“Vedo un ramo di mandorlo” Lettera alla comunità – Avvento2020

Lettera alla Comunità – Avvento 2020




Omelia Ordinazione Presbiterale don Maurizio Marchione

 

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Omelia Maurizio Marchione




Omelia inizio Visita Pastorale nella Zona Pastorale di Pontecorvo

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Omelia Inizio Visita Zona Pontecorvo




Omelia dell’ordinazione sacerdotale di don Andrea Pantone

Omelia dell’ordinazione sacerdotale di don Andrea Pantone

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Omelia Andrea Pantone




Omelia per l’ordinazione presbiteraledi Fra Giovanni Piacentini

Vivere e morire d’Amore

 

Omelia per l’ordinazione presbiterale di Fra Giovanni Piacentini, OFM.CAP.

Badia di Esperia, 12 settembre 2020

 

 

Carissimi presbiteri e diaconi, carissimo fra Giovanni,

cari amici, fratelli e sorelle,

 

la parola dell’apostolo Paolo presenta una significativa sintesi della vita cristiana come reale condivisione di tutto il mistero di Cristo: “Nessuno di noi, infatti, vive per se stesso e nessuno muore per se stesso, perché se noi viviamo, viviamo per il Signore, se noi moriamo, moriamo per il Signore. Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo del Signore” (Rm 14,7-8). La vita di ogni discepolo si misura con una sempre più personale, reale e totale adesione al Signore Gesù. Il compimento di tale processo lo indica e lo descrive lo stesso apostolo: “Sono stato crocifisso con Cristo, e non vivo più io, ma Cristo vive in me. E questa vita, che io vivo nel corpo, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me” (Gal 2,19-20).

 

Dire: Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo del Signore, significa dunque vivere nel corpo, cioè nella nostra concretezza relazionale, la sequela di Cristo, che matura e si perfeziona come imitazione del Maestro secondo le parole dell’apostolo: “Cristo sarà glorificato nel mio corpo, sia che io viva sia che io muoia. Per me infatti il vivere è Cristo e il morire un guadagno” (Fil 1,20-21).  Caro fra Giovanni, hai dalla tua parte colui che di questa esperienza ha dato viva testimonianza: il poverello d’Assisi è maestro di vita discepolare perfetta. L’esperienza mistica di Francesco è la chiave di volta di tutto il racconto agiografico, testimone della perfetta conformazione a Cristo. La sua conversione è il punto di partenza di una trasformazione spirituale che lo ha condotto ad un rinnovamento interiore realizzato attraverso la piena adesione al Signore Gesù.

 

Scrive Tommaso da Celano: “I frati che sono vissuti con lui sanno quanto fossero continui e quotidiani, quanto dolci e soavi, quanto benevoli e pieni d’amore i suoi discorsi su Gesù. La bocca parlava per la pienezza del cuore, e una fonte di amore ardente riempiva le sue viscere e si riversava al di fuori. Molto, certamente aveva in comune con Gesù: portava sempre Gesù nel cuore, Gesù sulla bocca, Gesù nelle orecchie, Gesù negli occhi, Gesù nelle mani, Gesù in tutte le altre membra [ ] E poiché con amore sconfinato portava e serbava sempre in cuor suo Cristo Gesù, e Cristo Gesù crocifisso, proprio per questo più degli altri è stato gloriosamente fregiato del segno di Colui che, in estasi, contemplava in una gloria indicibile e incomprensibile” (Vita del beato Francesco, IX 112-5).

 

Il beato Francesco ti insegna che quando viviamo per Lui, il Signore ci porta a una pienezza, a una gioia, a una letizia tali che superano qualsiasi nostra immaginazione. Quando Cristo è all’opera con la sua chiamata, afferra un essere umano, lo invita a sé, lo chiama per farlo partecipe della sua vita, della sua pienezza, della sua missione: nulla di noi che non gli appartenga. E per meglio vivere l’appartenenza al Signore dobbiamo soprattutto saper morire per Lui, rinnegando l’idolatria del nostro io, l’orgoglio nefasto delle nostre presunte capacità umane. Esorta ancora l’apostolo Paolo: “Voi infatti siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio! [ ]. Fate morire dunque ciò che appartiene alla terra: impurità, immoralità, passioni, desideri cattivi e quella cupidigia che è idolatria [ ] Scelti da Dio, santi e amati, rivestitevi dunque di sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di magnanimità. Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi” (Col 3,5-14).

