Agenda Pastorale del Vescovo del 16 – 22 settembre 2019

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Omelia Ordinazione presbiterale di Mihai Giuseppe

Libero da tutto,  servo di tutti

Ordinazione presbiterale di Mihai Giuseppe

Sora-Chiesa Cattedrale, 25 agosto 2019

Gesù maestro insegna dalla “cattedra” della strada, istruisce la folla mentre Lui è in cammino: “Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto, egli prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme” (Lc 9,51). La strada si fa incontro, ascolto, cambiamento, decisione, salvezza. Svolge il suo insegnamento soprattutto sulle esigenze della sequela a quanti lo accostano per chiedere di far parte dei suoi, sulle condizioni di vita del discepolo, sulla reale disponibilità di quanti sono da Lui invitati a seguirlo. Oggi, un tale senza nome e senza volto, pone la domanda sulla possibilità della salvezza: “Signore sono pochi quelli che si salvano?” (Lc 13, 23). E’ la questione che sta a cuore ad ogni presbitero: cosa significa e come prendersi cura della salvezza?

Lottare per la salvezza

La letteratura apocalittica giudaica esorta a vivere nell’imminenza della venuta del regno di Dio, perché “coloro che periscono sono più numerosi di coloro che sono salvati” (4Esd 9,15). Gesù richiede un impegno specifico: sforzatevi (v. 24). Letteralmente: lottate, combattete (in greco: agonìzesthe). Dunque, nel nostro cammino verso il Regno c’è una lotta da condurre, una lotta dura, che è “il buon combattimento della fede” (1Tm 6,12). La lotta è condizione della salvezza, consapevoli che la porta stretta potrebbe diventare porta chiusa (v. 25). Nessuno può illudersi: la sequela di Gesù è a caro prezzo, costa fatica e impegno, richiede di combattere con le armi spirituali. La metafora del passaggio attraverso una porta stretta aiuta a cogliere la fatica e la difficoltà nella sequela di Cristo, è la strettoia della Passione. Gesù è orientato verso l’amore della Croce: il discepolo si conforma a questo amore di Cristo per salvare la propria esistenza. Solo l’amore ci salva! La vita cristiana è assimilabile ad una gara sportiva, ad una vera e impegnativa sfida, competizione, così diversa da una visione della vita facile, fiacca, comoda, per nulla esigente.

San Paolo nella seconda lettura parla della propria salvezza utilizzando le immagini sportive della corsa e del pugilato (vv. 24-27), due discipline sportive che facevano parte dei giochi istmici che si svolgevano ogni due anni a Corinto. Paolo insegna la necessità di una disciplina necessaria nella vita del cristiano, comprese determinate rinunce volontarie. Se, dunque, l’atleta che lotta per una corona corruttibile è disciplinato in tutto, a maggior ragione il discepolo di Gesù deve essere pronto a determinate rinunce, per sperare nel raggiungimento della meta, l’eternità.

Tutto io faccio per il Vangelo

Il tuo ministero deve incarnare con chiarezza la passione per la missione salvifica. Ti stia sempre a cuore la salvezza dei fratelli: “Mi sono fatto tutto per tutti, per salvare a ogni costo qualcuno” (1Cor 9,22). Sì, caro don Giuseppe, il tuo amore per gli altri deve riguardare tutti, a partire dagli ultimi: “Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio”. Stare seduti a tavola con i patriarchi e i profeti richiama l’immagine tradizionale della beatitudine finale, escatologica, riservata agli eletti (Is 25, 6-8; Lc 16,23). E’ il capovolgimento della situazione riguardo alla salvezza finale: gli ultimi (i pagani), potranno prendere il posto degli eletti (i giudei). L’esercizio del ministero presbiterale riceve forma dall’ecclesiologia della Chiesa in uscita, la cui missione è universale nella misura in cui si rivolge a chiunque, senza esclusioni di sorta. Il cuore del presbitero presta il tessuto umano del proprio cuore all’amore di Dio, senza preferenze di categorie sociali o culturali: “Non ci sono fra voi molti sapienti dal punto di vista umano, né molti potenti, né molti nobili. Ma quello che è stolto per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i sapienti” (1Cor1, 26-27). Paolo dimostra di saper adattare il suo comportamento missionario ad ogni genere di persone di volta in volta incontrate, pur di salvare ad ogni costo qualcuno (v. 22).

 Fiducia e misericordia

Caro don Giuseppe, l’ordinazione presbiterale ti rende partecipe della missione salvifica di Cristo, ti fa ardere il cuore di compassione per la salvezza dei fratelli e delle sorelle del nostro tempo. Il tuo cuore sia colmo di gratitudine per la fiducia e per la misericordia di Dio su di te. Innanzitutto, la fiducia di Dio su di te: “Rendo grazie a colui che mi ha reso forte, Cristo Gesù Signore nostro, perché mi ha giudicato degno di fiducia mettendo al suo servizio me” (1Tm 1,12). Poi, la misericordia di Dio su di te: Questa parola è degna di fede e di essere accolta da tutti: Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori, il primo dei quali sono io”(1Tm 1,15-16). Oggi il Signore prende la tua libertà e la rende responsabile della vita dei tuoi fratelli. Lasciamo parlare ancora l’apostolo Paolo: “Non sono forse libero, io?” (1Cor 9,1). E risponde: “Essendo libero da tutti, mi sono fatto servo di tutti per guadagnare il maggior numero” (v. 19). Scrive s. Tommaso d’Aquino: “La vita dell’uomo consiste nell’affetto che principalmente lo sostiene, e nel quale trova la sua più grande soddisfazione” (Summa Theologiae, IIa, IIae, q. 179, a.1). L’affetto principale che dovrà colmare il tuo cuore di pastore dovrà essere l’impegno per la salus animarum. Amava ripetere s. Giovanni Maria Vianney: “Il sacerdozio è l’amore del cuore di Cristo”. Commenta Benedetto XVI: “Penso a tutti quei presbiteri che offrono ai fedeli cristiani e al mondo intero l’umile e quotidiana proposta delle parole e dei gesti di Cristo, cercando di aderire a Lui con i pensieri, la volontà, i sentimenti e lo stile di tutta la propria esistenza. Come non sottolineare le loro fatiche apostoliche, il loro servizio infaticabile e nascosto, la loro carità tendenzialmente universale?” (16 giugno 2009).

