Lettera alle Communità per la quaresima-Pasqua 2016

IN FINES TERRAE

Lettera alle Communità per la quaresima-Pasqua 2016

“SO CHE SEI UN DIO MISERICORDIOSO E PIETOSO” (Giona 4,2)

GERARDO ANTONAZZO
Vescovo di Sora-Cassino-Aquino-Pontecorvo

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Giona, il profeta convertito dal Dio alla misericordia

Il libro di Giona appartiene a quella sezione, che va sotto il nome di “profeti minori” o, ancora meglio, quello dei “dodici profeti” ed è collocato subito dopo il libro del profeta Abdia. Rispetto agli altri libri, quello di Giona è un libro particolare, perché esso, a differenza degli altri, non contiene nessun oracolo profetico, ma si presenta come un racconto, che vuole essere esso stesso una “profezia”.

Per meglio comprendere il senso di questa affermazione, è opportuno chiarire sin da principio cosa vogliamo indicare con il termine “profezia”. Essa non può essere compresa come un’attività assimilabile a quella dell’indovino o dell’astrologo. L’elemento fondamentale, che caratterizza l’esercizio della profezia, è dato dall’ascolto della Parola di Dio. Il profeta è innanzitutto una persona in ascolto della Parola di Dio, in quanto ha imparato a scoprire nella sua vita e negli avvenimenti della storia questa presenza viva ed operante di Dio.

Attraverso l’osservazione attenta degli avvenimenti della storia egli accetta di farsi interlocutore di questo Dio, che ha una parola da dire sulle vicende umane, conducendole verso un porto di salvezza. Il profeta si ritrova a dire una parola o a compiere delle azioni, che sono il frutto di questa obbedienza a Chi ha preso l’iniziativa nella sua vita. Egli non parla da sé, ma dice ciò che ha ascoltato, avendo ben chiaro che, se venisse meno al suo compito, dovrebbe rispondere del fallimento del suo popolo davanti a Dio.

1. Il contesto in cui nasce il racconto del profeta Giona

Il libro di Giona consta di soli quattro capitoli ed è suddivisibile in due parti, avendo nel mezzo un inno di ringraziamento, che il profeta innalza a Dio dal ventre del grande pesce. La trama del racconto è molto semplice: c’è un profeta in Israele, Giona, che viene chiamato da Dio ed inviato a Ninive per annunciare alla città il giudizio di Dio. La peculiarità del racconto sta proprio nel fatto che Giona intende sottrarsi in modo risoluto a questo compito scegliendo la fuga, ma alla fine si ritrova ad esercitare la sua missione, nonostante il suo rifiuto iniziale.

Il narratore della storia di Giona, il profeta, ha disposto gli elementi del racconto in modo tale da far risaltare attraverso un fine umorismo la modalità dell’agire di Dio, che pur rispettando gelosamente la libertà dell’uomo, porta a compimento il suo progetto. Prima di passare all’ascolto del testo, vorremmo chiederci, però, cosa possa aver mosso il narratore a proporci la storia di Giona.

In effetti la storia di Giona va collocata in quel clima di ricostruzione urbanistica, ma anche civile e religiosa, che ha caratterizzato gli anni del ritorno dall’esilio. Israele ha conosciuto l’amarezza della sconfitta da parte degli Assiri e dei Babilonesi, la tragedia della deportazione, ma ha anche sperimentato la tentazione di radicarsi nella nuova realtà, lasciandosi assimilare alla cultura dei dominatori. In modo inaspettato il ritorno nella terra di Israele è stato reso possibile dall’editto di Ciro, che permetteva a tutti i deportati di ritornare alla propria terra.

I libri di Neemia e di Esdra sono testimoni di questo movimento di ritorno e del fervore che animava coloro che erano già rientrati in patria. Avevano subito messo mano alla ricostruzione del Tempio, cercando di rimettere in piedi tutto il sistema religioso, ma allo steso tempo si era fatto strada una concezione integrista di salvaguardare la fede, cadendo facilmente nel nazionalismo e nel clericalismo. Si assisteva, in tal modo al moltiplicarsi di liturgie penitenziali o alla decisione di non aver alcun contatto con i popoli vicini, rispedendo alle loro case le donne straniere.

Il racconto di Giona presuppone questo diffuso clima di diffidenza verso tutto ciò che non appartiene ad Israele e l’affermarsi di un modo nazionalistico di concepire il rapporto di Alleanza, che Dio ha stretto con il suo popolo. In effetti la missione, che Dio affida a Giona, mira a spezzare questa chiusura autoreferenziale, che mette in sordina il senso vero dell’elezione di Israele da parte di Dio.

Israele è chiamato, sì, ad essere il popolo di Dio, ma non per chiudersi nel godimento di un proprio privilegio, ma per portare con Dio la responsabilità di questo mondo, di questa storia umana chiusa in una spirale di violenza e di morte. Nella figura di Giona, che oltretutto significa “colomba”, è tutto Israele, in quanto popolo di Dio, che viene chiamato a vivere la propria esistenza “davanti al volto” di tutte le nazioni, testimoniando l’unicità e la fedeltà amorosa del Dio creatore del mondo e Signore della storia.

Egli viene inviato a Ninive, quella città, da cui Israele ha ragioni da vendere per tenersi alla larga, perché essa è il luogo dell’impero, la realtà capace di esercitare sugli altri un potere oppressivo. Ninive non rappresenta soltanto il mondo dei pagani, ma designa quella città o quella nazione o quelle istituzioni che nei vari momenti della storia si ritrovano ad esercitare un potere, che schiaccia, asserve, annienta qualsiasi forma di libertà.

Il narratore della storia di Giona sta, dunque, proponendo un piatto molto indigesto per un credente, che ha conosciuto la crudeltà ed il cinismo dell’oppressore. Come può egli accettare la logica di un Dio che mostra di avere a cuore la sorte degli stessi oppressori? Ma lo stesso finale del racconto ribalta l’interrogativo, perché adesso è Dio stesso che chiede a questo credente scandalizzato se dell’oppressione bisogna incolpare tutto un popolo, quei “centoventimila, che non sanno distinguere tra la mano destra e la sinistra” (Gn 4,11).

In questo interrogativo, che di fatto lascia aperto il racconto, si intravvede in filigrana Esodo 34,2-7 ed il modo di come Dio si rivela a Mosè: “Il Signore passò davanti a lui, proclamando: il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà.”. Ma si intravvede anche l’allargamento di orizzonte operato dal profeta Geremia: “A volte nei riguardi di una nazione io decido di sradicare, di demolire e di distruggere, ma se questa nazione, contro la quale avevo parlato, si converte dalla sua malvagità, io mi pento del male che avevo pensato di farle”(Ger 18,7-8).

2. Lettura del Capitolo I – La grande tentazione del credente: la fuga dalla responsabilità

Il racconto inizia senza un prologo, che permetta all’ascoltatore di collocarsi in un determinato tempo e spazio. Esso si apre, invece, con queste parole: “E fu la Parola di Dio su Giona, figlio di Amittai”. Direbbe Giovanni nel suo Vangelo: In principio il Verbo”, perché l’iniziativa è di Dio ed ogni profeta può ben testimoniare questa irruzione della Parola, che realizza ciò che dice. Si tratta di una Parola inaspettata e come nel caso di Giona è anche una Parola indesiderata, che scomoda e che mette in movimento, finché non si giunga a quella risposta, che è allo stesso tempo assunzione di responsabilità.

v. 2: “ Alzati (Kum), Va’ (lek) a Ninive, la città la grande e proclama (Kerà) su essa che è salita la sua malvagità davanti al mio volto”.

La Parola che irrompe su Giona è Parola di resurrezione. C’è una situazione di sonno, di immobilità, di paura e la Parola sopraggiunge per sconvolgere un mondo di abitudini e di pregiudizi e per risvegliare alla vita. Il profeta è risvegliato ed è anche inviato alla città, quella grande, perché questa città, che è il frutto della capacità degli uomini, ha costruito la sua grandezza su quella volontà di potenza, che si traduce in sbocchi disastrosi per la convivenza umana.

Dio non intende avallare un modo di stare al mondo, che sia fondato sulla prepotenza, che non sa produrre altro che una storia di dolore e di morte e proprio per questo scomoda coloro che confidano in Lui, perché siano pronti ad affrontare il mondo, proclamando, gridando che quella grandezza non fa salire a Dio “il soave profumo” di una vita donata, ma verso di Lui sale tutto il miasmo della “malvagità” degli uomini.

Dio è preoccupato della sorte degli uomini ed intende coinvolgere coloro che sono legati a Lui con il vincolo dell’Alleanza a non sottrarsi al compito di farsi carico di questa malvagità. Si tratta della stessa malvagità, di cui si parla in Gen. 6,5 a proposito del diluvio universale e dove è detto che “ogni intimo intento del loro cuore non era altro che male, sempre”.

v. 3: “E si alzò Giona per fuggire a Tarsis lontano dal volto del Signore. Discese a Giaffa…”

Giona di fronte alla voce che lo chiama non oppone nessuna resistenza, come, invece, hanno fatti altri personaggi della Bibbia come Mosé o come Geremia. Egli oppone solo un silenzio, che lo porta a maturare la decisione di prendere la direzione opposta, e così invece di andare verso oriente, egli sceglie Tarsis, il lontano occidente, una scelta a propria misura. Giona si alza, ma non per abbracciare la missione ricevuta.

Eppure egli è una persona impegnata nell’ascolto della Parola del Signore, ma concretamente egli vuole dare alla sua vita un orientamento, che gli permetta di starsene in un angolo senza essere disturbato dal Signore. Il Giona, che sceglie la direzione opposta, è un profeta mancato, è semplicemente un uomo in fuga da ogni responsabilità, come Adamo nel paradiso terrestre.

Il testo ci fa sapere che il cammino di Giona si presenta come una “discesa” inarrestabile e che cambierà direzione solo alla fine del secondo capitolo. Egli è disposto a pagare qualsiasi prezzo, pur di porsi lontano da quello sguardo del Signore, che lo coinvolgerebbe in una relazione, che egli giudica troppo pericolosa per la sua vita. Salire su una barca, stare sul mare gli sembrano elementi sufficienti per sottrarsi allo sguardo del suo Dio.

v. 4 “Ma il Signore gettò un vento (ruah=spirito) grande sul mare e vi fu nel mare una tempesta grande”

Nel suo desiderio di fuga Giona aveva immaginato che il mare, in quanto luogo inospitale, lo poteva mettere al riparo dall’azione di Dio. Ed invece il Signore non si stanca di riprendere l’iniziativa, perché egli è fedele a quella missione affidata. Egli “getta” il suo spirito sul mare e tutto viene sconvolto. La tempesta che si forma è così grande che la stessa nave è in pericolo di sfasciarsi da un momento all’altro.

E’ in questo momento che veniamo a sapere che i marinai che formavano l’equipaggio della nave erano tutti pagani, perché, dice il testo, “invocarono ciascuno il proprio dio”. Essi si comportano come ogni uomo, quando si trova in grave pericolo ed allo steso tempo si danno da fare “gettando” in mare “quanto avevano sulla nave per alleggerirla”. Un antico rabbino, Rabbi Eliezer, si premura di precisare che i marinai presenti sulla nave erano in numero di settanta, cifra simbolica che richiama la totalità dei popoli della terra. Su quella nave sono rappresentati tutti i popoli e Giona è in mezzo a loro.

v. 5: “Intanto Giona discese nel luogo più in basso della nave, si coricò e si addormentò profondamente”.

Tutto il versetto quinto mette in contrasto la frenetica attività dell’equipaggio e l’inattività di Giona. E’ un contrasto molto ironico: il profeta che crede di poter fuggire da Dio dorme, mentre i pagani pregano e lavorano. Proprio colui che è stato chiamato e la cui vita è segnata dal dialogo con il suo Dio, adesso che la nave sta per affondare ed il mondo va in malora, egli di fatto dorme, come del resto, dice s. Girolamo, dormiranno i discepoli nell’orto del Getsemani.

A svegliarlo dal sonno si incarica un pagano, il capo dell’equipaggio, che rivolgendosi a Giona gli ripete le stesse parole del Signore: “Alzati (Kum) grida (Kerà) al tuo Dio”. Il profeta che doveva predicare ai pagani è adesso interpellato da uno di loro, che si mostra molto più assennato di lui.

v. 7: “Quindi dissero tra di loro: Venite, tiriamo a sorte per sapere chi ci abbia causato questo male. Tirarono a sorte e la sorte cadde su Giona”.

Sulla nave adesso si discute, perché si vuol “sapere” cosa o chi sia stato causa di tanto male. Possibilmente l’equipaggio congettura che possa essere colpa di qualche criminale e per questo si ricorre al procedimento molto in voga a quei tempi e che consiste nel sorteggio. Il sorteggiato è Giona, per cui il racconto si concentra su questo contraddittorio tra Giona e i marinai, che vogliono sapere tutto di lui. Certo è strano che la sorte sia caduta su Giona, come se fosse lui il colpevole, se il mondo va male. Però è anche vero che Giona è il profeta, che doveva proclamare le parole di Dio, ma ha tradito la sua vocazione!

v. 8: “Gli domandarono: qual è il tuo mestiere? Da dove vieni? Qual è il tuo paese? A quale popolo appartieni?

Di fronte a questo piccolo microcosmo, che lo sta pressando di domande, che riguardano la sua identità, Giona si dispone alla testimonianza. Egli, che finora non aveva proferito nessuna parola, adesso è pronto a rispondere e a dare ragione della propria fede di fronte ad un mondo che è disposto ad accoglierlo ed a ricevere la sua testimonianza.

v. 9: “Egli rispose: Ebreo io e temo YHWH, Signore del cielo e che ha fatto il mare e l’asciutto”

Alle attente domande dei marinai, Giona risponde riprendendo un termine, che troviamo in bocca ad Abramo e che si ritrova in Esodo per indicare la massa di schiavi che si avvia ad attraversare il mare. Nel dirsi “ebreo” Giona sente di dover rappresentare tutto il popolo di Israele e la sua fede nel Dio unico, che ha fatto il cielo e la terra. Egli confessa di “temere” Dio, chiamandolo con il nome impronunciabile del tetragramma YHWH.

Ma in questa sua testimonianza c’è qualcosa che stride. Giona non sta guardando il proprio tradimento, ma ci tiene a sottolineare la distanza che esiste tra lui, ebreo che conosce il vero Dio, il Dio che ha fatto il cielo e la terra e questa massa di umanità perduta dietro ai vari idoli.

v.10: “Quegli uomini temettero grandemente e gli domandarono: Che cosa hai fatto? Infatti erano venuti a sapere che egli fuggiva lontano dal Signore, perché lo aveva loro raccontato”.

La domanda che i marinai rivolgono a Giona sul cosa abbia fatto, ma soprattutto sul perché l’abbia fatto è strettamente legata a questo “timore grande”, che non è più la paura di fronte agli elementi naturali, ma deriva dal sentirsi posti di fronte al Dio professato da Giona. Così essi lo mettono di fronte alla sua responsabilità, chiedendogli di non fuggire più, ma di avere il coraggio di guardarsi dentro, di interrogarsi e di lasciare emergere la verità delle proprie azioni.

Così Giona pressato da questa umanità, che è totalmente alla deriva, sembra rendersi conto che il suo comportamento abbia provocato una tempesta che si sta tramutando in naufragio. Alla domanda dei marinai che gli chiedono: “Che cosa dobbiamo fare?”, Giona non ha dubbi e risponde loro di “gettarlo in mare”. E’ una risposta paradossale, ma che esprime benissimo il grado di chiarezza raggiunto da Giona.

Egli vuole adesso prendere sul serio quella Parola, che gli è stata rivolta, ma chiede ai marinai di compiere loro il gesto di “gettarlo”, perché se dovesse dipendere da lui non sarebbe capace di prendere l’iniziativa! I marinai sentono moltissimo il peso di un gesto così drammatico, per cui si danno da fare per raggiungere la spiaggia, ma più loro moltiplicano gli sforzi e più il mare si ingrossa, per cui alla fine sono costretti loro malgrado ad accettare la soluzione proposta da Giona.

v. 14: “Allora implorarono (Kerè) YHWH e dissero: YHWH fa’ che noi non periamo”

Ciò che suscita una certa meraviglia è il fatto che adesso questo piccolo mondo presente sulla nave si rivolge all’unisono al Dio professato da Giona invocandolo con il nome impronunciabile e si tratta sempre di pagani! Essi chiedono a Dio che non ricada su di loro il sangue innocente, perché essi vogliono fare non la propria, ma la sua volontà. E così essi prendono Giona e lo gettano nel mare ed il mare si calma.

v. 16: “Quegli uomini temettero con timore grande YHWH, offrirono sacrifici a YHWH e gli fecero promesse”.