 

Vivere e morire per il Signore impegna a vivere e a morire solo per amore! Vivere per amore è possibile se sappiamo morire ogni giorno; e morire per amore è fare del servizio agli altri l’unica ragione di vita nel nome e nell’amore di Cristo. La sua vita e la sua morte, il nostro vivere e il nostro morire, gridano lo stesso amore, e quando noi rispondiamo alla chiamata di Cristo, il Signore porta la nostra fragilità ad una pienezza tale da trasfigurare la nostra condizione umana in “sacramento” del suo Amore divino.

 

Vivere e morire con il Signore, carissimo fra Giovanni, significa consegnare a Lui la tua fragile umanità, il nulla delle tue debolezze. Non è inopportuno ricordare l’ammonizione di santa Teresa: “Se la vogliamo fare da angeli, probabilmente finirà che la faremo da demòni”. Il Rito di ordinazione oggi ti conforma sacramentalmente al mistero di Cristo, consegnando a Lui tutto quello sei. Lo Spirito Santo assume e trasfigura la tua concreta realtà umana; a questa sua azione ti sei già disposto docilmente con la Professione religiosa dei consigli evangelici della povertà, della castità e dell’obbedienza. Ma nulla di tutto ciò ti rende già perfetto. Resterai sempre mendicante della misericordia divina. San Francesco nella Lettera ai fedeli, che tra i suoi testi epistolari fu forse l’ultimo ad essere scritto, rivolgendosi a tutti i cristiani, ammoniva: “Coloro poi che hanno ricevuto la potestà di giudicare gli altri, esercitino il giudizio con misericordia, così come essi stessi vogliono ottenere misericordia dal Signore; infatti il giudizio sarà senza misericordia per coloro che non hanno usato misericordia” (num.191). E ancora: “E colui al quale è demandata l’obbedienza e che è ritenuto maggiore, sia come il minore e servo degli altri fratelli, e nei confronti di ciascuno dei suoi fratelli usi ed abbia quella misericordia che vorrebbe fosse usata verso di lui, qualora si trovasse in un caso simile. E per il peccato del fratello non si adiri contro di lui, ma lo ammonisca e lo conforti con ogni pazienza e umiltà” (nn. 197-198).

 

Caro fra Giovanni, la parabola del vangelo ti ricorda che tutto nella vita è frutto della misericordia di Dio, e tutto nel tuo ministero di prete deve parlare di misericordia. Così insegna il Papa: “Ci sono due cose che non si possono separare: il perdono dato e il perdono ricevuto … Tutti siamo debitori. Tutti. Verso Dio, che è tanto generoso, e verso i fratelli. Ogni persona sa di non essere il padre o la madre che dovrebbe essere, lo sposo o la sposa, il fratello o la sorella che dovrebbe essere. Tutti siamo “in deficit”, nella vita. E abbiamo bisogno di misericordia. Sappiamo che anche noi abbiamo fatto il male, manca sempre qualcosa al bene che avremmo dovuto fare” (Papa Francesco, 18 marzo 2020). Anche tu, fra Giovanni, sperimenterai di non essere il frate e il prete che dovresti essere, come anch’io sento di non essere il Vescovo che dovrei essere. Solo la misericordia di Dio dà respiro alla nostra felicità. Vita e ministero del presbitero sono manifestazione della misericordia divina. Tutto parla di compassione divina. Chi di noi sinceramente direbbe di sentirsi il peggiore peccatore del mondo? S. Francesco confessava di esserlo, non perché confrontava se stesso con gli altri, ma perché era così intimamente vivo nel suo cuore il senso del proprio peccato dinanzi a Dio che si sentiva sgomento e come schiacciato dal suo peso. Ricorda l’apostolo Giovanni: “Se diciamo di essere senza peccato, facciamo di Dio un bugiardo” (1Gv 1,10).  Non c’è nessuno di fronte a Dio che non debba cantare le sue misericordie: “Misericordias Domini, in aeternum cantabo” (Sal 89).