Servo di tutti, schiavo di nessuno

Don Giuseppe, abbi cura della tua stessa salvezza, perché “chi crede di stare in piedi, guardi di non cadere” (1Cor 10,12). L’apostolo invita ciascuno alla vigilanza: “Dedicatevi alla vostra salvezza con rispetto e timore… per essere irreprensibili e puri, figli di Dio innocenti in mezzo a una generazione malvagia e perversa. In mezzo a loro voi risplendete come astri nel mondo” (Fil 2, 12-15). Lo stato di vita presbiterale non è un ascensore sociale o una promozione economica. Prenditi cura di te come credente e come presbitero, a partire dalle profonde ragioni della tua vocazione, ravvivate da un permanente discernimento sulla fedeltà alla chiamata divina, “perché non succeda che, dopo avere predicato agli altri, io stesso venga squalificato” (1Cor 9, 27). Rifuggi la finzione e l’ipocrisia: le promesse che oggi hai pronunciato ti impegnano davanti a Dio e alla Chiesa. Scrive s. Ignazio di Antiochia nella Lettera ai cristiani di Magnesia: “Per il rispetto di chi ci ha voluto bisogna obbedire senza ipocrisia alcuna, poichè non si inganna il vescovo visibile, bensì si mentisce a quello invisibile. Non si parla della carne, ma di Dio che conosce le cose invisibili (III,1-2). Guardati bene dal rischio di adagiarti, dalla tentazione delle comodità, dalle dissipazioni del cuore, ingannato dalla ricerca narcisistica del proprio benessere. La ricerca di sicurezze e gratificazioni sfigura il vero volto del nostro servizio ai fratelli, e rende irriconoscibile il perché del nostro essere diventati preti. Deturpa il volto della nostra sequela di Cristo e della nostra Chiesa. Se come preti perdiamo per primi la memoria di Dio, per lasciare spazio tornaconti e calcoli di comodo, il nostro servizio perde di consistenza, il cuore si indurisce, gli altri non conteranno più. Affido a te, caro don Giuseppe, la medesima esortazione che l’apostolo rivolge a Timoteo: “Custodisci ciò che ti è stato affidato” (1Tim 6, 20).

  + Gerardo Antonazzo




Omelia per le Missionarie delle Fede a Pontecorvo

Evidenza ed eccedenza dell’Amore

Professione religiosa perpetua

Missionarie della fede

Pontecorvo, chiesa Sacro Cuore, 24 agosto 2019

Abbiamo ascoltato la chiamata di queste sorelle, oggi presenti dinanzi all’altare per la Professione religiosa perpetua. Il rito solenne di questa eucaristia è celebrazione nuziale: il comando di Gesù Fate questo in memoria di me ci impegna a vivere di quell’amore nuziale che Cristo ha consumato per noi sulla Croce. E’ l’amore che stipula la nuova ed eterna alleanza, il nuovo e definitivo patto nuziale tra Cristo e la Chiesa redenta dal suo sangue, a favore dell’intera umanità.

Le candidate alla professione religiosa perpetua oggi chiedono di seguire Cristo come sposo nella famiglia religiosa delle Missionarie della fede. Mi domando: Cristo è “sposo” forse soltanto per chi professa i consigli evangelici? Se Cristo sulla croce ha celebrato le nozze del suo amore per la Chiesa a favore dell’umanità, e se il brano di san Paolo che abbiamo proclamato con la seconda lettura illumina la posizione di ognuno di noi quale membro del “corpo” che è la Chiesa-sposa di Cristo, è evidente che tutti noi formiamo e siamo partecipi della Chiesa-sposa di Cristo. Al corpo di Cristo corrisponde il corpo della Chiesa, come nella prima coppia Adamo-Eva. Al corpo di Cristo corrisponde il corpo della Chiesa, e di questo corpo siamo partecipi tutti i battezzati. Il corpo è composto da molte membra, e la differenza delle membra fa la differenza della partecipazione all’amore di Cristo-sposo. Non partecipano solo alcune membra del corpo ma tutto il corpo, o meglio tutta la persona, entra in relazione d’amore con Cristo-Sposo, tutte le membra del corpo della Chiesa entrano in relazione con l’amore di Cristo-sposo, ognuno secondo il proprio stato di vita e grazie alla specifica vocazione battesimale.  Tutti noi sulla terra siamo partecipi del banchetto nuziale di Cristo attraverso l’Eucaristia, mentre in cielo vivremo una relazione immediata con Cristo perché “quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è” (1Gv 3,2), senza la mediazione dei sacramenti. Di conseguenza, tutti siamo chiamati a rispondere all’amore di Cristo che si alimenta del banchetto nuziale dell’Eucarestia di ogni domenica, perché non si ama lo sposo una volta al mese, o una domenica sì e cinque mesi no!