La conclusione del versetto ci dice chiaramente che nel momento in cui Giona ha preso sul serio la Parola che gli era stata rivolta, le distanze tra popolo di Dio e mondo dei pagani vengono superate. Pur rispettando fino in fondo la libertà di Giona, Dio ha saputo volgere anche il suo rifiuto in occasione di evangelizzazione. Il profeta Giona, accettando di essere gettato in mare, scopre di non aver nulla da dover difendere, nemmeno la propria vita, perché “chi confida nel Signore, non resterà confuso” (Sir 32,24)

Gregorio Battaglia




Processi di riforma nella Evangelii Gaudium (Sora – Aquino, 27 gennaio 2016)

Processi di riforma nella Evangelii Gaudium

(Sora – Aquino, 27 gennaio 2016)

 

  1. La Evangelii gaudium e il sogno di Francesco per una Chiesa che si rinnova

Rivolgendosi alla Chiesa italiana, convenuta a Firenze, papa Francesco ha affidato alla meditazione di ogni comunità, parrocchia e istituzione, per i prossimi anni, la sua Esortazione apostolica, Evangelii Gaudium[1] (Eg), «per trarre da essa criteri pratici e per attuare le sue disposizioni».[2] In quel testo, del novembre 2013, egli descrive la Chiesa che vorrebbe, quella che immagina più conforme al progetto di Dio e alla sua volontà. Eg è uno scritto che proviene direttamente dal suo cuore di pastore, e nel quale raccoglie le meditazioni e le esperienze di una vita. Nella Eg il Papa comunica lo spirito che lo anima e con il quale guida la Chiesa. Una Chiesa che vuole vedere più giovane e aperta, più umile e gioiosa, più inserita nel mondo e protesa alla missione. Papa Francesco vuole una Chiesa più conforme alle istanze espresse dal Concilio Vaticano II, che cita più volte lungo l’Esortazione, quale fonte di continua ispirazione e riferimento ideale per la Chiesa del nostro tempo.

Papa Francesco vuole una Chiesa che cammini con umiltà e fiducia, per adempiere in pienezza, senza macchie né resistenze, la sua missione di portare il Vangelo e testimoniarlo a ogni essere umano. Per far questo, essa deve essere sempre capace di conversione e di rinnovamento, senza i quali né i singoli né le comunità possono rispondere adeguatamente alla chiamata di Dio, poiché «senza vita nuova e autentico spirito evangelico (…), qualsiasi nuova struttura si corrompe in poco tempo».[3]

Per questo, la Chiesa deve mettere in atto processi di continua verifica del suo operato e mantenersi in un atteggiamento di umiltà, che le permetta di fare autocritica, senza fossilizzarsi su quanto già è stato fatto. La capacità di rinnovarsi deve riguardare le strutture, i ministeri, le modalità di azione e i linguaggi, specie in questo tempo di enormi e rapide trasformazioni.

Provo a dire, sulla base della Eg, in che direzione e con quali modalità devono svilupparsi concretamente i processi di riforma auspicati dal Santo Padre e che contribuiscono a riconsegnarci una Chiesa bella, materna, misericordiosa; insomma evangelica.

  1. Una Chiesa missionaria

La prima e più importante modalità, attraverso la quale la Chiesa costantemente si rinnova e si mantiene giovane, è la tensione missionaria verso ogni uomo e ogni realtà che egli abita. «Ogni autentica azione evangelizzatrice – infatti – è sempre nuova»,[4] e ringiovanisce la Chiesa, come per primo Cristo è «sempre giovane e fonte costante di novità».[5] La Chiesa descritta nella Evangelii Gaudium è una «discepola missionaria»,[6] sempre animata dal desiderio di portare a tutti il lieto messaggio, dal quale per prima è stata raggiunta. Ora, la Chiesa è missionaria da sempre e per sua natura, in quanto è nata dal mandato di ammaestrare tutte le nazioni e battezzarle nel nome della Trinità (Mt 28,19). Ma questo carattere nativo deve essere concretamente attuato e sempre rivitalizzato.

A tal fine, la Chiesa deve mantenersi aperta, uscire dai luoghi dove solitamente svolge le sue attività, per andare verso le periferie, dove stanno le persone più lontane dalla sua fede e dai suoi ideali. Non vi è luogo che il Signore non voglia raggiungere, e nel quale la Chiesa e i credenti non debbano immergersi con passione, e con il coraggio che deriva loro dallo Spirito di Dio. Quello di annunciare il Vangelo a tutti, senza esclusione di alcuno, è un dovere proprio di ogni cristiano, che si fonda sul diritto di ogni essere umano di riceverlo.[7] Chi è stato raggiunto dal lieto messaggio della salvezza, infatti, non può gestirlo come una prerogativa o un dono individuale, ma da comunicare, per non perderlo a sua volta. In questo senso, sapersi mandati verso gli altri a trasmettere la grazia del Vangelo, è non solo un compito del credente, ma una grazia che egli stesso ha ricevuto, in quanto gli permette di vivere più pienamente il dono dal quale è destinatario. «Quando la Chiesa chiama all’impegno evangelizzatore – allora – non fa altro che indicare ai cristiani il vero dinamismo della realizzazione personale».[8]

  1. Una Chiesa povera per i poveri

Verso chi e verso dove va indirizzata l’azione missionaria della Chiesa? La manda in primo luogo verso coloro che per il Signore sono i primi, cioè i poveri. Essa, sulla scia delle parole e dei gesti di Gesù, che riflettono il pensiero e il cuore del Padre, la Chiesa ha sempre affermato il primato dei poveri e la sua opzione preferenziale per i più deboli e bisognosi. Per questa ragione, «per la Chiesa, l’opzione per i poveri è una categoria teologica prima che culturale, sociologica, politica o filosofica»,[9] che fa sì che «ogni cristiano e ogni comunità sono chiamati a essere strumenti di Dio per la liberazione e la promozione dei poveri»,[10] essi che sono immagine di Cristo, nei quali egli stesso si è identificato.

La sollecitudine per i poveri, che deve costituire una finalità primaria di ogni diocesi e di ogni comunità cristiana, è luogo privilegiato di conversione e rinnovamento, oltre che di testimonianza evangelica. «Preferisco una Chiesa accidentata, ferita e sporca – osserva Francesco – per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze».[11] Ogni credente e ogni formazione ecclesiale dovranno, allora, verificarsi su questo punto, in modo da rinnovare il proprio slancio missionario e la propria solidarietà con i poveri, gli ammalati, i carcerati, le persone sole e abbandonate. «Così facendo, la comunità evangelizzatrice si mette, mediante opere e gesti, nella vita quotidiana degli altri, accorcia le distanze, si abbassa fino all’umiliazione, se è necessario, e assume la vita umana, toccando la carne sofferente di Cristo nel popolo».[12]

 

  1. Una Chiesa fedele alla storia

Uscendo in missione, la Chiesa non è chiamata ad attraversare il mondo in cerca di proseliti, ma ad abitarlo, facendosi solidale con le persone e la loro storia. Essa, attraverso i credenti, deve immergersi nelle pieghe della storia, condividere le preoccupazioni che affliggono la società e porsi in cerca delle soluzioni possibili. Lo farà con uno stile di dialogo e di collaborazione, e portando il suo contributo specifico, legato alla sua particolare e più piena visione dell’essere umano, e ai principi che attinge dalla Dottrina Sociale della Chiesa, alla quale Francesco raccomanda di fare costante riferimento.[13]

Anche questo aspetto dell’azione della Chiesa è espressione della sua attività missionaria. Infatti, «evangelizziamo anche quando cerchiamo di affrontare le diverse sfide che possano presentarsi»[14]: le povertà di ogni tipo, gli attacchi alla libertà religiosa, la diffusione di una cultura dell’effimero, che impoveriscono le persone e rendono più difficile vivere secondo il Vangelo e le sue logiche, e quindi trovare la felicità. La fedeltà alla storia consente di essere fedeli al principio della precedenza della realtà sull’idea, che Francesco spiega nella parte finale dell’Esortazione. È necessario evitare che le idee e i principi astratti si rendano indipendenti dalla realtà, vantando una sorta di precedenza su di essa.[15] Ogni fondamentalismo cade in questa trappola, così come ogni assolutizzazione di un punto di vista individuale. La fedeltà alla storia, al contrario, con l’analisi dei problemi e l’attiva collaborazione con gli altri, assicura alla Chiesa di non discostarsi dai poveri e di tenere fede alla dinamica dell’incarnazione, che l’ha costituita.

  1. Una Chiesa ministeriale

Questo stile di dialogo e confronto con il mondo e le persone, sarà possibile a partire da un allenamento costante alla sinodalità, a partire dalla vita ecclesiale e pastorale. Fine dell’azione pastorale, infatti, non è la realizzazione di iniziative o servizi, in funzione dei quali reperire collaboratori, ma quello di educare le persone secondo il Vangelo, facendo emergere il meglio da ognuno, e mettendo ognuno in grado di essere parte attiva, impiegando i suoi talenti. Tutti i credenti, sottolinea il papa con forza, avendo ricevuto lo Spirito di Dio, possiedono «un istinto della fede che li aiuta a discernere ciò che viene realmente da Dio»,[16] e quindi «una certa connaturalità con le realtà divine e una saggezza, che permette loro di coglierle intuitivamente».[17] Questo elemento è da tenere fortemente presente sul piano pastorale, e da parte della stessa teologia, in modo che sia valorizzato e messo a frutto questo carisma, che il Signore ha distribuito con abbondanza.

La partecipazione alla missione e all’attività della Chiesa, che devono essere quanto più possibile condivise, vale in particolare per le famiglie, la cui soggettività e partecipazione all’evangelizzazione il papa e il Sinodo hanno più volte richiamato, e vale anche per i poveri, che dobbiamo servire e che siamo chiamati a coinvolgere, in modo che la mano che tendiamo loro non serva solo a porgere un aiuto materiale, ma a stringere un legame, a chiedere un punto di vista e un contributo personale, secondo la misura delle capacità di ognuno. Solo accogliendo questa sfida, sarà veramente messa a frutto la pluralità dei doni, che lo Spirito semina con abbondanza, e dove vuole.

 

 

  1. Una Chiesa gioiosa

Una Chiesa che vive in una continua tensione missionaria, per soccorrere e salvare tutti i poveri, e così rinnovare se stessa nella fedeltà al Signore e alla storia, vive della gioia del Vangelo, e viene liberata «dalla tristezza, dal vuoto interiore e dall’isolamento»,[18] che tanto spesso affliggono gli uomini di oggi. «Il grande rischio del mondo attuale – osserva Francesco – con la sua molteplice e opprimente offerta di consumo, è una tristezza individualista che scaturisce dal cuore comodo e avaro, dalla ricerca malata di piaceri superficiali, dalla coscienza isolata».[19] Al contrario, il cuore aperto del credente, che nell’impegno a favore del prossimo e del mondo dimentica se stesso, gli fa sperimentare, quale dono inatteso e gratuito, la beatitudine di chi riceve la vita, avendola donata. «Questa gioia è un segno che il Vangelo è stato annunciato e sta dando frutto. Ma ha sempre la dinamica dell’esodo e del dono, dell’uscire da sé, del camminare e del seminare sempre di nuovo, sempre oltre».[20]

  1. La misericordia come architrave della Chiesa

Come abbiamo visto, sono vari gli aspetti del rinnovamento che Francesco sogna per la Chiesa, e diversi sono i processi e le modalità descritte nella Evangelii Gaudium. Nessuno di essi è esaustivo, ma ognuno richiama immediatamente gli altri e si integra con essi. È simile a quanto avviene per le beatitudini, che tracciano ognuno la faccia di un diamante e sono fra loro complementari, così che i poveri in spirito non possono che essere anche puri di cuore, e i misericordiosi anche miti e operatori di pace. Tutte queste facce, però, vanno a comporre il diamante, che è l’amore, come le virtù concorrono alla carità, che ne è la sintesi e la madre. L’amore, allora, è la cifra sintetica della Chiesa che Francesco vuole edificare. Una Chiesa che sa essere misericordiosa avrà per forza imparato a servire i poveri, a essere fedele alla storia, a rinnovarsi e a essere umile, a gioire dei doni del Signore. L’amore è la pienezza, della Legge e della vita cristiana, delle relazioni sociali e di quelle interpersonali, della vita trinitaria e di quella di ognuno di noi, che dello splendore della Trinità partecipiamo.

L’amore è la verità del nostro essere uomini, è l’immagine di Dio, che è Amore, impressa in noi, è la meta del faticoso procedere della storia. Tutto ciò che ci insegna ad amare contribuisce quindi a renderci più uomini e più cristiani, mentre ciò che ce ne allontana non può essere giudicato buono che da un punto di vista terreno e materiale. Ben vengano allora le prove e le umiliazioni, purché le accogliamo come motivi di crescita; ben vengano gli insuccessi, personali ed ecclesiali, se ci insegnano a essere più umili e miti; ben vengano anche i peccati – a patto che non siano maliziosamente programmati – come occasione del perdono e di una grazia sovrabbondante.

La nostra riflessione critica sulla fede (teologia), come la stessa nostra prassi, devono rimettere al centro l’amore. L’amore da senso alla vita dell’uomo ed è segno concreto di partecipazione alla vita divina; è in esso che la Chiesa traduce in prassi concreta la teologia e gli orientamenti pastorali, che devono avere nella misericordia il suo centro.

Tutte le strutture della Chiesa sono dunque chiamate a veicolare la carità, quale linfa che ci lega a Dio e della quale la Chiesa vive, e tutte le iniziative pastorali ne siano un riflesso, sostenute da relazioni improntante alla stima reciproca e al perdono. Anche noi dobbiamo tornare a sognare, insieme a Francesco, una Chiesa bella, viva, evangelica e non solo rituale. Insomma, una “Chiesa in uscita” non solo verso ogni periferia geografica ed esistenziale, ma di uscire, come Chiesa dalla retorica, dai luoghi comuni e dal politicamente corretto; di annunciare che l’uomo non è solo, ma è oggetto di un disegno di grazia; di abitare il nostro mondo, assumendone le sfide; di educare i fratelli a vivere secondo la logica del Vangelo; di trasfigurare le relazioni e gli ambienti di vita mediante la pratica della misericordia, che sola – ci insegna questo Anno santo – dà senso e pienezza alla vita umana.

+ Nunzio Galantino

    Segretario generale della CEI

Vescovo emerito di Cassano all’Jonio

[2] Francesco, Incontro con i rappresentanti del V Convegno nazionale della Chiesa italiana, del 10 novembre 2015.

[3] Francesco, Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium, del 24 novembre 2013, n.26.

[4] Ibidem, n.11.

[5] Ibidem.

[6] Ibidem, n.40.

[7] Cfr. ibidem, n.14.

[8] Ibidem, n.9.

[9] Ibidem, n.198.

[10] Ibidem, n.187.

[11] Ibidem, n.49.

[12] Ibidem, n.24.

[13] Cfr. ibidem, n.184.

[14] Ibidem, n.61.

[15] Cfr. ibidem, n.233.

[16] Ibidem, n.119.

[17] Ibidem.

[18] Ibidem, n.1.

[19] Ibidem, n.2.

[20] Ibidem, n.21.