 

Questo è vero anche per Maria Santissima, di cui oggi ricorre la memoria del suo Santo Nome. Ella pure avrebbe dovuto contrarre il peccato originale, secondo l’insegnamento di s. Tommaso d’Aquino. La sua Concezione Immacolata è un privilegio per il quale è stata sublimiori modo redempta (Pio IX, Ineffabilis Deus). Dunque, redenta anche Lei, in modo sublime, ma pur sempre redenta. Nessuno, dunque, si può sottrarre al riconoscimento di dover tutto alla misericordia infinita di Dio. Solo un sentimento vivo del nostro peccato, della nostra ingratitudine a Dio, della nostra resistenza alla sua grazia, solo un sentimento di vero pentimento per questa nostra avarizia con Lui, ci mette, caro fra Giovanni, nella condizione più vera per potergli finalmente rispondere: Eccomi!

 

+ Gerardo Antonazzo

Omelia ordinazione Fra Giovanni Piacentini




Omelia nel trigesimo del vescovo Lorenzo Chiarinelli

Omelia nel trigesimo del vescovo Lorenzo Chiarinelli




Omelia per l’inizio della Visita pastorale nella Zona Aquino

Omelia per l’inizio della Visita pastorale nella Zona Aquino




Omelia per le esequie di don Tommaso Schedi

Omelia per le esequie di don Tommaso Schedi




Omelia per le esequie di don Gabbisrael Yoc

Vado a svegliarlo

Omelia per le esequie di don Gabbisrael Yoc 

Cassino-Chiesa Concattedrale, 20 agosto 2020

 

Ultimo dei sette segni compiuti da Gesù, quest’ultimo miracolo è il più grande e il più massiccio allo stesso tempo (Gv 11,1-57). La risurrezione dell’amico Lazzaro, infatti, rinvia all’autorità di Gesù sulla vita e sulla morte, e compendia il significato della sua venuta e della sua rivelazione: recare la vita in pienezza.

Nel racconto si passa ben presto dalla notizia riferita: “Signore, ecco colui che tu ami è malato”, alla reazione di Gesù: Lazzaro, il nostro amico, si è addormentato; ma io vado a svegliarlo. Don Gabbi, che Gesù ha amato scegliendolo con affetto di predilezione (Prefazio Messa crismale) è stato anche il nostro amico, l’amico dei molti che lo hanno conosciuto. È stata l’amicizia di un uomo semplice, essenziale, discreto, garbato; è stata l’amicizia di un prete riservato e allo stesso semplice e rispettoso nei tratti, familiare negli affetti, buono nelle relazioni.

Don Gabbi era nato a Chimaltenaga (Guatemala) il 3 agosto 1976. Cresciuto in una comunità di Azione Cattolica, dove ci sono state anche diverse vocazioni sacerdotali e religiose, ha sempre partecipato alle attività di quella comunità insieme ai suoi genitori, zii e nonni. In quella comunità ha seguito il cammino con il gruppo Sagrado Corazón de Jesús e con il gruppo giovanile Ave María. Sempre da bambino ha partecipato ad un gruppo chiamato San Juan Bosco, verso gli 11 anni si è unito al gruppo dei ministranti della parrocchia di Santa Ana de Chimaltenaga in Guatemala. Quando era al liceo all’età di 14 anni, una zia lo invitò ad iscriversi al seminario minore della Fraternità Missionaria di Maria, in Guatemala, dove continuò i suoi studi fino all’ordinazione sacerdotale. È stato ordinato presbitero il 6 gennaio 2001, come membro della Società di vita apostolica “Fraternità Missionaria di Maria”. Come religioso ha svolto il suo servizio pastorale in diverse comunità in Italia. Nel settembre del 2014 ha ottenuto il permesso di inserirsi nel presbiterio diocesano, per poi risultare incardinato nella diocesi di Sora-Cassino-Aquino-Pontecorvo.

Il nostro amico si è addormentato. La strategia narrativa del capitolo 11 di san Giovanni mira a risvegliare la fede dei discepoli. La questione posta è quella della sorte dei credenti alle prese con la malattia e la morte. Celebrando i misteri della Pasqua di Cristo, professiamo la nostra fede nel suo potere divino sulla malattia e sulla morte: don Gabbi si è semplicemente addormentato.