Queste nostre sorelle che oggi si consacrano a Cristo-sposo hanno riconosciuto la chiamata ad amare per sempre e con tutte le loro forse il Signore Gesù, collocandosi all’interno del corpo della Chiesa nel cuore della sposa di Cristo. Il cuore aiuta tutte le altre membra a voler bene all’Amato: con la professione religiosa ricevete dal Signore la grazia di partecipare al cuore della Chiesa e testimoniare l’evidenza e anche l’eccedenza dell’amore per Gesù, un amore grande, davvero superiore alle nostre forze. L’amore per il quale vi impegnate a favore di Cristo nella Chiesa non è risultato della vostra bravura, delle vostre forze umane. E’ una speciale grazia soprannaturale.  Ricordate tutti il bellissimo brano di Santa Teresina di Gesù Bambino, donna di clausura: “Considerando il corpo mistico della Chiesa, non mi ritrovavo in nessuna delle membra che san Paolo aveva descritto, o meglio, volevo vedermi in tutte. La carità mi offrì il cardine della mia vocazione. Compresi che la Chiesa ha un corpo composto di varie membra, ma che in questo corpo non può mancare il membro necessario e più nobile. Compresi che la Chiesa ha un cuore, un cuore bruciato dall’amore … Nel cuore della Chiesa, mia madre, io sarò l’amore ed in tal modo sarò tutto e il mio desiderio si tradurrà in realtà” (Manuscrits autobiographiques, Lisieux 1957, pp.227-229).

La professione religiosa fondata sui consigli evangelici di obbedienza, povertà e castità colloca ogni consacrato nel cuore della Chiesa: grazie al funzionamento del cuore, quindi grazie all’amore, tutte le membra del corpo funzioneranno a meraviglia. Tali consigli non sono una costrizione, non sono un’imposizione, nè un ricatto per chi desidera amare il Signore in ogni cosa e sopra ogni cosa (Colletta XX del T.O). Care sorelle, voi oggi confermare la vostra libertà interiore: libertà di mente, perché consapevoli della vostra risposta alla chiamata soprannaturale; libertà di cuore, perché amate profondamente ciò che desiderate; libertà di vita, perché abbandonate ogni cosa per non essere padroni di nulla e di nessuno, e condividere nella vita comunitaria la squisita sobrietà propria delle vergini promesse solo a Cristo. I consigli evangelici nella vita consacrata non devono subire alcuna contaminazione mondana. Obbedienza significa obbedire allo Spirito di Dio, e basta; altrimenti è fare un passo indietro; spesso abbiamo troppo edulcorato e annacquato i principi fondamentali del Vangelo, per finire di disattendere e compromettere la chiamata del Signore. L’obbedienza nella Chiesa è docilità allo Spirito: i Profeti sono stati docili e obbedienti allo Spirito della profezia; Gesù si è sottomesso allo Spirito che lo spingeva nel deserto per essere tentato (Mc 1,12); la sua missione è obbedienza la consacrazione nello Spirito Santo durante il battesimo di Giovanni. E  “i segreti di Dio nessuno li ha mai conosciuti se non lo Spirito di Dio. Ora, noi non abbiamo ricevuto lo spirito del mondo, ma lo Spirito di Dio per conoscere ciò che Dio ci ha donato” (1Cor 2,11-12).

La nuzialità esclusiva con Cristo esige un cuore puro. La verginità è la seconda condizione evangelica per appartenere totalmente a Cristo. La professione perpetua impegna nel custodire la verginità del cuore: si tratta di vivere in uno stato permanente di purificazione del cuore. La verginità è custodita da un processo continuo di disintossicazione dai veleni della mondanità che inquina e perverte le nostre iniziali intenzioni. La povertà è necessaria alla missione apostolica nella quale la vita consacrata deve risplendere nella testimonianza dell’unica ricchezza, Cristo. Nei giorni passati abbiamo visto migliaia di pellegrini arrivare a piedi a Canneto, per venerare l’effigie della Vergine Bruna. Il pellegrino sa scegliere la povertà per il suo cammino: pochezza di mezzi, sobrietà di pesi, essenzialità di risorse, disponibilità alla fatica, perseveranza nel cammino, desiderio della meta. Anche riguardo alla povertà il diavolo si infila come uno spiffero sottile ma dannoso attraverso le finestre della vita.

Care sorelle, intraprendere con gioia e fiducia il santo viaggio della perseveranza nello stato di vita nel quale oggi Cristo-sposo vi introduce, come in una stanza nuziale. La gente ha il diritto di capire la vostra scelta di vita, da cui tutti possono imparare a vivere secondo il comandamento del Signore “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: Amerai il tuo prossimo come te stesso (Mt 22,38-39). Siete chiamate per prime ad esprimere e a far risplendere in modo evidente, esemplare e profetico l’amore della Chiesa per Cristo che vi ha volute nel cuore di questo corpo per poter essere il cuore di un amore obbediente, verginale e povero.

+ Gerardo Antonazzo




Agenda Pastorale del Vescovo dell’11 – 18 agosto 2019

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Omelia per il 50° di sacerdozio di don Remo Marandola

Preti di strada

Omelia per il 50° di sacerdozio di don Remo Marandola

Elia Fiume Rapido, 13 luglio 2019

Nei tre vangeli sinottici la parabola del buon samaritano sviluppa l’iniziale dialogo tra Gesù e uno specialista delle Sacre Scritture. Nel vangelo di Luca, a differenza di Matteo e Marco, ciò che dà origine al dialogo non è la questione circa il comandamento più importante, ma sul “cosa devo fare per ereditare la vita eterna?”. L’interlocutore desidera capire bene cosa fare per ricevere da Dio la vita eterna nel Regno. Il suo bisogno reale è capire come vivere per compiere la volontà di Dio, e dare alla propria esistenza un senso compiuto in armonia con gli insegnamenti della Legge divina. Il dottore della Legge, discepolo senza dubbio di un giudaismo più liberale, alla provocazione con la quale Gesù rimanda al mittente la questione, dichiara che l’essenziale della volontà di Dio si trova nel comandamento dell’amore.

