei conti, di uscire dal sacro e di tornare a dare carne alla Parola che si è fatta carne. Il Verbo ha impiegato tutta la storia della salvezza per farsi carne. In soli due mila anni siamo riusciti a disincarnarlo. L’amore di Dio è il canto fermo del primo annuncio, la esperienze umane sono i suoi contrappunti. Entrare nella vita delle persone, abitarla con passione, compassione e speranza è la più alta attività cristiana che possiamo mettere in atto. Questo è terreno sacro, nel quale camminare in punta di piedi, togliendosi i calzari. Qui si sospende ogni giudizio, ogni valutazione. Ogni storia umana è storia sacra e non c’è storia sacra perfettamente lineare, senza sbagli, senza fragilità, senza dolore. La sacralità della vita viene dalla sua vulnerabilità. Visitare e accompagnare la storia delle donne e degli uomini è il più grande atto di amore. È anche il modo più bello, forse l’unico, per annunciare il Vangelo, per mostrare a tutti il dono di vita buona che esso contiene.

La Chiesa, concentrata spesso sul solo piano oggettivo della fede, ha bisogno di questo trasloco nella storia che Dio scrive dentro la carne delle donne e degli uomini di oggi. Allora capirà anche diversamente e più in profondità l’aspetto oggettivo della Rivelazione.

2. Ridisegnare la pastorale in prospettiva missionaria

Guardiamo ora al versante della pastorale e di riflesso alla figura della comunità. Senza pretesa di completezza, indico anche per la pastorale alcuni spostamenti.

1) Osare la disorganizzazione pastorale

Qualche anno fa mi trovavo nella diocesi di Mons. Bruno Forte (Chieti), per un convegno nazionale dei catechisti italiani. Il tema era “Passaggi di vita, passaggi di fede”. Fui incaricato di fare la sintesi finale del Convegno e dedicai il pomeriggio libero di uscita per fare questo lavoro[2]. Era estate ed eravamo vicini al mare. Alle ore 17 avevo terminato la mia sintesi, cercavo solo un’immagine, un simbolo, un racconto per riassumere la riflessione che avevamo fatto. Decisi di andare a fare un bagno. Io non sono un buon nuotatore, mi limito a stare a galla. Arrivato sulla spiaggia fui subito attratto da un cartello: “Il salvataggio si effettua dalle ore 9 alle ore 17”. Guardai l’orologio: erano le 17.30! Quel cartello era il simbolo della nostra pastorale, una pastorale pensata a partire dalla propria logica interna, che chiede alla vita delle persone di adattarsi alla sua organizzazione. La vita delle persone inquadrata dalla pastorale e non la pastorale a servizio della realtà della vita. Ho dovuto rinunciare al mio bagno, limitandomi a mettere i piedi in acqua, ma in compenso avevo trovato l’immagine che cercavo.

La prospettiva missionaria richiede la disponibilità a destrutturare i nostri impianti pastorali. Abbiamo bisogno di un po’ di disordine. Potremmo dire così: organizzare la disorganizzazione. «Mi pare che ci sia bisogno di una Chiesa disposta a cambiare la propria impostazione pastorale di fondo e alcune delle sue strutture per renderle veramente adeguate a quella conversione missionaria di cui si parla da anni. Si tratta di avere il coraggio di destrutturare l’impostazione pastorale, di renderla meno pianificata nella sua organizzazione e più flessibile, capace di piegarsi alle esperienze di vita delle persone, alle forme della comunicazione che essi oggi privilegiano; ai luoghi che essi frequentano; ai tempi di un’esistenza frantumata, affannata e spesso convulsa. Per incontrare i cercatori di Dio, che nel nostro tempo come forse in ogni tempo non frequentano i luoghi della Chiesa, ma quelli della vita e del mondo, occorre una Chiesa capace di andare verso il mondo, di organizzarsi nella dispersione della vita di oggi (come è dire: dis-organizzarsi, per poter entrare in sintonia con una vita dispersa)»[3]. L’attuale pastorale è spesso organizzata in maniera rigida e con ripartizioni di compiti che possono portare a percorsi indipendenti. L’impianto organizzato e strutturato, la ripartizione in ambiti pastorali con relativi uffici, gli schemi operativi consueti e collaudati operano da griglia di lettura dell’esistente: hanno un effetto di formattazione della realtà, ci impediscono di vedere il nuovo che è in atto perché lo riconducono al già visto, al “déjà vu”.

2) Riorganizzare la pastorale: i “tria munera” e “l’alfabeto della vita umana”

Come può essere ripensata l’organizzazione pastorale in questa prospettiva?

A partire dal Concilio Vaticano II la nostra pastorale si è organizzata attorno ai “tria munera”, portando a una articolazione ormai consolidata e sicuramente pratica: annuncio, celebrazione e comunione/carità (catechesi, liturgia e carità)[4]. È su questa ripartizione che ci siamo organizzati in servizi, uffici, équipe, proposte pastorali. Questa ripartizione di settori e di compiti ha il vantaggio di salvaguardare l’unità della missione della Chiesa negli elementi che la costituiscono come dono da parte di Dio. Salva quindi il lato oggettivo della grazia di Dio, irriducibile ad ogni antropologia. I suoi limiti però sono apparsi nel tempo piuttosto evidenti. La tripartizione ha portato alla parcellizzazione delle azioni pastorali e alla moltiplicazione delle mediazioni messe in atto (uffici, iniziative, percorsi, ecc.). Si dimostra debole ad assicurare una unità della proposta tra i suoi differenti soggetti e servizi, non riesce a manifestare la profonda complementarità di Parola, Liturgia e Carità, e soprattutto fatica a mostrare come ogni elemento del Vangelo è per l’uomo e per la pienezza della sua vita.

Il convegno ecclesiale di Verona nel 2006 ha lanciato alle comunità cristiane un appello profetico.  L’unità della pastorale della chiesa – ha affermato – va ricondotta all’unità della persona, per mostrare più chiaramente la portata antropologica dei gesti della chiesa. Occorre ripensare la pastorale incentrandola maggiormente sulle esperienze fondamentali che ogni donna e ogni uomo vivono nell’arco della propria esistenza. Il Convegno aveva in modo esemplificativo indicato cinque esperienze antropologiche come luoghi nei quali pronunciare cinque «concreti aspetti del “sì” di Dio all’uomo, del significato che il Vangelo indica per ogni momento dell’esistenza». Questi cinque sì, queste cinque parole di benedizione che una pastorale missionaria è chiamata a far risuonare riguardano  la dimensione affettiva, il rapporto con il lavoro e la festa, l’esperienza della fragilità, la trasmissione/tradizione dei valori tra una generazione e l’altra (l’ambito educativo), la responsabilità e la fraternità sociale.[5] La pastorale missionaria ridisegna la sua proposta articolando il criterio ecclesiologico (espresso nei tria munera) con quello antropologico, perché risuoni in modo più chiaro che il Vangelo è buona notizia per la vita di ciascuno, che esso annuncia la pasqua di Dio nelle pasque umane, il suo passaggio nelle traversate della vita umana.