Le certezze della fede non ci immunizzano dal dolore e dal lutto, né dal lamento né dal pianto. La familiarità ordinaria che Lazzaro, Marta e Maria avevano tante volte condiviso con Gesù nella casa di Betania, non dispensa dalla tristezza e dallo smarrimento per la morte del fratello: Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Anche noi avremmo sperato ben altro per don Gabbi, e per questo in tanti abbiamo pregato. L’incontro di Gesù con Marta è seguito da quello con Maria. Le loro parole interpretano anche i nostri dubbi, le nostre tante domande irrisolte; i tanti perché lasciati a se stessi, gettano nella confusione e nello smarrimento. Gesù abbraccia il dolore delle due sorelle disperate, si mescola tra i Giudei presenti in pianto, e davanti all’amico già sepolto ha una reazione profondamente umana (vv. 33-35): si commuove, si turba, scoppia a piangere.

Gesù guarda la morte in faccia, la chiama per nome, sa stare di fronte all’amico nel dolore, non nasconde gli affetti umani che lo legano agli amici di Betania: “Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro … Dissero allora i Giudei: Guarda come lo amava!” (Gv 11,5.37). Anche oggi vogliamo immaginare il Signore davanti al feretro del caro don Gabbi: lui partecipa alla nostra sofferenza, condivide il nostro lutto, fa suo il nostro pianto. Spetta alla fede fare nostra la sua promessa. Lui prende un impegno molto serio con noi: Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno.

Ricordaci solo queste tue parole, Signore, e ci basta! Signore, dì ancora queste parole e rigenera la nostra speranza.

Profondamente divina si rivela la decisione di Gesù di intervenire, di contestare e contrastare il potere della morte. La tomba, spazio abitato dalla morte, diventerà, grazie alla fede, il luogo della manifestazione della presenza e della potenza di Dio (v.40). Avendo la certezza dell’assoluta fedeltà di Dio, ogni credente affronta senza disperazione la prospettiva ineluttabile della sua morte naturale. Così l’ha affrontata don Gabbi, soprattutto dal momento in cui è diventato consapevole della condizione irreversibile del suo stato di malattia. Abbiamo pregato insieme poche sere fa, per poi impartirgli l’assoluzione sacramentale. Quando ci siamo salutati, sapevamo che si trattava ormai di un addio, ma ci consolava il suo sereno stato di abbandono al morire, la profonda fede dei familiari presenti, in particolare l’amore struggente della madre che sin dalla prima notizia della malattia del figlio sacerdote si è messa in stato penitenziale di digiuno, assumendo solo pane e acqua. Il rito eucaristico al quale stiamo partecipando è il sacramento del “grazie” più grande che possiamo elevare a Dio, celebrando il mistero pasquale del Signore risorto, vincitore sulla morte e datore di vita eterna.

 

Il nostro amico si è addormentato.

Signore, accoglilo con te, nel tuo Regno;

Signore, donagli la gioia di contemplare il tuo volto;

Signore, ammettilo alla gloria della tua lode;

Signore compi per lui la tua promessa:

donagli la risurrezione e la vita.

Signore, vieni a svegliarlo!

Maranatha! Amen.

 

 + Gerardo Antonazzo




Omelia per Ammissione agli ordini di Danilo Messore

 

Omelia per Ammissione agli ordini di Danilo Messore

Basilica-Santuario di Canneto, 18 agosto 2020

 

Nella pagina del vangelo continua il dialogo tra Gesù e il giovane che lo interpella su ciò “che cosa bisogna fare di buono per avere la vita eterna” (Mt 19,16). Nella prima parte dell’episodio ritroviamo la risposta di Gesù che invita il giovane a osservare i comandamenti, richiamati alla memoria con alcuni esempi (vv.18-19). Di fronte alla risposta del giovane che afferma di osservarli (v. 20), Gesù gli prospetta una doppia esigenza: vendere i suoi beni, e seguirlo (v.21). Se da un lato il Maestro approva la pratica religiosa di questo giovane osservante della Legge, dall’altra non si esime dal proporgli qualcosa di più radicale, sempre nel pieno rispetto della libertà dell’interlocutore: “Se vuoi essere perfetto, va’, vendi, dona, vieni, seguimi!”. Verbi, questi, di un movimento libero dell’animo, espressivi di un dinamismo interiore totale e radicale.