Carissimo don Remo, grazie alla parabola raccontata dal Vangelo odierno tu puoi rileggere la vicenda vocazionale e presbiterale che ti riguarda e di cui oggi sei riconoscente al Signore.  Il suo amore di predilezione ti ha chiamato alla sua sequela, e cinquant’anni fa ti ha consacrato per inviarti come suo messaggero di salvezza: “Con affetto di predilezione sceglie alcuni tra i fratelli che mediante l’imposizione delle mani fa partecipi del suo ministero di salvezza [  ]Tu proponi loro come modello il Cristo, perché, donando la vita per te e per i fratelli, si sforzino di conformarsi all’immagine del tuo Figlio, e rendano testimonianza di fedeltà e di amore generoso” (Prefazio della Messa Crismale). Queste parole esaltano il significato inequivocabile della nostra vocazione e del nostro ministero. Il radicamento di quello che siamo come presbiteri risiede esclusivamente nella scelta libera e imponderabile del Signore; mentre il compimento della nostra missione si realizza solo “donando la vita per te e per i fratelli”. Pertanto, la scommessa della nostra piena fedeltà alla missione affidataci non si esaurisce nel servizio del tempio, ma si compie lungo la strada. Sì, preti di strada, perché Dio stesso è sempre in cammino, e mette in cammino i personaggi dell’Antico Testamento; Gesù attraversa città e villaggi, percorre le strade polverose e assolate lungo le quali incontra, insegna, ascolta, guarisce, chiama, converte. Dispensa i segni del Regno sempre lungo la strada. Anche del Samaritano, che è Gesù stesso, si dice “che era in viaggio”; come anche un sacerdote, e un levita. I primi due vedono l’uomo ferito e abbandonato, il loro sguardo degenera in pregiudizio, fino ad allontanarli dalla richiesta di aiuto. L’uno e l’altro “vide, e passò oltre”. Preferiscono trincerarsi dietro i doveri del tempio e le regole del sacro, piuttosto che compiere i gesti di umanità che erano necessari. Entrambi allungano il passo dall’altra parte della strada, fanno una deviazione per passare a distanza. Il Samaritano, invece, decide di fermarsi indipendentemente dall’identità sociale o religiosa del malcapitato, “vide e ne ebbe compassione”. Tale comportamento rimette in gioco la questione iniziale del “Chi è il mio prossimo?” e la trasfigura in una domanda ancor più innovativa e impegnativa: “Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?”. Il prossimo non esiste, ma prossimo è colui che quale io decido di farmi prossimo! Gesù ha riportato la definizione del prossimo nel cuore del bisogno umano di compassione.

Caro don Remo, Gesù è il buon Samaritano. Egli si prende cura dell’uomo, e lo affida alle ulteriori cure e premure dell’albergatore, che siamo noi. Anche a te, come all’albergatore della parabola, consegna due denari, cioè i due comandamenti dell’amore, con l’invito. “Abbi cura di lui”. A me oggi riconsegnare i due denari a te come a ciascuno dei presbiteri, e dire: “Abbi cura di lui…va’ e anche tu fa’ così”. La gioia, la pienezza, e la cura del nostro ministero passa dalla fedeltà e dalla qualità della nostra risposta all’amore di Dio e del prossimo. E’ tutto qui il contenuto e lo stile del nostro essere presbiteri, sollecitati a non separare mai il primato e il servizio di Dio, dalla compassione per la dignità di ogni gli uomo e di ogni donna del nostro tempo, senza distinzioni di razza, religione, identità culturale e sociale. Le disattenzioni del sacerdote e del levita rinverdiscono oggi purtroppo in tante forma di respingimento, di esclusione, di scarto, di chiusura, di frontiere e muri. E’ la perversione del vero umanesimo e del Vangelo! Se in ogni famiglia umana i fratelli e le sorelle non si scelgono, ma si accolgono per quello che sono, tanto più il comandamento dell’amore non ci consente di scegliere o ignorare il prossimo.

Nei cinquant’anni del tuo ministero sacerdotale hai cercato di unire il primato di Dio, che ti ha scelto al suo servizio, ad un amore indiviso per lui e condiviso concretamente nel servizio ai fratelli, soprattutto i più fragili. La domanda di vita piena che il dottore della Legge pone a Gesù sia per te motivo di rinnovata gioia e di slancio nel riconoscere nel servizio ai fratelli per amore di Cristo l’unica ragione che dà pienezza alla tua vita. Grazie per il tuo servizio pastorale fedele, intelligente, generoso. Conosco personalmente la tua premura soprattutto verso i bisogni delle persone in difficoltà, in modo speciale verso quanti sono in stato di malattia assistiti nelle famiglie o nelle case di cura. Conosco la tua sollecitudine nel portare una parola di vicinanza, di consolazione a chi è nella dura prova della sofferenza. Sei prossimo e presente soprattutto con la grazia dei sacramenti di guarigione. Ti sono profondamente riconoscente e grato per questa vicinanza fattiva e operosa a chi è in condizioni di malattia.

Consegno la ricchezza spirituale del tuo sacerdozio e le povertà umane delle comuni fragilità alla Madonna delle indulgenze perché continui ad essere per te Madre orante e sollecita, come per gli apostoli nel Cenacolo.

 

+ Gerardo Antonazzo




Cresime nella Basilica Concattedrale di Aquino

Cresime nella Basilica Concattedrale di Aquino

Perfetti cristiani e soldati di Cristo

Sabato 1 giugno, vigilia della solennità dell’Ascensione di Gesù Cristo, S.E. Mons. Gerardo Antonazzo, vescovo diocesano ha impartito, durante la Santa Messa Solenne celebrata presso la Basilica Concattedrale di San Costanzo V. e San Tommaso d’Aquino, il sacramento della confermazione a 45 ragazzi della parrocchia aquinate.