Le conseguenze sull’organizzazione pastorale sono bene evidenziate dal teologo e vescovo Franco Giulio Brambilla: «Ciò rappresenta effettivamente – scrive – una sfida nuova. Occorrerà immaginare che cosa significhi questo per lo stile pastorale dei ministri del vangelo e prima ancora per la testimonianza del credente. … Bisognerà ridare scioltezza ai differenti settori della vita pastorale e alla loro organizzazione pratica (dai livelli più alti degli uffici centrali alle singole comunità, passando per le diocesi e le strutture intermedie), rimescolando i compartimenti in cui si sono sovente cristallizzati. Occorrerà ripensare i gesti pastorali che spesso non intercettano quelli degli altri settori, rivedere i programmi che hanno un forte carattere autoreferenziale. Soprattutto bisogna mostrare in modo chiaro che si tratta di pensare e vivere una pastorale per l’uomo e con l’uomo, perché egli sappia di nuovo accedere alla speranza della vita risorta. La pastorale della chiesa – soprattutto quella che vuole ripensarsi in prospettiva missionaria– è tutta protesa a dar forma cristiana alla vita quotidiana». Una pastorale missionaria è una pastorale che sa al tempo stesso sintonizzarsi sul dono di Dio e sulla vita umana, leggendola come “alfabeto di Dio”.

Se permettete una testimonianza personale, vi posso dire che da due anni coordino una équipe a livello nazionale, chiamata équipe secondo annuncio, che per un sessennio raccoglie, analizza e orienta pratiche di secondo annuncio su cinque esperienze umane fondamentali, così articolate: generare e lasciar partire; errare; legarsi, lasciarsi, essere lasciati; appassionarsi e compatire; vivere la fragilità e il proprio morire. Noi consideriamo queste esperienze come vere “periferie antropologiche”. In questo lavoro cerchiamo di mettere insieme i diversi settori e operatori pastorali per impegnarci insieme a far risuonare il kerygma in ciascuno di questi passaggi della vita umana. È così che la catechesi cerca di non essere isolata dalla pastorale e aiuta la pastorale a uscire da una logica di settore e di compartimenti stagni. Noi intendiamo raccogliere nell’arco dei prossimi cinque anni una cinquantina di buone pratiche di secondo annuncio nelle quali impegnarci tutti insieme, al di là dei differenti settori e delle differenti competenze. È una sfida catechistica e pastorale al tempo stesso.

3) Allargare la ministerialità ecclesiale

Un terso elemento implicato in una conversione missionaria della pastorale riguarda l’esigenza di allargare la ministerialità pastorale. Se noi ci concentriamo sulla vita umana nei suoi passaggi fondamentali, sappiamo vedere questi passaggi come pasque umane e ci facciamo presenti per annunciare in essi la pasqua del Signore Gesù, è evidente che un simile annuncio è una questione fondamentalmente laicale. Sono le persone che vivono sulla loro pelle i passaggi di Dio nella loro vita le più indicate per testimoniarli ai loro fratelli e alle loro sorelle. Per questo dobbiamo allargare la ministerialità attuale, fidandoci dei battezzati che conoscono il sapore dolce e amaro degli affetti, che sperimentano tutta la gamma delle fragilità, del lavoro e della festa, della malattia, della perdita di lavoro, dei lutti, della morte. Io penso che dobbiamo avere più coraggio nel fidarci dei laici. Quando il Signore mandò i settantadue ad annunciare il regno due a due (Lc 10, 1ss), voi pensate che fossero preparati?  Gli eventi successivi hanno mostrato che non lo erano. Se la missione è competenza dello Spirito Santo, occorre fare affidamento alla sua forza e alla debolezza dei testimoni. Per questo io penso che dovremo pensare seriamente a una ministerialità della debolezza, che meglio annuncia la grazia di Dio. Chi è più adatto a portare il primo e secondo annuncio a una coppia di divorziati? Sicuramente una coppia di divorziati che ha fatto un cammino di fede. Come è da ripensare la ripartizione classica dei compiti e dei servizi pastorali, così dovremo riaprire il dossier della ministerialità ecclesiale e della sua regolazione.

4) Attivare una ritualità cristiana che dia forma alla vita

Il ripensamento della pastorale in prospettiva missionaria richiede di rivederne tutti gli elementi. Mi limito a segnalarne ancora uno, che ritengo fondamentale. Esso riguarda la dimensione rituale della fede. L’annuncio della pasqua di Gesù nelle pasque umane (compito della pastorale) non si esaurisce nelle parole, né nella vicinanza fraterna e solidale. La benedizione di Dio nella carne dell’uomo si attua attraverso i riti, diventa per ciascuno l’ “oggi” della grazia di Dio nella celebrazione liturgica. Ritroviamo qui, come vedete, i “tria munera” (annuncio esplicito tramite le parole, annuncio implicito tramite la carità, annuncio che diventa realtà per ciascuno nel rito).  È confortante constatare come i sette sacramenti (con tutti i limiti del settenario cattolico)  siano tali proprio per esprimere l’inserirsi di tutta la vita dentro la totalità del mistero pasquale. La loro articolazione orizzontale, nei tempi della vita umana, dice che la vita, dalla nascita alla morte, è salvata, che non c’è nulla dell’esperienza umana che sia priva della salvezza di Dio. Ad ogni traversata della vita il Signore risorto ti raggiunge e ti custodisce. Si tratta, come sappiamo, di un unico grande sacramento, ma il suo emergere settiforme segnala, favorisce e attua l’esperienza di essere salvati e custoditi dalla paternità di Dio in ogni momento della propria storia personale, familiare, comunitaria. Lavati, profumati, nutriti, resi capaci di amare, presi in cura, accompagnati nel morire.

È questo il senso ultimo dei sacramenti e di tutti i riti della fede. Dentro un contesto di cristianità i riti hanno corso il rischio di uno svuotamento antropologico e di una riduzione a gesti sacri, di un decadimento da riti a cerimonie. La prospettiva missionaria diventa una chance per la ritualità cristiana. Le chiede e le permette di ricuperare la sua vocazione di dare forma alla vita umana. Noi corriamo il rischio nella celebrazione dei riti di oscillare tra la stanchezza ripetitiva, la tentazione di tornare a vecchi formalismi nostalgici o di cercare ingenue spettacolarità. Abbiamo invece bisogno di una liturgia seria, semplice e bella, un’azione che metta in contatto con il mistero di Dio e assuma tutto l’umano, che coinvolga ogni aspetto dell’umano. È vero che la liturgia non è fatta per emozionare, ma per celebrare il mistero pasquale. Ma se la celebrazione del mistero pasquale non emoziona, cioè non raggiunge la carne dell’uomo, allora c’è un problema, allora non potrà essere mai un rito che dà forma alla vita. La prospettiva missionaria avvia un laboratorio rituale. Tale laboratorio deve essere un affare di tutti gli operatori pastorali, non solo dell’Ufficio liturgico o del gruppo liturgico. La catechesi e la carità si devono mettere insieme alla liturgia per celebrare ogni situazione umana. Questa celebrazione domanda di ripensare la celebrazione dei sacramenti, ma chiede di estendersi a tutta l’esperienza umana. Ogni gioia, ogni sofferenza, ogni fallimento, ogni mancanza va celebrata. L’attitudine missionaria è chiamata a inventare parole di benedizione rituale non limitate ai sacramenti, ma dentro ogni gioia e ogni sofferenza umana.