Relazioni dei delagati diocesani a Firenze sui 5 Verbi

III° SEMINARIO TEOLOGICO-PASTORALE

 

Relazione dei delegati a Firenze

 

Aquino – Sala Giovenale, 25 gennaio 2016

1. Uscire

2. Annunciare

3. Abitare

4. Educare

5. Trasfigurare

Relazione dei delagati a Firenze




III° SEMINARIO TEOLOGICO-PASTORALE – Introduzione del Vescovo Gerardo

III° SEMINARIO TEOLOGICO-PASTORALE

 

Introduzione del Vescovo Gerardo

 

Aquino – Sala Giovenale, 25 gennaio 2016

 

E’ con vivo piacere che rivolgo a tutti voi presenti il mio cordiale saluto: è sì una parola di accoglienza e di grato benvenuto, ma è soprattutto un abbraccio spirituale con cui desidero accogliere ciascuno di voi, ringraziarvi per quello che siete e che fate per l’edificazione della comunità cristiana, e rivolgere a ciascuno una parola di incoraggiamento e di consolazione spirituale. Desidero parlare al vostro cuore di battezzati, di consacrati e di presbiteri con le parole dell’apostolo Paolo, di cui oggi celebriamo la bellezza della conversione: “Se dunque c’è qualche consolazione in Cristo, se c’è qualche conforto, frutto della carità, se c’è qualche comunione di spirito, se ci sono sentimenti di amore e di compassione, rendete piena la mia gioia con un medesimo sentire e con la stessa carità, rimanendo unanimi e concordi” (Fil 2,1-2).       .

Se la vostra partecipazione dovesse rispondere soltanto al senso dovere o ad un gesto di cortesia e di buona educazione per l’invito ricevuto, basterebbe la sola presenza fisica; ma se la vostra adesione è impregnata dell’amore per la nostra Chiesa che vive in questa nostra singolare e irripetibile geografia umana, allora il nostro essere insieme è grazia comunione fraterna che ci permette di incontrare il mistero del Signore risorto.

A metà del nostro anno pastorale è consuetudine celebrare una sosta significativa che consente di ritornare con la mente e con il cuore alla meta pastorale dell’anno per ravvivare e rilanciare il percorso intrapreso.

La proposta tematica

 

Il Seminario teologico-pastorale riflettendo sul tema “Misericordia: architrave della Chiesa” intende scandagliare sempre più in profondità le implicanze dell’anno giubilare, valorizzando il felice incontro tra il Convegno nazionale della Chiesa italiana e il percorso giubilare dell’anno santo straordinario. Questo giustifica l’articolazione delle tre sere:

–          Prima sera: dopo la mia introduzione, ascolteremo gli interventi dei cinque delegati diocesani per il Convegno ecclesiale di Firenze. E’ interessante accogliere questa “restituzione” alla comunità diocesana delle sintesi nazionali sui cinque verbi; e infine don Antonio di Lorenzo e don Mimmo Simeone ci aiuteranno a tirare le “conclusioni pastorali” consegnate alla nostra Chiesa per il suo prossimo futuro;

–          Seconda sera: mons. Ambrogio Spreafico ci accompagnerà in una profonda riflessione sulle radici bibliche della misericordia, da cui far derivare alcune prassi di misericordia per la nostra esistenza cristiana;

–          Terza sera: mons. Nunzio Galantino ci aiuterà a riflettere sulle prospettive concrete della Chiesa a partire dall’esortazione apostolica di Papa Francesco “Evangelii gaudium”, testo di riferimento sia per il Convegno di Firenze sia per l’Anno santo straordinario della misericordia e del cammino della Chiesa di Francesco.

Ciò che piace a Dio

Nel cuore dell’anno pastorale lasciamoci interpellare dalla domanda più semplice e più provocatoria: cos’è che piace di più a Dio?

Raccontando l’evento della Creazione, l’autore biblico attribuisce a Dio il piacere per ciascuna azione da Lui compiuta: “Dio vide, ed era cosa buona”. Ma quando ha fatto l’uomo e la donna, la Bibbia dice: “Vide che questo era molto buono”. Sant’Ambrogio si domanda come mai il testo dica “molto buono”? Perché Dio è tanto contento dopo la creazione dell’uomo e della donna?

Ecco le parole di s. Ambrogio: “Ringrazio il Signore Dio nostro che ha creato un’opera così meravigliosa nella quale trovare il suo riposo. Creò il cielo, e non leggo che si sia riposato; creò la terra, e non leggo che si sia riposato; creò il sole, la luna, le stelle, e non leggo che nemmeno allora si sia riposato; ma leggo che ha creato l’uomo e che a questo punto si è riposato, avendo un essere cui rimettere i peccati”[1]. Il brano ci aiuta a comprendere perché Dio, dopo la creazione dell’uomo, può riposare. Secondo sant’Ambrogio Dio si riposa non per il fatto di aver creato l’uomo; il suo riposo consiste nella gioia di avere una creatura cui rimettere i peccati. S. Ambrogio guarda ancora più avanti verso il “riposo” di Cristo sulla croce: l’uomo è colui al quale Cristo riverserà dalla croce la pienezza della misericordia divina. Commenta Papa Francesco: “È bello questo: la gioia di Dio è perdonare, l’essere di Dio è misericordia. Per questo in quest’anno dobbiamo aprire i cuori, perché questo amore, questa gioia di Dio ci riempia tutti di questa misericordia”[2]

 

Il volto di una Chiesa Madre

Nella medesima Catechesi Papa Francesco riflette ad alta voce:“La Chiesa ha bisogno di questo momento straordinario. Non dico: è buono per la Chiesa questo momento straordinario. Dico: la Chiesa ha bisogno di questo momento straordinario. Nella nostra epoca di profondi cambiamenti, la Chiesa è chiamata ad offrire il suo contributo peculiare, rendendo visibili i segni della presenza e della vicinanza di Dio”[3].

La Chiesa manifesta il suo vero volto materno a partire dall’esercizio della misericordia. Capiamo tutti quanto questo sconvolge la logica dei nostri pensieri e giudizi nei modi di vivere i nostri rapporti; la priorità e il primato della misericordia rigenera, purifica e salva i rapporti tra il vescovo e i suoi presbiteri, tra presbiteri, tra vescovo e comunità cristiane, tra presbitero e comunità parrocchiale, tra laici.

Per questo il Papa a Firenze ha indicato alla Chiesa alcuni sentimenti per agire con misericordia materna: “Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù”[4]. Nei sentimenti di Cristo troviamo una via tracciata per la Chiesa del nostro paese. Una Chiesa, dunque, chiamata e impegnata a presentare il proprio volto delineato in questi tre tratti: umiltà, disinteresse, beatitudine.

Il primo sentimento è l’umiltà.                                                                                                

“Ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a sé stesso» (Fil 2,3), dice san Paolo ai Filippesi. L’ossessione di preservare la propria gloria, la propria “dignità”, la propria influenza non deve far parte dei nostri sentimenti. Dobbiamo perseguire la gloria di Dio”.

 

Un secondo tratto è ildisinteresse.                                                                                         «Ciascuno non cerchi l’interesse proprio, ma anche quello degli altri» (Fil 2,4), chiede ancora san Paolo. Dunque, più che il disinteresse, dobbiamo cercare la felicità di chi ci sta accanto. L’umanità del cristiano è sempre in uscita. Non è narcisistica, autoreferenziale….Qualsiasi vita si decide sulla capacità di donarsi. È lì che trascende sé stessa, che arriva ad essere feconda”.

Il terzo sentimento è la beatitudine.                                                                                                       Il cristiano è un beato, ha in sé la gioia del Vangelo. Nelle beatitudini il Signore ci indica il cammino. La beatitudine ha a che fare anche con l’umiliazione e la povertà…è quella di chi conosce la ricchezza della solidarietà nel condividere anche il poco che si possiede; la beatitudine scaturisce dalla ricchezza del sacrificio quotidiano di un lavoro, a volte duro, ma svolto per amore verso le persone care; e anche quella delle proprie miserie, che tuttavia, vissute con fiducia nella provvidenza e nella misericordia di Dio Padre, alimentano la grandezza umile del peccatore perdonato e del samaritano guarito.

            Una Chiesa inquieta

 

Con i sentimenti tracciati dal Papa anche la nostra Chiesa particolare deve affrontare le sfide urgenti alle quali non può rispondere con un semplice ideale di aggiustamenti o di rinnovamento di facciata, ma con il rilancio di una vera e propria riforma. Tale riforma, spiega il Papa, “non si esaurisce nell’ennesimo piano per cambiare le strutture. Significa invece innestarsi e radicarsi in Cristo lasciandosi condurre dallo Spirito. Allora tutto sarà possibile con genio e creatività. Tutto questo ci inquieta, perché destabilizza alquanto lo stile delle nostre comunità”.

Così Papa Francesco, senza mezzi termini, si è espresso di fronte ai Delegati del Convegno di Firenze: “Mi piace una Chiesa italiana inquieta, sempre più vicina agli abbandonati, ai dimenticati, agli imperfetti. Desidero una Chiesa lieta col volto di mamma, che comprende, accompagna, accarezza. Sognate anche voi questa Chiesa, credete in essa, innovate con libertà”.

La Chiesa italiana si lasci portare dal soffio potente dello Spirito Santo, e per questo, a volte, inquietante. E poco prima aveva affermato: “Si può dire che oggi non viviamo un’epoca di cambiamento quanto un cambiamento d’epoca. Le situazioni che viviamo oggi pongono dunque sfide nuove che per noi a volte sono persino difficili da comprendere. Questo nostro tempo richiede di vivere i problemi come sfide e non come ostacoli: il Signore è attivo e all’opera nel mondo. Voi, dunque, uscite per le strade e andate ai crocicchi: tutti quelli che troverete, chiamateli, nessuno escluso (cfr Mt 22,9). Soprattutto accompagnate chi è rimasto al bordo della strada, «zoppi, storpi, ciechi, sordi» (Mt 15,30). Dovunque voi siate, non costruite mai muri né frontiere, ma piazze e ospedali da campo”.

“L’ho detto più di una volta e lo ripeto ancora oggi a voi: «preferisco una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze. Non voglio una Chiesa preoccupata di essere il centro e che finisce rinchiusa in un groviglio di ossessioni e procedimenti” (Evangelii gaudium, 49).

Per amore di questa Chiesa

 

Qual è il destino di questo nostro Seminario?

Per aiutare un’adeguata risposta vi affido due considerazioni di metodo che riguardano la continuità e la sinodalità. Le relazioni ascoltate sono da considerare come validi “instrumentum laboris” per il dopo-Seminario. Invito tutti voi, presbiteri e laici, a riprendere in ogni parrocchia i testi prodotti per avviare un percorso di coinvolgimento il più vasto possibile di ciascuna comunità. Le modalità sono affidate al discernimento di ciascuno.

La seconda considerazione di metodo è strettamente consequenziale alla precedente: se vogliamo avviare un processo davvero “sinodale” nella vita della nostra Chiesa diocesana, dobbiamo tutti attivarci per una sinodalità molto più diffusa perché sia davvero ecclesiale, coinvolga e includa più estesamente il popolo di Dio. La nostra sinodalità non può esaurirsi nella partecipazione di alcuni o pochi rappresentanti ad un evento diocesano per riflettere e discutere soltanto tra di loro.

I due Sinodi sulla famiglia hanno richiesto il contributo di tutto il popolo di Dio attraverso lo strumento di due questionari rivolti a tutte le diocesi del mondo. Così la sinodalità espressa durante questo nostro evento è solo germe di una sinodalità più ampia e proficua che si deve favorire nei tempi successivi all’incontro diocesano all’interno delle singole realtà comunitarie.

La stessa sinodalità del Convegno ecclesiale di Firenze è stata condivisa solo da delegati presenti; ma sono convinto che abbiamo promosso una maggiore sinodalità su verbi di Firenze nel momento in cui abbiamo reso partecipi tutti voi del lavoro svolto a Firenze. E potrà ulteriormente allargarsi se tutti voi avrete modo di riportare nelle parrocchie la ricchezza delle riflessioni maturate.

E’ in questa prospettiva che vogliamo guardare alle grandi sfide culturali del momento storico e discernere alla luce dello Spirito Santo, che sempre guida il cammino dei credenti, le linee e le prassi di riforma che devono riguardare la nostra Chiesa diocesana e ogni singola realtà ecclesiale: parrocchie, organismi di partecipazione (consigli diocesani e parrocchiali), istituzioni diocesane (uffici pastorali), aggregazioni laicali (gruppi, associazioni e movimenti).

Buon lavoro a tutti.

[1] Esamerone IX, 10, 76.

[2] Papa Francesco, Catechesi, 9 dicembre 2015.

[3] Ibidem.

[4] Fil 2,5. Paolo fa appello ai valori evangelici fondamentali, che sono l’amore, l’unità e l’umiltà. La mancanza di amore si manifesta con le rivalità, la ricerca di vanagloria e il disprezzo dell’altro. Questo è vivere in Cristo (v.5): un modo di considerare se stessi e gli altri distante mille miglia dai criteri esaltati dal mondo circostante.




Radici Bibliche e Prassi di Misericoria di Mons. Ambrogio Spreafico

Diocesi di Sora-Cassino-Aquino-Pontecorvo

 

III Seminario Teologico-Pastorale

 

Aquino, 26.01.2016

RADICI BIBLICHE E PRASSI DI MISERICORDIA

 

di Mons. Ambrogio Spreafico

 

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Inizio dell’attività pastorale della parrocchia della “Sacra Famiglia” in Cassino

Gerardo Antonazzo

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Vescovo di Sora – Cassino – Aquino – Pontecorvo

 

 

 

18 dicembre 2015

 

 

 

            Carissimi Presbiteri, Diaconi, Consacrati e fedeli laici,

con particolare gioia comunico l’inizio dell’attività pastorale della parrocchia della “Sacra Famiglia” in Cassino, giuridicamente eretta dal mio venerato predecessore mons. Bernardo Fabio D’Onorio. La cura pastorale della Comunità viene affidata a don Salvatore Brunetti, che ringrazio per la sua disponibilità affabile e cordiale.

Celebrerò la prima Messa negli ambienti destinati provvisariamente al culto della comunità parrocchiale alla Via Volturno n. 70

sabato 26 dicembre 2015 alle ore 18,00

 

nella festa liturgica della “Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe”,

Ogni “nascita” è motivo di letizia: nel contesto della gioia grande del Natale, accogliamo con affetto ecclesiale l’inizio della vita pastorale di questa comunità parrocchiale con spirito di fraternità, riconoscendo in questo evento un segno della misericordia con cui il Signore incoraggia la missione evangelizzatrice della nostra Chiesa diocesana.

La presenza di più parrocchie, soprattutto nella medesima Città, non si giustifica assolutamente come una “spartizione” del territorio (non di rado causa di campanilismi anacronistici), ma è motivata dalla necessità di servire meglio la vita dei nostri fedeli. E’ segno di migliore prossimità e di maggiore vicinanza della Chiesa alla vita dei battezzati, per rispondere con ogni mezzo spirituale all’edificazione della loro vita cristiana.

Vi prego di dare notizia di questo evento durante le Messe della solennità del S. Natale, per sostenere con la preghiera fraterna questa giovane comunità parrocchiale.

A tutti il mio cordiale augurio per le prossime festività natalizie.

+ Gerardo Antonazzo




Omelia per l’apertura della Porta Santa a Sora – S.E. Mons. Adriano Bernardini

Di seguito è possibile scaricare l’omelia di S.E. Mons. Adriano BErnardini Nunzio Apostoolico in l’Italia e nella Repubblica di San Marino per l’Apertura della Porta Santa nella Cattedrale di Santa Maria Assunta a Sora sabato 12 dicemre per l’Apertura della Porta Santa.

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Omelia per l’inizio del ministero di parroco di don Alessandro Rea

La parola ti renda voce

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Omelia per l’inizio del ministero di parroco di don Alessandro Rea

Fontechiari, 6 dicembre 2015 – II domenica d’Avvento

Il tempo dell’Avvento è il tempo del cammino verso Colui che viene. La preghiera iniziale della Colletta incoraggia a chiedere al Signore che “il nostro impegno nel mondo non ci ostacoli nel cammino verso il tuo Figlio”. Questo movimento del credente deve esprimere il desiderio ardente del cuore, l’apertura sapiente dell’intelligenza e l’operosità del nostro stile di vita sobrio e vigilante.

Nella gioia dell’attesa del Signore, questa comunità accoglie oggi don Alessandro in qualità di parroco. Solo in apparenza sembra non cambiare nulla, dal momento che già da qualche anno don Alessandro svolge il suo ministero in mezzo a voi in qualità di Amministratore parrocchiale. Di fatto, il rito che seguirà alla celebrazione della Parola esprime in modo chiaro la responsabilità pastorale del parroco, soprattutto nella prospettiva peculiare e specifica della stabilità, della fedeltà nel servizio della Chiesa e nella totalità della dedizione alla comunità di cui è costituito pastore ad immagine di Cristo (Gv 10).