Un sacramento importante per i giovani che, avendo ricevuto il dono dello Spirito Santo, sono confermati nella fede di Cristo trasmessa dagli Apostoli nell’ambito, tra l’altro, di una solennità della Chiesa che ricorda il ritorno di Gesù al Padre.

Al termine della Liturgia della Parola, l’arciprete parroco don Tommaso Del Sorbo ha presentato i cresimandi e li ha chiamati per nome, uno ad uno, prima che essi manifestassero la loro volontà, rispondendo alle domande previste dalla liturgia, di essere confermati nella fede ricevuta il giorno del Battesimo.

Nell’omelia, scherzosamente, Mons. Antonazzo ha chiesto ai ragazzi se preferissero usare il telefono cellulare o ascoltare le parole del Pastore e, al loro posto, i sorrisi degli adulti sono stati in grado di rispondere alla domanda. Questo perché, ha proseguito il vescovo, ci si chiede se i ragazzi, a quest’età, siano pronti di ricevere questo sacramento. Ebbene i ragazzi, ha sostenuto il vescovo, sono pronti ma non capaci; perché acquisiranno la capacità dai doni di Dio posti alla base della Confermazione. Riportando un paragone con il mondo campestre, S.E. ha concluso sostenendo che i ragazzi sono come un terreno: oggi ricevono il seme, che viene coltivato grazie all’aiuto di Dio, per mezzo dei padrini e dei genitori, per diventare pronto con la maturità loro. I doni, però devono essere alimentati; ce ne da testimonianza il Signore Gesù, come riportato nel vangelo della liturgia della solennità, che benedice i suoi e li lascia lì. La benedizione, al tempo di Gesù, era un augurio per il viaggio che si doveva affrontare. La benedizione che hanno ricevuto i ragazzi con il Sacro Crisma è segno di fortezza e di conferma nella fede che Gesù ha trasmesso agli apostoli.

Al termine dell’omelia, dopo aver invocato lo Spirito Santo sull’assemblea, i cresimandi con i padrini si sono portati innanzi al Vescovo che ha tracciato con il Sacro Crisma un segno di croce sulla loro fronte. Momenti emozionanti e importanti ma pieni di gioia, tangibili dai loro sorrisi prima tesi ed infine distesi.

La celebrazione eucaristica, dopo la benedizione, si è conclusa con la consueta foto ricordo con il vescovo.

Andrea Marinelli

Foto Giorgia Lupidii

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Omelia per la Solennità di Pasqua 2019

 

AGNUS REDÉMIT OVES

Omelia per la solennità di Pasqua

21 aprile 2019

 

INDIZIONE DELLA VISITA PASTORALE

Christus vivit: è l’annuncio pasquale che Papa Francesco ha consegnato al cuore dei giovani e a tutto il popolo di Dio con la sua Esortazione apostolica post-sinodale. “Cristo vive. Egli è la nostra speranza e la più bella giovinezza di questo mondo…accanto a te c’è il Risorto, che ti chiama e ti aspetta per ricominciare” (n. 2). L’Agnello ha redento il suo gregge, e il Pastore risorto riprende in pienezza la vita donata sulla croce. Il masso rimosso dal sepolcro, segna la caduta del muro più triste, quello della morte. D’ora in poi si potrà passare dall’altra parte senza paura!

Io dò la vita

 Gesù Risorto inaugura un’esistenza umana risplendente di luce e di bellezza divina, piena di vita: “Io do loro la vita eterna e non andranno mai perdute e nessuno le rapirà dalla mia mano.” (Gv 10, 27-30). Il contesto nel quale Gesù pronuncia questo insegnamento è quello della festa di Hanukkàh, della Dedicazione, che celebrava la riconsacrazione del nuovo tempio. Per tale festa, venivano portati nel Tempio gli agnelli allevati per il sacrificio e l’olocausto. Nell’intimità del Cenacolo, Gesù annuncia il sacrificio del suo corpo e il versamento del suo sangue, sostituendo all’agnello dell’antica pasqua ebraica l’offerta della sua vita: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici” (Gv 15,12-13).  Oggi la lode della Chiesa canta l’amore del Pastore che preserva il suo gregge dal pericolo della distruzione e dalla minaccia della morte pagando in prima persona il prezzo più alto.

Amare è servire

Si coglie facilmente la duplice missione svolta da Gesù: quella del pastore che guida e nutre le sue pecore, e quella dell’ agnello sacrificato sull’altare della croce: “Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca; era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, e non aprì la sua bocca” (Is 53,7). Il pastore, a differenza del mercenario che davanti ad un pericolo imminente sacrifica la vita delle pecore per mettere in salvo la sua, mette a repentaglio la propria vita per difendere e custodire quella del gregge. Noi siamo stati riscattati da ogni forma di illusione e di schiavitù “con il sangue prezioso di Cristo, agnello senza difetti e senza macchia…predestinato già prima della creazione del mondo» (1Pt 1, 19-20). L’amore autentico è sempre di natura “sacrificale”, comporta sempre la sofferenza personale: chi ama è disponibile a sacrificare qualcosa di sé. Gesù merita la fiducia dell’uomo, il suo amore è credibile perché ha pagato con la vita e ha confermato con il sangue la credibilità delle sue promesse. La vita di troppa gente oggi viene illusa da mercenari senza scrupoli, pronti a promettere ciò che non potranno mai compiere, pur di ingannare, per poi condannare le persone al delirio del tradimento di ogni speranza. Agnello crocifisso, con il suo sangue ha scritto i nostri nomi in Cielo. E’ questa la verità, unica fonte di vera gioia, pascolo e cibo di vita eterna che ci dona il nutrimento del perdono divino. Gesù è il Pastore vero, che distrugge nella sua morte la menzogna e la falsità degli idoli terreni e delle promesse insensate, e ci consegna l’esempio di un’esistenza spesa per amare e per servire. Oggi il sepolcro è rimasto vuoto: i teli e i lini che avvolgevano il cadavere di Gesù, sono al loro posto, non manomessi, come l’involucro di una crisalide volata via. L’altro discepolo, corso insieme a Pietro, entrò nel sepolcro, e vide e credette. Credere: sì, perché il sepolcro lasciato vuoto dà ragione alle parole con le quali Gesù aveva promesso di riprendere nuovamente la sua vita (Gv 10,17).