3. La figura dell’evangelizzatore

Vorrei terminare i due interventi di queste sere parlando della figura del catechista evangelizzatore. Invito a riferirsi a un testo biblico che ci può dare un grande aiuto. Si tratta dell’incontro tra Filippo e l’eunuco, che ci presenta lo stile missionario dell’evangelizzatore in un contesto di primo annuncio. Non facciamo certo l’esegesi del testo, ma ne ricaviamo 7 tratti, che lascio al vostro approfondimento.

1. L’evangelizzatore lascia i luoghi sacri per le strade deserte

Luca ci ha raccontato nei capitoli precedenti le imprese di Filippo, simbolo di tutta la comunità ecclesiale, nella missione di evangelizzazione, una missione caratterizzata dal successo, con la potenza della parola e dei prodigi.  E improvvisamente l’angelo del Signore manda Filippo su una strada deserta, in direzione di Gaza, a mezzogiorno, quando non passa nessuno. Filippo non è a Gerusalemme, la città santa, nel tempio, ma su una strada profana verso una città profana. E in un ora dove è assolutamente improbabile incontrare qualcuno.

E’ bene sottolineare che è l’angelo del Signore (cioè lo spirito Santo) a spingere Filippo lontano dalla Gerusalemme sacra e a portarlo su una strada deserta. Il deserto, la strada deserta, indicano quei luoghi profani nei quali sembra insensato o rischioso avventurarsi. Indicano la storia e la cultura quando queste non si riconoscono più nei codici religiosi abituali. Indicano anche le “periferie umane” di cui ci parla così spesso Papa Francesco.

2. Sa cogliere la domanda di senso

Su quella strada deserta, su cui lo Spirito l’aveva sospinto, Filippo, contro ogni umano calcolo e contro ogni sensata previsione, è sorpreso da una presenza. Luca ci comunica questo senso di sorpresa e di meraviglia con un improvviso “ed ecco”, al quale fa seguire la descrizione di un personaggio strano: “un etiope, eunuco, funzionario della regina Candace…, venuto a Gerusalemme per il culto” che sta leggendo il profeta Isaia (cf. At 8,27s.). Sulla strada deserta, ad un’ora non certamente propizia, per la disponibilità dell’evangelizzatore Filippo, si realizza un incontro che suscita stupore: là c’è un uomo che viene da lontano, da quel “confine della terra” come era considerata l’Etiopia; un uomo caratterizzato dal suo alto ruolo sociale, ma soprattutto segnato dalla sua condizione marginale e disprezzata di eunuco.

Ebbene, la sorpresa per Filippo è che quest’uomo così insolito è in ricerca religiosa!

La seconda caratteristica dell’evangelizzare è dunque quella di lasciarsi sorprendere da tutti, dai ragazzi, dai giovani, dagli adulti, di guardarli tutti con simpatia, perché solo la simpatia sa vedere dietro le persone con i loro atteggiamenti anche più strani, le domande profonde che abitano il loro cuore.

3. Fa strada insieme

Se osserviamo il percorso di Filippo con l’eunuco etiope, lo vediamo contrassegnato da una pedagogia dell’accompagnamento (cf. At 8,29-34), chiaramente modellata su quella utilizzata dal Risorto con i pellegrini di Emmaus (cf. Lc 24,15-24). C’è tutta una serie di verbi significativi: incontrare, correre vicino, sentire, salire sul carro e sedersi vicino. E’ qui indicata tutta una delicata e profonda progressione di entrata in relazione con la persona. C’è un dinamismo interiore che spinge, un andare, un correre vicino, una ascoltare attento, un fare strada insieme.

In questa prima parte (che è già annuncio), Filippo è passivo: non parla. Si limita ad avvicinarsi e ad ascoltare, cioè ad entrare in relazione vera. L’unica parola sua è una domanda stimolo, che provoca nella persona una presa di coscienza e una domanda di aiuto: “e come potrei comprendere, se nessuno mi guida?”.

È in fondo una pedagogia del dialogo quella che il cammino di Filippo con l’eunuco ci suggerisce.

Una terza caratteristica dell’evangelizzatore è proprio quella che egli sa ascoltare, fare strada insieme, entrare nella storia delle persone.

4. Annuncia Gesù come bella notizia

Il racconto di Luca ci dice poi, con un versetto molto denso (v. 35) che Filippo prende la parola e “gli evangelizzò Gesù”. E’ difficile rendere la forza di questa espressione. Evangelizzare Gesù significa annunciare Gesù come significativo per la vita. In fondo, Filippo gli dà Gesù, facendogli capire che il profeta Isaia parlava di se stesso, di un altro e insieme dell’eunuco.

Non sappiamo quale aspetto del messaggio di Gesù Filippo abbia detto all’eunuco. Ma il testo di Isaia sul Servo sofferente, ci fa capire che egli è andato diritto al cuore dell’annuncio cristiano, il mistero di morte e di risurrezione del Signore.

Perché Filippo riesce a dargli Gesù come buona notizia? Perché sa intrecciare tre storie: quella dell’eunuco, che ha ascolto, quella di Gesù, e la sua. Egli raggiunge il cuore dell’eunuco perché l’eunuco vede la testimonianza di Filippo, vede che Filippo è già stato salvato dalla storia che racconta.

Ecco dunque una quarta caratteristica dell’evangelizzatore. Non si accompagna veramente se non si arriva a testimoniare la propria fede nel Signore Gesù, presentandolo agli altri come la nostra gioia, come l’annuncio che ha toccato la nostra vita.

5. Non crea impedimenti

Dopo l’annuncio di Filippo, l’eunuco fa una domanda che è rivolta anche a noi: “Cosa impedisce che io sia battezzato?”, che io entri a far parte della comunità dei salvati? Luca formula questa domanda in modo molto evocativo. Nel linguaggio del suo vangelo e degli Atti degli apostoli quell’impedimento che l’eunuco evoca è quello posto molte volte dalla comunità religiosa e cristiana. Basta pensare agli apostoli che impediscono ai fanciulli di andare a Gesù (Lc 18,15-17);  ai farisei che impediscono con i loro schemi religiosi che qualcuno entri nel regno dei cieli (Lc 11,52); ai discepoli che vorrebbero impedire che i demoni vengano cacciati da chi non è della nostra cerchia; a Pietro nell’episodio di Cornelio, quando la comunità lo rimprovera di aver dato il battesimo a un pagano (cf. At 10,47 e 11,17).