La vocazione profetica

L’entrata in scena del Battista nel racconto di s. Luca coincide con la venuta della Parola di Dio su di lui. La missione di Giovanni è caratterizzata prima di tutto dall’incontro con la Parola di cui diventerà “voce” profetica con il suo stile di vita e con il fuoco delle sue parole. Il “venire” della Parola corrisponde ad una vera investitura profetica. L’Antico Testamento presenta la missione profetica come l’incontro con la Parola: ad essa è sottoposta l’esistenza del chiamato. Ciò richiede ascolto obbediente dal quale dipende la fedeltà di colui che dovrà annunciare non la propria volontà ma le intenzioni di Dio per il bene e la salvezza del suo popolo. Di fronte a questa Parola il profeta non può tacere per paura, per vergogna o per vigliaccheria. Il destino di salvezza o di perdizione del popolo potrà dipendere anche dalla coerenza del profeta nell’ annunciare la parola per la conversione. Il Battista è consapevole della sua missione, e a quanti dopo averlo ascoltato con interessa e stupore gli chiederanno: “Che cosa dici di te stesso?”, dichiarerà: “Io sono voce di uno che grida nel deserto” (Gv 1,23). Commenta s. Agostino: “Giovanni la voce, il Signore, invece, in principio era il Verbo. Togli la parola, che cos’è la voce? Non ha nulla di intellegibile, è strepito a vuoto. La voce, senza la parola, colpisce l’orecchio, non apporta nulla alla mente… E poiché è certo difficile distinguere la parola dalla voce, anche lo stesso Giovanni fu ritenuto il Cristo. La voce fu creduta la Parola: ma la voce riconobbe se stessa per non recare danno alla Parola” (Discorso 293,3).

La Parola nel deserto

 

Nel vangelo di Luca per ben due volte si parla oggi del deserto, rivelandone due volti diversi. Innanzitutto Giovanni vive nel deserto: quindi la parola di Dio lo coglie nel luogo della solitudine e dell’essenzialità. Nel deserto nessuno ti ascolta. Non puoi parlare con nessuno e nessuno ti parla. Nel deserto vai, se vuoi, per ascoltare Dio, per parlare con lui. È il luogo dove Dio è l’unica persona presente alla tua vita, alle tue parole, ai tuoi occhi, alle tue orecchie, al tuo cuore. Senza di lui il deserto è la morte.La solitudine sviluppa la gioia del silenzio, mentre l’essenzialità del deserto insegna a riporre la propria fiducia e sicurezza solo in Dio. Il deserto ti priva di oggi appoggio umano, materiale e psicologico. Per questo nella ricca ed esemplare tradizione biblica il deserto rappresenta la condizione migliore per cogliere e accogliere l’evento della Parola. Il deserto educa alla capacità di ascoltare, perché solo il silenzio è grembo che dà vita alla Parola.

In secondo luogo, il Battista, costituito “voce” della Parola, grida “nel deserto”. La sua voce porta un grido di speranza nella desolazione delle prove e delle fatiche che logorano il cammino dell’uomo. Se nel primo significato il “deserto” fa riferimento ad una condizione felice e ottimale di incontro con la Parola, nella seconda ricorrenza il “deserto” rivela anche il suo volto negativo, perché richiama un cammino impervio, con le difficoltà dei burroni, dei colli e dei monti, delle vie tortuose e accidentate. Ognuno di noi attraversa il deserto del peccato che ci rende prigionieri delle nostre debolezze. Nel deserto del peccato si perde la gioia, perché nella profondità del cuore manca la vera soddisfazione. Tanti attraversano il deserto della malattia. Quando si gode ottima salute si pensa alla malattia come qualcosa che colpisce sempre gli altri, ma può accadere che, ad un tratto, si venga catapultati in questo deserto inospitale di cui, alle volte, non se ne scorge la fine. Altre persone attraversano il deserto dei problemi familiari. Anche questo è un deserto terribile che porta desolazione, afflizione, tormento, angoscia, dolore, preoccupazioni. Altri ancora devono misurarsi con il deserto difficile dei tradimenti, delle scaltrezze, della malizia, dell’orgoglio, dell’incomprensione.

La parola del profeta incoraggia e consola, annunciando che alla fine del sofferto cammino “ogni uomo vedrà la salvezza di Dio” (Lc 3,6). Tutta l’opera di s. Luca (Vangelo e Atti) è il racconto di una salvezza estesa a tutti. Le immagini apocalittiche, soprattutto il livellamento delle strade, indicano una grande speranza. Giovanni, infatti, prepara la venuta del Messia salvatore, così come si spianava la strada per accogliere un sovrano che preannuncia un’era di pace e di benessere.

            Dio porta a compimento

Carissimo don Alessandro, il prete è innanzitutto l’uomo della Parola. Il rito di ordinazione diaconale si conclude con la consegna del libro dei vangeli, accompagnata dalle parole del Vescovo: “Ricevi il Vangelo di Cristo del quale sei divenuto l’annunziatore”. Le promesse che siamo invitati a fare nell’ordinazione diaconale e presbiterale sono concluse da questo augurio: “Dio che ha iniziato in te la sua opera, la porti a compimento”. Anche nel testo paolino di questa liturgia abbiamo ascoltato le parole dell’apostolo rivolte ai filippesi impegnati nella cooperazione per il Vangelo: “Sono persuaso che colui il quale ha iniziato in voi quest’opera buona, la porterà a compimento” (Fil 1,6). La diffusione del Vangelo è per l’apostolo Paolo motivo di gioia e di tenerezza. E’ affezionato ai filippesi in maniera particolare; è raro che egli si abbandoni così nei suoi scritti. Se il suo cuore è nella gioia, è perché i cristiani di Filippi sono attaccati al Vangelo, non solo perché hanno ascoltato la predicazione dell’apostolo, ma anche per aver preso parte alla sua opera missionaria di annuncio.

Anche per noi questo costituisce la prima e fondamentale gioia: l’annuncio della Parola, la conversione dei nostri stili di vita per aver creduto alla predicazione, la partecipazione alla diffusione della Parola.

Il presbitero deve imparare ad amare sempre di più la Parola, per insegnare ad amarla. Dovrà rispettare la sua forza e dolcezza, sarà parola di consolazione e parola di correzione, parola che ferisce e risana, come una spada a doppio taglio (cfr. Ebr 4,12). Bisogna davvero amare la Parola più di se stessi, più dei propri timori e remore, più di ogni compromesso e vigliaccheria: “Amo la mia vecchia Bibbia, quella che ha accompagnato metà della mia vita. Ha visto la mia gioia, è stata bagnata dalle mie lacrime: è il mio inestimabile tesoro. Vivo di lei e per niente al mondo la darei via… Che cosa tenete in mano?”. Un capolavoro letterario? Una raccolta di antiche e belle storie? Tra le mani avete “qualcosa di divino”, “un libro come fuoco, un libro nel quale Dio parla” (Papa Francesco, Prefazione alla bibbia per ragazzi).

La gioia di s. Paolo nella seconda lettura di oggi è la gioia del Vangelo e per il Vangelo (‘evangelii gaudium’), l’unico motivo dal quale può dipendere ogni altra ragione di vita del presbitero, e senza del quale nulla può renderci pienamente felici di fronte a Dio.

+ Gerardo Antonazzo




Breve Apostolico

FRANCESCO PP.

 

A perpetua memoria

Fortemente solleciti della crescita spirituale di tutti i fedeli, ci adoperiamo con zelo a diffondere il culto mariano e ad onorare le chiese di tutto il mondo intitolate al nome della Santa Madre di Dio.

Dunque volentieri, dietro richiesta del Venerabile Fratello Gerardo Antonazzo, Vescovo di Sora-Cassino-Aquino-Pontecorvo, confermiamo con la Nostra autorità apostolica nella forma di “Breve Apostolico” ciò che la Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti in questo stesso giorno ha concesso, ovvero che, in virtù delle facoltà peculiari che Noi Stessi le abbiamo concesso, innalzi al titolo e alla dignità di Basilica Minore la chiesa del Santuario dedicata a Dio in onore della Beata Vergine di Canneto, in Settefrati, entro i confini della sopraddetta diocesi, con annessi tutti i diritti e i privilegi consoni alle chiese insignite di questo titolo, secondo il decreto “De titulo Basilicae Minoris”, promulgato il 9 Novembre 1989.

Vogliamo infine che questo segno della Nostra benevolenza giovi grandemente al cammino cristiano dei fedeli che pregano in questo sacro tempio e chiedono grazie per sé e per i propri cari per intercessione della Beata Vergine Maria.

Dato a Roma presso S. Pietro, sotto l’anello del Pescatore, il 17 Giugno 2015, anno terzo del Nostro Pontificato.

 

 

                                                                                                     Card. Pietro Parolin

Segretario di Stato

 

Sigillo

Anello del Pescatore

di Papa Francesco

 

Breve Apostolico

 




Notificazione Anno Santo Straordinario della Misericordia

Di seguito è possibile scaricare la Notificazione del Vescovo Gerardo per l’Anno Santo Straordinario della Misericordia

Ai presbiteri, diaconi, consacrati e fedeli laici
per l’Anno santo straordinario della Misericordia
“LA CELEBRAZIONE DELL’ANNO SANTO SIA PER TUTTI I CREDENTI
UN VERO MOMENTO DI INCONTRO CON LA MISERICORDIA DI DIO”

Notificazione Impaginato




Messaggio del Vescovo per la Giornata del Seminario Diocesano

UNA SOLA COSA TI MANCA

Voccazione, pienzezza dell’uomo

Di seguito è possibile scaricare il Messsaggio del Vescovo Gerardo per la Giornata del Seminario Diocesano

8 dicembre 2015

Messaggio Giornata del Seminario




Documentazione inerente il Consiglio Pastorale Diocesano

Di seguito è possibile scaricare tutta la Documentazione che riguarda il Consiglio Pastorale Diocesano

– STATUTO DEL CONSIGLIO PASTORALE DIOCESANO

 

– REGOLAMENTO CPD

 

– Decreto nomina membri del CPD

 

– Decreto promulgazione CPD

 




Annuario Scuola diocesana di formazione teologica 2015-16

Di seguito è possibile scaricare l’Annuario Scuola diocesana di formazione teologica San Tommaso d’Aquino.

Annuario Scuola diocesana di formazione teologica




Messaggio del Vescovo Gerardo a Dirigenti scolastici, Insegnanti, Genitori e Alunni per l’Anno Scolastico 2015-16

Scarica il Messaggio del Vescovo Gerardo a Dirigenti scolastici, Insegnanti, Genitori e Alunni per l’Anno Scolastico 2015-2016

Scuola Messaggio 2015-2016




Narrare il vangelo cuore di un umanesimo di misericordia

Diocesi di Sora-Cassino-Aquino-Pontecorvo

Convegno dei  catechisti

NARRARE IL VANGELO CUORE DI

UN UMANESIMO DI MISERICORDIA

Secondo giorno

don Salvatore Soreca

 

 

 

Christophe Theobald, parlando all’equipe europea dei catecheti, nell’anno 2011, ha affermato che: «La fede dunque ha una storia»[1] Egli ci ricorda che c’è una rivelazione avvenuta definitivamente nella vicenda di Gesù il nazareno e nelle storie dei suoi incontri diversificati con le persone, ma che Dio continua a fare storia con l’uomo. Noi constatiamo che, dopo la grande storia di salvezza canonica narrata nel primo e nel secondo Testamento, le storie di conversione e di fede si sono moltiplicate, fino ad oggi. Come, comunità viva, siamo chiamati a valorizzare la storia della Chiesa e di ogni suo membro come storia di salvezza, una salvezza in corso. Fermo restando il riferimento normativo dei testamenti canonici, non è sbagliato pensare che la storia di ogni singolo battezzato ha un valore potremmo dire “testamentario” scritto con l’inchiostro dello Spirito nella vita delle persone. La Chiesa ha già tante volte riconosciuto l’agire dello Spirito nella vita dei santi e allo stesso tempo ha tante volte disconosciuto vissuti e pratiche lontane dal vangelo. Spetta a noi continuare questa opera di discernimento, considerare che trasmettere la fede, prima ancora che comunicare un contenuto chiaro e sintetico è raccontare le meraviglie che il Signore Gesù opera nella nostra vita; è raccontare quelle situazioni uniche e particolari di incontro che hanno generato la fede nella nostra vita e che potrebbero generare possibilità di fede nella vita di coloro che ci ascoltano; è, in sintesi, raccontare la misericordia con la quale ogni giorno Dio Padre, in Cristo suo Figlio e per l’opera dello Spirito, vivifica la nostra vita. Nella bolla di indizione del Giubileo straordinario della misericordi al n. 2 papa Francesco afferma:

Abbiamo sempre bisogno di contemplare il mistero della misericordia. È fonte di gioia, di serenità e di pace. È condizione della nostra salvezza. Misericordia: è la parola che rivela il mistero della SS. Trinità. Misericordia: è l’atto ultimo e supremo con il quale Dio ci viene incontro. Misericordia: è la legge fondamentale che abita nel cuore di ogni persona quando guarda con occhi sinceri il fratello che incontra nel cammino della vita. Misericordia: è la via che unisce Dio e l’uomo, perché apre il cuore alla speranza di essere amati per sempre nonostante il limite del nostro peccato.

In questo secondo intervento rifletterò con voi, sul narrare la fede come via preferenziale per mostrare il volto misericordioso del Padre e raccontare l’amore redentivo del Figlio.

  1. La fede una storia di racconti

 

Nella sinfonia dei linguaggi della fede, la narrazione non appare come uno tra di essi, ma come quello genetico e sorgivo per tutti. Ogni linguaggio della fede, liturgico, dogmatico, sintetico, nasce dalla memoria di un evento e del suo rinnovato ed interrotto racconto. Come vedremo dopo, anche se nella storia della stesura del nuovo testamento le prime testimonianze sono ascrivibili a inni liturgici e al genere letterario dell’epistola (mi riferisco a Paolo), questi ultimi hanno necessariamente la loro genesi nel racconto di un evento attuale e vivo: la vita di Cristo Gesù. In sintesi, possiamo affermare che la fede cristiana sta volentieri sul terreno dei racconti, perché essa è la storia di un evento accolto, vissuto e raccontato. È la storia che Dio ha deciso di vivere con l’uomo con eventi e parole come dice Dei Verbum; è l’evento dell’autocomunicazione di Dio all’uomo, quindi incontro che salva e che genera continuamente il flusso del racconto.

La più antica professione di fede del popolo di Israele è il racconto di questa storia (Dt 26, 5-9), un racconto che Israele deve custodire e trasmettere perché la memoria resti viva, perché nel memoriale ogni Israelita si senta soggetto vivo di una storia sempre nuova. La stessa dinamica la leggiamo nella prima lettera di Giovanni (1Gv 1, 1-4) in cui viene restituita alla comunità l’esperienza dei primi testimoni. I vangeli sono la storia che i testimoni hanno vissuto e hanno raccontato; sono il racconto dei tanti incontri salvifici che Cristo Gesù ha vissuto con gli uomini e le donne del suo tempo. Gesù stesso è il narratore nel Vangelo, perché in ciò che dice e fa, dall’inizio della sua missione al suo termine, egli racconta il volto amorevole del Padre (Lc 15, 11-32).[2] Il padre della parabola di Lc 15, è Dio, padre di ogni misericordia. Ma è anche Gesù, poiché come lui egli «accoglie i peccatori e mangia con loro» (2). Come il Padre egli è colui che dà (22b), colui che dà da mangiare (23a) ed è colui che si dona, che ci viene donato come cibo ogni giorno. La misericordia che la parabola racconta è la misura dell’amore di Dio rivelata nella vita di Gesù; la stessa misura di amore di cui lui ci rende capaci (Gv 15,12; Mc 8,34):

Insomma, la misericordia di Dio non è un’idea astratta, ma una realtà concreta con cui Egli rivela il suo amore come quello di un padre e di una madre che si commuovono fino dal profondo delle viscere per il proprio figlio. È veramente il caso di dire che è un amore “viscerale”. Proviene dall’intimo come un sentimento profondo, naturale, fatto di tenerezza e di compassione, di indulgenza e di perdono[3].