Per possedere la vita eterna è necessario raggiungere il senso pieno della vita, mettendo le proprie decisioni “al sicuro” della volontà di Dio, sintonizzando le scelte da compiere con le intenzioni di chi mi chiama a seguirlo. Gesù invita a prendere in mano la propria vita che risponda al modo migliore e più bello di renderla preziosa, autenticamente “piena”, ma non di ciò che si corrompe, di ricchezze materiali o semplicemente umane, ma di un “tesoro” talmente prezioso e sicuro che Gesù lo posiziona “nel cielo”, in sintonia con i pensieri di Dio.

Al lettore attento non può sfuggire la continuità tra la ricerca della vita eterna e la sfida della perfezione. Gesù non richiede una perfezione di stampo morale. In questo senso, solo Dio è perfetto in quanto Bene assoluto. Gesù intende far capire che il senso pieno della vita lo si raggiunge nella misura in cui sappiamo portare a “perfezione” la nostra esistenza, mettendo a frutto tutte le potenzialità migliori. Tale esigenza di radicale perfezione riguarda la prospettiva propriamente “vocazionale”. In pratica, Gesù fa comprendere che nessuno può dirsi soddisfatto della propria esistenza, finchè non comprende cosa fare per portarla felicemente a compimento, a buon fine. A questo giovane Gesù presenta una proposta forte, adeguata e proporzionata alla sfida della sua stessa domanda e all’altezza dei suoi bisogni e aspirazioni interiori. Vale anche per te, Danilo: il Maestro ti offerta la possibilità di portare a compimento la tua vita scegliendo oggi in modo libero e responsabile di aderire a ciò che Dio ti chiede. Potrai così entrare non nella cerchia dei perfetti o dei “migliori”, ma nella elezione di coloro che impegnano la propria vita per la sequela totale di Gesù per servire la felicità degli altri. Il rapporto con gli altri nel nostro ministero presbiterale non serve come compensazione alle nostre frustrazioni, ma è ordinato al compimento della loro felicità.

Il giovane è lusingato da questa proposta, ma resta vittima di se stesso, delle ricchezze, dei suoi averi, del tornaconto, delle abitudini consolidate, delle comodità distribuite tra pantofole e divani: “Amici, Gesù è il Signore del rischio, è il Signore del sempre “oltre”. Gesù non è il Signore del confort, della sicurezza e della comodità. Per seguire Gesù, bisogna avere una dose di coraggio, bisogna decidersi a cambiare il divano con un paio di scarpe che ti aiutino a camminare su strade mai sognate e nemmeno pensate, su strade che possono aprire nuovi orizzonti, capaci di contagiare gioia … Dio aspetta qualcosa da te, Dio vuole qualcosa da te, Dio aspetta te. Dio viene a rompere le nostre chiusure, viene ad aprire le porte delle nostre vite, delle nostre visioni, dei nostri sguardi. Dio viene ad aprire tutto ciò che ti chiude. Ti sta invitando a sognare, vuole farti vedere che il mondo con te può essere diverso. È così: se tu non ci metti il meglio di te, il mondo non sarà diverso. È una sfida.” (Papa Francesco a Gracovia, Veglia di preghiera, 30 luglio 2016).