Abbiamo dunque qui una quinta caratteristica dell’evangelizzare. Essa consiste nell’abbandonare qualsiasi pregiudizio moralistico e religioso e credere che tutte e tutti, comunque sia la loro vita, sono degni del Vangelo e anzi i più poveri sono i più adatti ad accoglierlo. Noi continuiamo a pensare che ci sia un solo modo di accogliere il vangelo, quello di chi è in regola con la Chiesa e le sue norme su tutti i punti, quelli che vengono a messa tutte le domeniche, che hanno famiglie unite, ecc. Ora sempre di più ci saranno persone che faranno parte della comunità dei salvati anche se in modo graduale e che sono raggiunti dalla grazia del Signore anche se per storie di vita o per scelte non potranno mai essere del tutto “a posto”, secondo i nostri canoni, cioè che continueranno a essere da credenti degli “eunuchi”, dei menomati. Li terremo lontani dalla comunità perché non perfetti? Se così fosse, presto le nostre comunità saranno deserte e anche noi ce ne dovremo andare.

6. Condivide il cammino di riscoperta della fede

Il testo presenta poi un passaggio molto interessante. «38 Fece fermare il carro e scesero tutti e due nell’acqua, Filippo e l’eunuco, ed egli lo battezzò».

Evangelizzatore e evangelizzato scendono insieme nell’acqua. Simbolicamente richiama l’esperienza del mistero pasquale, l’immersione nella morte/risurrezione del Signore. Luca utilizza una forte sottolineatura del gesto attraverso una doppia enfatizzazione non necessaria: “tutti e due”, “Filippo e l’eunuco”. Il testo sembra suggerire che chi accompagna un altro nel cammino della fede non può restare fuori da questo stesso cammino: deve in qualche modo accettare di ripercorrere differentemente, a partire dall’altro, il percorso della fede già una volta compiuto. Non si esce indenni da un accompagnamento.

Abbiamo una sesta caratteristica dell’evangelizzatore come “compagno di viaggio”. Si tratta di compromettersi realmente nel cammino di fede dell’altra persona. L’evangelizzatore non può stare fuori a guardare. Deve rischiare un ricominciamento a partire dall’altro. Questo ricominciamento porta l’evangelizzatore stesso a “credere diversamente”, ricevendo da colui che accompagna una sorta di re iniziazione. Chi evangelizza chi? C’è una reciproca evangelizzazione

 

 7. Sa scomparire

Infine è bello sottolineare che il testo termina con l’indicazione che lo Spirito rapisce Filippo e lo porta lontano, mentre l’eunuco prosegue con gioia la sua strada.

Quest’ultimo aspetto è di fondamentale importanza per ogni evangelizzatore. Segnala il carattere di mediazione di ogni accompagnamento e la necessità di lasciare pieno spazio all’azione dello Spirito e al cammino personale dei soggetti. L’accompagnamento mira a restituire le persone all’azione dello Spirito, il quale è l’unico missionario competente.

Questo significa anche che l’accompagnamento rinuncia a verificare i risultati. Noi seminiamo, qualcun altro irrigherà, la solo Dio fa crescere.

Conclusione

«Il 26 dicembre 1999, un uragano chiamato «Lothar» ha dilagato sull’Europa, in particolar modo nell’Est della Francia, con venti a più di 150 km orari. Si stima che 300 milioni di alberi siano stati abbattuti sul territorio francese…

Dopo la catastrofe, alcuni uffici tecnici hanno velocemente elaborato programmi di rimboschimento, progetti di reimpianto, piani di semina. Si trattava di approfittare della catastrofe per ricostruire la foresta secondo l’immagine ideale che era possibile farsene.

Ma una volta che si è trattato di attuare questi piani di rimboschimento, gli ingegneri forestali hanno constatato che la foresta li aveva anticipati. Hanno osservato una rigenerazione più rapida di quella prevista che veniva ad ostacolare i piani di rimboschimento manifestando talora delle configurazioni nuove, più vantaggiose, alle quali gli uffici tecnici non avevano pensato. La rigenerazione naturale della foresta manifestava, sotto molti aspetti, una migliore bio-diversità e un miglior equilibrio ecologico…

Da una politica volontaristica di ricostruzione della foresta secondo i loro piani, gli ingegneri forestali sono passati ad una politica più duttile di accompagnamento della rigenerazione naturale della foresta… Non si trattava di rinunciare ad ogni intervento, ma, piuttosto, con più competenza, di accompagnare, in maniera attiva e vigilante, un processo di rigenerazione naturale…“Giovani piantine di alberi di varie specie sono cresciute. Il nostro lavoro è stato allora di liberarle delicatamente, di accompagnarle, di accogliere la vita della natura invece di credere che fosse scomparsa, invece di reimpiantarla artificialmente”.

… Anche la Chiesa ha conosciuto, soprattutto da una quarantina d’anni, un uragano. Il panorama religioso, almeno nelle sue espressioni tradizionali, è devastato. Certo, il paragone non può diventare norma: l’umanità non è una foresta e gli esseri umani non sono delle piante. Ma ciò che ci interessa, analogicamente, per il nostro scopo, è il cambiamento di atteggiamento dei forestali: il loro passaggio da una politica volontaristica di ricostruzione della foresta ad una politica di accompagnamento, attiva e lucida, di una rigenerazione in corso. Non si dovrebbe operare lo stesso passaggio anche in pastorale: passaggio da una pastorale di “conservazione” (d’encadrement) a una pastorale di “accompagnamento” (d’engendrement)? (André Fossion).

fratel Enzo Biemmi



[1] GIUSEPPE MORANTE, I catechisti parrocchiali in Italia nei prima anni ’90. Ricerca socio-religiosa, Elledici 1996; GIUSEPPE MORANTE, VITO ORLANDO, Catechisti e catechesi all’inizio del terzo millennio. Indagine socio-religiosa nelle diocesi italiane, Elledici, 2004.

[2]Passaggi di vita, passaggi di fede, passaggi di Chiesa, Atti del XLI Convegno Nazionale dei Direttori UCD, Vasto Marina (Ch), 18-21 giugno 2007, Notiziario dell’Ufficio Catechistico Nazionale, anno XXXVI, n. 3, settembre 2007, 114-118.

[3]P. BIGNARDI, La via del dialogo e la pluralità dei cammini, in Il Primo Annuncio, Notiziario dell’Ufficio Catechistico Nazionale, anno XXXVI, n. 1, aprile 2007, 81-84.

[4]Per questa parte riprendo le intuizioni di F. G.Brambilla, Partenza da Verona, in «La Rivista del Clero Italiano»  87 (2006).

[5]CEI, nota past. «Rigenerati per una speranza viva», n.12, in ECEI 8/1678.




Introduzione del Vescovo Gerardo al I° Seminario teologico-pastorale: “Il secondo annuncio, per il risveglio della fede nell’età adulta”

I° Seminario teologico-pastorale
“Il secondo annuncio, per il risveglio della fede nell’età adulta”
10 marzo 2014

Introduzione del Vescovo Gerardo

 

E’ con particolare partecipazione d’animo che saluto questa assemblea diocesana, volto concreto e visibile di una Chiesa che cammina nella comunione, e nella condivisione del tempo e dello spazio, abitati entrambi dalla presenza del Signore Risorto.

Saluto con affetto di padre tutti voi laici, impegnati nella testimonianza personale del vangelo con la coerenza della vostra vita cristiana, e nell’opera evangelizzatrice della nostra Chiesa.

Abbraccio con amore fraterno tutti i sacerdoti, religiose e religiosi, ringraziandoli della fatica ordinaria del loro ministero e del loro apostolato, una fatica silenziosa, discreta, a volte anche sofferta perché generosa.