La comunità cristiana si immerge nel solco vivo della narrazione evangelica, raccontando; e sono i racconti a generare la professione di fede, la sua celebrazione, la sua comunicazione nello spazio culturale, la sua sintesi nelle formule dogmatiche e la condotta di vita dei battezzati. Il racconto anima tutto l’agire della comunità ecclesiale, perché solo il racconto ha la capacità, proprio perché evocativo, di immergere nell’attualità dell’incontro redentivo con Cristo. La verità cristiana, prima che ragionevole è relazionale. Di conseguenza anche l’accoglienza di questa verità non può avvenire fuori dallo spazio relazionale. È in forza del carattere storico e relazionale della fede cristiana che il racconto delle storie di Dio e con Dio rappresenta il modo adeguato di accedere alla fede e di permetterne l’accesso.

  1. La fede ha una storia

Per noi uomini e donne immersi nella cultura dell’evento, affermare che la fede ha una storia ed è storia, non è affatto scontato e di facile comprensione. Siamo abituati a consumare eventi, a vivere esperienze spesso senza legami: tutto ciò che succede o quasi tutto viene considerato provvisorio o letto unicamente nella logica utilitaristica del consumo. Tale riflessione però non costituisce un dato di fatto insuperabile, ma può, come è accaduto nei secoli passati, essere occasione perché la comunità ecclesiale approdi ad un intelligenza più matura della fede e della rivelazione.

È una condizione che interroga il modo in cui accade l’accesso alla fede oggi e quindi la possibilità di riflettere prassi ecclesiali che lo facilitano e lo sostengono. Come accennato sopra, prima che contenuto da consegnare, l’atto di fede ha una natura essenzialmente relazionale, perché da un lato dice l’incontro del soggetto con il Signore che si rivela e dall’altro dice la relazione che c’è tra la comunità ecclesiale e coloro i quali desiderano rendere tale incontro possibile nella propria vita. Solo in questa configurazione profondamente relazionale si comprende il legame intrinseco tra fede e narrazione: parlare della fede in termini di “accesso” vuol dire parlare della storia di coloro che sono implicati nella relazione, nell’incontro, e il racconto è l’unica forma adatta: il racconto è intimamente legato alla costituzione della stessa fede. Se prendiamo i diversi episodi di conversione raccontati da Vangelo, possiamo sottolineare immediatamente il carattere relazionale della storia raccontata. L’evento della conversione ha un profondo carattere relazionale. Non si tratta solo della relazione di Gesù con il protagonista, ogni evento è un intreccio di relazioni. La questione centrale della relazione tra Gesù e coloro che incontra è l’accesso alla fede, una fede che sgorga dal cuore di colui che egli incontra (la tua fede ti ha salvata). Solo nell’incontro con il Maestro si rivela l’origine teologale della fede; il discepolo scopre che ciò che lo fa vivere in presenza del Nazareno scaturisce dal profondo della sua esistenza toccata da un Dio che vuole che il suo vangelo sgorghi dalla bocca di Gesù che lo annuncia e dall’intimo di coloro che egli incontra. La fede è quindi legata ad un dire, al racconto e all’interpretazione che la comunità ecclesiale ha fatto degli eventi che hanno caratterizzato la vita di Gesù.  La narrazione evangelica si è, quindi, progressivamente mostrata come strutturalmente legata alla fede e all’evento storico che ne descrive il sorgere, insieme plurale e unificato, attorno all’itinerario globale di Gesù di Nazareth. In altre parole la fede stessa obbedisce ad una struttura narrativa e questo per il suo carattere relazionale e testimoniale.

Se dunque il racconto è intimamente legato all’evento della costituzione della fede, possiamo capire che i racconti evangelici non sono solo un genere tra gli altri ma hanno una ragione d’essere propriamente teologica. «I vangeli sono dei racconti che non mettono solamente in scena l’itinerario di Gesù, dall’inizio alla fine, ma anche contemporaneamente ciò che egli diviene in e per coloro il cui itinerario incrocia il suo».[4] In essi quindi sono raccontati simultaneamente l’itinerario di Gesù e le vite di coloro che Lui incontra. In tale senso i Vangeli sono una trama di incontri e relazioni vive che per la sua intrinseca natura relazionale genera una trama di relazioni nuove e vive: la comunità ecclesiale.

Il Concilio Vaticano II ci ha detto che la rivelazione è l’atto di auto-comunicazione divina ad ogni uomo che si compie nell’annuncio del Figlio di Dio.  In tale senso una comunità che vuole iniziare all’atto della fede in Cristo Gesù non può non porsi in ascolto di quella fiducia profonda e intima verso la vita che sgorga nel cuore di ogni uomo; è una esperienza originaria che ha come origine l’assoluta gratuità dell’atto rivelativo di Dio e che ha natura essenzialmente relazionale. Sapersi porre in ascolto delle soglie di vita in cui tale fiducia sgorga è vivere l’atteggiamento diaconale di Gesù; è avere la possibilità di immergere la tensione di questa fiducia originaria nella fiducia in Gesù Figlio di Dio, suo completamento; è illuminare i racconti di vita con cui essa si manifesta con il racconto evangelico. In altri termini la comunità realizza la bellezza dell’annuncio: l’essenziale della vita, che manifesta questa fiducia originaria, è toccato dall’essenziale della fede in Cristo Gesù, dalla bellezza del suo amore:

Questo amore è ormai reso visibile e tangibile in tutta la vita di Gesù. La sua persona non è altro che amore, un amore che si dona gratuitamente. Le sue relazioni con le persone che lo accostano manifestano qualcosa di unico e di irripetibile. I segni che compie, soprattutto nei confronti dei peccatori, delle persone povere, escluse, malate e sofferenti, sono all’insegna della misericordia. Tutto in Lui parla di misericordia. Nulla in Lui è privo di compassione. Gesù, dinanzi alla moltitudine di persone che lo seguivano, vedendo che erano stanche e sfinite, smarrite e senza guida, sentì fin dal profondo del cuore una forte compassione per loro (cfr Mt 9,36).[5]

La fede ha una storia. È un evento differenziato in se stesso e ogni volta diverso secondo la vita di colui nel quale si dà nella sua forma originaria a completa. Ad essa non si accede per un contenuto estrinseco; il centro è l’evento in cui accade l’accesso e il racconto come catalizzatore di altri eventi. Si tratta di essere attenti alla vita di quanti la comunità incontra; di vivere relazioni sincere per leggere insieme la vita, per comprende che la fede, quale sia la sua forma, vi è già accaduta (la tua fede ti ha salvato).

  1. Generare alla fede è narrare la fede[6]

Una convinzione sottende l’attenzione alla narrazione: quando è in gioco il mistero di Dio e del suo Cristo, lo scambio tra il padre e il figlio o figlia, tra la madre e i suoi ragazzi, è uno scambio che non ha confronti. Altre figure e testimoni intervengono certamente nella vita dei figli. Ma ciò che un padre e una madre dicono di Dio, in quanto passatori di Dio, è senza uguali per il figlio che cresce, per l’adolescente e per il giovane adulto. La parola dei genitori è portatrice di un carico di vita che gli stessi genitori sono lungi dall’immaginare. Il mistero del Dio d’Israele e quello del Cristo del Vangelo sono affidati in modo sorprendente alle risorse del racconto e al suo potere di parlare a tutte le generazioni. Intorno a questa storia si intreccia più e più volte la storia delle famiglie. Generare alla vita, come alla fede, significa raccontare. Trasmettere al figlio la fede, equivale per noi a trasmettergli qualcosa di essenziale per la vita che gli permetterà di affrontare le acque profonde e di osare attraversarle. Nel momento in cui le tecniche di comunicazione si fanno sempre più sofisticate, è importante riattivare un gesto elementare, un gioco di parole immemore ma antico quanto l’essere padre e l’essere madre, quello del raccontare: «Mio padre era un Arameo errante…» (Dt 26,5). Compiere il passo della narrazione significa ritrovarsi al fianco di quel narratore consumato che era Gesù, significa coniugare la propria storia personale con quella del racconto evangelico per scoprire di essere un protagonista misterioso, impegnato in un cammino pasquale al seguito del Cristo.

Nel capitolo 13 dell’Esodo, l’ingiunzione ai padri diventa l’ingiunzione rivolta a ciascun padre: «Quando tuo figlio domani ti chiederà:  “Perché?” tu gli risponderai: “Con braccio potente il Signore ci ha fatti uscire dall’Egitto, dalla condizione servile”» (Es 13, 14). Qui l’ingiunzione nasce da un confronto tra il bambino che fa le domande e l’adulto che risponde. Il braccio potente non è quello del padre, è quello di Dio. Il Padre di Esodo racconta la potenza di un Altro, intervenuto con Braccio potente. Questa è la sorpresa della narrazione biblica: il padre si qualifica qualificando un Altro più potente di lui, e di una potenza unica nel suo genere. Potremmo dire che è dalla domanda del figlio che sorge la paternità; il figlio chiedendo al padre il perché del suo essere mette lo stesso padre in condizione di essere padre; allo stesso modo, le nuove generazioni chiedendo alla comunità ecclesiale il perché del suo essere, mettono la comunità nella condizione di essere grembo che genera alla fede. Per il padre rispondere al figlio significa rispondere del figlio; per la comunità rispondere alla nuove generazioni, accompagnare le nuove generazioni è rispondere di loro.  Potremmo dire che la generazione è di natura, mentre la paternità è di designazione. Nel rispondere al figlio in realtà il padre fa posto a Dio che per primo risponde del figlio. La risposta del padre è la rivelazione di un Altro e della sua presenza nella vita delle nuove generazioni. C’è dunque da rispondere sempre al figlio raccontandogli la storia, quella dell’esodo, delle parabole della resurrezione. Queste storie, infatti, fanno entrare padre e figlio in una storia comune, una storia di salvezza in chiave paterna. Bisogna almeno cominciare a farlo, perché la storia raccontata sia anch’essa una storia nella vita del bambino. Narrare, quindi, va di pari passo con il dono della vita; è il dono della vita prolungato.

Il Dio che ha intimato all’uomo «siate fecondi e moltiplicatevi» è quello che intima al padre di famiglia: «ti alzerai a raccontarlo a tuo figlio». La responsabilità dei genitori, degli adulti, quando si tratta di rispondere al figlio che interroga è, ancora e sempre, un luogo senza pari dove l’ispirazione torna a risuonare. Trasmettere e riformulare i racconti della Bibbia alla generazione che viene, ai figli che si alzeranno a raccontarlo ai loro figli significa collocarsi nella fucina dell’ispirazione, dove altri padri, mossi dallo Spirito di Dio, hanno raccontato come hanno raccontato. In tale senso, proprio del racconto dei padri è aiutare il figlio ad essere consapevole di essere impegnato in una uscita, in un esodo che lo mette in libertà e questo perché la paternità esercitata nel legame genitoriale rimanda ad un’altra paternità, quella di Dio, che ha fiducia nella paternità dell’uomo tanto da mettere sulle sue labbra il racconto e il poema di salvezza: «Ciò che abbiamo udito e conosciuto e i nostri padri ci hanno raccontato, non lo terremo nascosto ai nostri figli, diremo alla generazione futura le lodi del Signore, la sua potenza e le meraviglie che ha computo» (salmo 78).

Come già accennato  non è solo della paternità il compito di narrare la fede. Anche la maternità ha un ruolo specifico nella narrazione della vita. In effetti quella della nascita e della morte è una narrazione materna, singolare e riducibile, strettamente legata alle soglie dell’esistenza. Nell’esistenza dei figli e delle figlie le madri raccontano e profetizzano una nascita, fin nella morte. In particolare le madri sono custodi della nascita delle nascite: della resurrezione. Essendo una nascita alla vita di Dio, al di là dell’angustia della morte, la risurrezione è confidata all’inizio a delle donne, esperte della vita che nasce. Le esperte, però, qui si ritrovano interdette, e il finale di Marco è particolarmente eloquente in proposito: «Ed esse, uscite, fuggirono via dal sepolcro perché erano piene di timore e di spavento. E non dissero niente a nessuno, perché avevano paura» (Mc 16,8). Le donne sono le prime all’appuntamento della vita risuscitata; lo sono in ragione della loro premura, che le porta al sepolcro, e in ragione dell’annuncio dell’angelo che viene al loro cospetto. Sono loro le prime, e lo saranno di generazione in generazione perché la risurrezione è quel che è: un mistero della vita. È il canto di ciò che nessuno sa, il canto del segreto della vita: nel canto delle madri, delle donne della resurrezione, delle madri credenti alla generazione che viene, si trasmette il magnifico segreto della vita che rinasce.

In conclusione Dio è il Dio della sequenza delle generazioni, interamente rimesso a ciò che un padre o una madre possono trasmettere al proprio figlio, della vita e del segreto stesso della vita; lo stesso Dio è anche il faccia a faccia di ognuno, vivificando tutte le generazioni. Se si deve raccontare alla generazione che viene, si deve anche leggere bene il racconto: le generazioni sono scavalcate dal Signore della vita, che raggiunge e vivifica ognuno nel mezzo dei suoi giorni. Il Risorto si rende presente alle generazioni fino alla fine della storia ed è forse questo il cuore della narrazione alla generazione che viene e si rende presente mostrando il volto misericordioso del Padre nella concretezza dell’amore di color che sono chiamati ad amare così come lui ci ha amati (Gv 15, 12) (MV 6):

Come si nota, la misericordia nella Sacra Scrittura è la parola-chiave per indicare l’agire di Dio verso di noi. Egli non si limita ad affermare il suo amore, ma lo rende visibile e tangibile. L’amore, d’altronde, non potrebbe mai essere una parola astratta. Per sua stessa natura è vita concreta: intenzioni, atteggiamenti, comportamenti che si verificano nell’agire quotidiano. La misericordia di Dio è la sua responsabilità per noi. Lui si sente responsabile, cioè desidera il nostro bene e vuole vederci felici, colmi di gioia e sereni. È sulla stessa lunghezza d’onda che si deve orientare l’amore misericordioso dei cristiani. Come ama il Padre così amano i figli. Come è misericordioso Lui, così siamo chiamati ad essere misericordiosi noi, gli uni verso gli altri.[7]

  1. La Chiesa comunità narrante

La narrazione e l’ascolto delle storie di vita appartengono alla prassi originale della fede biblica-cistiana. Per questo motivo la Chiesa è una comunità narrante che fa memoria, la sua credibilità «passa attraverso la strada dell’amore misericordioso e compassionevole» (MV 10). Le personali storie di fede, di perdono, con le loro parziali interpretazioni teologiche sono irrinunciabili per l’annuncio della fede della Chiesa, e ogni individuo esprime con la sua storia un carisma che nell’interazione comunicativa diventa per l’altro fonte di fede. Nella profondità dell’esperienza personale di Cristo, ogni credente è soggetto attivo nella ri-espressione e ri-comprensione della Parola Rivelata in comunità, la quale, allo stesso tempo, plasma la sua vita.[8]

La struttura narrativa della fede invita ad una concezione della fede orientata all’incontro che non consiste anzitutto nell’adesione del singolo alla totalità della tradizione, ma, piuttosto, nella comunicazione delle proprie esperienze personali di fede, necessariamente limitate e parziali, nel dialogo con gli altri credenti così da ricevere stimolo, correzione e completamento dal confronto con le esperienze di fede dell’altro. Nella misura in cui i battezzati, nella narrazione delle loro storie personali di fede, raccontano quanto il Verbo ha operato nella propria vita, si rivela la bellezza della comunità ecclesiale. La narrazione e l’ascolto delle singole storie personali di fede nell’orizzonte della tradizione biblica e del discernimento del magistero, è perciò costitutivo non soltanto dello sviluppo dell’identità del singolo credente, ma anche per la costruzione e lo sviluppo della comunità ecclesiale.[9]

Le storie di conversione e di perdono, ricevuto e donato, che costituiscono la trama del tessuto ecclesiale sono il nucleo generatore di un annuncio che sempre più deve configurarsi «come annuncio gioioso di perdono» (MV 11). A mio avviso è qui la chiave di volta di un annuncio per un umanesimo di misericordia. Con forza il Papa afferma che «è il tempo del ritorno all’essenziale per farci carico delle debolezze e delle difficoltà dei nostri fratelli. Il perdono è una forza che risuscita a vita nuova e infonde coraggio per guardare al futuro con speranza» (MV 11). Il perdono è il cardine di un agire ecclesiale che ha nella misericordia il proprio centro determinante; potremmo dire basta a prassi ecclesiali di riconquista, di muro contro muro, di scontro; è il tempo di aprirci a ciò che identifica l’agire di Dio nelle tre parabole della misericordia di Lc 15: l’andare in cerca, il correre verso.

