Il Matrimonio: parabola di tenerezza alla luce dell’Amoris Laetitia

Non è frequente qualificare il matrimonio come parabola di tenerezza.

È comune la dizione del matrimonio come “sacramento dell’amore”, ma non è esattamente la stessa cosa.

        Il termine “tenerezza” richiama il páthos dell’amore nuziale e mette in evidenza il sentire affettivo degli sposi: la tenerezza è come il cuore dell’amore degli sposi e il suo fiorire nella loro vita.

         Un amore senza tenerezza sarebbe un amore asettico o addirittura un amore anaffettivo.

Naturalmente “amore” e “ tenerezza” sono inseparabili, ma formalmente si distinguono.

La tenerezza è l’anima della relazione nuziale.

Non credo di esagerare a dire che la patologia della vita di coppiae comincia quando tra gli sposi viene meno la tenerezza e s‘introducono elementi di disaffezione, di solitudine, di aggressività, che mettono in crisi la comunicazione affettiva degli sposi e la stessa crescita umano-cristiana delle nuove generazioni.

L’orientamento odierno è quello di guardare alle nozze come a una matura relazione di tenerezza tra gli sposi, i genitori e i figli; un orientamento chiaramente delineato dalla relazione conclusiva del Sinodo:

In famiglia, la tenerezza è il legame che unisce gli sposi e i genitori tra loro e con i figli. Tenerezza vuol dire dare con gioia e suscitare nell’altro la gioia di sentirsi amato. La tenerezza si esprime in particolare nel volgersi con attenzione squisita ai limiti dell’altro… La tenerezza nei rapporti familiari è la virtù quotidiana che aiuta a superare i conflitti interiori e relazionali (n. 88).

L’esortazione Amoris Laetitia (AL) non riporta direttamente questo testo, ma suppone comunque di continuo l’orizzonte della tenerezza, come cercherò di mostrare.

In questo mio intervento, vorrei provare a trarre dall’Esortazione le tematiche di base che ci permettono di meditare sul matrimonio come parabola di tenerezza nuziale.

Svilupperò la mia riflessione in due momenti essenziali:

  1. La tenerezza come orizzonte biblico-teologico della comunità familiare.
  2. Linee di spiritualità della tenerezza emergenti dall’Amoris Laetitia.

 

 

  1. LA TENEREZZA COME ORIZZONTE BIBLICO-TEOLOGICO DELL’AMORE CONIUGALE.

La sezione biblico-teologica dellì’esortazione muove da un’affermazione tanto semplice quanto essenziale e densa di contenuto.

“Nell’orizzonte dell’amore, essenziale nell’esperienza cristiana del matrimonio e della famiglia, risalta un’altra virtù, piuttosto ignorata in questi tempi di relazioni frenetiche e superficiali: LA TENEREZZA

(AL 28).

L’affermazione è decisiva edè paradigmatica per la lettura dell’intero documento di papa Francesco.

1.1.         “Tenerezza”, non “tenerume”

L’esortazione AL auspica che si riscopra la tenerezza come attitudine decisiva per la buona riuscita della relazione nuziale; “una virtù – dice AL – piuttosto ignorata in questi tempi di relazioni frenetiche e superficiali”.

Un testo che richiama da vicino quanto diceva Giovanni Paolo II: ”Il nostro tempo è tanto carico di tensione quanto avaro di tenerezza”.

Da notare che si parla di “tenerezza”, non di “tenerume”.

I dizionari definiscono

  • la “tenerezza” come un sentimento di “soave commozione”, di “affetto dolce e delicato”, di “attenzione amorevole”;
  • per contro, qualificano il “tenerume” come un “atteggiamento svenevole”, un “eccesso di sentimentalismo”, di “smancerie” o di “falsa tenerezza”.

La differenza balza agli occhi ed è essenziale per quanto ci interessa; è sufficiente uno specchietto comparativo.[1]

                  TENEREZZA                                              TENERUME                

           Sul piano dell’essere                                  Sul piano dell’avere

                 Verso il tu                                                    Verso se stessi

                   Fortezza                                                            Debolezza

                 Creatività                                                          Passività

               Responsabilità                                                 Superficialità

 

La tenerezza appartiene all’esperienza dell’essere e si realizza come apertura al tu, in una dimensione di scambio oblativo, di accoglienza, di dono, di condivisione amabile.

Il tenerume dice, al contrario, ripiegamento sull’io, ed è prevalentemente egocentrico, captativo, con una ricerca dell’altro più per il proprio tornaconto che per lui stesso.

La tenerezza si coniuga con la fortezza ed è creativa; il tenerume è sinonimo di passività. Nel primo caso, domina l’etica della responsabilità; nel secondo, la superficialità, il livello delle sole emozioni, “giocando” con i sentimenti, non rispettando l’altro o addirittura strumentalizzandolo.

Questo dunque il primo dato da tener presente: l’Amoris Laetitia parla di “tenerezza”, non di “tenerume”:

  • tenerezza è un “sentimento forte”, che tocca le corde profonde della persona e la coinvolge nella totalità del suo essere e del porsi “in relazione
  • la tenerezza non è un sentimento debole”, non è un sentimentalismo vuoto, orientato a creare dipendenze o dominio, e non relazioni libere e liberanti.

Papa Francesco stesso, nel discorso inaugurale del 19 marzo del 2013, ebbe a proclamare:

“Non dobbiamo avere paura della tenerezza! (…). Nei vangeli, san Giuseppe

appare come un uomo forte, coraggioso, lavoratore, ma nel suo animo emerge una grande tenerezza, che non è la virtù del debole, anzi al contrario denota fortezza d’animo e capacità di attenzione, di compassione, di vera apertura all’altro, capacità di amore. Non dobbiamo avere timore della bontà, della tenerezza!”.[2]

 

1.2.         La tenerezza dell’abbraccio di Dio

 

Entro questo recupero della categoria di “tenerezza”, tipico del pontificato di Francesco, l’Amoris Laetitia introduce la parte biblica con la bellissima espressione: la tenerezza dell’abbraccio di Dio, facendo riferimento ai testi scritturistici che più da vicino lo evocano (nn. 27-30).

Il primo testo che viene indicato è il Salmo 103:

“Com’è tenero un padre verso i figli, così è tenero il Signore verso coloro che lo temono, perché egli sa bene di che siamo plasmati, ricorda che noi siamo polvere” (Sal 103,13-14).

La tenerezza di Dio è un amore paterno e materno, e non viene meno e non si stanca mai di noi.

La condizione d’Israele è come quelladi un bimbo svezzato in braccio a sua madre” (Sal 131,2).

L’immagine del “padre” si coniuga infatti, nel linguaggio biblico, con quella della “madre”.

L’Amoris Laetitia rimanda alSal 27,10:

“Mio padre e mia madre mi hanno abbandonato, ma il Signore mi ha raccolto”.

Isaia 66,12b-13, come nota il documento di papa Francesco, fa esplicita allusione al seno, alle ginocchia e alle carezze della madre per indicare la tenera vicinanza del Signore al suo popolo:

“Voi sarete allattati e portati in braccio; sulle ginocchia sarete accarezzati. Come una madre consola un figlio, così io vi consolerò”.

        L’esortazione ricorda la delicata intimità descritta da Osea:

“Quando Israele era fanciullo, io l’ho amato…

A Èfraim io insegnavo a camminare, tenendolo per mano…
Io li traevo con legami di bontà con vincoli d’amore,

ero per loro come chi solleva un bimbo alla sua guancia,
mi chinavo su di lui per dargli da mangiare”
(Os 11,1.3-4).

Il testo unisce, in mirabile sintesi, la metafora di Dio-Padre con quella di Dio-Madre, Lo stesso tema proclama Isaia:

“Guarda dal cielo e osserva dalla tua dimora santa e gloriosa. Dove sono il tuo zelo e la tua potenza, il fremito delle tue viscere e la tua tenerezza? Non forzarti all’insensibilità, perché tu sei nostro padre… Tu, Signore, sei nostro padre; da sempre ti chiami nostro redentore” (Is 63,15-16).

L’espressione “fremito delle viscere” rappresenta un’espressione idiomatica che indica la sede delle emozioni più forti e serve a unire i tratti della maternità con quelli della paternità.

Un paradosso, se vogliamo, ma tale è il mistero di Dio: un connubio, il più alto che possa esistere tra la forza del padre e la dolcezza della madre.

“Sion ha detto:‘ Il Signore mi ha abbandonato, il Signore mi ha dimenticato’. Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non intenerirsi per il figlio delle sue viscere? Anche se alcune di loro si dimenticassero, io non ti dimenticherò mai. Ecco sulle palme delle mie mani ti ho disegnato, le tue mura sono sempre davanti ame” (Is 49,14-16).

I testi potrebbero essere moltiplicati.[3]

Un dato appare chiaro in ogni caso: la tenerezza di Dio nella Bibbia rimanda al suo grembo; un grembo amante che ci porta in sé come una mamma porta il figlio in sé. La stessa terminologia ebraica lo evoca:

  • rḥm, rimanda alle viscere materne;
  • raḥªmîm, un plurale d’intensità, indica un forte sentire interiore, un amore viscerale;
  • reḥem corrisponde all’utero della madre.[4]

Dunque, “tenerezza”, nella Bibbia, evoca il sentirsi nel grembo di Dio come un figlio nel grembo di sua madre.

Una percezione biblica del volto paterno-materno di Dio, splendidamente riassunta da Clemente Alessandrino:

Per la sua misteriosa divinità Dio è Padre; ma la tenerezza che ha per noi lo fa diventare Madre. Amando, il Padre diventa femminile”.[5]

1.3.         La croce come il grande abbraccio divino

 

Il n.29 dell’AL passa dal Primo Testamento al Nuovo, evocando come la tenerezza di Dio raggiunga il suo massimo vertice nell’evento della croce.

Anche se questa prospettiva non risulta particolarmente sviluppata, è certo che risiede in essa la novità assoluta della figura di Cristo.

Il Crocifisso, disteso sulla croce, con le braccia spalancate e le palme aperte, in un’autodedizione totale di sé al Padre e di perdono/accoglienza rivolto a tutti, compresi i carnefici, dice a tutti che la tenerezza è un abbraccio di Dio-Trinità.

Spiega con notevole afflato spirituale Anselm Grün:

Le braccia spalancate di Gesù sulla croce dicono a ognuno di noi:‘Sei stato amato in modo completo e assoluto. Ti vengo incontro anche quando ti allontani da me. Sono al tuo fianco quando sei tu a portare la croce. Tengo le braccia aperte per abbracciarti. Ti aspetto finché ti getterai nelle mie braccia. Sei libero. Non pretendo nulla da te; ma puoi contare su di me. Il mio cuore è aperto per te. Ti ci puoi rifugiare con tutto te stesso”.[6]

1.4.         La coppia e la famiglia: immagine di Dio Trinità-di-Amore

 

Alla prospettiva della croce, l’AL collega la rivelazione del mistero di Dio-Trinità-di-Amore. In effetti la croce è questa rivelazione:

–         il Padre dona il suo Figlio per amore,

–         il Figlio si dona per amore al Padre in sostituzione vicaria per tutti,

–         lo Spirito Santo è donato dal Padre e dal Figlio alla Chiesa e al mondo.

Dalla croce nasce la Chiesa, comunità riunita nel Padre, nel Figlio e nello Spirito (LG 9), e sgorga la famiglia, comunione trinitaria di persone.

Spiega l’AL:

“La Parola di Dio affida la famiglia nelle mani dell’uomo, della donna e dei figli, perché formino una comunione di persone a immagine dell’unione tra il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo (n.29).

E aggiunge:

“È nella famiglia, Chiesa domestica, che matura la prima esperienza ecclesiale della comunione tra persone, in cui si riflette, per grazia, il mistero della Santa Trinità! (AL 71;121)

Una prospettiva, questa, che meriterebbe un più ampio approfondimento.

Il Dio in cui crediamo non è un Io-Solo, un Solitario, ma una Comunione di Tre-che-sono-Uno.

Il monoteismo cristiano, da questo punto di vista, è radicalmente diverso dal monoteismo ebraico o da quello islamico. L’unico Dio in cui crediamo

  • non è un Io-Solo,
  • ma un Io-Noi, un Dio-comunione, dall’eternità e per l’eternità.

Tre persone, un unico e medesimo Dio-Amore (1Gv 4,8.16).

I due, uomo e donna sono creati a immagine e somiglianza dell’Uni-Trinità di Dio.

È un grande merito di Giovanni Paolo II aver posto in evidenza questa trinitaria. L’AL lo cita esplicitamente:

“Alla luce del Nuovo Testamento è possibile intravedere come il modello originario della famiglia vada ricercato in Dio stesso, nel mistero trinitario della sua vita. Il ‘Noi’ divino costituisce il modello eterno del ‘noi‘ umano; di quel ‘noi’ che è formato anzitutto dall’uomo e dalla donna, creati a immagine e somiglianza divina” (LF 6).

Un “noi” umano, uomo e donna, che sono chiamati ad aprirsi al terzo da loro, e. in quanto tali, rappresentano la manifestazione più perfetta – nella nostra condizione storica – della comunione trinitaria.

Come affermava M. Blondel: “Quando i due diventano uno, sono tre”.[7]

         Già a livello creaturale, la comunità coniugale rappresenta il massimo riflesso dell’eterna comunione trinitaria:

–         scaturisce, come da sorgente, da Dio-Trinità-di-Amore,

–         si plasma su Dio-Trinità-di-Amore,

–         e va verso la beatitudine di Dio Trinità-di-Amore.

         Sta in questo dato l’assoluta grandezza di ogni comunità familiare, come osservava ancora Giovanni Paolo

“Il nostro Dio nel suo mistero più intimo non è una solitudine, ma una famiglia, dal momento che ci sono in Lui la paternità, la filiazione e l’essenza della famiglia che è l’amore. Quest’amore, nella famiglia divina, è lo Spirito Santo. Così, il tema della famiglia non è affatto estraneo all’essenza divina.[8]

         Il sacramento delle nozze non fa che portare a pienezza questa imago Dei,

–         rendendo gli sposi partecipi dell’essere stesso di Dio-Trinità-di amore,

–         con una partecipazione nuova, specifica, che compie e perfeziona l’immagine trinitaria già impressa in loro a livello naturale,

–         e conferisce alla comunione degli sposi una nuova effusione di grazia, rendendola dimora di Dio-Trinità, dove i genitori sono i primi maestri della fede per i loro figli.

         In forza del sacramento delle nozze, infatti, la famiglia cristiana non è soltanto un’icona esterna della Trinità, ma la Trinità stessa inabita in essa in una forma reale e misteriosa che solo la fede permette di cogliere. Il modello trinitario non rimane esteriore alla sua immagine, ma diviene interiormente presente in essa.[9]

         Ed ecco che la famiglia, icona di Dio-Trinità, diventa dimora di Dio-Trinità.

         Lo Spirito Santo è donato agli sposi perché essi siano capaci, insieme ai figli, di edificarsi in rapporto all’ esemplarità trinitaria (FC 13).

Lo Spirito, infatti, è l’Amore-comunione che, nello scambio eterno tra il Padre e il Figlio, chiude il circolo dell’unità trinitaria:

  • il Padre è l’eterno-Amante,
  • il Figlio è l’eterno-Amato,
  • lo Spirito è l’eterno-Amore comune del Padre e del Figlio.[10]

Lo Spirito Santo – spiega lo stesso Agostino – ci fa pensare all’Amore comune con cui si amano vicendevolmente il Padre e il Figlio”.[11]

“Amore comune”, lo Spirito Santo è l’Amore-comunione che attua la pienezza dell’Uni-Noi trinitario nella famiglia.

Il “soffio dello Spirito”, che vivifica in permanenza la Chiesa, è in grado di orientare la famiglia in questa direzione, ma si richiede che i coniugi si aprano alla sua azione e lo lascino operare nel loro cuore.

         “Il matrimonio è un segno prezioso, perché quando un uomo e una donna celebrano il sacramento del matrimonio, Dio, per così dire, si “rispecchia” in essi, imprime in loro i propri lineamenti e il carattere indelebile del suo amore.

Il matrimonio è l’icona dell’amore di Dio per noi. Anche Dio, infatti, è comunione: le tre Persone del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo vivono da sempre e per sempre in unità perfetta. Ed è proprio questo il mistero del matrimonio: Dio fa dei due sposi una sola esistenza” (n.121).

 

Questo dunque l’orizzonte bilico-teologico dell’AL che fonda la comunità familiare come parabola vivente di Dio-Tenerezza.

  1. LINEE DI SPIRITUALITÀ DI TENEREZZA EMERGENTI DALL’AMORIS LAETITIA.

Entro questo contesto si pongono le linee di spiritualità della tenerezza che emergono dall’AL.

Mi limito a enumerarne sei:

  • la tenerezza nuziale come cammino dinamico-graduale;
  • la tenerezza nuziale come maturità affettiva;
  • la tenerezza nuziale come relazione intima;
  • la tenerezza nuziale come fecondità amante;
  • la tenerezza nuziale come estetica spirituale dell’amore;
  • la tenerezza nuziale come evento di carità teologale.