Ero morto, ora vivo per sempre

Gesù, vero Pastore, oggi vive e opera nel ministero dei suoi Pastori.

Carissimi, esattamente sei anni fa il Signore mi ha chiamato a diventare Pastore di questa nostra Chiesa diocesana di Sora-Aquino-Pontecorvo, in seguito mutata Sora-Cassino-Aquino-Pontecorvo. Oggi, inizio del settimo anno del mio ministero in mezzo a voi, in tutte le comunità parrocchiali verrà portata a conoscenza la Lettera con la quale decreto l’Indizione della prima Visita Pastorale in tutta la nostra Chiesa particolare. Il significato ecclesiale della Visita è molto forte: sarà Cristo, nella persona e nel ministero del Vescovo,  a visitare e ad “abitare” le comunità che formano la nostra Chiesa particolare. A tutti voi l’ invito: Apri, e ascolta Colui che bussa alla porta di Casa! Nel libro dell’Apocalisse si legge che il Signore Risorto si è reso presente nelle prime sette chiese dell’Asia Minore. Ad una di queste (Laodicea) annuncia: “Sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me” (Ap 3,20).  Nel rito di ordinazione episcopale il celebrante si rivolge con queste parole al nuovo Vescovo: “Ricevi il pastorale, segno del tuo ministero di pastore: abbi cura di tutto il gregge, nel quale lo Spirito Santo ti ha posto come vescovo a reggere la Chiesa di Dio”. Percorrendo le strade delle nostre comunità con il segno del pastorale, il Vescovo busserà al cuore dei credenti e dei non credenti. Apriamo la porta, accogliamo il Signore risorto, ascoltiamo nella voce del Vescovo le parole del Pastore buono, accogliamo l’invito alla mensa della sua Parola e del suo Corpo, e crescere come suo Corpo vivo, la Chiesa: Corpo mistico, reale, visibile, divino e umano, santo e sempre bisognoso di purificazione, vivente nella storia ma orientato verso il compimento della Pasqua eterna nel suo Regno.

                                                                                                                                                 + Gerardo Antonazzo




Agenda Pastorale del Vescovo del 15 – 21 aprile 2019




Agenda Pastorale del Vescovo dell’8-14 aprile 2019




Agenda Pastorale del Vescovo del 1 – aprile 2019




Omelia Ordinazione diaconale di Mihai Giuseppe – 19 marzo 2019

svegliarsi dal sonno, custodire i sogni

Ordinazione diaconale di Mihai Giuseppe

e conferimento dell’Accolitato a Luca Consales

Sora-Chiesa Cattedrale, 19 marzo 2019

La liturgia di san Giuseppe, sposo-padre-custode, illumina in modo singolare il rito di ordinazione diaconale di Giuseppe e il conferimento del ministero dell’accolitato a Luca. La sua testimonianza è particolarmente silenziosa, perciò ancor più eloquente per la vita della Chiesa e di ogni credente. “Il silenzio di Giuseppe è abitato dalla voce di Dio e genera quell’obbedienza della fede che porta a impostare l’esistenza lasciandosi guidare dalla sua volontà” (Papa Francesco, 1° maggio 2018). L’assenza di parole attesta la profondità e la serietà di un cordiale ascolto nei confronti di Dio. Nel silenzio cresce la fede e la libertà del cuore; il silenzio è il crogiuolo purificatore del cuore, posto di fronte al mistero di Dio-Santo. Tutto della esemplarità di san Giuseppe sembra dire: nulla senza Dio, nulla diversamente dalla sua Parola.

Credere è rispondere

La vicenda personale di san Giuseppe è una trama vocazionale che parla di una speciale chiamata alla fede. Proprio come nella vicenda di Abramo, il quale “per fede, chiamato da Dio, obbedì, partendo…” (Ebr 11,8). Ogni vocazione è una intensa esperienza di fede che invita a cambiare abitudini, programmi, speranze umane, se necessario anche luoghi, per accogliere nuove condizioni ed esperienze esistenziali. Rispondere è obbedire, e l’obbedienza è il frutto dell’ascolto: Dio chiama Abramo a uscire da paure e resistenze, e progettare con Lui il proprio futuro. La vocazione è perciò un’esperienza esodale di alto profilo e di alta qualità interiore. Abramo è invitato ad uscire da se stesso, ad andare oltre se stesso, ad abbandonare la sicurezza della casa paterna e ad osare il passo nella direzione dei sogni di Dio, verso “il paese che ti farò vedere” (Gen 12,1). Dio chiede sempre di muoversi nella fiducia più radicale e nella libertà. Si tratterà per Abram di un cammino di pazienza, di un lento apprendistato che lo porterà ad esplorare lo spazio aperto della relazione con il Dio “che fa uscire” verso la sua promessa.