Nel giovane del vangelo la chiamata del Maestro incontra una dura e triste resistenza: il desiderio di vita è onesto, ma la paralisi della paura lo immobilizza nel cuore. Sentirsi materialmente “ricco” può non aprire al sogno di un mondo nuovo e alla possibilità reale di un nuovo modo di amare la vita. La gioia di un “pieno a perdere” della propria vita nel servizio per gli altri, è spesso barattato da tanti giovani chiamati alla sequela di Cristo con il “vuoto a perdere” di una vita comoda, insignificante e banale, mediocre e rinunciataria. Ad ogni giovane del nostro tempo Papa Francesco ricorda che Gesù “aiuta a scoprire un altro modo di vivere, diverso da quello che offre la cultura del provvisorio, secondo la quale nulla può essere definitivo ma conta solo godere il momento presente. In questo clima di relativismo, nel quale è difficile trovare le risposte vere e sicure … anche a voi Gesù rivolge il suo sguardo e vi invita ad andare e a stare con Lui … Non abbiate paura! Cristo vive e vuole che ognuno di voi viva. Egli è la vera bellezza e giovinezza di questo mondo. Tutto ciò che Lui tocca diventa giovane, diventa nuovo, si riempie di vita e di senso” (Messaggio ai giovani radunati a Medjugorje, 29 giugno 2020).

La dura constatazione di Gesù sul pericolo delle ricchezze, fa scattare la reazione dei discepoli: “”Chi può essere salvato?” (v 25). I rischi della ricchezza sono metafora dell’autosufficienza umana. E mentre l’uomo pensa di “possedere”, in realtà è soltanto posseduto da ciò che lo rende schiavo. Difficilmente la ricchezza è gestita da veri “padroni”, cioè con padronanza di cuore e di mente per non restarne soggiogati. Gesù voleva salvare il giovane da se stesso, liberandolo da ciò che lo possedeva. Le comodità umane gli scippano dal cuore la libertà e tarpano le ali ai suoi slanci spirituali. L’intervento dell’apostolo Pietro “Noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito; che cosa dunque ne avremo? (v. 27) attende una risposta. Gesù rivolgendosi ai presenti allarga a chiunque le promesse per quanti rispondono alla sua chiamata: “Chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli, o campi per il mio nome, riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la vita eterna” (vv. 28-29).

Caro Danilo, Gesù insegna che la realizzazione della propria vita non risponde alla domanda “per che cosa” vivere, ma piuttosto “per chi vivere”, per chi impegnare la propria esistenza. La sequela di Gesù ci spoglia di ogni “ricchezza” per riconoscere in Lui la ragione assoluta della nostra vita. Lui lo merita! Se è Dio a chiederlo, Lui merita questo tuo grande “Eccomi”: “Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola” (Lc 1,38). Te lo insegna la Vergine Bruna di Canneto, con il suo sguardo materno, serio e sereno.

Il Rito di Ammissione tra i candidati all’Ordine sacro recita che “i pastori e i maestri responsabili della tua formazione e tutti coloro che ti conoscono, hanno dato di te una buona testimonianza e noi la riceviamo con fiducia”. È davvero con particolare fiducia che oggi il tuo Vescovo e questa assemblea orante accoglie e incoraggia il tuo santo proposito, mentre prega il “padrone della messe” perché continui ad inviare nel campo dell’umanità operai degni e generosi, vocazioni secondo il suo cuore.

 

+ Gerardo Antonazzo




Omelia dell’Assunta del 15 agosto 2020

Regina perché Madre

Omelia per la solennità di Maria Assunta in cielo

15 agosto 2020

 Donna, se’ tanto grande e tanto vali,
che qual vuol grazia e a te non ricorre
sua disianza vuol volar sanz’ali.

(Canto XXXIII del Paradiso)

Così recita una strofa dell’Inno alla Vergine scritto nella Divina Commedia di Dante Alighieri, di cui nel 2021 ricorre il VII centenario della morte. Esaltando la grandezza e la dignità di Maria con il titolo di Donna, il poeta la riconosce sia come Regina (Donna, se’ tanto grande e tanto vali), sia come Madre (Donna … che qual vuol grazia e a te non ricorre…).

Di ogni Donna si usa dire che è “la regina della casa”, di ogni famiglia. Maria è consapevole del privilegio di una maternità inattesa: “Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente” (cfr. Lc 1,49). Mentre Lei esulta per la maternità divina, l’Onnipotente la esalta “eternizzando” in Cielo la regalità del suo amore materno: Maria, Regina del cielo, resterà sulla terra Madre per sempre e per tutti, di modo “che qual vuol grazia e a te non ricorre sua disianza vuol volar sanz’ali”! E’ la Donna della nostra speranza! La possiamo invocare, ad un tempo, “madre e regina del cielo e della terra”.