 

  1. La tenerezza nuziale come cammino dinamico-graduale

 

Sposarsi “nel Signore”, significa essere posti nella nuzialità del Cristo-Sposo con la Chiesa-sua-Sposa e accettare di ri-sposarsi ogni giorno, riscegliendosi e ri-innamorandosi a ogni stagione della vita.

Il sacramento delle nozze costituisce un grande viaggio: un viaggio che sgorga da Dio-Trinità-di-Amore, si modella su Dio-Trinità-di-Amore e va verso Dio-Trinità-di-Amore.

Un viaggio da costruire giorno per giorno: non è stasis, ma ex-stasis.

Di qui l’urgenza di presentarlo, come spiega AL,

come un cammino dinamico di crescita e di realizzazione,

e non un peso da sopportare” (AL 37).

         Presentare dunque l’ideale del matrimonio in tutta la sua bellezza e grandezza, ma fare tutto questo con grande umanità e con la pazienza di un percorso che esige una sua gradualità.

Proclama magnificamente l’AL:

         “Non si deve gettare sopra due persone limitate il tremendo peso di dover riprodurre in maniera perfetta l’unione che esiste tra Cristo e la sua Chiesa, perché il matrimonio come segno implica un processo dinamico, che avanza gradualmente con la progressiva integrazione dei doni di Dio” (n.122).

         Una cosa dev’essere chiara, secondo l’AL, l’amore che i due si promettono il giorno delle nozze supera i livelli della sola emozione o dei soli stati d’animo, pur includendoli.

“È un voler bene più profondo, con una decisione del cuore che coinvolge tutta l’esistenza. Così… si mantiene viva ogni giorno la decisione di amare, di appartenersi, di condividere la vita intera e di continuare ad amarsi e perdonarsi” (n.164).

  1. La tenerezza nuziale come maturità affettiva

      Si è già entrati, a questo punto, nella questione decisiva: orientare coloro che si sposano a una vera maturità affettiva, in grado di superare la “cultura del provvisorio” imperante oggi, e rendere gli sposi stabili nella loro relazione affettiva.

Mi riferisco alla rapidità con cui le persone passano da una relazione    affettiva a un’altra.

Credono che l’amore, come nelle reti sociali, si possa connettere o disconnettere a piacimento del consumatore e anche bloccare velocemente.

Si trasferisce alle relazioni affettive quello che accade con gli oggetti e con l’ambiente: tutto è scartabile, ciascuno usa e getta, spreca e rompe, sfrutta e spreme finché serve. E poi addio” (n.39).

Già l’Evangelii Gaudium, aln.66, aveva accennato alla crisi culturale profonda che attraversa i legami sociali; ci si trova, come direbbe Bauman, in una “società liquida”, priva di solidità; il che spiega la fragilità con cui è vissuta la relazione di coppia.

Spiega papa Francesco:

“I Padri sinodali hanno fatto riferimento alle attuali tendenze culturali che sembrano imporre un’affettività narcisistica, instabile e mutevole che non aiuta sempre i soggetti a raggiungere una maggiore maturità….

Molti sono coloro che tendono a restare negli stadi primari della vita emozionale e sessuale…” (n.41).

Un analfabetismo affettivo che contrassegna la vita della coppia ed è all’origine di tante crisi di coppia, come spiega la nostra esortazione:

“Le stesse crisi coniugali frequentemente sono affrontate in modo sbrigativo e senza il coraggio della pazienza, della verifica, del perdono reciproco, della riconciliazione e anche del sacrificio.

I fallimenti danno, così, origine a nuove relazioni, nuove coppie, nuove unioni e nuovi matrimoni, creando situazioni famigliari complesse e problematiche per la scelta cristiana” (n.41)

A proposito di crisi coniugali, l’AL introduce una rilettura molto interessante dell’indissolubilità del matrimonio:

L’indissolubilità del matrimonio, non è da intendere anzitutto come un “giogo” imposto agli uomini, ma come un “dono” fatto alle persone unite in matrimonio (n. 62).

Papa Francesco vede l’indissolubilità come un dono fecondo che garantisce la stabilità della coppia, oltre il fluttuare degli alti e bassi, e offre la grazia di poter ricominciare ogni volta.

Il concetto d’indissolubilità non dev’essere ridotto solo all’obbligo di non-separarsi, ma va compreso come un “dono” che rimanda

1°. a un vincolo permanente che viene da Dio, inserisce gli sposi nell’alleanza indistruttibile di Cristo con la Chiesa e garantisce l’esistenza degli sposi, oltre l’alternarsi delle emozioni passeggere;

2°. a un dono di Dio indirizzato a sostenere gli sposi che consente loro di rinnovare il loro amore ogni giorno e a ogni stagione della vita.

Il “tutto” e il “per sempre” delle nozze cristiane non è dunque l’espressione di un giuridismo che uccide, ma un accadimento di grazia che nobilita l‘amore degli sposi e lo rende costantemente nuovo, creativo, in grado di rinascere a ogni svolta della loro esistenza nuziale.

Grazie a questo dono gli sposi possano avere la certezza che ogni situazione – persino l’eventuale tradimento – può essere superato.

Il matrimonio-sacramento infatti si fonda sulla fedeltà di Dio, non sulle nostre deboli forze. E tale è il contenuto positivo dell’indissolubilità del matrimonio.

 

  1. La tenerezza nuziale come intimità gioiosa

 

La tenerezza è descritta dall’ AL come vocazione all’amore sentito, espresso nel linguaggio delle carezze, fino a fare della relazione intima una celebrazione in atto del sacramento delle nozze.

Viene superata ogni concezione fobica della sessualità coniugale. Un dato di fatto che non è mancato nella storia della tradizione cristiana.[12] Scrive papa Francesco:

“L’unione sessuale, vissuta in modo umano e santificata dal sacramento, è per gli sposi via di crescita nella vita della grazia. È il ‘mistero nuziale’. Il valore dell’unione dei corpi è espresso nelle parole del consenso, dove i coniugi si sono accolti e si sono donati reciprocamente per condividere tutta la vita. Queste parole conferiscono un significato alla sessualità, liberandola da qualsiasi ambiguità” (AL 74).

Solo la tenerezza è in grado di canalizzare le pulsioni fisiche e la stessa sensibilità affettiva in un quadro di scambio relazionale, connotato da altruismo, premura e attenzione al partner e alla sua bellezza, fino a condurre a desiderare il desiderio dell’altro.

La sessualità coniugale attinge il suo più alto contenuto quando è segno di tenerezza e aiuta a crescere nella tenerezza; in caso contrario, finisce per essere svuotata del suo contenuto e smarrisce il suo significato unitivo specifico.

Lo spiega perfettamente un autore contemporaneo, E. Fuchs:

“Fra il desiderio e la sessualità si apre una via di umanizzazione nella quale la tenerezza, che è riconoscimento stupito dell’alterità dell’altro, dà significato al desiderio e il desiderio, forza di vita e dono di gioia, diventa sorgente di ogni tenerezza possibile”.[13]

Non è forse questo l’atteggiamento di fondo che emerge dall’insieme del Cantico dei cantici e dai suoi stupendi poemi nuziali?

Afferma papa Francesco:

Il rifiuto delle distorsioni della sessualità e dell’erotismo non dovrebbe mai condurci a disprezzarli o a trascurarli…

Ricordiamo che un vero amore sa anche ricevere dall’altro, è capace di accettarsi come vulnerabile e bisognoso, non rinuncia ad accogliere con sincera e felice gratitudine le espressioni corporali dell’amore nella carezza, nell’abbraccio, nel bacio e nell’unione sessuale(n.157)

 

Il testo lascia intravedere l’ABC della tenerezza: abbracci, baci, carezze.

Il contrario: TCC: televisione, computer, cellulare.

 

Sotto ogni profilo, dunque, l’AL presenta un visione estremamente positiva della sessualità.

Dio stesso ha creato la sessualità come un regalo meraviglioso per le sue  

creature” (n.150).

“Pertanto, in nessun modo possiamo intendere la dimensione erotica dell’amore come un male permesso o come un peso da sopportare per il bene della famiglia, bensì come dono di Dio che abbellisce l’incontro tra gli sposi” (n.152).

 

  1. La tenerezza nuziale come fecondità amante

 

Non meno interessante è il temadella fecondità.

“L’amore dà sempre vita. Per questo, l’amore coniugale ‘non si esaurisce all’interno della coppia […]. I coniugi, mentre si donano tra loro, donano al di là di se stessi la realtà del figlio, riflesso vivente del loro amore, segno permanente della unità coniugale e sintesi viva ed indissociabile del loro essere padre e madre’” (n.165, citando FC 96).

L’ALapre a una comprensione della fecondità nuziale più ampia rispetto alla sola fertilità. Secondo l’AL, la fecondità nuziale è:

  • generare la presenza di Dio nel coniuge;
  • generare il coniuge come persona amata;
  • generare i figli come dono concesso da Dio in affido ai genitori;
  • generare la famiglia come comunità in missione (“in uscita”).

 

4.1.         Generare la presenza di Dio nel coniuge.

 

La prima forma di fecondità nuziale è data dal generare la presenza di Dio nel partner e quindi nella relazione di coppia.

E tale è la vera fecondità , da ricercare, oltre la sola fertilità: far abitare Dio nel nel cuore della tenerezza di coppia, amandosi in Lui e rinnovandosi ogni giorno nel suo amore.

Fin dal momento in cui i due si sposano non sono soli; sono già in tre: è Dio che li ha condotti a incontrarsi e li consegna l’uno all’altra, come è avvenuto fin dall’origine.

Il sacramento delle nozze si fonda su questa consapevolezza: “Amandosi nel Signore gli sposi si donano Dio stesso; ed egli scende tra loro. La sua presenza inabita la co/presenza degli sposi”.[14]

Ecco dunque la prima fecondità: quando ognuno fa risplendere Dio nel volto del coniuge e, insieme, i due sposi vivono alla sua presenza, lo riconoscono e lo lodano con tutta la loro vita.

Quello che non riuscì a Adamo e Eva, è stato reso possibile da Cristo nella Chiesa. E tale è il “mistero grande” delle nozze (Ef 5,32).

4.2.         Generare il coniuge come persona amata.

 

Generare Dio nel vissuto nuziale è al tempo stesso un generarsi a vicenda: una generarsi come persone che si sentono reciprocamente amate e apprezzate.

La prima grande fecondità non è data dalla nascita dei figli, ma dalla nascita di quel “noi” in cui ognuna è unica per l’altra.

E tale è il primo neonato, quando ognuno si sente accolto dall’altro, si dona all’altro e insieme condividono il divenire “una sola carne”.

Lo Spirito Santo è effuso sugli sposi perché siano in grado di realizzare questa comunione di cuori, dove ognuno si percepisca al tempo stesso come amato-amante-amore per l’altro/a, analogamente a quanto avviene nel grembo di Dio-Trinità-di-Amore.

4.3.         Generare i figli come figli in affido.

 

Questa forma di generazione vale, in diverso modo, per i figli: relazionandosi con i genitori e i genitori con loro, tutti con/nascono insieme, in una relazione di reciprocità che fonda il loro diventare un “noi”, una “comunione di persone” a immagine di Dio-Trinità.

Alla sorgente della generazione di un figlio sta Dio: è Lui il Creatore e il Donatore che suscitata la vita nel grembo della madre in forza dell’atto di amore degli sposi.

I genitori sono “cooperatori con Dio in ordine al dono della vita a una nuova persona”, sono suoi “collaboratori” e “interpreti del suo amore”, ma i figli sono anzitutto figli di Dio (GS 50), come spiega il Catechismo della Chiesa Cattolica. “I genitori devono considerare i loro figli come figli di Dio” (CCC 2222).

I genitori non “fanno” i figli, come si usare dire, ma li ricevono da Dio-Trinità, come un miracolo di amore e un dono senzafine.

E dal momento che li ricevono, i genitori non sono padroni dei figli; ne sono i custodi, li accolgono come in affido, con il compito di proteggerli, difenderli, aiutarli a crescere, contribuire a far discernere la vocazione cui sono chiamati, ma non essi non possono pretendere un’autorità assoluta sulla loro vita.

Ogni figlio che nasce è una parola di Dio incarnata e un’icona vivente della sua eterna tenerezza.

Ciò dice, tra l’altro, l’assurdità dell’aborto:uccidere una vita è colpire il cuore stesso di Dio e presume di mettersi al di sopra di Lui.

4.4.         Generare la famiglia come comunità in missione.

 

La comunità familiare che nasce dalle prime tre forme di fecondità è una comunità in missione, chiamata a proclamare a tutti il dono di essere sposi nel Signore e il significato della vita.

Ogni vera fecondità deve condurre a generare Dio nei figli e a farli crescere secondo il suo cuore.

La Familiaris Consortio arriva a dire che solo per questa via i genitori “diventano pienamente genitori”:

“Pregando con i figli, dedicandosi alla lettura della parola di Dio e inserendoli nell’intimo del corpo eucaristico ed ecclesiale di Cristo con l’iniziazione cristiana, i genitori diventano pienamente genitori, generatori cioè anche di quella vita che scaturisce dalla pasqua di Cristo” (FC 39).

Ed è allora che la comunità familiare attua la sua ultima dimensione di fecondità nuziale: “generare” la civiltà della vita e dell’amore (LF 13), facendosi testimonianza vivente dell’amore trinitario sulle strade del mondo.

“La famiglia è l’ambito non solo della generazione, ma anche dell’accoglienza della vita che arriva come dono di Dio. Ogni nuova vita ci permette di scoprire la dimensione più gratuita dell’amore, che non finisce mai di stupirci” (AL 166).

Ora, se la fecondità è accoglienza della vita, anche quando la procreazionefisica (fertilità) non si realizzasse, per ragioni indipendenti dalla volontà dei coniugi, non per questo la vocazione alla fecondità perderebbe il suo significato.

Il Concilio Vaticano II e la Familiaris consortio, a titolo esemplificativo, indicano le direzioni verso cui può essere orientata una tale forma di fecondità, oltre la sola fertilità.

“Adottare come figli i bambini abbandonati, accogliere con benevolenza i forestieri, dare il proprio contributo nella direzione delle scuole, assistere gli adolescenti con il consiglio e con mezzi economici, aiutare i fidanzati, sostenere i coniugi e le famiglie materialmente e moralmente in pericolo, provvedere ai vecchi“(AA 11; FC 14).

La testimonianza vissuta di tante coppie sterili attesta a quali cime possa arrivare questo tipo di fecondità nuziale, anche quando non sia accompagnata dal dono di figli propri.

  1. La tenerezza nuziale come estetica spirituale dell’amore

                 Un’ulteriore coordinata dell’AL è l’ottica della bellezza: la tenerezza intesa come estetica spirituale dell’amore. “Tenerezza” e “bellezza” infatti sono inseparabili. Ha ragione Agostino quando scrive che: “Noi non possiamo amare nient’altro che ciò che è bello”[15]. E aggiunge: “Unicamente il bello può essere amato”[16].

                 La via della bellezza (via pulchritudinis) è la via propria, imprescindibile e strutturale, per l’esperienza della tenerezza.

                  L’esortazione di papa Francesco lo rileva sotto avari aspetti.

                 Al n. 127 rileva come

La bellezza – “l’alto valore” dell’altro che non coincide con le sue attrattive fisiche o psicologiche – ci permette di gustare la sacralità della sua persona senza l’imperiosa necessità di possederla…

La tenerezza è una manifestazione di un amore che libera dal desiderio egoistico di possesso… L’amore per l’altro implica il gusto di contemplare e apprezzare ciò che è bello e sacro del suo essere personale, e che ella esiste al di là dei miei bisogni”.

Al n.128 rilava il valore dello sguardo:

“L’esperienza estetica dell’amore si esprime in quello sguardo che contempla l’altro come un fine in se stesso, quand’anche sia malato, vecchio o privo di attrattive sensibili…

Molte ferite e crisi hanno la loro origine nel momento in cui smettiamo di contemplarci. Questo è ciò che esprimono alcune lamentele che si sentono nelle famiglie. “Mio marito non mi guarda, sembra che per lui io sia invisibile”. “Per favore, guardami quando ti parlo”. “Mia moglie non mi guarda più, ora ha occhi solo per i figli”. “A casa mia non interesso a nessuno e neppure mi vedono, come se non esistessi”. L’amore apre gli occhi e permette di vedere, al di là di tutto, quanto vale ogni essere umano”.

 

  1. La tenerezza nuziale come evento di carità teologale.

 

Il capitolo IV dell’AL è interamente dedicato all’amore nel matrimonio,

  • mostra come la grazia del sacramento del matrimonio sia indirizzata “a perfezionare l’amore dei coniugi” (n. 89)
  • e dice come la grazia trasfiguri gli sposi a immagine dell’amore divi, testimoniato da Paolo nel celebre inno alla carità (n. 90).

La carità è paziente,
benevola è la carità;
non è invidiosa,
non si vanta,
non si gonfia d’orgoglio,
non manca di rispetto,
non cerca il proprio interesse,
non si adira,
non tiene conto del male ricevuto,
non gode dell’ingiustizia
ma si rallegra della verità.
Tutto scusa,
tutto crede,
tutto spera,
tutto sopporta»
(1 Cor 13,4-7).

L’inno paolino è un programma che “si vive e si coltiva nella vita che condividono tutti i giorni gli sposi, tra di loro e con i loro figli. Perciò è prezioso soffermarsi a precisare il senso delle espressioni di questo testo, per tentarne un’applicazione all’esistenza concreta di ogni famiglia(AL 90).