La preghiera appena celebrata orienta a Dio, le invocazioni del nostro animo, dilata la docilità all’ascolto della Parola, sollecita la prontezza nel cogliere le intuizioni dello Spirito Santo che piega le durezze delle nostre imperdonabili resistenze: “Piega ciò che è rigido, scalda ciò che è gelido, drizza ciò che è sviato” (Sequenza allo Spirito Santo).

Le parole del “secondo annuncio”

Nella costituzione conciliare “Dei Verbum” la Chiesa descrive la rivelazione biblica in questi termini: “Con questa Rivelazione Dio invisibile (cfr. Col 1,15; 1 Tm 1,17) nel suo grande amore parla agli uomini come ad amici (cfr. Es 33,11; Gv 15,14-15) e si intrattiene con essi (cfr. Bar 3,38), per invitarli e ammetterli alla comunione con sé[1].

A tinte molto chiare e nitide, la Scrittura sacra presenta lo stile di Dio come educatore del suo popolo, come accompagnatore del cammino della sua gente.

E’ un ottimo catecheta anche del “secondo annuncio”. Lo verifichiamo dalla rilettura di un brano, tra i diversi che potremmo considerare, che espone l’iniziativa di Dio rivolta alla rieducazione della fede di Israele, in forma di “secondo annuncio”.

Dio è un indomabile innamorato. Ha già dichiarato il suo amore fedele ed eterno per Israele. Il suo è sempre uno sguardo nuziale. Israele ha detto a Dio il suo primo “sì”, quello dell’Alleanza al Sinai. Ma nel corso dei secoli, Israele aveva contaminato la purezza della fede javista con l’introduzione di culti idolatrici. Il popolo continuava a professare con le labbra la sua fede in Dio, ma di fatto tentato di coltivare la religione degli idoli pagani.

Dio prende “inventa” un secondo annuncio per riguadagnare il popolo dalla sua parte, con il linguaggio dell’amicizia e con i legami dell’amore che guarisce le ferite delle infedeltà e delle trasgressioni.

In questo annuncio, Dio ripropone un amore di predilezione, ci passa accanto e si innamora sempre nuovamente della nostra storia, in particolare delle nostre debolezze e fragilità.

Ecco le parole del “secondo annuncio”[2]:

Passai vicino a te e ti vidi.

Ecco: la tua età era l’età dell’amore.

Io stesi il lembo del mio mantello su di te e coprii la tua nudità.

Ti feci un giuramento e strinsi alleanza con te – oracolo del Signore Dio – e divenisti mia.

Ti lavai con acqua, ti ripulii del sangue e ti unsi con olio.

Ti vestii di ricami, ti calzai di pelle di tasso, ti cinsi il capo di bisso e ti ricoprii di stoffa preziosa.

Ti adornai di gioielli. Ti misi braccialetti ai polsi e una collana al collo;

misi al tuo naso un anello, orecchini agli orecchi e una splendida corona sul tuo capo.

Così fosti adorna d’oro e d’argento.

Le tue vesti erano di bisso, di stoffa preziosa e ricami.

Fior di farina e miele e olio furono il tuo cibo.

Divenisti sempre più bella e giungesti fino ad essere regina.

La tua fama si diffuse fra le genti.

La tua bellezza era perfetta.

Ti avevo reso uno splendore. Oracolo del Signore Dio”.

Il secondo “primo annuncio” deve “trafiggere il cuore” negli snodi decisivi dell’esperienza umana, per dire a tutti la bellezza dell’amore fedele di Dio che accompagna, sostiene e non ti lascia mai. E’ la riproposizione del kerygma dell’amore che si illumina della Pasqua di Cristo e diviene condizione della riscoperta della fede battesimale nell’età adulta.

 

Secondo annuncio: uno sguardo d’amore

L’adulto al quale noi oggi ci rivolgiamo spesso porta con sé i segni di non pochi bisogni, soprattutto quello di sentirsi amato gratuitamente. A questo adulto dobbiamo porgere un annuncio di speranza per la sua vita, la speranza che si fonda sulla certezza dell’amore fedele di Dio per lui: Dio ti ama e, nonostante le tue debolezze, anzi proprio nelle tue debolezze, manifesta la potenza smisurata della sua misericordia e della sua incontenibile tenerezza.

Non siamo interessati alle cose del mondo, ma siamo interessati alla sua salvezza, al suo destino. Ci sta a  cuore la sua speranza, perché non naufraghi nel dramma del non senso, dell’anticreazione, dell’antigenesi.

Dio ci insegna a guardare il mondo degli adulti con simpatia, anzi con passione, la stessa che Dio dimostra dall’alto del segno fragile e sconvolgente del Crocifisso: “Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito[3].

In questo amore crocifisso, Dio entra nel mondo non da padrone, ma da servo, e manifesta la sua regalità nel “fasciare le piaghe dei cuori spezzati” (Is 61,1).  E si fa compagno di strada, per entrare in alleanza con l’uomo di ogni tempo, e offrirgli “l’olio della consolazione e il vino della speranza”[4].

 

Compagni di viaggio

Educare non è istruire, ma è posare lo sguardo con tenerezza, e condividere con gratuità la vita dell’altro, quale compagno di viaggio. Raccoglieremo l’invocazione del nostro adulto che, anche quando sembra non chiederci nulla e non rispondere ad alcuna sollecitazione, resta terreno sul quale possiamo spargere il seme della Parola, con fiducia.

Per farsi compagno di strada è necessaria una nostra conversione pastorale e missionaria, una conversione che ci porta lontano dalle nostre sagrestie, senza per questo abbandonarle, per diffondere il piacevole profumo dell’incenso della vicinanza  e della prossimità negli ambienti di vita e nei momenti di vita decisivi perché particolarmente significativi: nascita, sofferenza, gioia. Dolore, prove, speranze, tragedie.

La strategia del secondo annuncio mostra la bellezza della fede, contro la falsa immagine di  un cristianesimo fatto passare come nemico dell’uomo, della sua libertà e della sua realizzazione felice.

Il secondo annuncio suggerire agli adulti quanto il vangelo possa contaminare felicemente la loro esistenza.

Per fare questo è necessario, anzitutto, mettersi in ascolto delle situazioni di vita e delle domande di senso, soprattutto nelle stagioni tristi dello smarrimento, della confusione, della solitudine.

La missione è il primo attributo della Chiesa, la Chiesa è missionaria; è l’urgenza da recuperare per le nostre parrocchie. Dove non si vive la logica, il metodo e lo stile della missione, la Chiesa è destinata a esaurire il suo compito, svilisce la sua opera, snatura la sua identità, sfigura il suo vero volto. E’ irriconoscibile, perché si “lascia morire” dentro, rispetto alla gioia del Vangelo. Il primo beneficio della missione lo vive chi annuncia, perché è provocato per primo nel dare ragione della sua speranza, ravvivandola interiormente.