Credere è sognare

Quanto difficile è l’uscita da se stessi per lasciare che la vita diventi un sogno. Abramo, come anche san Giuseppe, ci dicono che non sono i nostri sogni a fare della vita un sogno, ma ciò che Dio sogna per noi! Il primo a sognare è Dio. Giuseppe è chiamato nella notte, durante il sonno; è chiamato a sposare i sogni di Dio. Nelle notte, nulla è chiaro! “Giuseppe è l’uomo che sa destarsi e alzarsi nella notte, senza scoraggiarsi sotto il peso delle difficoltà. Sa camminare al buio di certi momenti in cui non comprende fino in fondo, forte di una chiamata che lo pone davanti al mistero, dal quale accetta di lasciarsi coinvolgere e al quale si consegna senza riserve” (Papa Francesco, 1° maggio 2018). Non possiamo rischiare che i sogni di Dio e i nostri sogni si abbraccino solo in apparenza, mentre nella realtà viaggiano in parallelo, per non incontrarsi mai. Di una cosa devi essere certo, Giuseppe: i sogni di Dio non andranno mai contro i nostri desideri più autentici. A san Giuseppe, Dio non dice di essersi innamorato della donna sbagliata, né che fosse sbagliato il suo desiderio di perfezionare il matrimonio già avviato con Maria. Le parole dell’angelo spiegano che i desideri del Signore riguardano qualcosa di più grande ancora di quanto Giuseppe stesso potesse immaginare. Caro Giuseppe, se oggi si realizza un “tuo” sogno è perché tu hai sposato i pensieri di Dio. Anche per te, caro Luca, vale la stessa logica. Ogni forma di servizio a favore del popolo di Dio, come oggi è il ministero dell’Accolitato che ti viene affidato, abbraccia e incarna i piani di Dio, non i nostri sterili narcisismi e ostentazioni.

Credere è generare

La fede di Abramo guarisce la sua sterilità: “Ti ho costituito padre di molti popoli”. La fede con cui Abramo risponde alla chiamata di Dio lo renderà capace, contro ogni speranza umana, di diventare padre di una moltitudine. Anche il tuo celibato, carissimo Giuseppe, non vorrà dire mancanza di fecondità. Si rimane sterili quando manchiamo di fede, quando non rispondiamo ai sogni di Dio. Giuseppe pensava di essere fecondo nel matrimonio con Maria. Dio invece lo rende padre nell’obbedienza della fede. La vocazione che viene realmente da Dio è sempre una chiamata a diventare “padre”. La chiamata è generativa di una discendenza spirituale, perché la chiamata è sempre un servizio di paternità spirituale per coloro ai quali il Signore chiede di impegnare tutta la vita, e per sempre. E’ davvero commovente sentirsi ancora chiamare dalla nostra gente “padre”. Dobbiamo poter meritare questo appellativo generoso e familiare del popolo di Dio!

Credere è avere coraggio

San Giuseppe è capace di fidarsi, anzi impara a fidarsi grazie a Maria: si fida di lei, di ciò che lei gli racconta, per fidarsi di Dio. “Non temere!” dice l’angelo a san Giuseppe; lo dico a te caro Giuseppe. L’invito a non temere non inibisce la legittimità dei dubbi e delle paure. Anche tu hai il diritto di chiedere, come san Giuseppe, come Maria: “Come è possibile?”. Dio sceglie per la sua opera le persone e i momenti: le sue scelte sono fondamentalmente sempre “giuste”,  e non andranno certo deluse dai nostri singoli fallimenti, legati al rischio della libertà umana che Dio sempre rispetta. San Giuseppe ha il coraggio di assumersi le sue responsabilità nel custodire i beni che Dio gli affida.

Anche tu, caro Luca, con il ministero dell’Accolitato che oggi ti viene conferito, diventi custode dei tesori di Dio: la Parola e l’Eucarestia. Sono tesori inestimabili destinati ai tuoi fratelli e sorelle, in un servizio generoso e gratuito. Giuseppe e Luca, sarete “dispensatori” dei divini misteri, non padroni faziosi dei doni di Dio. Le parole dell’angelo oggi vi ricordano che: “…egli salverà il suo popolo dai suoi peccati”. Dunque, non sarete voi a salvare con la vostra pur lodevole disponibilità e bravura, ma Dio attraverso di voi, non senza di voi, con la sola potenza della sua grazia affidata alle vostre mani e alla vostra fedeltà.

Gerardo Antonazzo




Agenda Pastorale del Vescovo del 18 – 24 marzo 2019




Agenda Pastorale del Vescovo 11 – 17 marzo 2019




Omelia per il Mercoledì delle Ceneri

Dalla testa al cuore 

Omelia per il Mercoledì delle Ceneri 

Sora-Chiesa Cattedrale, 6 marzo 2019

Quaranta giorni per cambiare vita? La liturgia delle Ceneri celebra l’inizio: “…concedi al popolo cristiano di iniziare con questo digiuno un cammino di vera conversione”. Non specifica una durata, tantomeno fissa un termine uguale per tutti. A Pasqua celebriamo la vittoria di Cristo sulla morte, lo sappiamo bene; ma ognuno fa Pasqua nella vita secondo il ritmo della sua docile conversione dal peccato alla grazia. Tra le Ceneri e la Pasqua c’è di mezzo il deserto delle fatiche umane, delle lentezze e ritardi, delle resistenze interiori al pressante invito “convertitevi e credete al Vangelo”. La pedagogia della Chiesa, e in particolare della liturgia, lascia aperta ogni prospettiva, concedendo a ciascuno il tempo necessario per misurarsi con gli elementi complessi e contorti del  “combattimento contro lo spirito del male”. Per questa ragione il cammino si fa agonico; e la lotta si affronta con le armi consegnate oggi dal vangelo: la carità, la preghiera, e il digiuno da vivere nel segreto del cuore. 

Nel deserto della nostra camera 

Dove può avvenire la nostra conversione a Dio?