Sono i verbi dell’iniziativa misericordiosa di Dio: il pastore e la donna delle prime due parabole (Lc 15, 1-10) vanno in cerca, non si arrendono all’idea di aver perso la pecora e la dramma; vanno alla ricerca, una ricerca spasmodica, una ricerca amorevole che dice il desiderio, non tanto di ritrovare e basta, ma di riportare la pecora dalle altre per gioire, di condividere con gli altri la gioia per la moneta ritrovata. Insomma il fine della misericordia è sempre la gioia di ritrovarsi con gli altri; è la gioia della condivisione di una vita ritrovata. Il correre verso è il verbo che scandisce la premura misericordiosa del Padre di Lc 15, 11-32; è precedere l’altro nel desiderio di rivelare quanto il perdono guarisce, restituisce alla vita e ridona l’identità perduta (Presto, portate il vestito più bello e vestitelo, dategli l’anello al dito e il calzare ai piedi):

È determinante per la Chiesa e per la credibilità del suo annuncio che essa viva e testimoni in prima persona la misericordia. Il suo linguaggio e i suoi gesti devono trasmettere misericordia per penetrare nel cuore delle persone e provocarle a ritrovare la strada per ritornare al Padre. La prima verità della Chiesa è l’amore di Cristo. Di questo amore, che giunge fino al perdono e al dono di sé, la Chiesa si fa serva e mediatrice presso gli uomini. Pertanto, dove la Chiesa è presente, là deve essere evidente la misericordia del Padre. Nelle nostre parrocchie, nelle comunità, nelle associazioni e nei movimenti, insomma, dovunque vi sono dei cristiani, chiunque deve poter trovare un’oasi di misericordia[10].

Un annuncio intriso di perdono è il sacramento della misericordia di Dio ed è la via che oggi lo Spirito suggerisce alla Chiesa per ridonare dignità all’uomo oppresso e schiacciato dalle ingiustizie, dalle povertà, dalle divisioni, dalle emarginazioni, dalla violenza, insomma dal male e dal peccato:

La Chiesa vive una vita autentica quando professa e proclama la misericordia – il più stupendo attributo del Creatore e del Redentore – e quando accosta gli uomini alle fonti della misericordia del Salvatore di cui essa è depositaria e dispensatrice.[11]

La comunità ecclesiale è tutta narrativa. Nel suo modo di essere e di organizzarsi, di esercitare l’autorità, di gestire le risorse umane ed economiche, di valorizzare i carismi e i ministeri, di stabilire il rapporto con la cultura e le atre religioni, di entrare nel dibattito etico, in una parola nel modo in cui sta nel mondo, la chiesa racconta la sua identità e quella di Dio. La chiesa è credibile e abitabile nella misura in cui diventa narrazione viva di Dio che si è rivelato i Gesù Cristo, se diventa storia in atto di quanto attestano le scritture.

Il suo essere racconto vivente della grazia di Dio è il livello decisivo della sua testimonianza. Questo richiede che tutto lo stile di vita della comunità sia narrativo e che essa divenga luogo ospitale di racconti, la famiglia in cui ognuno può condividere il suo racconto, lo spazio accogliente in cui si intrecciano le storie degli uomini, nella quali, come detto, la fede è già data nella diversità delle sue forme, storie umane e per queste storie degne di Dio.

La fede è narrativa perché nasce da un evento dalla sua costante memoria e dal suo ininterrotto racconto. L’entrata nella fede non può non avvenire che attraverso un processo che attualizza questo racconto e permetta di sperimentarlo. La Chiesa è il luogo ospitante della narrazione dell’amore di Dio e il racconto vivente della grazia. Dentro una Chiesa tutta narrativa prendono forma i riti perché l’agire grazioso di Dio continui nella storia di ognuno, nasce il Simbolo come sintesi, l’arte, gli orientamenti etici, in una parola nasce tutta la vita ecclesiale. Auguro alla chiesa di Sora-Cassino-Aquino-Pontecorvo di essere sempre più con le sue parole e la sua vita narratio plena delle meraviglie di Dio, in quale modo il sacramento, ossia il segno e lo strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano (LG 1).

[1] C. Theobald, La fede ha una storia. La struttura narrativa della trasmissione e la sua regolazione ecclesiale in, a cura di E. Biemmi – G. Biancardi,  La catechesi narrativa, elledici, Leumann (To) 2012, 47.

[2] Cfr. Francesco, Misericordiae Vultus, Bolla di indizione del giubileo straordinario della misericordia, 11 aprile 2015, 9.

[3] Francesco, Misericordiae Vultus, 6.

[4] C. Theobald, Points de départ de la christologie, in J. Dorè – C. Theobald (edd), Penser la foi. Recherches en théologie aujourd’hui. Mélanges offerts à Joseph Mongt, Paris, Cerf – Assas, 901-902.

[5] Francesco, Misericordiae Vultus, 8.

[6] Le idee sono riprese dal testo: J.-P. Sonnet, Generare è narrare, Vita e Pensiero, Milano 2014.

[7] Francesco, Misericordiae Vultus, 9.

[8] Cfr. S. Noceti, Educare nella comunità cristiana, co-educarsi come comunità, in P. Zuppa (a cura di), Apprendere nella comunità. Come dare «ecclesialità» alla catechesi, Elledici, Leumann (TO) 2012, 83.

[9] Cfr. Noceti, Educare nella comunità cristiana, co-educarsi come comunità, 86.

[10] Francesco, Misericordiae Vultus, 12.

[11] GIOVANNI PAOLO II, Dives in misericordia, Lettera Enciclica, 15.

Narrare il Vangelo cuore di un umanesimo di misericordia




L’annuncio via del nuovo umanesimo

Convegno diocesano dei catechisti

DIOCESI DI SORA-CASSINO- AQUINO-PONTECORVO

Narrare il vangelo per un umanesimo di misericordia

Primo giorno

 

L’annuncio via del nuovo umanesimo

don Salvatore Soreca

 

La traccia del convegno ecclesiale di Firenze, introducendo la via dell’annunciare, indica la necessità di «verificare quanto abbiamo rinnovato l’annuncio»[1] come volano di una conversione missionaria della pastorale:

è necessario passare da una pastorale di semplice conservazione ad una pastorale decisamente missionaria […].Sogno una scelta missionaria capace di trasformare ogni cosa, perché le consuetudini, gli stili, gli orari, il linguaggio e ogni struttura ecclesiale diventino un canale adeguato per l’evangelizzazione del mondo attuale, più che per l’autopreservazione. La riforma delle strutture, che esige la conversione pastorale, si può intendere solo in questo senso: fare in modo che esse diventino tutte più missionarie, che la pastorale ordinaria in tutte le sue istanze sia più espansiva e aperta, che ponga gli agenti pastorali in costante atteggiamento di “uscita” e favorisca così la risposta positiva di tutti coloro ai quali Gesù offre la sua amicizia. Come diceva Giovanni Paolo II ai Vescovi dell’Oceania, «ogni rinnovamento nella Chiesa deve avere la missione come suo scopo per non cadere preda di una specie d’introversione ecclesiale». [2]

 

Verificare il rinnovamento dell’annuncio è, necessariamente, verificare a che punto è il rinnovamento e la riforma del tessuto ecclesiale, delle strutture e del sistema educativo ecclesiale perché la chiesa evangelizza non solo con le parole, ma con la forma che si dà dentro la storia. Il suo modo di abitare la storia esprime la sua tensione missionaria. La missione e l’annuncio sono le chiavi del ripensamento della figura del cristianesimo, della chiesa e della sua pastorale. Si tratta di rileggere la vita della comunità ecclesiale a partire dall’assioma fondamentale del rinnovamento pastorale e catechistico italiano: l’integrazione fede-vita. Non è solo una questione metodologica; si tratta di considerare la verità dell’agire ecclesiale, nella sua natura teandrica, capace di attualizzare la salvezza, di catalizzare la  correlazione fede-vita e di portare a compimento l’umano nella complessità delle sue tensioni.

Nel mio intervento, rifletterò sulla via dell’annuncio, in tre passaggi: un’introduzione sull’attenzione al primo annuncio; l’approfondimento della via dell’annuncio come attenzione di tutto l’agire ecclesiale; la proposta della via dell’annuncio come stile pastorale per abitare il nostro tempo.

  1. Il primo annuncio: una rilettura della via dell’annuncio

Al n. 35 gli Orientamenti per l’annunzio e la catechesi in Italia, Incontriamo Gesù, affermano che:[3]

Il primo annuncio è paziente e sa concentrarsi sull’essenziale della fede, senza per questo ridurre il valore e la ricchezza della riflessione dottrinale e della vita cristiana. Occorre soprattutto partire dalle esperienze che costellano la vita di ciascuno, da quel desiderio di una vita felice che è l’inizio e il punto d’arrivo di ogni avventura umana e cristiana.

È interessante sottolineare che gli Orientamenti parlano di primo annunzio (da ora PA) accordandolo con la categoria di desiderio, più precisamente il desiderio di una vita felice. Cosa può significare, per noi chiesa, ripensare la passione per l’annuncio del Regno nella prospettiva del desiderio di felicità che anima il cuore di ogni uomo?  Proviamo, se pur brevemente, a penetrare la categoria di desiderio per infondere maggiore luce sull’annuncio. Per desiderio potremmo intendere una disponibilità a canalizzare tutte le nostre energie verso un oggetto stimato centrale per noi, in tale senso il desiderio, a differenza del bisogno, è esperienza nella quale l’uomo proietta se stesso nell’ambito della trascendenza. Il bisogno si soddisfa, il desiderio si coltiva, si condivide, perché è da esso che scaturisce la progettualità. Il volere e il decidere responsabile e progettuale è un’esperienza creativa che riceve la sua forza dal desiderio. Se manca il desiderio, la volontà è ridotta a volontarismo e il proposito diventa sofferenza.  Pensare il PA in sintonia con la dinamica del desiderio significa liberalo dalle logiche di risposta certa e chiara ad un presunto bisogno di verità diagnosticato in coloro che ci ascoltano, e considerarlo azione ecclesiale nella quale l’essenziale della fede tocca l’essenziale della vita; nella quale la gioia di Gesù può intercettare il desiderio di felicità nel cuore di coloro che incontriamo. Penso che sia proprio qui la forza umanizzante dell’annuncio del Vangelo: «la creazione del mondo in Cristo e soprattutto la creazione dell’uomo a immagine di Dio in Gesù ha come conseguenza che l’essere umano giunge ad esser se stesso, realizzando il disegno di Dio su di lui, quando partecipa alla relazione con Dio e con gli uomini (filiazione e fraternità) propria di Gesù»[4] (GS 22)[5]. Annunciare il compimento dell’umanità nella partecipazione alla vita filiale di Gesù è la maggiore perfezione dell’uomo:

perfezione che solo per il dono di Dio l’uomo può ricevere, ma che corrisponde nello stesso tempo alla realtà più profonda del suo essere se pensiamo che la vocazione in Gesù è un elemento determinante la sua esistenza concreta […] La divinizzazione dell’uomo non può essere concepita se non come l’incorporazione all’umanità divinizzata di Gesù […] Solo con questo riferimento fondamentale a Gesù, la cui immagine siamo chiamati a riprodurre sin dal principio della creazione, possiamo comprendere la “grazia” come la perfezione del nostro essere umano. In essa si produce la piena realizzazione della nostra vocazione personale, risposta alla donazione personale di Dio trino, che ci costituisce in ciò che siamo. La grazia perfeziona la nostra natura, il nostro essere creaturale e il nostro essere personale, nel senso che soltanto essa può portare a compimento l’essere dell’uomo realmente esistente. Non è una realtà creata la causa della nostra pienezza, ma Dio stesso presente in noi nel suo Spirito Santo che ci unisce a Gesù, perché per mezzo di lui possiamo avere accesso al Padre. Il mistero dell’uomo si apre così al mistero stesso del Dio trino[6].

Vivere un PA in sintonia con la dinamica del desiderio per svelare la forma umanizzante e santificante del Vangelo di Gesù è possibile nella misura in cui la comunità ecclesiale cura la disponibilità ad accogliere e ad accompagnare le diverse forme di espressione di tale desiderio, nella consapevolezza che solo accompagnando, ponendosi all’interno di alcune esperienze, ella può annunciare la Parola che redime. In Evangelii Gaudium papa Francesco descrive così il PA:

Abbiamo riscoperto che anche nella catechesi ha un ruolo fondamentale il primo annuncio o “kerygma”, che deve occupare il centro dell’attività evangelizzatrice e di ogni intento di rinnovamento ecclesiale. Il kerygma è trinitario. È il fuoco dello Spirito che si dona sotto forma di lingue e ci fa credere in Gesù Cristo, che con la sua morte e resurrezione ci rivela e ci comunica l’infinita misericordia del Padre. Sulla bocca del catechista torna sempre a risuonare il primo annuncio: “Gesù Cristo ti ama, ha dato la sua vita per salvarti, e adesso è vivo al tuo fianco ogni giorno, per illuminarti, per rafforzarti, per liberarti”. Quando diciamo che questo annuncio è “il primo”, ciò non significa che sta all’inizio e dopo si dimentica o si sostituisce con altri contenuti che lo superano. È il primo in senso qualitativo, perché è l’annuncio principale, quello che si deve sempre tornare ad ascoltare in modi diversi e che si deve sempre tornare ad annunciare durante la catechesi in una forma o nell’altra, in tutte le sue tappe e i suoi momenti […] Non c’è nulla di più solido, di più profondo, di più sicuro, di più consistente e di più saggio di tale annuncio. Tutta la formazione cristiana è prima di tutto l’approfondimento del kerygma che va facendosi carne sempre più e sempre meglio, che mai smette di illuminare l’impegno catechistico, e che permette di comprendere adeguatamente il significato di qualunque tema che si sviluppa nella catechesi. È l’annuncio che risponde all’anelito d’infinito che c’è in ogni cuore umano (EG 164-165).

Il PA mira a donare l’intensità del Kerigma, perché il cuore del Vangelo tocchi il cuore di ogni esistenza umana. In questo modo la chiesa aiuta, quanti incontra, a scoprire che il desiderio di felicità può essere desiderio di Dio nella loro vita, e che il desiderio di Dio è sicuramente desiderio di felicità.

La gioia è l’atteggiamento spirituale fondamentale nel PA. Non è un caso che, soprattutto in Evangelii Gaudium, la sottolineatura della gioia sia costante (EG 1-18).[7] In genere non ci si aspetta che gente gioiosa e festante possa essere “anche” credente! Eppure è così! La missionarietà, in concreto, nelle nostre comunità, assume anche il volto di luoghi aperti, ospitali, sani, in cui ognuno può sentirsi accolto a braccia aperte, partecipi del cammino ecclesiale. Annunciare il Vangelo vuol dire, concludendo questo primo punto, porre attenzione, a due movimenti vitali per la comunità ecclesiale: un movimento che concerne la sua vita ad intra e un movimento che concerne la sua vita ad extra.  Per quanto concerne l’attenzione alla vita intraecclesiale, la comunità ecclesiale deve vivere e assumere in modo radicale la storia nella quale è chiamata a costruire il Regno, per ripensare nuovi modi e termini per narrare la speranza del Vangelo. Compito della comunità ecclesiale non è reiterare una prassi missionaria centrata unicamente sulla trasmissione dei contenuti della fede e delle loro conseguenze etiche, ma realizzare un annunzio che scelga l’inculturazione non come strategia, ma via della evangelizzazione.

In altre parole, l’evangelizzazione si è connotata come inculturazione del Vangelo, la cui proposta sta ad indicare che il contenuto del messaggio cristiano non è riducibile a semplici schemi culturali propri di un determinato momento storico, ma li oltrepassa, pur nella coscienza della contestualità dell’annuncio.[8]

Annunciare il vangelo, comporta lo sforzo di costruire, in un atteggiamento di dialogo con la cultura, canali comunicativi nuovi attraverso i quali donare la Verità e la Speranza evangelica delle quali la Chiesa è custode.[9] Se l’annuncio della comunità deve introdurre il Mistero, sperimentato, celebrato, compreso e vissuto, è chiaro che è importante il recupero di tutta l’armonia dei linguaggi della fede. In tal senso, è importante che l’annuncio allarghi la propria razionalità e introduca l’intera gamma dei linguaggi umani e della fede: quello narrativo, quello simbolico della liturgia, quello della sintesi delle formulazioni dogmatiche, quello estetico della poesia e dell’arte, quello argomentativo, quello della preghiera.