L’Evangelii gaudium bolla l’«accidia pastorale» che impedisce di andare verso le periferie esistenziali del mondo; la «pastorale della tomba», che a poco a poco trasforma i cristiani in «mummie da museo»; il senso di sconfitta, che rende pessimisti scontenti e disincantati; l’immagine di una «Chiesa malata per la chiusura», nella quale non si può entrare e dalla quale il Signore che è dentro non può uscire; l’«introversione ecclesiale», ferma in un groviglio di schemi pastorali ripetitivi e sclerotizzati che tolgono la gioia e il dinamismo del Vangelo.

Si tratta di passare da una pastorale dedita ai molteplici servizi religiosi (sacramenti, funerali, benedizioni, catechismo dei bambini…)  svuotata di annuncio, ad una pastorale di evangelizzazione finalizzata alla nascita (e rinascita) della fede specialmente negli adulti.

Buon lavoro a tutti.

 

  + Gerardo Antonazzo



[1] Dei Verbum, 2

[2] Ez 16,8-14

[3] Gv 3, 16

[4] Prefazio Comune VIII




Convegno Pastorale sul risveglio della Fede: La conversione missionaria e il secondo annuncio

1. Un passaggio chiave della pastorale: dalla conservazione alla missione

– Per comprendere la crisi e le sfide della pastorale  e della catechesi italiana è importante a mio parere avere una chiave di lettura semplice, che permetta di capire il punto in cui ci troviamo e la direzione che siamo chiamati a prendere. Lo faccio prima di tutto con un immagine molto efficace e poi con alcuni spunti di riflessione.

– In un incontro di formazione che ho avuto il 24 giugno scorso con il clero della diocesi di Rovigo, nel Triveneto, don Luigi  Spirandelli, parroco della parrocchia di Ramodipalo di Lendinara mi raccontava, come lui solo sa fare, che proprio quel giorno, 20 anni prima, una terribile tromba d’aria si era abbattuta sulla sua chiesa. I fedeli se ne erano già andati tutti e lui aveva appena chiuso la chiesa. Improvvisamente tutto diventò nero, poi una nuvola di polvere e un grande boato. Quando la polvere si fu diradata don Luigi rimase senza fiato. Non c’era più il campanile della sua chiesa! Dalla ricostruzione che si poté fare, ecco la dinamica: la tromba d’aria lo aveva letteralmente sradicato, girato su se stesso e lasciato cadere rovinosamente sul tetto della chiesa, che rimase totalmente sventrata. Gli chiesi se avevano ricostruito il campanile. Mi disse che avevano ristrutturato la chiesa, riaperta 12 anni dopo, ma il campanile no. Ora la chiesa appare una grande casa in mezzo alle case. «Per scelta?, gli ho chiesto?. «No, per mancanza di fondi», mi ha risposto. Ho iniziato il mio intervento con i parroci della diocesi di Rovigo con quel ricordo. La chiesa ha conosciuto in questi ultimi anni un vero e proprio tornado. Quel campanile, simbolicamente al centro di ogni paese, segnava una coincidenza di fatto tra il civile e il religioso e faceva della chiesa il centro di unità della vita della gente. Quel campanile divelto è una realtà di tutta la chiesa dentro la cultura annuale. Ho terminato il mio incontro con i preti di Rovigo invitando a trasformare una disgrazia in una scelta e a ristrutturare la pastorale non ricostruendo più il campanile, e non per mancanza di risorse economiche e umane, ma per scelta, per quella che possiamo chiamare una nuova figura di comunità ecclesiale tra le case della gente.

Lasciamo il racconto ed entriamo nella riflessione. Il passaggio che la pastorale è chiamata a fare è questo: da una pastorale di conservazione a una pastorale della proposta.

Ascoltiamo le parole di Papa Francesco nella Evangelii Gaudium.

«… è necessario passare « da una pastorale di semplice conservazione a una pastorale decisamente missionaria » (EG 15).

«Sogno una scelta missionaria capace di trasformare ogni cosa, perché le consuetudini, gli stili, gli orari, il linguaggio e ogni struttura ecclesiale diventino un canale adeguato per l’evangelizzazione del mondo attuale, più che per l’autopreservazione. La riforma delle strutture, che esige la conversione pastorale, si può intendere solo in questo senso: fare in modo che esse diventino tutte più missionarie, che la pastorale ordinaria in tutte le sue istanze sia più espansiva e aperta, che ponga gli agenti pastorali in costante atteggiamento di “uscita” e favorisca così la risposta positiva di tutti coloro ai quali Gesù offre la sua amicizia. Come diceva Giovanni Paolo II ai Vescovi dell’Oceania, « ogni rinnovamento nella Chiesa deve avere la missione come suo scopo per non cadere preda di una specie d’introversione ecclesiale ». (EG 27).

Qual è la ragione della scelta di questa prospettiva? Siamo a pochi passi dalla fine del cristianesimo sociologico. Di quel cristianesimo, cioè, nel quale cristiano e cittadino coincidevano e nel quale non si poteva essere altro che cristiani: la fede ereditata, e di conseguenza dovuta, scontata, obbligata. È terminato il tempo del «catecumenato sociologico» (Joseph Colomb). Camminiamo verso un tempo nel quale le persone, immerse in un pluralismo culturale e religioso, sceglieranno se essere cristiani o meno, perché la cultura attuale non trasmette più la fede, ma la libertà religiosa. La risposta inadeguata a questa situazione è quella della nostalgia, che pastoralmente si traduce nel moltiplicare l’impegno pastorale per riportare le cose riguardanti la fede a come erano prima, quando tutti e tutte si riferivano alla parrocchia. Si tratta di una generosità pastorale mal orientata. Se la Chiesa continua a rimanere fissata su ciò che le sta dietro, sarà trasformata ben presto in una statua di sale (Gn 19,26).

La direzione giusta è invece quella di una pastorale della proposta, di una comunità che nel suo insieme, in tutte le sue espressioni e dimensioni, si fa testimone del Vangelo dentro e non contro il proprio contesto culturale.

Noi siamo nati come lievito; nel tempo siamo diventati pasta; diventando pasta (cristianesimo sociologico) abbiamo perduto la nostra forza lievitante. Il Signore sta riconducendo la sua Chiesa a vivere come una minoranza. La tentazione può essere quella di ripiegarci in una “minoranza setta”, cioè “a parte” della storia e della cultura, o, peggio, una minoranza “contro”.  Come essere minoranza lievito e non minoranza setta o minoranza contro? Questa è la posta in gioco. È su questo punto che si gioca il futuro della fede cristiana. L’appello, di cui il papa si fa autorevole eco, è di divenire una minoranza “per”, a favore della pasta. Ricuperiamo allora lo spirito della lettera a Diogneto, che così si esprimeva: «i cristiani sono, nel mondo, ciò che è l’anima nel corpo»[1] (Lettera a Diogneto, 6).

C’è da rammaricarsi di fronte a questo scenario? Per EvangeliiGaudium c’è da gioire, perché quello che ci aspetta è potenzialmente meglio di quello che stiamo perdendo. Usciamo dal cristianesimo dell’abitudine e dell’obbligo, andiamo verso una adesione alla fede segnata da libertà e gratuità.