Il documento di papa Francesco approfondisce il riferimento di ognuno di queste attitudini in relazione alla coppia/famiglia, dando vita a uno splendido capitolo di teologia spirituale della coniugalità.

Pazienza

Benevolenza

Guarendo l’invidia

Senza vantarsi o gonfiarsi

Amabilità

Distacco generoso

Senza violenza interiore

Perdono

Rallegrarsi con gli altri

Tutto scusa

Ha fiducia

Spera

Tutto sopporta.

Un vero trattato di spiritualità nuziale.

“L’inno di san Paolo, che abbiamo percorso, ci permette di passare alla carità coniugale. Essa è l’amore che unisce gli sposi, santificato, arricchito e illuminato dalla grazia del sacramento del matrimonio. È un’unione affettiva, spirituale e oblativa, che raccoglie in sé la tenerezza dell’amicizia e la passione erotica”(n.120).

“La tenerezza dell’amicizia e la passione erotica”: due dimensioni che caratterizzano in profondità l’amore nuziale secondo l’AL:.

1°. Amicizia tra gli sposi.

“L’amore coniugale è la ‘più grande amicizia’. E’ un’unione che possiede tutte le caratteristiche di una vera amicizia: ricerca del bene dell’altro, reciprocità, intimità, tenerezza, stabilità… che si va costruendo con la vita condivisa.

2°. Passione erotica.

Naturalmente “il matrimonio aggiunge a tutto questo un’esclusività indissolubile, che si esprime nel progetto stabile di condividere e costruire insieme tutta l’esistenza” (n. 123).

Nasce da questa dinamica (della tenerezza dell’amicizia e della passionalità) la comunità della famiglia come Chiesa domestica e segno profetico nel mondo:

“Il matrimonio cristiano, riflesso dell’unione tra Cristo e la sua Chiesa, si realizza pienamente nell’unione tra un uomo e una donna, che si donano reciprocamente in un amore esclusivo e nella libera fedeltà, si appartengono fino alla morte e si aprono alla trasmissione della vita, consacrati dal sacramento che conferisce loro la grazia per costituirsi come Chiesa domestica e fermento di vita nuova per la società” (n. 292).

Conclusione

        Sotto ogni profilo la famiglia appare, nell’Amoris Laetitia, come una comunità della tenerezza di Dio, chiamata a farsi il luogo primario di tenerezza verso ogni essere che viene a questo mondo.

         Parlare di “parabola di tenerezza” significa riferirsi a tutto questo e dice la famiglia come un progetto di tenerezza da costruire giorno per giorno, posto tra il “già” il “non ancora”: un progetto già dato per grazia,ma da costruire con impegno giorno dopo giorno.

“Famiglia diventa ciò che sei” (FC 17)

         Concludo facendo mie le parole del libro delle “Odi di Salomone”, risalente al terzo secolo, rivolte specialmente agli sposi:

         “Amatevi con tenerezza voi che vi amate”.

         L’autore non si limita a dire “amatevi”, ma ”amatevi con tenerezza”. La tenerezza costituisce il cuore di Dio-Trinità-di-Amore ed è il cuore di ogni famiglia. Una comunità familiare senza tenerezza sarebbe come un corpo senza anima.Faccio e parole dell’anonimo autore del terzo secolo e le rivolgo a tutti voi: “Amatevi con tenerezza voi che vi amate”. [17]

                                                                          d. Carlo Rocchetta

 

Centro Familiare Casa della tenerezza

Via San Galigano/Santa Lucia, 10A

           Montemorcino – 06125 Perugia

 

[1] Per un approfondimento, cf., C .ROCCHETTA, Viaggio nella tenerezza nuziale. Per ri-innamorarsi ogni giorno, Bologna 62014, 97-117.

[2] FRANCESCO, Discorso inaugurale, 19 marzo 2013, festa di san Giuseppe, in AAS, CV, nn.4-5, 384-385.

[3] Ci siamo limitati ai testi indicati dall’AL. Per un analisi più ampi dei passi biblica, cf. C. ROCCHETTA, Teologia della tenerezza. Un “vangelo” da riscoprire, Bologna 52014; ID., “Tenerezza”, in AA.VV., Temi teologici della Bibbia, Cinisello B. 2010, 1371-1376.; C. ROCCHETTA – R. MANES, La tenerezza grembo di Dio Amore. Saggio di teologia biblica, Bologna 22016.

[4] Secondo 1Re 3,26:Dio trepida nel suo intimo come una madre per il figlio che sente muoversi dentro di sé.

[5] CLEMENTE ALESSANDRINO, Quis dives salvetur?,37,1-2. Per maggiori verifiche, cf.: ROCCHETTA, Teologia della tenerezza, 103-132.

[6] A. GRÜN, L’amicizia, Brescia 2002, 46. Sulla simbolica dell’abbraccio, mi permetto di rimandare al mio: C. ROCCHETTA, Abbracciami. Per un terapia della tenerezza, Bologna 32014.

[7] M. BLONDEl, L’azione. Saggio di una critica della vita e della scienza della prassi, Milano 1993, 356.

[8] GIOVANNI PAOLO II, Insegnamenti di Giovanni Paolo II, Città del Vaticano 1979, II, 1,182.

[9] Cf. P. ADNÉS, Matrimonio e mistero trinitario, in AA.VV., Amore e stabilità nel matrimonio, Roma 1976, 22.

[10] AGOSTINO, De Trin., 8,10,14.

[11] AGOSTINO, De Trin., 15, 17,27.

[12] Sul tema di permetto di rimandare al mio: C.ROCCHETTA, Teologia del talamo nuziale, Bologna 2015.

[13] E. FUCHS, Desiderio e tenerezza, Torino 1988, 7.

[14] G. MAZZANTI, Teologia sponsale e sacramento delle nozze, Bologna 2001, 272.

[15] AGOSTINO, De musica 6,13,38 (PL 32,1183).

[16] AGOSTINO, Confesssioni, 4,13,20 (PL 32,701).

[17]. Sulla spiritualità della tenerezza rimando ai miei: C .ROCCHETTA, Viaggio nella tenerezza nuziale. Per ri-innamorarsi ogni giorno, Bologna 2004; ID., Elogio del litigio di coppia. Per una tenerezza che perdona, Bologna 2004; ID., Gesù medico degli sposi. La tenerezza che guarisce, Bologna 2008; ID, Le stagioni dell’amore. In cammino con il Cantico dei cantici, Bologna 2009; ID., Vite riconciliate. La tenerezza nel dramma della separazione, Bologna 2009.




Comunicato della Curia Vescovile

Stemma Diocesi logoCHIESA DI

SORA-CASSINO-AQUINO-PONTECORVO

 

CURIA VESCOVILE

 

comunicato

 

Il gruppo denominato “Bambino Gesù di Gallinaro” o “Nuova Gerusalemme” è impegnato a diffondere in diverse località dottrine falsamente religiose e insegnamenti biblici distorti ed estranei alla verità dei testi sacri. A tale proposito si richiama la Notificazione della Curia diocesana in data 9 ottobre 2001 con la quale la Diocesi prendeva le distanze da ogni coinvolgimento o approvazione del suddetto fenomeno religioso.

La posizione dottrinale di tale gruppo è dichiaratamente contraria alla fede cattolica, in quanto obbliga i fedeli a non frequentare i sacramenti, a disapprovare gli insegnamenti e la stessa autorità del Papa, a non avere relazioni con i sacerdoti e le rispettive comunità parrocchiali, a trasgredire la disciplina ecclesiastica.

Tale gruppo pseudo-religioso in data 4 ottobre 2015 si è costituito come sedicente “chiesa cristiana universale della nuova Gerusalemme”. Tale gravissimo abuso, sottoposto all’esame della Congregazione della dottrina della fede, competente in materia, richiede che tutti i fedeli siano informati sugli errori dottrinali di tale atto scismatico, e sulle conseguenze disciplinari canoniche che ne derivano.

Pertanto, al fine di salvaguardare l’integrità della fede, della comunione ecclesiale, e dell’azione pastorale della Chiesa a favore del popolo di Dio

si rende noto

 

che le iniziative della sedicente organizzazione pseudo-religiosa denominata “chiesa cristiana universale della nuova Gerusalemme” sono in assoluta opposizione alla dottrina cattolica, e pertanto nulla hanno a che fare con la grazia della fede e della salvezza affidate da Gesù Cristo alla Chiesa fondata sulla salda roccia dell’apostolo Pietro.

Si invitano tutti i fedeli al dovere della vigilanza e del saggio discernimento per evitare ogni forma di coinvolgimento in tale movimento pseudo-religioso.

Si rammenta che i fedeli che aderiscono alla suddetta sedicente “chiesa” incorrono ex can. 1364 del Codice di diritto canonico nella scomunica latae sententiae per il delitto canonico di scisma (cfr. Art. 2 § 1 SST)”.

 

Sora, 29 maggio 2016

Solennità del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo

I Vicari Generali

Mons. Antonio Lecce

                                                                                              Mons. Fortunato Tamburrini




Decreto del Vescovo

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Lettera alla diocesi

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Lettera diocesi




Udienza di Papa Francesco per la Diocesi di Sora-Cassino-Aquino-Pontecorvo nell’anno Giubilare della Misericordia

Pellegrinaggio diocesano




Comunicare la Misericordia

Comunicare la Misericordia

Atina, 24 gennaio 2016

Buona sera a tutti. Ringrazio di avermi dato la possibilità di intervenire stasera in questo evento diocesano, e ultradiocesano (il web non ha limiti!), che si presenta straordinariamente ricco e intenso. Sì, perché non si tratta solamente di premiare i migliori presepi del Concorso, bellissimi in verità (e non me ne vogliano i ragazzi che fremono nell’attesa dei premi), perché stasera è una serata importante per diversi aspetti. Ne metterò in luce tre.

  1. Oggi è 24 gennaio, San Francesco di Sales, patrono dei giornalisti e degli operatori delle comunicazioni sociali, comprendendo carta stampata, radio-tv, web, social… E poiché questo concorso l’ha inventato e organizzato la Pastorale Digitale della nostra Diocesi, si capisce che c’è da festeggiare, anche perché ormai tutti sono contemporaneamente destinatari e autori di messaggi e comunicazioni di ogni genere.

Ma perché mai questo Santo è patrono dei giornalisti, se è vissuto tanto tempo fa, a cavallo tra due secoli, il Cinquecento e il Seicento, quando i giornali nemmeno esistevano? Bene, a conoscerlo si resta stupiti della sua “modernità” e attualità. Siccome erano gli anni difficili della Riforma protestante e Controriforma cattolica, c’erano molte questioni teologiche complesse messe in discussione dai protestanti, c’era un dibattito duro e rigido e rigoroso che faceva soffrire e creava confusione tra i fedeli, egli, che diventò vescovo a soli 32 anni, a Ginevra, per evitare che tanti si volgessero alle nuove teorie protestanti del Calvinismo che lì era molto diffuso, si inventò un sistema tutto suo per la sua attività pastorale: faceva stampare dei foglietti settimanali, che distribuiva casa per casa e affiggeva sugli alberi, sui muri. Una sorta di attività pubblicitaria ante litteram. Unita alla sua grande capacità di scrittura, questa sua attività ha fatto sì che quando si è dovuto scegliere un patrono per i giornalisti, si è pensato a lui (nel 1923), prototipo di quanti diffondono la verità cristiana servendosi dei mezzi di comunicazione sociale.

Poi era bravo nel dialogo con gli altri, un modello di mediazione e di riconciliazione (ricoprì incarichi in missioni diplomatiche a livello europeo). Nell’amicizia con le persone era attento, era una ottima guida spirituale, tanto che è considerato il padre della spiritualità moderna.

In tempi di dure controversie e contrapposizioni, di rigore netto, egli sperimentava sempre più, al di là del necessario confronto teologico, l’efficacia della relazione personale e della carità: è quella ricerca di “comunione” che ispira anche la nostra Pastorale Digitale secondo lo slogan datoci dal Vescovo Gerardo: Mettere in comunione più che in rete”.

Egli si preoccupava molto dei laici, e cercava di sviluppare una predicazione e un modello di vita cristiana alla portata anche delle persone comuni, immerse nelle difficoltà della vita quotidiana. I suoi insegnamenti erano pervasi di comprensione e di dolcezza.

In lui, osservava Papa Benedetto XVI , “si manifestava l’ideale di un’umanità riconciliata”. San Francesco di Sales invitava a “fare tutto per amore, niente per forza – amar più l’obbedienza che temere la disobbedienza. Vi lascio lo spirito di libertà, […] quello che esclude la violenza, l’ansia e lo scrupolo”.

Se sbaglio, voglio sbagliare piuttosto per troppa bontà che per troppo rigore”: preferì portare avanti la sua battaglia per l’ortodossia con il metodo della carità, illuminando le coscienze con gli scritti, per i quali ha avuto il titolo di dottore della Chiesa.

Al suo nome si sono ispirate parecchie congregazioni, tra le quali la più celebre è indubbiamente la Famiglia Salesiana fondata da San Giovanni Bosco, che rivolge la sua attenzione soprattutto all’educazione dei giovani, con un’attenzione tutta particolare a quelli delle classi meno abbienti.

Così concludeva Benedetto XVI una catechesi a lui dedicata, il 2 marzo 2011: “San Francesco di Sales è un testimone esemplare dell’umanesimo cristiano (v. Firenze Convegno ecclesiale di novembre); con il suo stile familiare, con parabole che hanno talora il colpo d’ala della poesia, ricorda che l’uomo porta iscritta nel profondo di sé la nostalgia di Dio e che solo in Lui trova la vera gioia e la sua realizzazione più piena”.

 

  1. Da anni ormai, il 24 gennaio, memoria di S. Francesco di Sales, viene reso noto il Messaggio del Papa per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, che si svolge nella domenica dell’Ascensione, che precede la Pentecoste (momento di grande comunicazione, grazie allo Spirito Santo!), quest’anno l’8 maggio, e – trovandoci nell’Anno Santo straordinario della Misericordia – sarà sul tema: “Comunicazione e misericordia: un incontro fecondo”. Come vedete è il tema a cui ci siamo ispirati per questa nostra serata.

Quest’anno sarà la 50ª Giornata, è incredibile: sono 50 anni che la Chiesa riflette sulle comunicazioni sociali perché ne intuisce le potenzialità di bene ma al tempo stesso i pericoli e cerca di indirizzarci ad un uso proficuo di questi mezzi che, all’inizio, erano stampa, radio, tv e cinema. Pensiamo quanto c’è di più oggi! Ebbene, oggi, 2016, Papa Francesco ci avverte: attenzione noi dobbiamo promuovere una “cultura dell’incontro” e questa deve fondarsi non sulla competizione o contrapposizione, né sulla menzogna o sull’inganno, ma sulla misericordia! Dobbiamo, cioè, essere animati da una profonda dimensione di accoglienza, di disponibilità, di comprensione, di perdono.

Nella Bolla di Indizione dell’Anno Giubilare, al numero 12, il Papa afferma che “La Chiesa ha la missione di annunciare la misericordia di Dio, cuore pulsante del Vangelo, che per mezzo suo deve raggiungere il cuore e la mente di ogni persona” e, allo stesso numero, il Papa aggiunge: “Il suo linguaggio e i suoi gesti devono trasmettere misericordia per penetrare nel cuore delle persone e provocarle a ritrovare la strada per ritornare al Padre”.
Dunque, la Chiesa deve annunciare e quindi avere una buona comunicazione. Una buona comunicazione può aprire al dialogo, alla comprensione reciproca e alla riconciliazione, permette che fioriscano incontri umani fecondi.

Allora i gesti, le parole, le immagini che usiamo con i mezzi di comunicazione non debbono avere il taglio del giudizio e, peggio ancora, della condanna, né scivolare sull’insignificanza, esse hanno il potere di superare le incomprensioni, guarire le memorie, costruire la pace e l’armonia.

Al cuore della comunicazione non deve esserci solo uno scambio di informazioni né solo una evoluta e sempre nuova tecnologia, ma una ricerca di relazione umana tra persone. Tra persone pari, perché oggi è proprio la tecnologia che – democraticamente – mette tutti sullo stesso gradino, non più uno che parla e molti che ascoltano, ma tutti che scambiano tra loro “incontrandosi”.

Ricordiamolo, la comunicazione non la fanno i mezzi tecnologici, la facciamo noi persone ed è fatta di incontro umano, di relazione interpersonale. Questa relazione sarà come noi l’avremo intessuta, devastante o costruttiva. Dipende da ognuno di noi!

3. Nella nostra Diocesi, già qualche mese prima della fusione e a maggior ragione dopo, grazie alla lungimiranza del nostro vescovo Gerardo e alla passione dei fondatori (sono le stesse persone che hanno inventato questo concorso che ci riunisce qui oggi) si è dato grande spazio e sviluppo alla comunicazione online. Il nostro sito è ricco e dinamico e le visualizzazioni arrivano a cifre da capogiro. Ma in fondo noi della Pastorale Digitale non abbiamo inventato niente, stiamo solo mettendo in pratica quello che gli ultimi Papi ci stanno raccomandando: di usare i media attuali e di usarli bene, per essere abitanti e testimoni digitali e noi vogliamo appunto allargare la comunione tra noi e quanti si accostano al web e non si tratta di contatti “virtuali” sganciati dalla realtà, ma di vere relazioni umane reali e complete, calde di simpatia, di collaborazione, di solidarietà e di passione. I nostri vogliono essere gesti, parole, immagini che trasmettono amore per Dio, per la vita, per gli altri. Ed è una cosa, vi assicuro, bellissima!