Non serve sotto­lineare ampollosamente la singolarità e l’esemplarità Maria, se poi non ci lasciamo illuminare e guidare dal suo sguardo nella vita quo­tidiana. Insuperabili, a questo ri­guardo, le parole di santa Teresa di Gesù Bambino, che invitano a prendere le distanze da una devozione mariana iperbolica, che è in realtà una vuota e triste scatola retorica: “Quanto desidererei essere sacerdote per parlare della S. Vergine! Mi sarebbe bastata una predica sola per dire tutto il mio pensiero. Avrei comin­ciato col far capire quanto poco cono­sciamo della sua vita. Non è necessario dire cose inverosimili, che poi nessuno conosce (…). Perché una predica sulla Santa Vergine mi piaccia e mi faccia del bene, mi deve far vedere la sua vita reale, non la sua vita presunta; sono si­cura che la sua vita fosse assolutamen­te semplice. La si mostra inaccessibile, bisognerebbe, invece, mostrarla imita­bile, farne scoprire le virtù, dire che vi­veva di fede come noi. Si sa bene che la Santa Vergine è la Regina del Cielo e della terra, ma è più Madre che regina (…). È bene parlare dei suoi privile­gi, ma non solo di quelli. Altrimenti, se ascolti una predica, e si è obbligati a sbalordirsi dal principio alla fine, e poi uno ne ha abbastanza! E può succedere che qualcuno arrivi perfino a sentirsi quasi allontanato di fronte a una creatura tanto superiore” (Parole di Santa Teresa di Gesù Bambino, annotate dalla sorella, Madre Agnese di Gesù, nel Quaderno Giallo, 21 agosto 1897).

Cari amici, la maternità di Maria cambia lo sguardo sulla nostra Città, e ci insegna a sognarla come Città regale perché materna. Il culto mariano è “scuola di maternità” capace di cambiare l’ethos del vivere sociale: “La pietà mariana delle popolazioni si è formata sotto l’influsso mirabile della devozione mariana (basiliana) alla Theotokos (Madre di Dio), una devozione coltivata … ed espressa in bellissime chiese e semplici edicole sacre, che vanno curate e preservate come segno della ricca eredità religiosa e civile della vostra gente” (Benedetto XVI, 14 giugno 2008). Dunque, la connessione intrinseca tra devozione mariana e la cultura sociale non può che promuovere la Città degli uomini, i suoi cittadini e le sue istituzioni, e il loro reciproco e costruttivo rapporto.

È, pertanto, necessario passare da una “pietà mariana” a volte astratta e generica, all’apprendimento di una “maternità mariana” che cambia la vita della Città e dei suoi figli. È questo il risvolto e la ricaduta civile e sociale di una Città devota di Maria. La Città devotamente mariana sa bene che il culto non può restare sterile e infruttuoso nella vita reale. La nostra devozione per la Vergine Maria Assunta in cielo, delinea e impregna di maternità il volto della Città, abitata e trasfigurata da cittadini “devoti” perché responsabili e protagonisti di un rinnovato vivere sociale, familiare e fraterno. È questo l’imprinting sociale della pietà popolare mariana; è questa l’implicanza mariana dentro una cittadinanza rinnovata e generativa. In altri termini: la pietà mariana di Cassino deve poter migliorare la vita di tutti, facendo progredire relazioni umane impregnate di socialità autentica. Questo è il tempo di chiedere a Dio un migliore impegno per un accresciuto senso morale e senso civile, ponendo un freno ai latrati che inneggiano all’odio e alla divisione: “Possa questa Madre premurosa rafforzare la vostra fede e la vostra speranza, e vi aiuti a contrastare sempre l’egoismo, l’indifferenza e l’individualismo per costruire una società fraterna e solidale … Mentre ci prepariamo a celebrare la Solennità dell’Assunzione della Beata Vergine Maria, affido voi e le vostre famiglie alla sua materna intercessione, perchè Ella sia guida nel nostro pellegrinaggio verso la pienezza delle promesse di Cristo” (Papa Francesco, 12 agosto 2020).