Porre attenzione alla vita ad extra, mente, comporta per la comunità attivare processi interculturali che pongano il Vangelo in costante contatto con la cultura e con l’uomo contemporaneo per significare di nuovo la trama storica, creando e rinnovando i processi di elaborazione culturale:

Il Vangelo non solo può coniugarsi con la cultura e le culture, ma innesta nei processi di elaborazione culturale istanze e valori che possono contribuire alla maturazione dell’umano e del mondo, anche attraverso il suo spessore profetico e critico nei riguardi dei relativismi etici, delle tradizioni religiose, degli schemi operativi della società.[10]

Annunciare il Vangelo è allora rinarrare il Vangelo nella cultura di oggi, all’interno delle domande di senso e dei bisogni di salvezza, perché possa giungere in modo nuovo al pensare e alla comprensione degli uomini e delle donne di oggi, e possa portare a pienezza la Bellezza propria dell’uomo, creato a immagine e somiglianza di Dio.[11] Evangelizzare la cultura è collaborare per trasformare l’umanità accompagnandone le scelte, le svolte, gli insuccessi;[12] è mostrare all’umanità il suo compimento nella piena umanità realizzata in Cristo (GS 22). In altri termini è leggere e vivere la storia a partire dall’/e nell’ evento fondatore della vita cristiana: Gesù Cristo.

Ma, in particolar modo, il processo di evangelizzazione della cultura deve puntare alla ri-creazione del tessuto umano, prerequisito indispensabile per riformulare una cultura che promuova il bene e la pace. L’esito va ben oltre, perché riassume nel suo orizzonte la stessa esperienza religiosa, aprendola, cammin facendo, al suo ruolo di riserva critica nei confronti delle strutture socio-culturali che impediscono la vita. Solo in questa prospettiva l’evangelizzazione potrà dare forma a comunità cristiane il cui stile di pensiero e di approccio dialogico alle questioni che riguardano il vivere comune, può contribuire alla narrazione e costruzione di una cultura che metta al centro la fioritura dell’umano.[13]

Quanto affermato fin qui, cosa comporta per l’annuncio? Annunciare il Regno non comporta unicamente consegnare dei contenuti statici, ma è raccontare un Vangelo impastato con la propria vita; far sperimentare una chiesa viva; comunicare che la fede è per la storia, per leggerla e trasformarla.

2. La via dell’annuncio attenzione di tutto l’agire pastorale

Una comunità ecclesiale attenta all’annuncio deve abitare il proprio contesto socio-culturale e proporsi, con la propria vita, come luogo accogliente, luogo profondamente umano e, per questo, “pieno di Cristo”. La via dell’annuncio è, allora, il primo ambito pastorale in cui realizzare l’integrazione fede-vita-cultura. L’accoglienza della fede e la scelta matura per Cristo vanno considerate nella prospettiva più ampia della consapevolezza e ricomprensione della propria cultura. Si tratta di riconsiderare tutto l’impegno missionario nella luce dell’inculturazione (DGC 109-110).[14] Annunciare il Regno è abitare evangelicamente i luoghi della vita ordinaria, per mostrare la gioia del Vangelo e per infonderne la forza rinnovatrice e umanizzante, perché il Kerigma si “faccia carne” nei passaggi della vita delle persone. Nella traccia del convegno ecclesiale di Fierenze, la via “dell’Abitare” è identificata con la scelta preferenziale per i poveri, come scelta fondamentale e programmatica, come condizione di possibilità di ogni annuncio del Vangelo e di ogni agire ecclesiale: senza l’opzione preferenziale per i più poveri, «l’annuncio del Vangelo, che pur è la prima carità, rischia di essere incompreso o di affogare in quel mare di parole a cui l’odierna società della comunicazione quotidianamente ci espone» (EG 19).

Quali allora, le attenzione di un agire ecclesiale in chiave di annuncio e capaci di esprimere un abitare così come indicato dalla traccia del convegno ecclesiale? Ne individuiamo quattro:

  1. Testimoniare l’amore di Dio con l’attenzione all’altro. Ogni fedele, la comunità tutta, deve necessariamente abbandonare la tensione a giudicare preventivamente le vita di coloro con i quali si entra in contatto per aprire il proprio cuore alla ricchezza dell’incontro;
  2. Uscire nel senso di abitare pienamente e con iniziativa. Il santo padre, in EG ai nn. 19-24 parla di una “chiesa in uscita”. A mio avviso l’espressione “in uscita” non allude ad un moto a luogo, cioè ad un andare verso, ma, forzando un pò la grammatica, definisce uno stato in luogo: la chiesa deve abitare pienamente la storia e la cultura in cui è inserita per “uscire” con l’umanità intera a lei affidata verso Cristo:

La comunità evangelizzatrice si mette mediante opere e gesti nella vita quotidiana degli altri, accorcia le distanze, si abbassa fino all’umiliazione se è necessario, e assume la vita umana, toccando la carne sofferente di Cristo nel popolo (EG 24).

  1. Partire dalle esperienze che costellano la vita di ciascuno, dal desiderio di una vita felice. La chiesa deve poter leggere il bello che è nella vita di chi incontra, per annunziare la Bellezza che è il compimento del bello disseminato nella vita delle persone.
  2. Curare la formazione di cristiani adulti nella fede capaci di rendere ragione della gioia della fede, raccontando il Vangelo sostanza di ogni singolo momento della vita.

Le attenzioni appena descritte sono sia la premessa necessaria per un annuncio che tocchi l’esistenza delle persone nei passaggi fondamentali della vita, in quelle che, gli Orientamenti Incontriamo Gesù, chiamano “soglie” nella quali il cuore dell’uomo può aprirsi ad una Parola che ridona significato (IG 37-41), sia le scelte fondamentali di un abitare che sempre più sia espressione di «una chiesa di popolo nelle trasformazioni demografiche, sociali e culturali che il Paese attraversa (con la fatica a generare e a educa- re i figli; con un’immigrazione massiva che produce importanti metamorfosi al tessuto sociale; con una trasformazione degli stili di vita che ci allontana dalla condivisione con i poveri e indebolisce i legami sociali)».[15]

  1. Una Chiesa esperta in umanità: uno stile pastorale in chiave di annuncio

 

Una comunità viva è una comunità capace di offrirsi come compagna di viaggio in tutte la stagioni della vita; non concentra le sue forze unicamente per educare alla fede solo alcune età, ma, nel suo vivere ogni giorno l’ascolto della Parola e la frazione del Pane Eucaristico, è luogo di crescita per tutti e per tutte le età. Solo in questa attenzione alla vita dell’uomo nell’integralità del suo sviluppo bio-psico-spirituale, la comunità può essere un “laboratorio di annuncio” capace di intercettare le soglie della vita di quanti in essa vivono o di quanti semplicemente l’attraversano per un momento. Il fondamento biblico della via dell’annuncio è si nel mandato missionario (MT 10,7) ma con non meno evidenza è nel comandamento dell’amore (Gv 13,34), la sintesi di tutta la legge e i profeti. Nell’amore, nella passione per l’uomo vissuta con la stessa intensità di Cristo (come io vi ho amati), la comunità ecclesiale ha la motivazione profonda di un annuncio sempre nuovo. Il dono della Parola come luce per la vita del popolo, scaturisce dalla compassione di Gesù (Mc 6, 34), dall’amore viscerale di Gesù per il suo popolo, quell’amore che è all’origine di tutto il piano salifico di Dio. In tale senso è possibile pensare la via dell’annuncio come una scelta ecclesiale che scaturisce direttamente dell’amore di Dio per ogni uomo.

  • Una comunità che sa osservare e che sa orientare: l’annuncio nel tempo della ricerca

La prima “soglia” è la crisi dell’età preadolescenziale e adolescenziale. Dopo la linearità dei cammini iniziatici, la comunità deve ripensarsi e ripensare un annuncio capace di toccare la magmatica tensione evolutiva del periodo adolescenziale. Con l’adolescenza si entra in un kairos, un tempo mistico perché tempo in cui si svela il desiderio di futuro. In tal senso l’adolescenza è tempo da risignificare, perché la ricerca di senso avviata in questa tappa è fondamentale per la vita del ragazzo. L’adolescente inizia a percepire un proprio essere nel mondo, autonomo, segnato da diversi strappi con ciò che avverte come autorità, e, nel contempo, avverte l’esigenza di trascendersi, di andare oltre sé per trovare negli altri, nei “miti”, il senso del proprio vivere. In altre parole, realizza uno sguardo diverso sulla realtà che è il suo e che và necessariamente rispettato e compreso. La comunità ecclesiale può incidere su tale processo esistenziale, tanto potente quanto delicato, unicamente  riempiendo di significato, di senso, i due ambiti che l’adolescente percepisce come “luoghi” in cui esprimere la sua autonomia: lo spazio e il tempo, proponendoli come spazio vissuto e tempo vissuto. Spazio e tempo, due luoghi significativi che possono mediare un vissuto capace di incidere sulla vita dell’adolescente. Risignificare l’adolescenza in un annuncio capace di toccare la vita dei ragazzi è, in altre parole, risignificare le dimensioni dello spazio e del tempo ritornando alla fede creduta, per rintracciare la tensione del soggetto alla ricerca di senso e orientarla al cuore del Mistero: lo spazio vissuto, lo spazio da abitare, è la comunità ecclesiale e il tempo vissuto, il tempo da abitare, è la storia personale di salvezza.

In quanto spazio vissuto, abitato, spazio umanizzato, la comunità ecclesiale può essere per l’adolescente, uno spazio bello, uno spazio felice, uno spazio da avere a cuore, in cui esprimere un proprio modo di stare nello spazio, quello della condivisione e della riflessione, della confusione e del silenzio, della prossimità affettiva e della solitudine. Spazio identificante perché impregnato di Vangelo e per questo spazio aperto al possibile, spazio della progettualità e, quindi, spazio della trascendenza. La propria storia di salvezza, nel suo essere tempo vissuto, è un tempo intriso di significato, è tempo teso al futuro e allo stesso tempo radicato nella comprensione di sé; è il tempo della ricerca della Bellezza che fa bella la vita e, quindi, è tempo della creatività, della possibilità, è, in sintesi, tempo della trascendenza. Incontrare uomini e donne con la propria storia personale di salvezza affascina i ragazzi più di qualsiasi contenuto, perché percepiscono nella vita incontrata la stessa sete di verità e di senso che caratterizza la loro vita.

  • Una comunità che sa amare: l’annuncio nel tempo dell’amore

Nel suo essere esperienza complessa, l’amore nelle sue diverse forme è una “soglia” fondamentale della vita, espressione dell’accogliere e del lascarsi amare, dell’essere amabili e capaci di amore, del desiderio profondo di uscita verso l’altro. L’amore è spazio umano magmatico, complesso e ricco di tensione e per questo vulnerabile e allo stesso tempo il più incisivo nella crescita di una persona. La comunità, in quanto spazio relazionale in cui l’amore è vissuto in tutte le sue forme, può essere un luogo caratterizzante e incisivo per iniziare e per accompagnare la comprensione delle singole esperienze di amore (genitoriale, filiale, amicizia, fidanzamento, sponsale) nell’orizzonte dell’amore evangelico, nella misura dell’amore di Cristo. La possibilità di incidere su tale soglia non si coniuga con una presenza comunitaria rigida, autocelebrante e autoreferenziale, ma si realizza in uno stile comunionale intenso, dinamico e duttile, che realizza una presenza ecclesiale capace di adattarsi per accogliere e accompagnare la duttilità e l’imprevedibilità dell’amore, investendo sull’importanza di alcuni passaggi pastorali: «l’educazione affettiva dei giovani, la ricerca vocazionale anche in vista di speciali consacrazioni, i percorsi di preparazione al matrimonio e l’accompagnamento degli sposi, l’attenzione e la prossimità a situazioni di persone separate o divorziate» (IG 39).

  • Una comunità che sa abitare la sua cultura: l’annuncio nel tempo dell’impegno

La passione per l’uomo espressa in tutte le sue forme – solidarietà, impegno per la giustizia sociale, denunzia del sistema mafioso, l’attenzione alla custodia del creato, la scelta di stili di vita sobri e solidali, la cura dei poveri e degli immigrati – è potenziale luogo di rivelazione del desiderio di Dio. La comunità ecclesiale che condivide radicalmente, con gli uomini e le donne di buona volontà, tali ansie, annunzia la “passione” di Cristo per l’uomo e per l’umano. Nell’agire pastorale, capace di valorizzare i segni del Regno presenti nelle pieghe della storia e della cultura e di denunciare le ferite e le contraddizioni del vivere sociale, la passione di Cristo per l’uomo incontra la passione di ogni uomo o donna, credente o non, per il proprio fratello più debole: si costruiscono alleanze sui crinali della carità, contesti fecondi per un annuncio della Parola intriso di umanità.

  • Una comunità che sa farsi compagna: l’annuncio nel tempo della genitorialità

Accompagnare una giovane coppia che si prepara a vivere la genitorialità, è per la comunità una occasione feconda di annuncio. Il tempo dell’attesa di un bimbo è tempo carico di tensioni, – desiderio e paura, progettualità e preoccupazione, gioia e sofferenza, condivisione e intimità – che grattano via dalla vita della coppia tutto ciò che eccede il solo mistero che ad essi si schiude: la vita, dono del quale non possediamo la sorgente ma che ripone con forza la questione del senso. Rivolgere l’annunzio della Parola che salva nel tempo della genitorialità vuol dire accompagnare la coppia nell’attesa del bimbo, nell’accoglienze e nella prima educazione con una presenza discreta ma concreta. L’accompagnare nasce dal desiderio di coinvolgersi con l’esperienza dell’attesa. Annunciare inoltre è affiancarsi con rispetto alla coppia che si prepara a rinascere nuovamente alla vita, con occhi nuovi e quindi carichi di interrogativi. I modi e i tempi di un nuovo avvio nella vita di fede non vanno imposti dalla comunità che accompagna; i tempi, i luoghi e i processi della ricerca sono dettati dal cammino interiore e dal progressivo dischiudersi dei neogenitori. La comunità che accompagna, in altre parole, serve il cammino interiore della coppia, mostrandosi madre e famiglia. Sa ascoltare, provocare per sostenere l’entusiasmo e, allo stesso tempo, sa coinvolgersi con la vita della coppia. La comunità che accompagna, infine, è la memoria per i neogenitori: attraverso la ricchezza dell’esperienza di altre famiglie, la comunità è come uno scrigno da cui possono attingere quella Sapienza necessaria alla loro missione educativa.

  • Una comunità che sa farsi vicino: l’annuncio nel tempo della sofferenza

Avere compassione, un patire-con, un sentire in se stessi il dramma della sofferenza dell’altro al punto che il nostro stesso cuore sembra spezzarsi. Potrebbe sembrare esagerato, a tratti forzato, ma solo in tale radicale prospettiva di condivisione, alla comunità cristiana è riconosciuta l’auterovelozza per rivolgere una Parola che sana, lì dove, nella sofferenza appunto, a regnare è il silenzio. Compatire, è il verbo della Kenosi, quella Kenosi verso il cuore della sofferenza del fratello a cui ogni comunità ecclesiale è chiamata. In un ottica pastorale, tale espressione indica la irrimandabile necessità di impegnarsi non in agire ecclesiale per chi soffre, ma in un agire ecclesiale con chi soffre, nella radicalità di una presenza profetica che si declina nell’urgenza di guardare alla realtà integrando la prospettiva della sofferenza e del fallimento.  Compatire per la comunità si traduce nel “farsi vicino”, nell’accostarsi con discrezione alla vita ferita, perchè il riverbero di quest’ultima si propaghi nella trama relazionale della comunità per poter mitigarne, nella condivisione, l’effetto distruttivo. Usando un’immagine forte, il “farsi vicino” identifica l’attenzione della comunità ecclesiale volta a fermare l’emorragia di sangue in attesa dell’intervento risanatore. Troppo spesso sentiamo parlare di un bisogno di andare alle cause, di non avere le forze per accompagnare le tante esperienze di sofferenza che si affacciano nelle nostre comunità, di finirla con un assistenzialismo senza prospettiva; ciò è giusto nella misura in cui, in nome di questi assunti, non si sacrifichi la necessità di una presenza caritatevole che sa farsi primo intervento, che sa farsi tampone di tutte quelle situazioni per la cui risoluzione i tempi sono lunghi. L’annuncio, in questo ambito più che mai, è strettamente legato alla qualità e alla credibilità delle relazioni comunitaria, della vita ecclesiale: un annunzio sterile, impersonale, che non parte da un lungo lavoro di presenza e di condivisione delle fragilità, risulterebbe non solo inutile, ma a tratti dannoso per l’ esperienza di fede di chi soffre.