Di tutto questo è frutto il libro “Pastorale Digitale 2.0” di Riccardo Petricca, fresco di stampa, di cui oggi faremo omaggio ai rappresentanti della stampa e delle comunicazioni sociali, oltre che ai vincitori del concorso. Per questo ringraziamo tantissimo l’autore, perché si è messo in gioco, perché ha raccontato la sua e la nostra storia, perché ci ha regalato questo primo frutto concreto di quasi due anni di Pastorale Digitale. Grazie.

Adriana Letta




Omelia per la festa di san Tommaso d’Aquino – Card. Francesco Monterisi

Omelia per la festa di san Tommaso d’Aquino

(Roccasecca – Aquino, 7 marzo 2016)

 

Card. Francesco Monterisi

 

 

Cari Fratelli e Sorelle,

                                   sono molto lieto di celebrare oggi con voi la festa di San Tommaso d’Aquino, vostro Patrono, vera gloria di questa terra e grande Santo e Dottore della Chiesa Cattolica. Sono da molto tempo un devoto di San Tommaso ed ho preso il suo nome, quando sono stato ammesso nel Terz’Ordine Domenicano. Ringrazio di cuore, quindi, il vostro amato Vescovo Mons. Gerardo Antonazzo per avermi invitato a questa celebrazione. Auguro e prego che la Festa odierna sia ricca di frutti spirituali, per la Diocesi e la Comunità civile di questa terra, ed anche per tutta la Chiesa Cattolica, perché San Tommaso è una grande figura che tanto ha dato alla Chiesa ed alla Società.

Egli nacque proprio qui, nel Castello dei Conti d’Aquino a Roccasecca, nel 1224. Non lontano di qui, all’Abbazia di Fossanova, egli rese la sua anima a Dio, il 7 marzo 1274 (quindi, ad oggi, esattamente 742 anni fa). É giusto che questa città, questa regione e questa Diocesi onorino il loro grande Santo, nella sua Festa annuale. La sua vita si è svolta, comunque, in un ambito molto più ampio di questo territorio, e cioè tra Italia, Francia e Germania. Possiamo quindi parlare di Tommaso come di un Santo intellettuale (pensatore, filosofo e teologo) certamente italiano, ma anche di carattere europeo e di influsso mondiale e permanente.

(PERIODO STORICO) La Chiesa del suo tempo, il secolo XIII, era in un periodo di grande fioritura, anche se non mancavano problemi (pochi anni dopo la morte di San Tommaso, il Papa avrebbe dovuto lasciare Roma per risiedere ad Avignone). Erano sorti da poco i grandi Ordini Mendicanti dei Francescani e dei Domenicani, che si erano inseriti nel risveglio spirituale e culturale dell’Europa. Si erano già create le prime Università ecclesiastiche nei centri più importanti come Parigi, Bologna, Oxford e poi anche Colonia, Roma (prima ancora, a Napoli era stato Federico II ad erigere una Università “statale”). In esse si sviluppava, oltre all’insegnamento della Filosofia, della Teologia e della Sacra Scrittura, lo studio delle professioni di carattere laico (le “Arti” –così le chiamavano- e la Medicina). Gli studiosi poi si avvalevano più facilmente delle traduzioni di testi dei filosofi greci, arabi ed ebrei. Tutto questo aveva conseguenze non solo teoriche, ma anche pratiche, per la vita concreta degli uomini, nella Chiesa e nella Società. Ebbene, possiamo affermare che San Tommaso seppe comporre una sintesi ideale e programmatica e diede al mondo un indirizzo spirituale coerente e fecondo, con i principali aspetti del pensiero e della visione del suo tempo, alla luce della fede e della ragione.

(BIOGRAFIA) La Provvidenza volle che il giovane Tommaso, mandato dai genitori a studiare prima a Montecassino e poi a Napoli, vi conoscesse i Domenicani e scoprisse la sua vocazione nel loro Ordine. Vinse l’opposizione della famiglia –proprio qui, nel Castello degli Aquino a Roccasecca-, con un anno di preghiera e di studio. Quindi, i suoi Superiori, con intelligente intuizione delle sue capacità, lo destinarono a Parigi e poi a Colonia a perfezionare la sua preparazione, sotto la guida di un altro Santo scienziato Domenicano, Sant’Alberto.

Quindi, nel 1251, all’età di 27 anni, iniziò l’insegnamento all’Università di Parigi, ritenuta il centro principale degli studi della Sacra Scrittura e della Teologia e Filosofia di tutta la Cristianità. Vi rimarrà per circa 8 anni, esponendo la sua dottrina con lezioni, dibattiti e scritti a tutto campo.

Seguì un periodo di 12 anni, non meno fruttuoso, trascorso in Italia, specialmente a Roma, Napoli e Viterbo. Fra l’altro, ebbe contatti frequenti con la Curia del Papa e, sopra tutto, scrisse le sue opere più importanti: la Summa Theologica, sintesi della sua visione del mondo, e la definitiva versione della Summa Contra Gentiles, che contrastava, con attenta analisi, le dottrine degli Islamici. Svolse anche molte attività pastorali e compose i testi liturgici del Corpus Domini, con grande fede e devozione per Gesù Sacramentato.

Nel 1268, a 44 anni, San Tommaso fu inviato nuovamente a Parigi, chiamato a combattere errori e atteggiamenti molto nocivi per la Chiesa. Tornato in Italia dopo 4 anni, fu designato a Napoli, dove organizzò lo studio Domenicano presso l’Università.

       Nel 1274, il Papa Gregorio X aveva convocato a Lione un Concilio, ed aveva chiamato San Tommaso a parteciparvi. Questi si mise in viaggio, nonostante la sua debolezza fisica. Giunse in questa zona del Lazio e si recò nel Palazzo di una sua nipote presso Latina, Sentitosi male, volle essere ricoverato nell’Abbazia di Fossanova. (Come detto,) Ivi lo colse la morte il 7 marzo 1274, all’età di 50 anni. Prima di consegnare la sua anima a Dio, aveva ricevuto Gesù Sacramentato a cui aveva rinnovato la sua fede, il suo amore e l’offerta della sua vita. Dopo la sua morte, le controversie sulla dottrina di San Tommaso si riaccesero vivacemente. Alla fine intervenne il Papa Giovanni XXII che, tenuto conto della devozione verso Tommaso che si diffondeva nel popolo e dopo un regolare processo sulle sue virtù, procedette alla sua Canonizzazione nel 1323. Un altro Papa, San Pio V, lo dichiarò Dottore della Chiesa nel 1567.

La venerazione per Tommaso d’Aquino, Santo e Maestro di teologi e di filosofi, è andata crescendo. Si è affermata soprattutto nei tempi moderni, anche ad opera dei Papi, in particolare di Leone XIII. Molti sono stati e sono attratti dal suo pensiero e dall’imitazione delle sue virtù e del suo lavoro. Noi pure, nella Festa di oggi, ci sentiamo portati a rendere onore e venerazione questo grande Santo, Protettore di questa terra. E ci domandiamo in che modo possiamo raccogliere la sua eredità spirituale. Le vicende della sua vita e le sue opere ci interpellano: “Cosa insegna il Santo Dottore Tommaso d’Aquino, a noi uomini del Terzo Millennio?”.

Le Letture della Messa, che abbiamo ascoltate or ora, ci danno chiare indicazioni. Si può dire che tutte e tre le Letture ci parlano della SAPIENZA. La Sapienza è la virtù che comporta conoscenze, buon senso e decisioni oculate e sicure. In effetti, la vita, i comportamenti e le opere di Tommaso sono state caratterizzate dalla SAPIENZA: essa è stata il propulsore che ha animato la sua ricerca della verità e l’impegno nella sua scrittura nell’insegnamento, che furono il tessuto di fondo di tutta l’esistenza del Santo.

Nella prima Lettura abbiamo ascoltato queste parole: “Stimai la ricchezza un nulla, al confronto della Sapienza … L’ho amata più della salute e della bellezza. Insieme alla SAPIENZA mi sono venuti tutti i beni”. San Tommaso aveva certamente queste convinzioni quando decise di farsi Religioso Domenicano, resistendo con fortezza e coraggio alle pressioni ed alle lusinghe dei suoi familiari, i potenti Conti d’Aquino. Essi gli prospettavano altri percorsi, con poteri ed onori attraenti, ma Tommaso preferì entrare nell’Ordine di San Domenico, in cui al primo posto c’era lo studio, la predicazione e l’insegnamento, la ricerca della SAPIENZA.

Questa battaglia vinta da Tommaso ci fa riflettere: nella società di oggi siamo soggetti a stimoli di tanti generi, che vogliono farci appiattire su realtà mondane, effimere, leggere e talvolta inutili. Televisione, cinema, stampa, “social network” sono mezzi che possono esserci tanto utili, ma ci inviano ”imputs” di tutti i generi, in successione quasi continua: tutto ci passa davanti come un film a ritmo veloce e non riflettiamo abbastanza su quello che vediamo e sentiamo. Non riusciamo più a valutare quello che è bene e quello che è male. Spesso diveniamo schiavi del cosiddetto “pensiero unico” che i “media” ci impongono. Per questo, abbiamo grande bisogno di sapienza, per riflettere, per giudicare con buon senso tutte le situazioni ed i problemi che incontriamo e per prendere decisioni giuste. San Tommaso scriveva: “Fra tutte le attività umane, la ricerca della SAPIENZA è quella più utile, sublime e gioiosa” (Contra Gentiles, I, 2,1).

Altrettanto “utile, sublime e gioioso” è l’insegnamento della SAPIENZA e di tutte le discipline che le si ispirano. Abbiamo ascoltato, sempre nella Prima Lettura, lo Scrittore Sacro che afferma: “Ciò che ho imparato, lo comunico senza invidia. Non nascondo le ricchezze (della SAPIENZA), perché essa è un tesoro inesauribile per gli uomini. Chi la possiede, ottiene l’amicizia di Dio”.

San Tommaso è stato un grande Maestro che non ha nascosto, anzi ha comunicato a tanti la SAPIENZA per la maggior parte della sua vita. Quando era all’Abbazia di Montecassino aveva avuto la possibilità di osservare il modo di vivere dei Monaci. Per cui non esitò a scegliere la vita dei Padri Domenicani, che gli avrebbe consentito di insegnare nelle Università più prestigiose del tempo ed entrare abitualmente in dialogo con i pensatori e la gente del suo tempo. I biografi raccontano che si tratteneva con piacere fra gli studenti, li coinvolgeva nei dibattiti, qualche volta festeggiava con loro delle ricorrenze. Nella sua Summa Theologica scriveva: “Offrire agli altri la verità, con l’insegnamento e la predicazione, è più perfetto che soltanto contemplare la verità. Per questo, Cristo ha scelto la prima via” (III,40,1).

A giusto titolo la Chiesa ha designato San Tommaso d’Aquino come Patrono di tutte le scuole nel mondo. L’amore e l’impegno di San Tommaso per la scuola e per l’insegnamento sono l’esempio più attuale che egli ci propone, in questo periodo di rapide trasformazioni. La formazione e l’educazione delle giovani generazioni è infatti la vera urgenza del momento. Il mondo di oggi ha bisogno di un rinnovamento integrale, con valori da rimettere in un nuovo assetto più elevato ed ordinato di quello esistente. Il futuro della società, dalla famiglia alla comunità nazionale, dipende dall’educazione che è data ai giovani di oggi. Investire nella scuola e nella formazione, in risorse umane e materiali, da parte della Chiesa, dei governanti, degli amministratori, degli operatori scolastici e delle famiglie, è l’operazione che si rivelerà più proficua di ogni altra, per l’avvenire delle singole persone e della società.

Anche la seconda Lettura di oggi, tratta dalla Prima Lettera di San Paolo ai Corinzi, parla della SAPIENZA. Ma lo stesso Apostolo avverte che egli tratta di una “SAPIENZA che non è di questo mondo”. Questa SAPIENZA è più un dono che una conquista, è un dono dello Spirito Santo e viene concessa a quei santi che raggiungono le vette della contemplazione mistica. Dio si manifesta in questo modo intimo e misterioso a quanti si uniscono a Lui in una preghiera intensa, totalmente partecipata da cuore, anima e sensibilità, con grande gioia interiore. San Paolo ha raccontato come ebbe questa esperienza di contemplazione mistica; e la ebbe anche San Tommaso, secondo le testimonianze di suoi contemporanei. L’episodio più significativo lo provò pochi mesi prima di morire. Ebbe una visione, un’esperienza di Dio così folgorante che, da quel momento, non poté più aggiungere una riga alle sue numerose opere. Dinnanzi alla verità di Dio –diceva- tutto il resto è “paglia”.

Tommaso, in tutta la sua vicenda terrena, aveva unito sempre la preghiera allo studio ed all’insegnamento quotidiano. Dicono i suoi biografi che spesso, quando si presentavano questioni cruciali ed intricate da risolvere, egli si recava in chiesa e le dipanava con l’adorazione a Gesù Sacramentato. Anche noi dovremmo unire preghiera ed azione, specialmente nella formazione dei giovani.

A questo riguardo, nel Vangelo abbiamo ascoltato la Parola di Gesù: “Non fatevi chiamare <RABBI> (cioè “maestro”). Uno solo è il vostro RABBI (il CRISTO)… E non fatevi chiamare <GUIDE>, poiché uno solo è la vostra GUIDA, il CRISTO”. Tommaso considerava Gesù il suo vero Maestro, la sua fonte di ispirazione, la sua luce interiore. In tutte le sue opere si nota come si appellava sempre alla PAROLA di Cristo ed al suo esempio per orientarsi nella vita e nelle sue ricerche intellettuali. Potremmo dire che il suo “carisma” è stato la sintesi tra preghiera- e attività esterna, tra vita spirituale e studio-insegnamento. Cristo sia anche per noi l’unico Maestro di vita, che incontriamo nel Vangelo e nella preghiera,

Questa Santa Messa è la migliore occasione per unirci nel chiedere a Gesù, nostra Guida e Salvatore, di renderci come San Tommaso, amanti della SAPIENZA e promotori della formazione dei giovani. Tutti noi possiamo dare il nostro contributo, nella famiglia, nella scuola e nella Chiesa. Potremo così collaborare a sanare ed elevare il livello morale della nostra società.

Ce lo conceda il Signore per l’intercessione della Vergine Maria, nostra Madre tenerissima, e di San Tommaso, nostro celeste Patrono. Amen.




Decreto Tribunale Diocesano

Stemma Finis Terrae Mons. Gerardo Antonazzo

Gerardo Antonazzo

Vescovo di Sora – Cassino – Aquino – Pontecorvo

D.V. 51/2016

Prot. N° 103/16

 

 

Papa Francesco, con il Motu proprio Mitis Iudex del 15 agosto 2015 ha riformato la procedura per la dichiarazione di nullità del matrimonio (cann. 1671-1691) prevista dal CIC del 1983, ed ha stabilito di “rendere evidente che il Vescovo stesso nella sua Chiesa, di cui è costituito pastore e capo, è per ciò stesso giudice tra i fedeli a lui affidati” (M.p. Mitis Iudex, proemio, III) e che “in forza del suo ufficio pastorale è con Pietro il maggiore garante dell’unità cattolica nella fede e nella disciplina (ib., IV).

Nel dare seguito all’attuazione della riforma,

 

considerato che:

–          la “preoccupazione della salvezza delle anime” rimane il fine supremo della Chiesa;

–          un gran numero di fedeli, pur desiderando chiarire in facie Ecclesiae il proprio stato canonico, troppo spesso sono distolti dalle strutture giuridiche della Chiesa a causa della distanza fisica e morale”, ed esigono che la stessa Chiesa “come madre si renda vicina ai figli”;

–          il § 2 del can. 1673 del CIC stabilisce: “Episcopus pro sua dioecesi tribunal dioecesanum constituat pro causis nullitatis matrimonii, salva facultate ipsius Episcopi accedendi ad aliud dioecesanum vel interdioecesanum vicinius tribunal”;

–          il conferimento al Tribunale di Prima Istanza del Vicariato di Roma della competenza a trattare e a definire in primo grado le cause di nullità del matrimonio con processo ordinario, garantisce una migliore celerità dei processi senza venir meno al principio della prossimità fisica e morale tra i fedeli di questa Diocesi e le strutture giuridiche della Chiesa, auspicata dal Sinodo dei Vescovi e stabilita da papa Francesco;

con il presente

DECRETO

stabilisco quanto segue:

  1. di nominare ad quinquennium i titolari degli uffici che compongono il Tribunale Ecclesiastico Diocesano nelle persone di:

Mons. Alessandro Recchia        Vicario Giudiziale

Mons. Bruno Antonellis            Vicario Giudiziale aggiunto

Don Xavier Razanadahy           Giudice

Don Joel Tamiok                                   Promotore di Giustizia

Don Lorenzo Vallone                Difensore del Vincolo

Don Patricio Carriòn                 Notaio

  1. Al Tribunale Diocesano, oltre alle competenze per tutte le cause stabilite dal diritto, tranne i processi ordinari di dichiarazione di nullità del matrimonio, spetta altresì offrire ai fedeli che dubitano della validità del loro matrimonio un servizio di consulenza e di aiuto per acclarare la loro condizione ed assisterli nella eventuale introduzione della causa, avvalendosi nel caso anche di collaboratori esterni, nonché assistere il Vescovo per la formazione di validi operatori del diritto, come disposto dal M.P. Mitis Iudex, Regole procedurali, artt. 1-5.
  1. Le cause di nullità matrimoniale che potranno essere definite a norma del vigente can. 1683 con il processo breve saranno da me trattate e definite secondo quanto stabilito dai cann. 1683-1687, avvalendomi ordinariamente dell’aiuto degli Officiali del nostro Tribunale Diocesano.