Occorre però riconoscere, per una corretta lettura pastorale, che non siamo ancora del tutto in una situazione di fine della cristianità. Noi dobbiamo ancora gestire, nel bene e nel male, i riflessi condizionati del cristianesimo sociologico, che in alcuni paesi europei e come strato presente in molte persone porta ancora a riferirsi alla sfera del religioso come elemento di tradizione. Considerare questo come negativo sarebbe un errore di valutazione. È piuttosto un dato ambivalente. Questa ambivalenza tra il permanere di alcune abitudini religiose e la secolarizzazione delle mentalità è, al contempo, risorsa e fatica nella pastorale ecclesiale. Di fronte a tale situazione dobbiamo, da una parte, valorizzare quanto ancora permane di tradizione (ad esempio, non disprezzando la domanda di riti, che «permangono credibili e incidono più a lungo di tutti i nostri discorsi teologici»[2]); d’altra parte eviteremo di lasciarci ingannare dall’effetto polverone (del campanile caduto) o dall’“effetto miraggio”.

Ciò che resta di « cristianità » nelle abitudini sociali deve essere valorizzato per il passaggio da una fede frutto di convenzione ad una fede di convinzione. Fin d’ora lavoriamo per un cristianesimo che verrà. Questo atteggiamento esige coraggio e saggezza pastorale.

2. I tre cambiamenti che abbiamo intuito, i tre cantieri pastorali da allestire

Passando dall’analisi della situazione al cammino da fare, possiamo direcon una certa sicurezza che nella Chiesa italiana alcune direzioni sono state intuite e già parzialmente avviate. Le riassumo in tre, raccogliendole attorno a tre cerchi concentri: la parrocchia, all’interno di essa il processo di iniziazione cristiana, all’interno di questo la catechesi. Per passare gradualmente a una logica missionaria occorra agire con saggezza ma anche con coraggio pastorale su questi tre livelli intimamente connessi.

a) Da una parrocchia della cura delle anime a delle comunità missionarie. Le parole qui sono decisive: da una parrocchia (che dice struttura, organizzazione, servizi…) a delle comunità (che dice persone, gruppi, relazioni, spazi di comunicazione) missionarie (che stanno serenamente in una situazione di minoranza e testimoniano la fede non per dovere, ma per gratitudine).

Il documento ecclesiale guida, il migliore prodotto nell’ultimo decennio dalla CEI, il più lucido e concreto, è Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia, 2004.

« Una pastorale tesa unicamente alla conservazione della fede e alla cura della comunità cristiana non basta più. È necessaria una pastorale missionaria, che annunci nuovamente il Vangelo, ne sostenga la trasmissione di generazione in generazione, vada incontro agli uomini e alle donne del nostro tempo testimoniando che anche oggi è possibile, bello, buono e giusto vivere l’esistenza umana conformemente al Vangelo e, nel nome del Vangelo, contribuire a rendere nuova l’intera società» (n. 1).

b) Da un dispositivo di iniziazione ai sacramenti centrato sui bambini a una iniziazione alla vita cristiana attraverso i sacramenti, che pone al centro gli adulti[3].

Si tratta del ripensamento del modello di iniziazione cristiana in prospettiva catecumenale.

Così la definisce il Direttorio Generale per la catechesi: «La concezione del Catecumenato battesimale, come processo formativo e vera scuola di fede, offre alla catechesi post-battesimale una dinamica e alcune note qualificanti: l’intensità e l’integrità della formazione; il suo carattere graduale, con tappe definite; il suo legame con riti, simboli e segni, specialmente biblici e liturgici; il suo costante riferimento alla comunità cristiana» (n. 91).

Un esempio risulta molto chiaro per capire il cambiamento. Se un genitore invia il figlio alla scuola di calcio, nessun allenatore si sogna di chiudere i ragazzi nello spogliatoio, di dar loro in mano il manuale del calciatore e di spiegare loro per un’ora gli schemi e le regole del calcio. Li mette in campo con un pallone tra i piedi e mentre imparano a giocare dà loro le indicazioni necessarie.

c) Da una catechesi di insegnamento o di approfondimento al primo annuncio e soprattutto al secondo annuncio, vale a dire a una proposta che accompagna l’intiumfidei, il comininciamento o il ricominciamento della fede (secondo annuncio). In questi anni noi abbiamo già operato una conversione della catechesi, e che ora dobbiamo affrontarne una seconda. Noi siamo passati da una catechesi “della dottrina” a una “catechesi per la vita cristiana”, come dicono bene i sottotitoli dei Catechismi CEI. Questi sottotitoli intendevano segnare il primo cambiamento. E questo cambiamento (la catechesi per la vita cristiana) ha segnato i 40 anni dopo i concilio. L’abbiamo chiamata catechesi antropologica o esperienziale (secondo la denominazione dell’AC). “Per la vita cristiana” significa per aiutare i cristiani tradizionali (per eredità) a scoprire che tutti gli elementi della loro fede (riti, norme, dottrine) raggiungono la loro vita e rispondono alla loro ricerca (la fede come compimento dell’umano). Si tratta ora di proporre la fede a persone che non l’hanno avuta in eredità, che non l’hanno mai realmente assunta e non la considerano come necessaria per vivere una vita umana e sensata. Afforntiamo qui la questione del primo e del secondo annuncio.

3. Primo e secondo annuncio

Siamo chiamati dare a tutta la catechesi una prospettiva di primo o secondo annuncio. I Vescovi italiani, in un documento importante sul rinnovamento missionario delle parrocchie (il più significativo dell’Episcopato italiano in questi ultimi anni) utilizzano questa illuminante espressione: «Di primo annuncio vanno innervate tutte le azioni pastorali» (VMP, n. 6)[4].

Questa prospettiva catechistica (“di primo annuncio vanno innervate tutte le attività pastorali”) permette anche di capire che il compito missionario non consiste nell’azzerare la pastorale in atto per costruire sulle sue macerie qualcosa di completamente diverso, ma di intervenire sulla pastorale ordinaria e sulle iniziative in atto dando loro una nuova prospettiva. Non si tratta di azzerare, ma di cambiare obiettivo. Questo obiettivo non è altro che il passaggio dalla conservazione alla proposta.

3.1 Il primo annuncio

Veniamo ora alla questione del primo annuncio. Cosa intendiamo per una catechesi di primo annuncio? Papa Francesco, con un linguaggio semplicissimo, si esprime così:

«Abbiamo riscoperto che anche nella catechesi ha un ruolo fondamentale il primo annuncio o “kerygma”, che deve occupare il centro dell’attività evangelizzatrice e di ogni intento di rinnovamento ecclesiale… Sulla bocca del catechista torna sempre a risuonare il primo annuncio: “Gesù Cristo ti ama, ha dato la sua vita per salvarti, e adesso è vivo al tuo fianco ogni giorno, per illuminarti, per rafforzarti, per liberarti”. Quando diciamo che questo annuncio è “il primo”, ciò non significa che sta all’inizio e dopo si dimentica o si sostituisce con altri contenuti che lo superano. È il primo in senso qualitativo, perché è l’annuncio principale, quello che si deve sempre tornare ad ascoltare in modi diversi e che si deve sempre tornare ad annunciare durante la catechesi in una forma o nell’altra, in tutte le sue tappe e i suoi momenti….