  1. Conclusione

 

«Di primo annuncio vanno innervate tutte le azioni pastorali», così la nota pastorale il Volto missionario della parrocchia in un mondo che cambia (VMPMC 6)[16] comunica che l’annuncio, in tutte le sue forme, è una tensione che caratterizza tutta la pastorale. Una pastorale intrisa di annunzio e in chiave di annunzio è una pastorale della proposta.[17]  È forse questo il nodo fondamentale di una presenza ecclesiale capace di incarnare la Parola nel tessuto storico e culturale, ed essere laboratorio di un nuovo umanesimo in ascolto, concreto, plurale, integrale, d’interiorità e aperto alla trascendenza.[18] In questa prospettiva, è necessario che l’agire ecclesiale, in tutte le sue forme, sia vissuto come “luogo” dell’annuncio e dell’educazione della fede. La tensione missionaria costituisce il modo privilegiato per ravvivare la via dell’annuncio e dare forza alla proposta e all’accompagnamento della fede che nasce o che rinasce. Il protagonismo di ogni battezzato nell’impegno dell’evangelizzazione è il centro di uno stile pastorale in chiave di annuncio (EG 120): ogni battezzato, pietra viva dell’edificio spirituale che è la chiesa (1Pt 2,5), determina la qualità della vita intra ecclesiale e la fecondità dell’agire extra ecclesiale; è costruttore di un nuovo umanesimo.

[1] Conferenza episcopale italiana, In Gesù Cristo. Il nuovo umanesimo. Una traccia per il cammino vesro il convegno ecclesiale nazionale, Dehoniane, Bologna 2014, 48.

[2] Francesco, Esortazione sull’annuncio del Vangelo nel  mondo, Evangelii Gaudium (EG), 23 novembre 2013, nn. 15; 27.

[3] Conferenza Episcopale Italiana, Orientamenti per l’annuncio e la catechesi in Italia, Incontriamo Gesù, 29 giugno 2015 (IG).

[4] L. F. Ladaria, Antropologia teologica, Piemme, Casale Monferrato 20055, 425.

[5] In realtà solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo. Adamo, infatti, il primo uomo, era figura di quello futuro (Rm5,14) e cioè di Cristo Signore. Cristo, che è il nuovo Adamo, proprio rivelando il mistero del Padre e del suo amore svela anche pienamente l’uomo a se stesso e gli manifesta la sua altissima vocazione. Nessuna meraviglia, quindi, che tutte le verità su esposte in lui trovino la loro sorgente e tocchino il loro vertice. Egli è «l’immagine dell’invisibile Iddio» (Col1,15) è l’uomo perfetto che ha restituito ai figli di Adamo la somiglianza con Dio, resa deforme già subito agli inizi a causa del peccato. Poiché in lui la natura umana è stata assunta, senza per questo venire annientata per ciò stesso essa è stata anche in noi innalzata a una dignità sublime. Con l’incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo […]. Il cristiano poi, reso conforme all’immagine del Figlio che è il primogenito tra molti fratelli riceve «le primizie dello Spirito» (Rm8,23) per cui diventa capace di adempiere la legge nuova dell’amore. In virtù di questo Spirito, che è il «pegno della eredità» (Ef 1,14), tutto l’uomo viene interiormente rinnovato, nell’attesa della «redenzione del corpo» (Rm 8,23). […] E ciò vale non solamente per i cristiani, ma anche per tutti gli uomini di buona volontà, nel cui cuore lavora invisibilmente la grazia. Cristo, infatti, è morto per tutti e la vocazione ultima dell’uomo è effettivamente una sola, quella divina; perciò dobbiamo ritenere che lo Spirito Santo dia a tutti la possibilità di venire associati, nel modo che Dio conosce, al mistero pasquale. Tale e così grande è il mistero dell’uomo, questo mistero che la Rivelazione cristiana fa brillare agli occhi dei credenti. Per Cristo e in Cristo riceve luce quell’enigma del dolore e della morte, che al di fuori del suo Vangelo ci opprime. Con la sua morte egli ha distrutto la morte, con la sua risurrezione ci ha fatto dono della vita, perché anche noi, diventando figli col Figlio, possiamo pregare esclamando nello Spirito: Abba, Padre!.

[6] Ladaria, Antropologia teologica, 426, 452, 439.

[7] Francesco, Esortazione sull’annuncio del Vangelo nel  mondo, Evangelii Gaudium, 23 novembre 2013 (EG).

[8] C. Dotolo – L. Meddi, Evangelizzare la vita cristiana. Teologie e pratiche di Nuova Evangelizzazione, Cittadella Editrice, Assisi 2012, 33. Cf. Benedetto XVI, Luce del mondo. Il Papa, la Chiesa e i segni dei tempi. Una conversazione con Peter Seewold, Libreria editrice vaticana, Città del Vaticano 2010, 192.

[9] «È dovere di tutto il popolo di Dio, soprattutto dei pastori e dei teologi, con l’aiuto dello Spirito Santo, ascoltare attentamente, discernere e interpretare i vari linguaggi del nostro tempo, e saperli giudicare alla luce della parola di Dio, perché la verità rivelata sia capita sempre più a fondo, sia meglio compresa e possa venir presentata in forma più adatta». (GS 44)

[10] Dotolo – Meddi, Evangelizzare la vita cristiana, 33.

[11] Cf. Benedetto XVI, Luce del mondo, 193. Cfr L.F. Ladaria, Antropologia teologica, Piemme, Casale Monferrato 1995, 194-202; I. Sanna, L’identità aperta. Il cristiano e la questione antropologica, Queriniana, Brescia 2006, 387-412.

[12] Cf. G. Collet, «…Fino agli estremi confini della terra». Questioni fondamentali di teologia della missione, Queriniana, Brescia 2004, 244: “L’inculturazione non può perciò neppure consistere nella rianimazione di passate usanze religiose ed ecclesiali o nella conservazione di stili di vita non più salvabili. Essa deve piuttosto dimostrare la propria validità proponendo un’alternativa vivibile e vissuta nel mezzo di una molteplicità di offerte religiose e culturali di senso e invitando a confidare nel vangelo e nella sua promessa di vita”.

[13] Dotolo – Meddi, Evangelizzare la vita cristiana, 29-30. Cfr. La Nuova Evangelizzazione per la trasmissione della Fede Cristiana. Lineamenta, n.9.

[14] A. Fossion, La compétence catéchétique. Perspectives pour la formation, in H. Derroitte – D. Palmyre (sous la direction), Les nouveaux catéchistes. Leur formation, leurs compétences, leur mission, Lumen Vitae, Bruxelles 2008, 21. Traduzione a cura dell’autore. Interessante la riflessione che l’autore fa nelle pagine 20 e 21 del testo citato.

[15] In Gesù Cristo. Il nuovo umanesimo, 50.

[16] Conferenza Episcopale Italiana, Il volto missionario della parrocchia in un mondo che cambia, Nota pastorale, 30 maggio 2004.

[17] Cf. Stijn Van den Bossche, Il Rinnovamneto dell’Iniziazione Cristiana nell’orizzonte della Nuova Evangelizzazione, in Ufficio Catechistico Nazionale, Annale, (febbraio 2014) n. 8, 42-58, in www.chiestacattolica.it/ucn.

[18] Cf. In Gesù Cristo. Il nuovo umanesimo, 13-20.

L’annuncio via del nuovo umanesimo




Omelia del Cardinale Giuseppe Bertello

Omelia del Cardinale Giuseppe Bertello

Basilica-Santuario di S. Maria di Canneto

22 agosto 2015

 

Volevo ringraziare il caro Mons. Gerardo, vostro vescovo, per le parole che mi ha detto, ma soprattutto per l’invito che mi ha fatto, di unirmi a voi come pellegrino per venire a pregare ai piedi della Madonna di Canneto. Perché questo è un momento importante non solo per la vostra diocesi ma un po’ per tutto il circondario, la Madonna di Canneto ha questa storica devozione ha accompagnato durante i secoli la vita delle vostre comunità cristiane e noi oggi siamo solo gli ultimi di questa lunga catena di devoti e di fedeli che siamo saliti qui proprio per deporre ai suoi piedi innanzitutto la nostra fede, i nostri propositi di vita cristiana però, anche i nostri desideri, le nostre intenzioni, le nostre sofferenze. Vorrei quindi salutare tutti voi, in modo particolare unirmi al saluto del Vescovo per le autorità civili e militari che sono presenti qui con noi quest’oggi e che dicono appunto che questa festa va ben al di là dei confini della comunità cristiana ma tocca veramente tutta la società. Forse questo è legato alla storia ed alle tradizioni, oggi che le tradizioni cascano resta ancora qualche pilastro: Canneto è questo.

Ecco la nostra celebrazione di oggi è impreziosita da due momenti importanti per la vita di questo santuario. Innanzitutto abbiamo avuto la benedizione dei lavori di ristrutturazione del Santuario e tra poco consacreremo l’altare e poi il Santuario che è elevato a Basilica. Innanzitutto la ristrutturazione del Santuario con la consacrazione dell’altare. Ma noi abbiamo voluto dire, ce lo ricorda bene la prima Lettura, attraverso la benedizione abbiamo voluto ricordarci e rinnovare, che questo locale non è un locale qualunque, è il tempio di Dio, è il locale dove noi sentiamo la presenza del Signore. La prima Lettura ci ha ricordato quando il popolo ebraico, dopo la costruzione del tempio di Gerusalemme, ha portato trionfalmente l’Arca dell’Alleanza dove c’era il segno, c’erano i dieci comandamenti dentro, lasciati da Dio a Mosè, l’ha introdotta solennemente nel tempio. Noi oggi non introduciamo solo un’arca. Con la consacrazione dell’altare questa pietra diventa il simbolo di Gesù. Per questo i sacerdoti, i vescovi, non l’hanno ancora baciato. Vi ricorderete che quando i sacerdoti entrano per celebrare la Messa la prima cosa che fanno baciano l’altare; non l’abbiamo ancora fatto perché non è ancora consacrato, non è ancora benedetto. Con la benedizione ecco che acquista allora il carattere della pietra del sacrificio. È Gesù stesso che si offrirà per noi su questo altare, che rinnoverà per noi l’Eucarestia, il mistero della nostra salvezza.

Poi c’è il secondo motivo, la Basilica. Mons. Gerardo ci ha ricordato un aspetto di questo titolo, che unisce Canneto in modo particolare al Papa. Siamo chiamati tutti a pregare di più per lui, a sentirci più vicini a lui, a partecipare delle sue gioie, del suo ministero. Io mi farò certamente interprete, porterò i vostri saluti, gli ricorderò di questa celebrazione. Però c’è anche un secondo motivo per cui il Santuario è stato elevato al titolo di Basilica. Ai tempi dei Romani, quando non c’era ancora il Cristianesimo, a Roma c’erano delle case importanti, aperte a tutti, pubbliche, dove si celebravano i momenti più importanti della vita cittadina, e queste costruzioni erano chiamate basiliche. Con l’arrivo del Cristianesimo, a Roma, le quattro chiese principali, quelle che noi chiamiamo Basiliche maggiori, furono chiamate Basiliche. Poi col tempo, per indicare questo legame particolare con Roma, ma anche per indicare che una chiesa ha un valore particolare per un certo territorio, ecco che allora il Papa ha cominciato a dare il titolo di Basilica minore. Ed è per questo che il Papa conferisce oggi questo titolo al Santuario di Canneto, proprio per indicare il valore che ha questo Santuario per la vita religiosa, per la vita pastorale del territorio.

E poi naturalmente, doveva essere forse il primo punto: oggi vogliamo celebrare la Madonna. Abbiamo sentito questo brano del Vangelo che conosciamo bene da tanto tempo. C’è l’angelo che incontra Maria per annunciarle che diventa la Madre di Gesù, la Madre del Salvatore. Maria che deve cambiare tutto il progetto della sua vita, che fa anche presente le sue difficoltà, ma poi dice Ecco io sono la serva del Signore, si faccia come Lui vuole. Ed allora cosa possiamo portare via da noi per noi per la nostra vita cristiana da questa celebrazione e da quanto abbiamo sentito dalla Parola di Dio e dai riti che abbiamo fatto e che ancora faremo. Il primo. Quando abbiamo iniziato la benedizione dei restauri, dei lavori, abbiamo ricordato il nostro Battesimo. Come questa casa è diventata tempio del Signore, così noi ricevendo il Battesimo siamo diventati tempio di Dio, la nostra persona accoglie il Signore. Oggi è il momento, bello anche, per il nostro pellegrinaggio, di pensare al giorno del nostro Battesimo e anche di interrogarci un po’ su come va la nostra fede, come la viviamo, come viviamo noi questo nostro Battesimo. Cerchiamo di trarre esempio, cerchiamo di educare? Oppure la viviamo così esteriormente, forse andiamo anche a Messa la domenica, ma non sentiamo l’esigenza profonda di sentirci uniti a Dio, di sentirci uniti a Gesù… Forse siamo talmente superficiali che non ci rendiamo conto che sbagliamo anche di fronte a Dio, e che dobbiamo chiedergli perdono, che dobbiamo chiedergli la sua misericordia.

Il primo pensiero vorrei che fosse proprio questo: pensiamo al nostro Battesimo, rinnoviamo le promesse che poi noi abbiamo rinnovato quando abbiamo fatto la Cresima, lo facciamo anche tutti gli anni alla Veglia Pasquale. Ricordiamoci del nostro impegno di essere dei discepoli del Signore.

E poi un secondo insegnamento molto chiaro: Maria ha cercato di seguire la volontà di Dio, e l’ha vissuta così, regolarmente, nella sua quotidianità potremmo dire. Ad un certo punto nel Vangelo ci ricordano una cosa. Quando si chiedono chi è Gesù dicono: «Ma Gesù non è il figlio del falegname?» La vita di Nazareth è una vita come tutte le altre dal punto di vista umano. Noi siamo chiamati ad incarnare la nostra fede nella nostra vita quotidiana, di saper trasformare ogni momento della nostra vita in un momento di amore per il Signore e di testimonianza per gli altri.

E qui è il terzo punto che vi vorrei lasciare, ed è quello dell’esempio. Maria è stata un esempio per gli apostoli, per i discepoli, sono accorsi a lei anche dopo la Risurrezione di Gesù. Nel cenacolo Maria era unita ai dodici apostoli. Amici cari, sentiamo la responsabilità di annunciare la nostra fede di cristiani agli altri! Sentiamo la responsabilità che col nostro esempio possiamo indicare agli altri quello che cerchiamo di vivere noi stessi. Vi dico una cosa forse un po’ troppo forte, ma ve la dico perché la sento dentro di me molte volte. Noi oggi parliamo tanto di immigrati, di tutti questi problemi. Non vi fa impressione vedere tanti di questi immigrati che sono così legati per diversi motivi alla loro religione e noi invece, così, la viviamo un po’ troppo esteriormente. Pensiamoci. Se qualcuno che non è cristiano, che dovrebbe vedere in noi un esempio, invece trova in noi uno scandalo.

Affidiamo alla Madonna la vita di ciascuno di noi, delle nostre famiglie. Preghiamo per la comunità diocesana, preghiamo veramente per la Chiesa tutta. È bello questo, in chiesa siamo tutti fratelli, nessuno è straniero, ci sentiamo tutti uniti nella nostra lode al Signore e nel nostro essere discepoli di Gesù.




II° Seminario Teologico-Pastorale. Intervento di don Leonardo D’Ascendo

Intervento di don Leonardo D’Ascenzo, vicedirettore dell’Ufficio nazionale vocazioni.

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don Leonardo D’Ascendo