Le cause così definite potranno essere appellate al Vescovo di Frosinone-Veroli-Ferentino, da me stabilmente designato a norma del can. 1687, § 3, salvo il diritto di ogni fedele di fare appello alla Sede Apostolica, cioè al Tribunale della Rota Romana.

  1. Il Tribunale competente per la trattazione in prima istanza delle cause di nullità matrimoniale con processo ordinario della nostra Diocesi è il Tribunale di Prima Istanza del Vicariato di Roma, al quale, a norma del can. 1673, § 2, ho acceduto in data 21 gennaio 2016 (cf. Prot. Vesc. n. 5/2016).

Il presente Decreto entra in vigore a partire dalla data odierna. Si da inoltre mandato a tutti gli uffici competenti di Curia di predisporre al meglio ogni aspetto, anche di carattere operativo ed economico, affinché il nostro Tribunale possa esercitare adeguatamente la propria attività rispondendo alle esigenze dei fedeli.

Affido il nostro Tribunale e quanti in esso operano all’intercessione di Maria Santissima, Vergine bruna di Canneto e Speculum iustitiae, e dei nostri Santi Patroni.

 

Dato a Sora, dalla Sede Episcopale, il 6 marzo 2016

IV domenica di Quaresima

anno terzo del mio Episcopato.

 

 

+ Gerardo Antonazzo

     Vescovo

 

 

Sac. Mario Santoro

                Cancelliere Vescovile

 

Decreto Tribunale diocesano

 




Presentazione Pastorale Digitale 2.0 – Intervento Giovanni Silvestri

L’impegno di Weca – Associazione web cattolici italiani.

Cassino, 28 Febbraio 2016. Giovanni Silvestri – Associazione Weca.

A conclusione del convegno ecclesiale di Firenze di novembre scorso, il cardinale Bagnasco ha significativamente usato l’espressione “pastorale digitale” ad indicare una urgenza di impegno della Chiesa in Italia. In tutti i tavoli di lavoro era emersa una forte attenzione al digitale per una Chiesa “in uscita” verso le persone.

Anche questo dimostra l’importanza di momenti come quello di oggi, di libri come quello di Riccardo Petricca, ma anche di iniziative come l’associazione Weca.

Molto brevemente vi cito alcune delle proposte che dal 2003 si sono succedute da parte di Weca:

  1. Innanzitutto la Formazione alla comunicazione in Rete: corsi su come realizzare e curare un sito web, sul web 2.0, esperienze di “web pastorale”, tutti svolti a distanza via web, fino ai webinar su Youtube dal titolo “la Rete, come viverla”, di inizio 2014. Ancora sono molto seguite le videoregistrazioni di tali webinar, raggiungibili su Youtube attraverso il termine “webcattolici”.

Ecco alcuni tra i temi che furono affrontati:

–         l’economia della Rete;

–         come usare Facebook e Twitter;

–         quale uso pastorale della Rete;

–         le norme giuridiche nell’uso della Rete;

–         Churchbook: una Ricerca sull’uso di Facebook da parte di sacerdoti e religiosi.

  1. La Ricerca.

Per sostenere la formazione e’ necessario anche fare Ricerca. E lo facciamo insieme alle Università Cattolica e l’Università di Perugia in particolare.

Una prima ricerca fu fatta alcuni anni fa fu condotta sulla presenza in Rete delle parrocchie.

Quando Internet era ancora poco diffusa, le parrocchie avevano un uso e una presenza superiore alla media, tramite l’email e i siti web, oltre 5000 nel 2008.

Nel 2011-2012 e’ stata condotta una ricerca su come viene usato face book dagli operatori pastorali, in particolare sacerdoti e religiosi. Emerge un quadro molto ricco e promettente.

A partire dagli esiti di tale ricerca, che potete trovare in parte sul sito weca www.weca.it ma che verranno pubblicati in forma sistematica nei prossimi mesi, intendiamo proseguire la riflessione sul tema Internet e pastorale.

I dati della Ricerca suggeriscono alcune domande: perché i seminaristi fanno ricorso massiccio a Facebook? E i sacerdoti usano Facebook per la pastorale ? In che modo? Per la presenza accanto alle persone del proprio territorio e comunità? O in contatto con altre persone e comunità “ovunque” in Rete ? Quali peculiarità di utilizzo da parte dei religiosi?

Nelle fasi successive della ricerca si cercherà di fornire risposte a questi interrogativi attraverso l’analisi e l’interpretazione di questi dati e un approfondimento qualitativo che si baserà sulla social network analysis e sullo studio semiotico e comunicativo dei singoli profili.

Sta anche per partire una nuova fase della Ricerca, che guarderà a due temi:

a)     Esperienze di pastorale digitale tra presenza in Rete e presenza nel territorio;

b)    Rapporto tra Stampa e social network, in generale e nello specifico dei media cattolici.

  1. I premi Weca.

Weca ha anche indetto 2 premi per il miglior sito web. E’ stata l’occasione per stimolare la qualità della comunicazione in Rete. Hanno partecipato diverse centinaia di siti. Potremmo ripetere l’esperienza, magari con il vostro aiuto e osservando questa volta ancora di più l’apertura ai social network e alla comunicazione video, con particolare riferimento a Youtube.

  1. L’attenzione ai ragazzi.

L’impegno nella Rete vuol dire dimostrare molto concretamente il desiderio e la disponibilità ad essere vicini e presenti dove i ragazzi veramente ed abitualmente sono.

Tra le tante iniziative cito il fumetto del “decalogo per ragazzi e genitori”, molto diffuso tra l’altro attraverso gli studi pediatrici con esiti molto apprezzati; ma anche il sito www.educazionedigitale.net , da poco pubblicato, e il libro “3-6-9-12”, traduzione dal Francese e introduzione a cura del professor Rivoltella di un testo dello psicologo francese Serge Tisseron sul rapporto dei ragazzi con i media digitali.

  1. Comunicazione e misericordia.

Dal prossimo 30 marzo e ogni mercoledì sera alle 18.30 fino al 4 maggio, “vigilia” della giornata mondiale delle Comunicazioni (8 maggio), per 30 minuti un esperto ci esporrà le sue riflessioni sul tema “Comunicazione e misericordia”, a partire dal messaggio del Papa per la Giornata delle comunicazioni.

Il tema sarà affrontato da varie angolature:

–         La Rete luogo di formazione,

–         La Rete, cittadinanza e bene comune,

–         La Rete e la politica, alla luce della Misericordia,

–         Rete ed Etica,

–         La Rete luogo di evangelizzazione.

Sarà possibile seguire questi incontri in diretta tramite web Youtube e porre domande ai relatori.

I webinar saranno subito disponibili in registrata su Youtube, come materiale per ulteriori incontri diocesani o parrocchiali.

Grazie dell’attenzione e di nuovo complimenti per l’impegno sulla pastorale digitale.




Presentazione Pastorale Digitale 2.0 – Intervento di don Alessandro Paone

Presentazione del libro “Pastorale Digitale 2.0” di Riccardo Petricca

Cassino, 28 febbraio 2016

Intervento di don Alessandro Paone

 

Il Direttorio

C’è un testo molto bello e importante che è stato pubblicato nel 2004. La sua bellezza è nei contenuti: parla in modo semplice ed è molto organico dando delle indicazioni operative. È importante per chi opera nella comunicazione perché dà delle linee guida non esclusive, ma inclusive, ricordando che l’operatore della comunicazione svolge un servizio per tutti aiutando la comunicazione. Il testo è “Comunicazione e Missione”, Direttorio sulle comunicazioni sociali nella missione della Chiesa. La cosa ancora più importante di questo documento è la sua genesi: riprende le numerose indicazioni emerse dal Convegno Ecclesiale di Palermo (1995), nella 42 Assemblea Generale di Collevalenza (novembre 1996), agli orientamenti pastorali per il decennio 2001-2010. La stesura del documento, invece, è stata fatta attraverso la rete degli UCS di tutta Italia. La ricchezza sta dunque nella stesura. Le bozze sono state continuamente riviste e adattate alle realtà locali per far entrare la ricchezza delle esperienze e le esigenze di tutti in un documento che, purtroppo, molti oggi non conoscono.

L’UCS

Il direttorio ci dice quale è il compito dell’Ufficio diocesano per la comunicazione sociale.

“All’ufficio compete il coordinamento e l’animazione attraverso un’attenta progettazione, la formazione degli operatori e la promozione di sinergie. È inoltre importante che nelle sue iniziative l’ufficio tenga conto degli orientamenti dell’ufficio nazionale e della commissione regionale, per una più ordinata e organica pianificazione. Si debbono, inoltre, individuare alcune aeree fondamentali di competenza e di operatività relative alle peculiari esigenze della Chiesa locale e del territorio.

L’ufficio si configura come servizio alla comunità ecclesiale, e in particolare al vescovo e agli uffici pastorali mettendoli a conoscenza degli orientamenti dell’opinione pubblica sulle questioni che interessano l’azione pastorale. Il vescovo deve trovare nell’ufficio un utile supporto; per conoscere la realtà rappresentata e commentata quotidianamente dai media; per avere rassegne stampa tematiche, informazioni e pareri; per esaminare situazioni particolari e individuare l’atteggiamento da tenere e gli eventuali interventi da fare nei confronti dei media. Importanti sono, inoltre, gli incontri periodici con i direttori degli altri uffici di curia per scambi d’informazioni, possibili forme di collaborazione e iniziative comuni.”

Tutto questo ci ricorda che non lavoriamo da soli, ma siamo parte di un progetto più grande come “servitori nella vigna del Signore”.

 

I giornali

Andando nello specifico della comunicazione attraverso la carta stampata, l’Inter Mirifica al n. 14 esorta ad un incremento della stampa onesta. Come cristiani, a poco più di 50 anni da questo prezioso documento, a che punto siamo? La situazione odierna del quarto potere è continuamente minata: il calo dei finanziamenti statali, l’annosa questione della distribuzione postale, la diffusione di smartphone, phablet, tablet e pc, l’accessibilità all’informazione in modo gratuito abbassano la qualità dell’informazione. Tutti vogliono le notizie gratis ed oggi è facile averle: ma è vera informazione? Una inversione di tendenza sulla scia americana, è stata da poco portata dal Corriere.it rendendo a pagamento l’accesso al giornale online. Questo perché la professionalità va pagata. Il web pullula di notizie false, approssimative, tendenziose: credo che dobbiamo impegnarci di più in questo per non cadere vittima anche noi delle falsità.

 

Piccoli ma grandi: la Fisc

Come operatori della comunicazione siamo chiamati a stare sul territorio con la tentazione di parlare di argomenti nazionali spesso distanti da noi. Se un giornale diocesano iniziasse a trattare argomenti distanti perderebbe la sua peculiarità. La tentazione è sempre dietro l’angolo ed è dovuta al fatto di voler emergere, sentirsi più grandi perché il piccolo territorio a volte ingabbia. Ma non è così: le cose grandi sono fatte di tante piccole realtà. Così è la Fisc (Federazione italiana settimanali cattolici). Non un semplice accostamento di realtà giornalistiche, ma la condivisione, la messa in comune di tante ricchezze territoriali. È la voce di 193 giornali diocesani. Nel dialogo con le istituzioni nazionali questo da grande importanza: non più un giornale diocesano che parla all’Italia, ma 193 – di cui solo 5 della nostra regione – testate che dialogano con il continente.

 

I nuovi media

Sul testo che oggi viene presentato c’è uno sguardo molto ampio sulla pastorale digitale. Per usare delle parole del mio vescovo direi che la pastorale digitale diventa 2.0 non solo quando essa passa dal dire, come una vetrina, al far partecipare, come in un laboratorio, ma quando è in grado di generare, di coinvolgere suscitando la fede. Ma questo è solo un primo passo: non basta generare, mettere al mondo. Il secondo passo è quello della cura. È il passaggio che c’è in chi da genitore diventa padre e madre: da un atto biologico si passa ad un atto pienamente umano e spirituale insieme. È l’amore.

I nuovi media, quindi, ci chiamano ad un coinvolgimento che richiede amore. Non una semplice conoscenza di cosa sia la crossmedialità, dell’uso dei social, o della stampa, ma ad una relazione che ci chiede di sporcarci le mani dopo aver messo i nostri polpastrelli sulla tastiera o sullo schermo tattile dei nuovi dispositivi. Sporcare la vita correndo da chi ha postato una notizia, da chi ha cinguettato su twitter, da chi ha pubblicato una foto su instagram, andare da chi ha bisogno di noi e portare la parola di Gesù che vive in noi

Questo è essere cristiani: accogliere il bisogno di relazione e farlo vivere attraverso i media, non solo nei media




Presentazione di Pastorale Digitale 2.0 – Intervento di Fortunato Ammendolia

L’Animatore della Comunicazione e della Cultura nella Pastorale Digitale 2.0

Fortunato Ammendolia

(AniCeC, Informatico e WebMaster del Centro di Orientamento Pastorale – Roma, Studioso di “Religious Opinion Mining”)

Considerazioni, in occasione della presentazione del libro “Pastorale digitale 2.0”, di R. Petricca.

Diocesi di Sora – Cassino – Aquino – Pontecorvo.

 

 

Sora, 21 febbraio 2016

Cassino, 28 febbraio 2016

Buonasera.

Ringrazio di cuore per quest’invito, per la stima e la fiducia accordatami. A lei Eccellenza, a Riccardo, e ai presenti porgo i saluti di S.E. Mons. Domenico Sigalini, Vescovo di Palestrina e Presidente del Centro di Orientamento Pastorale, il COP.

Come avete modo di vedere nella presentazione dell’evento, accanto al mio nome compare le sigla AniCeC: essa dice in breve il mio servizio nella Chiesa[1], quello di Animatore della Comunicazione e della Cultura. Si tratta di un ministero di fatto meno diffuso di quello del catechista, dell’animatore della liturgia o della Carità ma, come vedremo, di aiuto per una pastorale che si fa attenta all’uomo e passa dalla “conservazione” alla “missione”.

La figura dell’Animatore della Comunicazione e della Cultura è stata ufficialmente definita dai Vescovi italiani nel 2004, nel documento “Comunicazione e Missione” – Direttorio sulle comunicazioni sociali nella missione della Chiesa[2].

 

Questa sera, la presentazione del libro Pastorale Digitale 2.0 diviene anche occasione per mostrare, seppur brevemente, il profilo dell’Animatore della Comunicazione e della Cultura. Lo farò in modo originale, attento all’evento che stiamo vivendo, avvalendomi anzitutto dell’esperienza narrata da Petricca: la figura dell’Animatore della Comunicazione e della Cultura è di fatto presente nel libro sin dalle prime pagine, dalla “premessa”, pur non essendo mai esplicitamente menzionata. In questo mio contributo, quindi, narrazione e Magistero, quindi, s’intrecciano.

A pagina 15, leggiamo:

«Correva l’anno 1998. Era il Mesozoico Informatico: si iniziavano a diffondere i primi Personal Computer con Windows, Google non era stata ancora fondata e Facebook non esisteva nemmeno nella mente di un bambino di nome Mark Zuckerberg. In un tiepido sabato pomeriggio della primavera (tre giovani universitari di Ingegneria) organizzarono un incontro dal titolo: “Utilizzo di Internet nella Chiesa”. Dopo una breve spiegazione dal punto di vista tecnico/informatico e di cosa fosse Internet e di come si utilizzasse, si iniziò a parlare delle sue possibili applicazioni in ambito ecclesiale. Si iniziò a parlare di Netiquette e soprattuto della creazione di stanze virtuali in cui discutere di religione, di fare pastorale ed in particolare coinvolgere giovani che erano gli abitanti di questo nuovo mondo virtuale chiamato cyberspazio. Fu quello probabilmente il peggiore degli incontri mai visti ed organizzati. Molti andarono via dopo pochi minuti non comprendendo […] di cosa si stesse o si volesse parlare. Qualcuno che intuì l’argomento rimase scandalizzato da quei pazzi visionari … ».

[Riccardo Petricca, in Pastorale Digitale 2.0, pag. 15]

Quei tre giovani studenti, poco più che ventenni, non avevano mai sentito parlare del “Progetto Culturale orientato in senso cristiano”, ovvero di ciò che la Chiesa Cattolica Italiana di quegli anni andava elaborando, eppure in quel pomeriggio di primavera, ne erano in sintonia. Quella loro proposta, infatti, seppur legata al solo medium Internet, considerava l’interdipendenza tra comunicazione e cultura, dove la parola cultura è da “intendersi come modi di pensare e di agire, stili di vita delle persone e delle collettività, strutture che li reggono e valori che gli danno forma”[3]. Con la loro fede quei tre giovani avevano visto in Internet un’opportunità per la missione delle comunità parrocchiali ed anche un ambiente culturale da evangelizzare[4].