Tutta la formazione cristiana è prima di tutto l’approfondimento del kerygma che va facendosi carne sempre più e sempre meglio, che mai smette di illuminare l’impegno catechistico, e che permette di comprendere adeguatamente il significato di qualunque tema che si sviluppa nella catechesi» (Evangeliigaudium, 164-165).

 

Questi due numeri dell’EvangeliiGaudium sono in grado di interpellare profondamente la catechesi in atto nelle nostre comunità. Vorrei qui riprendere una espressione di Giovanni Paolo II, che paradossalmente in occasione di un Convegno sul Catechismo della Chiesa Cattolica diceva che nel contesto culturale attuale la catechesi era chiamata a trasmettere “non omnia, sedtotum”, non tutte le conoscenze relative alla fede, ma il cuore del messaggio evangelico, il kerygma[5]. Il primo annuncio mira ad una totalità intensiva e non estensiva. Annuncia la bella notizia della pasqua del Signore Gesù dentro ogni esistenza umana. Di conseguenza vengono riviste tutte le priorità della catechesi e gli atteggiamenti che la animano: l’annuncio dell’amore di Dio precede la richiesta morale; la gioia del dono precede l’impegno della risposta; l’ascolto e la prossimità precedono la parola e la proposta. Questo è il primo annuncio e questo è ciò che le donne e gli uomini di oggi sono disponibili ad ascoltare. Il primo annuncio è il vangelo oggi culturalmente udibile, quel vangelo che congeda il cristianesimo ridotto a morale e inaugura un cristianesimo della grazia e della libertà. Non c’è nessuno chiuso a questo annuncio.

3.2 Il secondo annuncio

Per la natura stessa della fede e per il fatto che siamo ancora a metà strada tra un cristianesimo di tradizione e un cristianesimo di scelta, accanto al compito del primo annuncio si colloca il compito del secondo annuncio. L’espressione “secondo annuncio” è stata introdotta da Giovanni Paolo II nel 1979: «È iniziata – diceva il Papa – una nuova evangelizzazione, quasi si trattasse di un secondo annuncio, anche se in realtà è sempre lo stesso»[6]. Cosa intendiamo per secondo annuncio? Riprendendo l’espressione di EvangeliiGaudium, il secondo annuncio è il “farsi carne” del primo annuncio nei passaggi di vita fondamentali delle persone, degli adulti in particolare. Lo possiamo allora chiamare il secondo “primo annuncio”. La maggioranza dei cattolici ha ricevuto un “primo annuncio”, ha avuto un contatto con la fede cristiana ricevendola in qualche modo come eredità. Il “secondo annuncio” è il risuonare di una parola del primo come parola di benedizione dentro le traversate della vita umana. È il diventare “vero”, il prendere forma e carne del primo annuncio negli snodi fondamentali della vita: è “secondo” perché appare di nuovo come una grazia che si offre, e quindi di nuovo come appello alla libertà perché si disponga, e questo possibile ridisporsi è non raramente un primo disporsi veramente: il passare cioè da una fede per sentito dire a una fede per affidamento personale. Ciò che è annunciato come promessa, si attua come proposta di vita buona dentro le differenti traversate della vita umana. È analogo a quanto accade a Israele: il suo primo esodo diventa secondo primo esodo in tutte le traversate decisive della sua storia, e quindi un ritorno genetico sulle rive del Mar Rosso. Questo vale anche, ad esempio, per un “sì” pronunciato nel matrimonio o nella scelta di una vita consacrata a Dio. C’è sempre un primo sì fondativo, ma spesso quello decisivo è il secondo. Per questo lo possiamo anche chiamare il secondo primo annuncio. Il secondo primo annuncio è la sfida più importante della catechesi rivolta a persone già sociologicamente cristiane. È anche più complicato che un primo annuncio in senso stretto, perché incontra un terreno ingombrato.

3.3Il tempo opportuno del secondo annuncio

Qual è il tempo opportuno del secondo annuncio? Il tempo opportuno sono normalmente le “crepe” che si aprono dentro le esperienze umane che come adulti e adulte viviamo nell’arco della nostra vita. Non è nei periodi di stabilità (culturale, affettiva, economica, fisica…) che il secondo annuncio può farsi sentire in noi, ma quando gli equilibri raggiunti vengono sconvolti. In questo senso l’attuale contesto culturale è un tempo particolarmente favorevole al secondo annuncio. A queste rotture noi diamo il nome di “crisi”, intese come l’intervenire di una discontinuità nella propria vita, una discontinuità per eccesso o per difetto. Per eccesso: l’apparire di un di più gratis che sorprende (come un amore che si affaccia improvviso, un figlio che nasce, una causa che appassiona, una cosa bella che sorprende). Per difetto: l’affacciarsi di una minaccia di morte (una perdita, una situazione di solitudine, una ferita, un fallimento, una malattia, un lutto). Le sorprese sono delle possibili aperture, le ferite possono diventare feritoie. Le “crisi” intese come interruzione dell’ordinario sono possibili “soglie di accesso alla fede”[7].  Dentro queste esperienze ci viene incontro il mistero umano nelle sue due facce: quello della vita e quello della morte. In ognuno di questi passaggi fondamentali è in gioco un’esperienza pasquale: il desiderio di vita e la minaccia della morte: vale per un innamoramento, la nascita di un figlio, una crisi affettiva, una malattia, ecc. Perché da soglie queste esperienze possano diventare acconsentimento e professione di fede è necessario che ci sia una “rivelazione” e uno “svelamento”, una testimonianza cioè di qualcuno che aiuta a far cogliere una “Presenza a favore” in tutto quanto ci succede. In modo che le persone possano dire, come Giacobbe, «Il Signore era qui e io non lo sapevo!» (Gen 28,16).

Perché tutto questo possa accadere ci vuole una condizione. Quella che Paolo con particolare lucidità ed efficacia continua a ripeterci: «Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato. Ora, come potranno invocarlo senza aver prima creduto in lui? E come potranno credere, senza averne sentito parlare? E come potranno sentirne parlare senza uno che lo annunzi?» (Rom 10,13-14). Su questa parola di Paolo si fonda l’esigenza e la forza propulsiva del secondo primo annuncio.

fratel Enzo Biemmi


[1]Lettera a Diogneto, 6.

[2] S. Tremblay, Le dialoguepastoral, Bruxelles, Lumen Vitae – Montréal,Novalis 2005, p. 40.

[3] Per una visione sintetica della problematica attuale del rinnovamento dell’iniziazione cristiana si veda: Catechesi e iniziazione cristiana in Italia. Una sfidacomplessa, «RivistadelClero italiano» anno XCVIII (1/2012), 49-66.

[5]Le Catéchisme de Église catholique, “Catéchisme de Vatican II”,Discours de Jean-Paul II au congrès organisé par deux dicastères romains, CITE DU VATICAN, Vendredi 11 octobre 2002.

[6] Giovanni Paolo II, NowaHuta, 9 giugno 1979, Omelia nella santa messa del santuario della Santa Croce.

[7]VESCOVI DELLE DIOCESI LOMBARDE, La sfida della fede: il primo annuncio, EDB 2009, 11-26.