La “maternità mariana” educa e impegna sul versante di una “maternità sociale”. Siamo ben consapevoli che il principio fecondo di ogni forma di umanizzazione delle persone è la gioiosa esperienza della maternità. La maternità ci umanizza! La religiosità mariana umanizza la Città e la può edificare come una Città “formato famiglia”. Cassino ha bisogno di costruirsi come “Città Madre” che abbraccia, accoglie, incoraggia, consola, educa, fa crescere i suoi figli, nutre, cura, se ne fa carico, soprattutto nel tempo delle difficoltà. Come quella di Maria anche quella della Città è una maternità audace, coraggiosa, forte, stabile, educativa, coerente.

La “maternità sociale” di una Città fa sentire ogni cittadino come suo figlio. Non può mai dirsi “materna” la relazione sociale incattivita dalla maleducazione, dal disprezzo, dal sistematico discredito degli altri, dalla conflittualità, dalla difesa di poteri e privilegi. Lavoriamo insieme, sull’esempio della maternità regale della Madonna Assunta, per favorire e costruire insieme una maternità sociale di inclusione, cordiale e operosa, una maternità dell’abbraccio e dell’accoglienza, una maternità di mitezza, di comprensione, di custodia della dignità di ogni persona, di ogni famiglia, del lavoro, della giustizia, dell’onestà, della solidarietà verso i più deboli che rischiano lo scarto sociale.

L’offerta del Cuore a Gesù Salvatore e alla Vergine Assunta che tra poco faremo, vuole essere un atto di affidamento filiale e di cordiale gratitudine di ognuno di noi, dell’intera Città, al Cuore Immacolato di Maria. Il Messaggio del Santo Padre, Papa Francesco, che abbiamo ricevuto ieri esprime uno speciale affetto per i “cari cassinati”. Il Papa dichiara di conoscere bene la nostra pietà mariana rivolta all’invocazione della Madonna Assunta, avendo in mente anche il dono che la Città gli ha fatto della raffigurazione su lastra d’argento del simulacro dell’Assunta tramite il card. Pietro Parolin, presente a Cassino per l’elevazione della Chiesa Madre a Chiesa Concattedrale della diocesi. Sostenuti e confortati dall’affetto del Santo Padre oggi vogliamo mettere il nostro cuore nel cuore di Maria, continuando a custodire il cuore di Maria nel cuore di ogni cassinate, nel cuore di questa Città.

 

+ Gerardo Antonazzo




Omelia Esequie a padre Antonio Graniero

Omelia Esequie a padre Antonio Graniero




Omelia Esequie a don Mario Zeverini

Omelia Esequie di don Mario Zeverini




Maternità Divina – Omelia alla Vergine Maria, in Cassino

MATERNITÀ DIVINA – Omelia alla Vergine Maria Assunta, Cassino




Il Lavoro nel Covid-19: messaggio del vescovo Antonazzo

Messaggio del Vescovo Antonazzo al “Mondo del Lavoro”




Meditazione Ritiro Clero – Sacro Cuore di Gesù

Meditazione per il Ritiro del clero

19 giugno 2020

Solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù

Giornata di santificazione sacerdotale 

“beati i puri di cuore perché vedranno dio” (Mt 5,8) 

 premessa

Non dovremo parlare di “devozione”, ma di “spiritualità” del Cuore di Cristo: esso è sorgente di rinnovamento interiore, di purificazione, di ricostruzione della nostra interiorità a partire dall’amore vissuto secondo il Cuore di Cristo. Uno degli elementi più validi per contribuire al rinnovamento di questa spiritualità, è l’o­rientamento preso dagli studi biblici e teologici del nostro tempo: anzitutto quelli relativi alla persona stessa di Gesù, poiché la de­vozione al Cuore di Gesù si inserisce nella cristologia, e non solo (anche nella sote­riologia…)

 

prosegue… MEDITAZIONE DEL VESCOVO 19 giugno 2020




FAMIGLIA VERA BELLEZZA

Famiglia vera bellezza




Omelia Messa Crismale

L’omelia della Messa Crismale

Omelia Messa Crismale




L’omelia a Santa Restituta – “Amare da morire”

“Amare da morire” – Omelia Santa Restituta