Appassionati del medium Internet, desiderosi di sensibilizzare gli operatori pastoraliad un suo utilizzo, esperti del linguaggio della rete, Petricca e i suoi due colleghi, esprimevano già tratti caratteristici della figura dell’Animatore della Comunicazione e della Cultura.

Nel 2004, i Vescovi Italiani hanno scritto:

«Quanto mai urgente appare quindi individuare nuove figure di animatori nell’ambito della cultura e della comunicazione che affianchino quelle ormai riconosciute del catechista, dell’animatore della liturgia e della carità. In questo campo servono operai che, con il genio della fede, sappiano farsi interpreti delle odierne istanze culturali, impegnandosi a vivere questa epoca della comunicazione non come tempo di alienazione e di smarrimento, ma come tempo prezioso per la ricerca della verità e per lo sviluppo della comunione tra le persone e i popoli. La loro azione da un lato dovrà svilupparsi verso chi è già attivamente impegnato nella pastorale, per aiutarlo a meglio inquadrare il suo operato nel nuovo contesto socio-culturale dominato dai media; dall’altro dovrà aprire nuovi percorsi pastorali, nell’ambito della comunicazione e della cultura, attraverso i quali raggiungere persone e ambiti spesso periferici, se non estranei, alla vita della Chiesa e alla sua missione».                                  

 

[CEI, Direttorio “Comunicazione e Missione”, sulle comunicazioni sociali nella missione della Chiesa, n. 121]

L’Animatore della Comunicazione e della Cultura, quindi, “con il genio della fede”, incoraggia ed aiuta la propria comunità ad ascoltare gli odierni contesti culturali e a ripensare e ad esprimere in essi l’annuncio del Vangelo; è attento ai linguaggi della cultura mediatica, senza perdere di vista i codici comunicativi religiosi; mette a servizio della comunità le sue competenze comunicative; nel suo agire educa alla relazione autentica accogliendo gli altri, considerandone la vita, rendendoli protagonisti. Osservo che, nel dopo Firenze 2015 l’Animatore della Comunicazione e della Cultura è figura auspicata in una Chiesa chiamata ad uscire e ad abitare contesti di vita, per annunciare, educare, trasfigurare; è figura di utilità per un pastorale integrata ed organica che ha alla base un progetto che scaturisce dalla lettura dei segni dei tempi e da un discernimento sempre più comunitario.

L’Animatore della Comunicazione e della Cultura Riccardo Petricca, scrive:

«Tanti eventi ed incontri di elevato spessore ma anche feste e tradizioni […] mi hanno portato ogni settimana a scoprire realtà di fede e cultura che mai avrei immaginato potessero esistere, a volte a poche decine di km da casa. In queste occasioni poi incontravo e conoscevo nuove persone che provavo a coinvolgere nel nuovo progetto. Ognuno di loro, con varie esperienze anche di volontariato aveva una storia personale e pastorale diversa, così come una storia ed una motivazione diversa c’era dietro il loro ingresso ed il loro “sì” al progetto».

[Riccardo Petricca, in Pastorale Digitale 2.0]

Come ogni ministero, anche quello dell’Animatore della Comunicazione e della Cultura prima di essere un servizio è un dono, una vocazione riconosciuta e accolta. Dove cercare, quindi, gli Animatori della Comunicazione e della Cultura? Il direttorio sulle comunicazioni sociali nella missione della Chiesa suggerisce di cercare tra quanti sono già impegnati in ambito pastorale, nell’associazionismo e nel volontariato, nella scuola, nel mondo dell’arte e dello spettacolo, tra i giovani, ma anche tra le persone che per impegni professionali o altri motivi non possono operare in parrocchia, ma volentieri darebbero il loro contributo se l’impegno fosse maggiormente collegato alle proprie competenze e gestibile con elasticità[5].

Scrive ancora Petricca:

«Dovevo cercare persone competenti che, in pieno spirito di carità e volontariato, fossero disposte ad offrire il proprio servizio. Ovviamente, le primissime persone furono coloro su cui sapevo che avevo e avrei potuto sempre contare, i miei amici di sempre: Piercarlo ed Alberto. Con loro avevo condiviso mille e mille esperienze di Azione Cattolica e Pastorale Giovanile prima come giovanissimi e giovani, poi come animatori in parrocchia ed in diocesi. Inoltre, anche professionalmente avevamo intrapreso la stessa scelta, quella di studiare Ingegneria. Entrambi eravamo impegnati nelle attività della chiesa e sociali. Ovviamente non poteva mancare l’aiuto e l’esperienza di Rino e la competenza web del mio collega, amico e da quasi un anno compare Sandro Cianfarani. La parte tecnica era ben coperta ma mancava quella della redazione e dei contenuti. La persona più indicata era Ilaria Paolisso. Ilaria, compagna di classe alle elementari, presentatrice, giornalista ed addetto stampa del Comune di Sora. Per le foto invece la persona più idonea era senz’altro Chiara Incani. Chiara, che era stata giovanissima nel gruppo di AC quando io ero alle prime esperienze di animatore, con me, Piercarlo ed Alberto anche lei era diventata animatrice; dottoressa in Veterinaria, appassionata di fotografia, da anni collaborava con il giornale parrocchiale “L’Eco dei Campanili”».

[Riccardo Petricca, in Pastorale Digitale 2.0]

Alla luce di quello che è oggi Pastorale Digitale 2.0 possiamo dire che essa è ricca di Animatori della Comunicazione e della Cultura. Essi si formano alla comunione e alla missione nella Celebrazione Eucaristica e in quell’officina digitale che sono i canali web 2.0 attivati: una formazione che può integrarsi con la proposta dell’Ufficio Nazionale per le Comunicazioni Sociali e dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, ovvero un percorso formativo in modalità elearning, una vera e propria scuola online, con docenti qualificati e tutor (www.anicec.it).

A quanti sono impegnati in Pastorale Digitale 2.0 e che questa sera si sono scoperti Animatori della Comunicazione e della Cultura chiedo di guardare sempre all’Apostolo Paolo nell’areòpago di Atene (At 17,15-34): Paolo è infatti considerato il primo Animatore della Comunicazione e della Cultura[6].

Caro Riccardo, tu e i tuoi amici, in quel sabato pomeriggio del 1998, non avete avuto una sorte migliore dell’Apostolo Paolo nell’areòpago di Atene: oggi possiamo dire che anche il vostro fu un apparente fallimento e che si trattò di un incontro profetico. In quel pomeriggio di primavera tre Animatori della Comunicazione e della Cultura avevano sognato “in piccolo” l’oggi. Altrove, in Finibus Terrae, lo Spirito già preparava un Vescovo per questa diocesi. Pastorale Digitale 2.0 “sogno di Dio e dell’uomo” ha così preso forma.

[1] Presso il Centro di Orientamento Pastorale, a Roma.

[2] La figura dell’Animatore della Comunicazione e della Cultura è presentata al VI capitolo. Alla teologia della comunicazione e al principio dell’incarnazione, invece, è dedicato il II capitolo.

[3] Cfr. CEI (a cura), Progetto culturale orientato in senso cristiano: una prima proposta di lavoro, Paoline, Milano 1997, 5.

Cfr. CEI, Direttorio “Comunicazione e Missione”, sulle comunicazioni sociali nella missione della Chiesa, 4.

[4] Come tutti i media, anche Internet plasma “cultura”.

[5] CEI, Direttorio “Comunicazione e Missione”, sulle comunicazioni sociali nella missione della Chiesa, n. 124, 125,126, 127, 128.

[6] GIOVANNI PAOLO II, Redemptoris missio, 37.




Presentazione di “Pastorale Digitale 2.0” – Intervento di Adriana Letta

Sora, Sala San Tommaso d’Aquino

Presentazione di “Pastorale Digitale 2.0” – 21 febbraio 2016

Buona sera a tutti. Come avete sentito… sono una “ex”! nel senso di ex Docente di Italiano e Latino ed ex direttore e fac-totum di un giornale diocesano che è durato 24 anni: questo potrebbe far pensare ad una persona molto legata al libro, al foglio di carta, alle belle lettere e poco simpatizzante per il web. Il contrario, insomma, dell’autore del libro di questa sera, Riccardo Petricca, ingegnere delle telecomunicazioni, tutto web, tutto tecnologia informatica. Ebbene, con la fusione delle due diocesi preesistenti e la nascita della nuova grande Diocesi di Sora-Cassino-Aquino-Pontecorvo, abbiamo cominciato a lavorare insieme allo stesso progetto, la Pastorale Digitale. Risultato: io ho lasciato il cartaceo (il giornale ha sospeso la sua pubblicazione) e lavoro sul web, lui ha scritto e pubblicato un libro, proprio di quelli di una volta, di carta, dove le pagine che si sfogliano producono quel bel rumore, che si poggia sul comodino e si ripone in una libreria materiale, non virtuale… E questo è già singolare, è, se vogliamo, un paradosso. Ma noi impariamo ogni giorno che il Signore sa sempre sorprenderci, ci fa continuamente “uscire” dalle nostre abitudini, dai nostri cliché, da noi stessi, insomma. Si diverte Lui!… e fa nuove tutte le cose!

Il gruppo della Pastorale Digitale, che nel giro di due anni si è infoltito incredibilmente ed è cresciuto di numero (siamo arrivati quasi a 80 persone!), costituito prevalentemente di giovani, è ormai una realtà notevole, anzi bellissima, una “comunità” così simpatica, allegra e coesa, unita da un grande ideale: utilizzando la rete, comunicare agli altri, a quante più persone possibile, la gioia e la bellezza della vita cristiana. Una scelta che dà senso alla vita e slancio anche nei momenti difficili.

Di tutto questo dobbiamo ringraziare Riccardo che, mettendosi in gioco, ha raccontato in maniera viva e coinvolgente la sua personale storia e quella del gruppo che è nato, il gruppo della Pastorale Digitale, che presta il suo servizio volontario e gratuito in Diocesi. Riccardo va anche ringraziato per come sa coordinare e indirizzare il gruppo, per l’attenzione alle singole persone, per l’apertura e lo stimolo che sa imprimere continuamente ad intraprendere nuove strade. Ma accanto a lui è doveroso ringraziare gli altri “ideatori” della Pastorale Digitale (nel libro se ne parla con i particolari) che con lui hanno prima sognato, poi trasformato il sogno in progetto pastorale che, con l’avallo ed il favore del Vescovo Gerardo, si è concretizzato ed è diventato una realtà in continua crescita. Quindi il ringraziamento va al Vescovo, agli ideatori e a tutti i collaboratori. Un progetto in cui gli iniziatori hanno creduto fermamente, e che ha presto superato tutte le loro più rosee aspettative.

Oggi i ragazzi della Pastorale Digitale si connettono, non solo e non tanto perché è un divertente passatempo, ma per costruire qualcosa di positivo per tutti, stanno in rete per condividere, anzi “per mettere in comunione” (questo è lo slogan-stella polare dato dal Vescovo) e anzi imparano così sempre più ad essere responsabili dei media che utilizzano. Con una ricaduta assolutamente positiva in termini di crescita umana, culturale e spirituale.

Questo “fenomeno” è altamente interessante e si pone all’avanguardia tra le diocesi italiane, perciò merita qualche considerazione più profonda.

Che il web, oltre a rappresentare un’indubbia risorsa per l’intera umanità, costituisca una nuova opportunità anche per i credenti, è un’idea che la Chiesa ha fatto sua già da molti anni. Nonostante tutti i timori possibili, la Chiesa nei suoi documenti ha sempre avuto un atteggiamento positivo verso il digitale e ne ha sempre incoraggiato l’uso. Gli ultimi Papi e le Conferenze Episcopali hanno mostrato grande interesse e attenzione ai nuovi media che via via prendevano il posto dei vecchi mezzi di comunicazione espandendosi ed evolvendosi a dismisura. Così pure moltissimi gli studi e i convegni organizzati in area cattolica su questi argomenti, per non rifuggire dalla modernità ma per utilizzarla in modo giusto e proficuo.

Oggi la letteratura sui new media è vastissima, anche in ambito cattolico. Ma a ben guardare, spesso si tratta di una ricerca di tipo sociologico-antropologico sugli effetti dell’uso dei mezzi informatici e dei social sulle abitudini cognitive e relazionali delle persone e soprattutto dei giovani e aggiungiamo: sempre con quel tantino di paura per i giovani, perché questi mezzi, di cui i ragazzi sono ghiotti e che padroneggiano, mentre a molti adulti ancora sfuggono, possono, come tutti i mezzi, essere usati in modo dannoso e deleterio oppure, se fruiti con capacità critiche, possono rappresentare opportunità immense, prima impensabili. Perciò spesso tutto questo studio, che comunque additava la necessità di accostarsi al “continente digitale” da una prospettiva non tecnologica, ma antropologica, spesso approdava più che altro a consigliare e raccomandare la cosiddetta “Media Education”, l’educazione di ragazzi all’uso corretto dei media e l’alfabetizzazione informatica degli adulti.

Il dibattito si è soffermato a lungo sulla questione: i mezzi digitali in generale e i social in particolare, prodotti del pensiero, dell’intelligenza e della creatività umana (nel libro si legge la frase di papa Francesco data come titolo ad un convegno in diocesi “Internet è un dono di Dio“…) che negli ultimi anni hanno avuto una “esplosione” incredibile, sono un rischio o un’opportunità?

Padre Federico Lombardi, direttore della Sala stampa vaticana, quindi direi: esperto della comunicazione in ambito cattolico!, diceva (24 aprile 2010 Udienza dal Papa di “Testimoni Digitali”):

«Io vivo immerso in questo mare (delle comunicazioni) e il telefono cellulare che porto con me mi inserisce, passivamente o attivamente, nelle correnti che lo percorrono. Io, essere umano del XXI secolo, ho una protesi tecnologica, il mio smart-phone, che prolunga la mia capacità di recezione e di espressione, e diventa parte sempre più integrante della mia vita quotidiana. Senza di essa io non posso svolgere il compito che mi è affidato nella Chiesa».

E si chiedeva: «Schiavitù o potenzialità?». Dipende da noi, da come ci poniamo. «Ciò che è importante non è tanto la tecnologia, per quanto straordinaria e affascinante, ma è la relazione tra le persone. Quale che sia la tecnologia che usiamo o useremo, la comunicazione avviene sempre tra un emittente e un ricevente, che possono invertire e scambiarsi i loro ruoli continuamente. Ma questo emittente e questo ricevente sono persone, dotate di mente e di cuore, di possibilità tecniche e di emozioni e sentimenti, e stabiliscono delle relazioni tra loro. Noi, emittenti e riceventi, che cosa comunichiamo? Che cosa riceviamo? che cosa rilanciamo nel dialogo? come viviamo questa comunicazione? Da ognuno di noi dipende l’immettere positività o negatività nella comunicazione: se vogliamo essere comunicatori credibili deve esserci coerenza tra la nostra vita e i nostri messaggi, tra quello che diciamo e quello che facciamo, senza ipocrisia e senza doppiezza (in rete è molto facile, quasi una tentazione, nascondersi dietro una falsa identità e “sparare” maldicenze e falsità!). Questo implica per noi una grande responsabilità, perché la rete non ha confini e la nostra può essere una testimonianza o una contro-testimonianza.

Se poi parliamo a nome della Chiesa, come fa la Pastorale Digitale, dobbiamo sapere e ricordare che la missione costitutiva della Chiesa è l’annuncio del vangelo. San Paolo viaggiava per terra e per mare per portare fisicamente a tutti l’annuncio del vangelo; noi non possiamo non percorrere le vie della comunicazione di oggi, non possiamo non essere nella rete, che ci permette di arrivare a tutti pur restando a casa nostra.

Ma, e cito ancora Padre Lombardi, “in ogni luogo, e quindi anche in ogni luogo della Rete, se si stabiliscono relazioni profonde, si può cercare e incontrare Dio“.

Ecco, la grande intuizione del progetto della Pastorale Digitale della nostra Diocesi è stata quella di mettersi alla prova, tutti in prima persona, a sperimentare questi mezzi di comunicazione digitale a fini pastorali. Non limitarsi, quindi, ad essere bravi e guardinghi fruitori e recettori dei messaggi provenienti dalla Rete, ma emanatori di messaggi, anzi del Messaggio per eccellenza, l’annuncio di Cristo, raccontando la gioia della vita della nostra Chiesa, non in modo neutro e distaccato, ma con passione, partecipazione, condivisione e convinzione. Non da isolati, ma come gruppo, come comunità che si forma e che cresce numericamente e spiritualmente.

E’ questo, io credo, che chi entra nel nostro sito e nei nostri social percepisce e se ne sente attratto, perché li vede molto dinamici e vivi, che lanciano varie iniziative e concorsi con primati di numeri di visualizzazioni incredibili. Questo ha attirato l’attenzione di molti a livello anche “alto”, nazionale ed oltre! Questa è l’origine anche di un grande evento che ci sarà domenica prossima 28 febbraio a Cassino, in occasione della presentazione anche lì del libro “Pastorale Digitale 2.0” di Riccardo Petricca. Un evento storico (ve lo dico in anteprima), perché il Rettore Magnifico, massimo rappresentante di un Ateneo pontificio illustre come l’Antonianum di Roma, e la nostra Diocesi, per mano del nostro Vescovo Antonazzo, firmeranno un importante Accordo di collaborazione, un Accordo unico e innovativo, da porre a modello in Italia e nel mondo.

Di tutto questo siamo consapevoli, e grati, come del fatto che il “Servizio di Pastorale Digitale” della nostra Diocesi si pone oggi come una novità, quasi un prototipo, un modello esportabile ed estensibile a tante altre diocesi e comunità cristiane, ed apre nuove pagine e nuove prospettive a quella Pastorale Digitale 2.0 che il libro di Riccardo Petricca racconta così bene che vale proprio la pena di leggerlo. E’ una storia vera, una bella storia, che sta andando avanti e avanti ancora.

Grazie Riccardo e grazie a tutti.

Adriana Letta




Nomina della CEI per il Nostro Vescovo Gerardo

Di seguito riportiamo la Nomina della Conferenza Episcopale Italiana per il Nostro Vescovo Gerardo a Membro della Commissione Episcopale per l’Ecumenismo ed il Dialogo:

Nomina Antonazzo




Giornata della Vita: Testimonianza di Adriana

E’ un onore per noi -e per me in particolare- essere stati chiamati a dare testimonianza della Misericordia di Dio che ha letteralmente inondato la mia esistenza poiché in essa il Buon Dio ha voluto scrivere le parole bibliche:” …se anche tua madre si dimenticasse di te, Io non mi dimenticherò di te”. Così , nella Sua infinita bontà, ha voluto che io sperimentassi la Sua fedeltà a questa mirabile e consolante Sua promessa!

Sono nata all’estero da genitori italiani che poi si sono separati sempre all’ estero: quando mia madre biologica lasciò me  e mio fratello avevamo 9 mesi io e 3 anni lui. Mio padre esitò qualche mese prima di decidere di mandarci in Italia a casa dei suoi genitori, già però anziani ,ed accuditi da sua sorella che con loro viveva e che è la persona cui devo tutto ciò che sono, tutto ciò che ho. Io il Volto Misericordioso di Dio l’ho incontrato e conosciuto in lei che è stata per me la vera mamma, che mi ha fatto da padre e da madre  rispondendo così all’invito di Gesù:” Chi accoglie uno di questi piccoli accoglie Me”. Avendo ricevuto così tanto, e passato qualche anno dal mio matrimonio ,insieme a mio marito ho pensato che fosse giunto il momento di rimetterla in circolo, per quel che potevo, la Misericordia Divina. Così ci siamo rivolti innanzitutto verso la madre mia biologica che già in passato mi aveva chiesto un incontro. L’abbiamo, allora, invitata a casa nostra dove ha conosciuto la nostra prima figlia, poi siamo andati noi a trovarla a Torino dove si era trasferita da alcuni anni ed, infine, ci siamo ritrovate un’ultima volta al capezzale del suo letto di morte dove insieme a lei ed al sacerdote ho recitato le preghiere dell’Unzione degli infermi, le ho consegnato l’immaginetta di Gesù Re di Misericordia – come descritto da S. Faustina Kowalska, segretaria della Divina Misericordia e dove, infine, le ho lasciato il mio bacio di commiato sulla fronte seguito dal segno della croce bagnato dalle mie lacrime.

Quanto a mio padre, dopo aver vissuto 46 anni lontano dall’Italia e dalla mia vita, nel 2000 ci comunica – con nostra grande sorpresa – di volersi trasferire da noi. Lo abbiamo accolto senza esitazione ma non senza qualche preoccupazione. Ha vissuto in casa con noi per due anni e poi si è trasferito a Castelliri in casa sua. Durante i 14 anni che ha trascorso vicino a noi io e mio marito ci siamo fatti coraggio a vicenda ed abbiamo accettato tutto senza mai chiudergli la porta. Questa seconda mia esperienza di vita è stata più difficile della prima e non l’avrei mai superata se mio marito non mi fosse stato accanto condividendo  con me il dolore, le amarezze, le umiliazioni; se non mi avesse concretamente sostenuta preservandomi da incarichi per me troppo gravosi come, ad es. andare a riprendere mio padre – durante il suo ultimo anno di vita – ora in questo ora in quell’altro ospedale anche fino a Roma, ora in questa ora in quell’altra stazione dei Carabinieri, anche fino a Roma, dove veniva assistito perché si era sentito male o perché si era smarrito. Fino alla compagnia finale negli ultimi suoi giorni di vita in ospedale.

Insieme e insieme a Gesù Misericordioso noi ce l’abbiamo messa tutta per ridare un pò di quel tanto che abbiamo ricevuto.

 




Giornata della Vita: Testimonianza di Gabriella

Quasi un anno fa scoprivo di aspettare un bambino. Insieme al mio compagno ne eravamo contenti, ma purtroppo una felicità durata poco: quasi a due mesi appena io e lui ci siamo lasciati, è andato via lasciando a me ogni responsabilità sul bimbo. L’unica cosa che sentivo ripetermi: “Fai ciò che vuoi, se vuoi tenerlo tienilo, altrimenti fai tu!”

L’unica cosa che mi ripetevo: Come si fa ad essere così insensibili di fronte ad un proprio figlio?

Lasciata sola e senza nulla, mi sono sentita persa, senza via d’uscita, io, mia figlia e il piccolo in grembo. Come potevo affrontare tutto questo sola con due figli?

Ed è così che in quel momento ho deciso d’interrompere la gravidanza: mia figlia ormai aveva 9 anni e ricominciare non era il caso. Alla fin fine ero solo di due mesi e pur non condividendo per motivi religiosi, però in questo caso non ero più convinta di volerlo realmente, anche perché neppure lo percepivo. L’unico mio pensiero era questo: terminare al più presto. Difficile da decidere, ma indispensabile in quel momento, in modo da riprendere la vita senza problemi e difficoltà. Non c’era alternativa migliore. Come potevo crescere un figlio da sola, cosa gli avrei raccontato del padre?

Unica cosa che mi sentii dentro di me: Signore, ti prego, aiutami … mostrami la strada che io non so più dove andare. Non è passato tanto che la risposta è arrivata sotto forma di due donne, una in particolare: Marina. Erano lì, sotto casa, ad aspettare. IN un primo momento sono stata molto sgarbata, cercando di troncare ogni discorso con la scusa che era tardi e che dovevo preparare il pranzo alla bambina. Invece, loro, con tanta pazienza, mi parlavano di questa piccola anima innocente nel mio grembo. Volevo solo andare via, non ascoltare più nulla. Ma quando dalla bocca di Marina uscirono queste parole: “Questo bimbo è amore, ti sta chiedendo di vivere, di nascere, lui già ti ama”, inquel momento mi sono sentita morire dentro, stavo dando via, forse, la cosa più bella della vita: lui ha scelto me per essere sua madre e, poi, l’altra mia figlia già lo aspettava con ansia, era il suo fratellino tanto desiderato.

Marina, con tutto il suo conforto, mi rassicurò di non avere paura, non ero sola, mi avrebbero aiutato e supportato loro in ogni difficoltà, sia morale sia materiale, non avrei dovuto temere nulla, c’erano loro, non ero sola, mi sarei dovuta affidare solo al Signore, Lui ha un disegno per tutto, tutto sarebbe andato bene, dento di me c’era una nuova vita, un nuovo amore, una gioia immensa.

Così è stato: i nove mesi sono passati e non nascondo che qualche volta ho avuto qualche paura, ma sentire il piccolo incominciare a muoversi mi rassicurava, vedere (con l’ecografia) le sue manine, il suo visino, ma soprattutto la felicità di mia figlia per l’arrivo di questo fratellino! E quando quel giorno finalmente è arrivato, la felicità è stata ancora più immensa, sentire il primo pianto (è stato com)e sentirmi il cuore esplodere di un’emozione unica, soprattutto (nel) sapere che anche il papà era lì ad aspettarlo.

Alla fine anche il papà si è reso conto del grande amore che arrivava: una famiglia che sembrava distrutta ora era riunita in un amore, in una gioia immensa.

In fondo, la nascita di questa piccola creatura non è stata solo una nuova vita al mondo, ma (ha dato) una nuova vita alla nostra famiglia.

Cosa avrei perso se con me, in quel momento difficile, non ci fossero state le persone giuste? Se non l’avessi tenuto solo un gran vuoto poteva rimanere (in me). (È) perché in quel momento pensi solo che sia la soluzione giusta; ma non è così; ti rimarrebbe solo l’amaro di ciò che non c’è più e io ogni giorno (lo) guardo negli occhi (e) sempre più innamorata dei suoi sorrisi (che sono) senza prezzo.

Grazie (a) Marina ed a tutte le persone del Centro e a chi aiuta persone perse come me.

 




Giornata della Vita: Testimonianza di Laura

Mi chiamo Laura e sono di Cassino, oggi vorrei raccontarvi una parte della mia storia…

Quasi tredici anni fa ho scoperto di essere incinta. Essendo rimasta incinta per la prima volta ero felicissima al pensiero di poter avere il mio primo bambino.

Un giorno però, facendo una visita, scoprii che il mio bambino aveva qualcosa che non andava nel suo cuore. Si trattava di RABDOMIOMI CARDIACI, piccoli tumori benigni cardiaci, spiegò il dottore. In quel momento mi è crollato il mondo addosso, avevo pensato tanto a come sarebbe stato diventare madre per la prima volta, poiché ancora in giovane età questo problema sembrava più grande di quello che sarebbe stato.

Quando nacque il mio bambino, i medici mi dissero che era affetto da una malattia genetica molto rara in via di sviluppo che comporta problemi a quasi tutti gli organismi, ovvero la SCLEROSI TUBEROSA. Nonostante tutti i problemi dovuti a questa malattia non ho mai perso la speranza anche se continuavo a ripetermi perché tutto quello stesse succedendo proprio a me. Oggi quel bambino è un ragazzo, controllato periodicamente per la sua malattia anche se ormai stabile, nella speranza che lo rimanga per sempre.

In seguito la mia vita è stata costante, ho avuto altri due bambini e siamo riusciti a convivere con la malattia del primo bambino.

La vita però aveva deciso di mettermi ulteriormente alla prova, infatti quattro anni fa, sono stata affetta da una MAVDORSALE, una malformazione arterovenosa a livello midollare, per la quale mi sono state esportate sei vertebre dalla colonna vertebrale, che mi ha portata a rimanere paraplegica per sei lunghi mesi. Dopo un periodo di riabilitazione sono passata dall’utilizzo della sedia a rotelle all’utilizzo delle stampelle e di un busto rigido per mantenere una postura corretta. Dopo due anni dall’intervento e dalla ripresa della paraplegia ho scoperto di essere incinta della mia ultima bambina. Essendo già madre di tre bambini, avere un’altra bambina in questa mia nuova condizione fisica era per i medici e per le persone a me più vicine pericoloso.

Dopo numerose visite dove tutti scongiuravano il peggio, la mia morte, esortandomi ad abortire quella che sarebbe stata la mia bambina, io ero sempre più decisa che nonostante la pericolosità della situazione, non ero pronta ad interrompere la gravidanza volontariamente.

Grazie a delle persone a me vicine ho scoperto l’esistenza di questa meravigliosa associazione, “Centro di Aiuto alla Vita”, dove ho incontrato persone che si sono dimostrate dei veri angeli, le quali si sono prese cura di me. Queste persone mi hanno accompagnato passo dopo passo durante tutta la gravidanza e visto che quest’ultima era un po’ particolare, date le mie condizioni fisiche, mi hanno indirizzato verso una struttura adeguata per il mio caso, ovvero l’ospedale Gemelli a Roma, dove sono stata seguita dal Professor Noia, specializzato in malattie genetiche, che mi avrebbe supportato durante tutta la gravidanza e si sarebbe dimostrato un altro angelo.

Ho deciso quindi di dare retta a me stessa e di continuare la gravidanza, al termine della quale è nata una bellissima bambina, NOEMI, che tra pochi mesi compirà due anni. Oggi mi rendo conto che se avessi deciso di terminare la gravidanza non sarei stata in grado di sentirmi come mi sento ora, una persona diversa, rinata dopo quello che ho passato.

Ho deciso di scrivere questo per tutte quelle ragazze e quelle donne che, come stava succedendo anche a me, per volere di altri non avrebbero dovuto portare a termine le loro gravidanze. Decidere di interrompere la propria gravidanza è un errore, specialmente se ci lasciamo influenzare da altri, infatti, se si decide di abortire di conseguenza si decide di uccidere volontariamente sia il proprio figlio ma anche una parte di noi; si crea un vuoto che difficilmente si potrà colmare.

Posso solo dire una cosa; non importa quanto difficile possa sembrare all’inizio, una volta tenuto in braccio vostro figlio tutti i pensieri negativi e le difficoltà che avete affrontato non sembreranno così grandi, poiché saranno sostituite dalla gioia e dall’amore che vostro figlio vi donerà incondizionatamente.

Perché ricordate, un figlio, che sia maschio o femmina, bello o brutto, malato o non malato è pur sempre un dono di DIO.

 

 




ANNUNCIARE, EDUCARE, TRASFIGURARE – di Mons. Domenico Simeone

Scheda sui 3 verbi: ANNUNCIARE, EDUCARE, TRASFIGURARE

di Mons. Domenico Simeone

Il lavoro consiste nell’indicare per ognuno dei Verbi del Convegno di Firenze tre indicazioni pastorali possibili, frutto della sintesi dell’Assemblea di Firenze e del contributo delle otto Zone Pastorali della nostra Diocesi per il Convegno della Chiesa Italiana.

VERBO ANNUNCIARE

Da Evangelii Gaudium, 24: “La comunità evangelizzatrice sperimenta che il Signore ha preso l’iniziativa, l’ha preceduta nell’amore (cfr. 1 Gv 4,10) e per questo essa sa fare il primo passo, sa prendere l’iniziativa senza paura, andare incontro, cercare i lontani e arrivare agli incroci delle strade per invitare gli esclusi”.

Sintesi: Lasciarsi evangelizzare dalla forza del vangelo per diventare evangelizzatori credibili

1)      Passare dall’attenzione ai destinatari alla formazione specifica degli annunciatori, a tutti i livelli, pastori e laici.

2)      Saper assumere la spiritualità missionaria dell’annuncio.

3)      Utilizzare un linguaggio diretto, chiaro e semplice, vicino alla vita delle persone, in tutte le occasioni di annuncio (predicazione, catechesi, centri di ascolto), raccogliendo la sfida delle attuali tecnologie di comunicazione (Pastorale digitale).

VERBO EDUCARE

Da Evangelii Gaudium, 24: “La comunità evangelizzatrice si mette, mediante opere e gesti, nella vita quotidiana degli altri, accorcia le distanze, si abbassa fino all’umiliazione, se è necessario, e assume la vita umana, toccando la carne sofferente di Cristo nel popolo”.

Sintesi: L’educazione deve contenere la spinta missionaria a partire dalla lettura dei segni dei tempi per contribuire ad un nuovo umanesimo centrato in Gesù Cristo

1)      Educare per formare l’altro alla maturità umana, affettiva, relazionale e alla corresponsabilità.

2)      Favorire alleanze educative tra comunità educante e società civile, tra tutte le agenzie educative del territorio.

3)      Attenzione alle famiglie in difficoltà, a quelle con presenza di persone malate, disabili, anziani.

VERBO TRASFIGURARE

Da Evangelii Gaudium 24: “L’evangelizzazione gioiosa si fa bellezza nella Liturgia in mezzo all’esigenza quotidiana di far progredire il bene. La Chiesa evangelizza e si evangelizza con la bellezza della Liturgia, la quale e anche celebrazione dell’attività evangelizzatrice e fonte di un rinnovato impulso a donarsi”

Sintesi: Catechesi, liturgia, carità.

1)      Rinnovare la liturgia, prima fonte della vita cristiana e della nostra trasfigurazione in Cristo; né trasandatezza né formalismo, ma capacità di creare relazione vera tra Cristo e noi, noi e gli altri nell’accoglienza e nell’ospitalità.

2)      Maggiore spirito missionario nella pastorale dei Sacramenti dell’iniziazione cristiana, della riconciliazione, del matrimonio, dell’accompagnamento nel tempo della malattia e dell’esperienza della morte.

3)      Ricuperare i segni veri della religiosità popolare perché possano esprimere pienamente una spiritualità relazionale con Cristo e con i fratelli nei gesti di servizio.

Mi piace chiudere riprendendo le parole di Papa Francesco: “La Chiesa “in uscita” è la comunità di discepoli missionari che prendono l’iniziativa, che si coinvolgono, che accompagnano, che fruttificano e festeggiano” (EV, 24). Sembra quasi di sentireriecheggiare tutti i verbi oggetto di questa scheda. Certo il percorso delineato dai verbi del Convegno della Chiesa Italiana a Firenze non è un impegno facile, ma certamente non impossibile,richiede, però, quella che Papa Francesco definisce “una conversione pastorale e missionaria, che non può lasciare le cose come stanno”(EV, 25).




USCIRE E ABITARE – Intervento di A. Di Lorenzo

USCIRE E ABITARE

Cambiamenti di mentalità e nuove prospettive pastorali

Intervento di A. Di Lorenzo

 

 

Uscire per suscitare la fede in Cristo, abitati dal suo Vangelo e dai suoi stessi sentimenti.

L’uscire espone al rischio del ricompattarsi per recuperare spazi di influenza perduti o del coalizzarsi per andare alla conquista del mondo.

L’abitare ha a che fare con l’habitus, con la consuetudine, l’abitudine, il possesso stabile dei luoghi e delle relazioni e, quindi, con il dejà vu, la ripetitività, l’indifferenza, la pastorale flemmatica e sonnacchiosa o addirittura di difesa da tutto ciò che è nuovo.

Le chiavi di interpretazione dei due verbi sono, dunque, l’Esodo e il mistero dell’Incarnazione.

 

Quattro sfide

 

  1. La missionarietà

Veniamo da una pratica pastorale secolare, in cui la Chiesa era l’unica referente della cultura. Quell’epoca è passata. Il Vangelo non è più l’unico Vangelo, né il primo, né il più ascoltato. La prima sfida allora, forse la più difficile, è quella di attuare un cambiamento di mentalità: occorre avere il coraggio di ri-pensare e di ri-organizzare tutto l’agire pastorale in chiave missionaria.

La prima parola d’ordine è uscire: dalla tattica attendista ad una maggiore intraprendenza, dall’aspettare che la gente venga all’andare a cercarla lì dove essa vive, dalle sagrestie alla piazza, alla strada, alla periferia.

La seconda è abitare: il Vangelo si diffonde per attrazione e per contagio; per questo è importante esserci, starci, dimorare in pianta stabile, condividere la vita della gente e manifestare la gioia di aver incontrato il Signore.

  1. La multiculturalità/multirazzialità/multireligiosità e il pluralismo dei saperi, delle visioni antropologiche e degli stili di vita

Viviamo ormai in un mondo variopinto. Dobbiamo imparare a co-abitare e a dialogare con questa realtà meticcia e a più voci, senza negoziare la nostra identità, ma anche senza chiuderci e senza paura di essere contaminati.

  1. L’attenzione alle vittime delle antiche e delle nuove povertà

La Chiesa non può ignorare la loro presenza e il loro grido: non può tacere né parlare… il politichese, soprattutto non può entrare nel gioco di quei sistemi ingiusti che cercano di rendere i poveri invisibili.

  1. La sinodalità

 

Occorre finalmente che l’ecclesiologia di comunione faccia il suo corso, senza “ma” e senza “se”. La fraternità e l’uguale dignità di tutti i battezzati devono essere tradotte in koinonìa pastorale, in comunione operativa, accettando la gioia e la fatica del camminare insieme.

Con la spiritualità dell’Esodo e lo stile dell’Incarnazione

 

Il nuovo scenario, non solo ad extra, ma anche ad intra – visto che molti ormai “credono di credere”, ma sono più lontani dei lontani nel comprendere e nel praticare “la differenza cristiana” – richiede un modo diverso di comprendersi della Chiesa e, quindi, un ripensamento della missione della Chiesa, i cui tratti caratterizzanti si trovano già nei documenti del Concilio Vaticano II.

 

Nuove sfide pastorali

 

–          Formare, istituire e inviare équipe di esploratori del territorio e missionari itineranti, composti da operatori pastorali o per singoli settori pastorali, valorizzando diaconi, catechisti e aggregazioni ecclesiali laiche.

–          Annunciare e celebrare la Parola con forme e modalità rinnovate, adattando gli orari alle esigenze familiari e lavorative delle persone: centro di ascolto, liturgia della Parola, veglia, lectio divina, catechesi per gli adulti, preparazione dei giovani alla Cresima a livello zonale, itinerari di preparazione alla vita coniugale e familiare, evangelizzazione di strada e della notte, peregrinatio, missione al popolo, mostre e rappresentazioni sacre…

–          Ripensare l’organizzazione delle feste patronali e di tutta la pietà popolare, con l’inserimento della voce “povertà”;

–          Rilanciare in ogni parrocchia l’oratorio e la pastorale del tempo libero, dello sport, del pellegrinaggio.

–          Avviare gradualmente la pastorale della carità , con iniziative di accoglienza e di integrazione degli stranieri, attività di accompagnamento delle famiglie con minori e, più in generale, in difesa della vita dal periodo pre-natale allo stadio terminale (valorizzare la Giornata per la vita).

–          Mettersi in rete con le altre realtà del territorio; lì dove non ci sia una rete dei servizi, farsene promotori, incoraggiando gli enti pubblici ed eventualmente le comunità di altre confessioni religiose a coinvolgersi.

–          Potenziare la riflessione sulla Dottrina sociale della Chiesa e sulla cittadinanza attiva: scuola/corsi di formazione per l’impegno socio-politico dei cattolici

–          Educare al discernimento comunitario. Rilanciare a tutti i livelli (parrocchiale, zonale, diocesano) gli organismi di partecipazione; soprattutto, istituire in ogni parrocchia il Consiglio pastorale parrocchiale e il Consiglio per gli Affari economici.

–          Curare la pastorale unitaria e integrata: sperimentare forme di collaborazione pastorale interparrocchiale e zonale, mantenere aperta la possibilità di istituire le Unità pastorali e di praticare forme di vita comune tra sacerdoti.




Omelia di S. Em.za Card. Dominique Mamberti

Celebrazione d’apertura della Porta santa

Cassino-Chiesa Madre, 13 dicembre 2015

 

Omelia di S. Em.za Card. Dominique Mamberti

“Rallegratevi sempre nel Signore:
ve lo ripeto, rallegratevi,
il Signore è vicino”

Con questa antifona inizia l’odierna celebrazione eucaristica, in questa III^ Domenica di Avvento che, proprio a partire dall’incipit “rallegratevi”, prende un tono speciale, denominandosi Domenica “Gaudete”. Stiamo celebrando un particolare tempo liturgico, tempo cosiddetto “forte”, che ci prepara ad incontrare il Signore che viene come nostra salvezza, nostra misericordia. Anche in questa Cattedrale, inizia oggi, con l’apertura della Porta Santa, il giubileo straordinario della misericordia, un tempo eccezionale, proprio paragonabile all’Avvento: tempo di gioia, di riconciliazione, di vigilanza, perché tempo di conversione!

La Parola di Dio ci invita proprio alla gioia, al “rallegrarsi” con Dio e, quindi, a riscoprire la radice della nostra gioia, al riandare, come viandanti in perenne stato di conversione, alle sorgenti della felicità. E quali sono queste radici, queste sorgenti del giubilo della Chiesa intera e di ogni singola anima? Il Santo Padre aprendo la Porta Santa a Bangui in Centrafrica e, nella scorsa solennità dell’Immacolata, a San Pietro, ci ha ricordato che la radice di questa gioia è la verità assolutamente certa che Dio è Misericordia. Non soltanto che è misericordioso ma che è la misericordia stessa: Gesù è la misericordia incarnata del Padre, venuto sulla terra per farci misericordia, per perdonarci e salvarci dai nostri peccati.

Il Verbo di Dio si è incarnato e ci ha rivelato l’essenza del Padre, quella che Giovanni riassume con una frase straordinaria: “Dio è amore” (1Gv 4, 16). La radice della nostra gioia è, quindi, sapere con certezza e credere senza esitazione che Dio ci ama senza condizioni di sorta, con un amore misericordioso che continuamente fluisce da Lui attraverso il Cuore trafitto di Gesù. Questo amore, proprio perché si incontra con la nostra miseria, con i nostri peccati, assume la connotazione di “misericordia”.

Nella prima lettura, tratta dal libro del profeta Sofonia, c’è questo inno alla gioia, in cui sono presenti, da una parte i nostri peccati, il male e la condanna e, dall’altra, l’azione salvifica di Dio che perdona, libera, riconcilia, affinché possiamo godere della piena comunione con Lui. Il risultato allora è una gioia infinita, gioia che si fonda sull’essere in sintonia con l’amore di Dio. Sofonia proclama il suo annuncio ad un popolo percorso da una drammatica storia, fatta di grande miseria morale, eppure in mezzo a questa oscurità si annuncia la luce di un’epoca migliore per Gerusalemme. Infatti è solo per opera di Dio, per il suo avvento, che il popolo viene preservato dalla guerra. E’ questo amore divino che apre nuovi spazi e nuovi orizzonti di libertà e di pace, anche ai nostri giorni dove la minaccia del male si fa sempre più consistente e l’oscurità a volte sembra come prevalere sulla stessa luce. Il mondo, c’è chi vorrebbe farlo diventare teatro di uno scontro di razze e di civiltà, di culture e di religioni, ma i cristiani e tutti i veri credenti nell’unico Dio misericordioso, insieme agli uomini di buona volontà, non possono che rifiutare l’idea dello scontro e imboccare decisi la via dell’incontro. Questa favorisce ogni autentica integrazione, intesa come condivisione di valori comuni che rispettano ed esaltano la dignità di ogni singola persona umana, superando tutti i pregiudizi.

La profezia di Isaia “ogni uomo vedrà la salvezza di Dio”, che risuonava nel Vangelo della scorsa Domenica (cfr. Lc 3,6), si è pienamente realizzata ed in questo periodo dell’Avvento tale annuncio gaudioso è rivolto anche alla nostra storia personale e all’epoca che viviamo. In questo senso il Papa ha indetto questo Anno Santo, affinché noi tutti sotto la guida dell’unico Pastore, nostro Signore Gesù Cristo, riscopriamo che la misericordia è più forte di ogni altro male e che la persona umana è resa capace di misericordia perché è stata creata a immagine e somiglianza di Dio: “Capax Dei”, ogni uomo è “capace di Dio”, dicevano i padri della Chiesa.

San Paolo nella seconda lettura ci invita a scrutare i segni di questa presenza di Dio e della sua misericordia nella storia, giacché la storia, con la “S” maiuscola, è fatta da Lui ed è storia di salvezza. Così ogni credente è capace di scoprire negli avvenimenti questa presenza di Dio, se si mette in atteggiamento di vera fede nell’onnipotenza misericordiosa di Dio. Quando San Paolo scriveva ai Filippesi era prigioniero, in catene, ma felice perché sperimentava il soccorso, la vicinanza e la liberazione interiore di Dio, insieme alla solidarietà dei cristiani di Filippi. Allora è tanto più forte la sua esortazione: “siate sempre lieti nel Signore, ve lo ripeto: siate lieti”. E che cosa poi ci invita a fare? “La vostra amabilità sia nota a tutti”. E’ ciò che ci ripete continuamente anche il Santo Padre, di diventare persone misericordiose che avendo sperimentato nella propria vita l’amore incondizionato di Dio lo donano a loro volta agli altri; seguendo realmente il Cristo, diventano il buon samaritano. Proprio a conclusione dell’omelia della recente festa dell’Immacolata, citando il beato Paolo VI, il quale affermava che lo spirito emerso dal Vaticano II era quello del Samaritano, Papa Francesco esortava: “attraversare oggi la Porta Santa ci impegni a fare nostra la misericordia del buon samaritano”.

La Chiesa quale prolungamento di Cristo è chiamata ad andare per le strade e fino alle più lontane periferie per soccorrere i fratelli in necessità, per portare, come ci ha detto il Papa, “la gioia del Vangelo, la misericordia e il perdono di Dio”. Certo questo all’inizio non è semplice, ma una volta superate le barriere che abbiamo costruito alle volte o in modo inconscio per proteggerci, per tenersi al riparo degli altri, noi possiamo gustare che veramente c’è più gioia nel dare che nel ricevere. Varcare la Porta Santa ci incoraggia all’aiuto vicendevole, affinché tutti noi, pastori e fedeli, possiamo camminare insieme verso la stessa meta. E ciò non è possibile senza la preghiera, come ci ricorda sempre la seconda lettura: “in ogni circostanza fate presenti a Dio le vostre richieste, con preghiere, suppliche e ringraziamenti”. Il frutto di questa “azione liturgica” personale e comunitaria, sarà la “pace di Dio” che custodirà i nostri affetti e le nostre emozioni, i nostri sentimenti ed i nostri pensieri, in Cristo Gesù” (cfr. Fil 4, 7). Realmente così facendo i nostri modi di vedere e di leggere la realtà che ci circonda cambieranno radicalmente. In fondo l’Avvento è proprio questo: un tempo di grande conversione, che abbraccia ogni nostra dimensione. Essa tocca innanzitutto il nostro rapporto con Dio!

In altre parole, cari fratelli e sorelle, dobbiamo rivedere che tipo di rapporto abbiamo con Dio o meglio che immagine di Dio ci siamo fatti: l’immagine di un Dio giudice, che ci ripaga esclusivamente facendo il conto dei nostri meriti? O invece abbiamo dentro di noi l’immagine del vero Dio e cioè di Colui che ci ha rivelato in pienezza Gesù: un Padre misericordioso che antepone sempre la misericordia al giudizio e chiede a noi di fare altrettanto! Infatti, il Signore ci chiede di essere perfetti come il Padre (Mt 5, 48), di essere misericordiosi come il Padre (Lc 6, 36), cioè santi come Dio è santo (Lv 19, 2). Quindi, la santità è identificata da Gesù con la misericordia! Non può esistere un santo che non sia misericordioso. Quanto è bello allora convertirsi a questa immagine di “Dio misericordia”, aprire realmente la mente ad una verità che, alla luce della Parola di Dio, ascoltata, custodita e praticata, diventerà sempre più cristallina: “Dio è amore”! Così anche noi possiamo esclamare con il salmista “Dio è la mia salvezza; io avrò fiducia, non avrò timore, perché mia forza e mio canto è il Signore; egli è stato la mia salvezza” (Is 12, 2).

I più grandi cantori della misericordia divina, in effetti, sono coloro che più l’hanno sperimentata. C’è chi l’ha sperimentata come una Maria Maddalena, dopo una vita di peccato, convertitasi ad una vita di santità, e c’è chi l’ha sperimentata come una Teresa del Bambin Gesù, che viveva nella consapevolezza di essere stata preservata da tanti peccati concreti dalla misericordia divina, nei quali sarebbe potuta cadere, come lei stessa riconosce, come una Maria Maddalena. I santi ci testimoniano che se non avessero creduto alla misericordia di Dio, sarebbero potuti diventare i peggiori criminali di questo mondo. Mai si deve presumere di farcela da soli. Ogni uomo è peccatore, ma Dio ci ha donato una coscienza per discernere il bene dal male e ci dona costantemente la grazia per essere peccatori che si rialzano ogni volta che cadono, chiedendo il perdono di Dio e dei fratelli, andando a confessarsi regolarmente e riparando i propri peccati. Occorre rifuggire dal rischio di una doppia vita, altrimenti ci si corrompe sempre di più, indurendosi in un atteggiamento egoistico ed edonistico, privilegiando la carne allo spirito.

Ecco il grande annuncio di Giovanni Battista che è sempre attuale! Egli è una figura molto presente nel tempo dell’Avvento, poiché proprio lui è stato scelto da Dio per preparare la via al Signore che viene. L’Avvento ci richiama alla venuta del Signore e significa anche andare incontro al Signore che viene e che verrà, per ciascuno singolarmente nel giorno della propria morte come giudice misericordioso e per l’intera umanità nel giorno del giudizio finale. Ci sono tre categorie di persone di cui ci parla oggi il Vangelo: la folla, i pubblicani e i soldati. Per tre volte risuona la stessa domanda posta al Battista da parte di ciascun gruppo: “che cosa dobbiamo fare?” Giovanni a queste tre gruppi chiede qualcosa di molto preciso, come segno di conversione. Potremmo sintetizzarlo così: non mettete al centro del vostro vivere i vostri interessi, non servitevi degli altri, non cedete alla tentazione del mero profitto. Quello che chiede Giovanni Battista è una vera e propria purificazione della coscienza. Chiede qualcosa del tutto ragionevole, affatto difficile, anzi si potrebbe dire che è il minimo indispensabile. Per se stesso Giovanni Battista non fa sconti, ma tanta è la delicatezza da parte sua nei confronti degli altri. Egli è qui solamente per preparare i cuori ad incontrare la Salvezza stessa, Gesù “Colui che vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco“. Ciò costituisce la gioia totale e totalizzante che vive il Battista, la tipica gioia di chi si fa piccolo e povero in spirito per vivere una profonda comunione con il Signore.

Cari fedeli, l’icona per eccellenza dell’Avvento, è senza dubbio la Vergine Maria che ha reso possibile il primo Avvento di Cristo nella storia, con la sua incondizionata fede nella Parola di Dio. Ella non è certo il centro del Mistero della Salvezza che è, appunto, cristocentrico, ma si trova al centro, perché “Maria appartiene indissolubilmente al mistero di Cristo, ed appartiene anche al mistero della Chiesa sin dall’inizio, sin dal giorno della sua nascita” (S. Giovanni Paolo II, Redemptoris Mater, n. 27). Rivolgiamoci con fiducia a Lei, affidandoLe tutto noi stessi, le nostre famiglie e comunità, affinché la nostra esistenza si conformi sempre più alla misericordia di Dio che in Cristo Gesù ci viene donata.

Così sia!