Nella rivelazione biblica la conversione è favorita dall’esperienza speciale del deserto. Per affrontare la lotta contro ogni male, bisogna familiarizzare con le condizioni del deserto. Il deserto è solitudine, silenzio, ascolto, pericoli, insidie, paure, tentazione, povertà, intimità, attesa, fiducia, purificazione dei desideri, invocazione. Israele si è innamorato di Dio nel deserto. Quando Dio deve correggere Israele, lo  invita a rivivere l’esperienza del primo innamoramento nel deserto. Al tradimento da parte di Israele,  Dio annuncia non la punizione e il ripudio, ma la guarigione e il perdono: “Ecco, io la sedurrò, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore” (Os 2,16). Il deserto diventa metafora di una straordinaria esperienza spirituale grazie alla quale, dopo la sazietà ingorda di illusioni materiali e di interessi idolatrici, possiamo riscoprire i morsi della fame e della sete di Dio, il desiderio della sua Parola, la fiducia nelle sue promesse, il combattimento e la vittoria nelle tentazioni, il bisogno di pentimento e ravvedimento, la gioia estatica del suo perdono.

Il vangelo oggi invita a rientrare nella propria  camera (il termine greco indica una stanza interna, riservata, segreta): “Entra nella tua camera, chiudi la porta…”. Il vero deserto è la  stanza interiore della nostra coscienza, dove finalmente impariamo a stare soli con noi stessi, con le nostre paure e debolezze, spogliàti di ogni delirio di ipocrisia e di onnipotenza. “Signore, tu mi conosci veramente come sono [ ]. Tuttavia c’è qualcosa nell’uomo che non è conosciuto neppure dallo spirito che è in lui. Tu però, Signore, conosci tutto di lui, perché l’hai creato. Io invece, quantunque mi disprezzi davanti a te e mi ritenga terra e cenere, so di te qualcosa che non so di me” (S. Agostino, Confessioni, Libro X). Se la preghiera liturgica oggi ci sprona ad un cammino di vera conversione”, è perché vuole salvaguardarci dall’illusione di una conversione non vera, inaffidabile e sterile. Nel segreto del cuore Dio ci osserva nella nostra verità più intima a noi stessi, e più nascosta agli altri: “Stimolato a rientrare in me stesso, sotto la tua guida, entrai nell’intimità del mio cuore [ ]. Tu, infatti, eri all’interno di me più del mio intimo e più in alto della mia parte più alta” (S. Agostino, Confessioni, VII, 10, 18: III,6,11).

Se non cambia il cuore, non cambia nulla

Come cambiare davvero?

Il rito dell’imposizione delle ceneri mi fa venire in mente due espressioni usate nel linguaggio corrente: “Cambiare testa”, per indicare la necessità di un modo diverso di vivere; e “Fare le cose con cuore”, per invitare a crederci sul serio in quello che uno deve impegnarsi a fare. Mettendo insieme le due frasi, si capisce che per cambiare vita bisogna impegnare il cuore:  “Ritornate a me con tutto il cuore, con digiuni, con pianti e lamenti. Laceratevi il cuore e non le vesti(Gl 2,12-13).  E se non cambia il cuore non cambiamo testa! Il cambiamento della nostra vita deve partire dalle cose che più ci stanno a cuore, e che spesso rischiano di essere un impedimento per un sincero ritorno al primato di Dio: “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente” (Lc 10,27). Nel deserto quaresimale, lasciamo che sia Dio a parlare per primo. Rieduchiamo  il cuore all’ascolto attraverso la fatica del silenzio: “Oggi non indurite il vostro cuore, ma ascoltate la voce del Signore” (Sal 94,8). “Sarebbe utile dedicare una ‘giornata per ascoltare’. Immersi come siamo nella confusione, nelle parole, nella fretta, nel nostro egoismo, nella mondanità, rischiamo infatti di rimanere sordi alla parola di Dio, di far ‘indurire’ il nostro cuore, e di perdere la fedeltà al Signore [ ]. Guai al popolo che si dimentica di quello stupore, di quello stupore del primo incontro con Gesù. È lo stupore apre le porte alla parola di Dio” (Papa Francesco, 23 marzo 2017). 

Discernimento e lotta

Cosa ci aiuta a cambiare?

Per cambiare secondo Dio bisogna conoscere e fidarsi della sua volontà. Per questo è necessario imparare l’arte del discernimento. Nel cuore, inteso come coscienza, il credente cerca di valutare la propria vita alla luce della Parola di Dio.  Nel cuore dell’uomo succede di tutto, perché tra il dire e il fare c’è sempre di mezzo…il cuore. S. Paolo, profondo conoscitore dell’animo umano, riesprime così la lotta interiore nella coscienza: “Non riesco a capire ciò che faccio: infatti io faccio non quello che voglio, ma quello che detesto [  ] …quando voglio fare il bene, il male è accanto a me” (cfr. Rm 7, 15-24).

Senza l’esercizio del discernimento interiore la lotta è già sconfitta, e la conversione una disfatta: “Questa lotta è molto bella, perché ci permette di fare festa ogni volta che il Signore vince nella nostra vita. Non si tratta solamente di un combattimento contro il mondo e la mentalità mondana, che ci inganna, ci intontisce e ci rende mediocri, senza impegno e senza gioia. Nemmeno si riduce a una lotta contro la propria fragilità e le proprie inclinazioni. Ognuno ha la sua: la pigrizia, la lussuria, l’invidia, le gelosie, e così via” (Papa Francesco, Gaudete et exultate, 158-159).

Invito tutti a fare della quaresima una palestra di discernimento spirituale: nella vita dei presbiteri ravviva la coscienza sacerdotale (a partire dal rito di ordinazione), nella vita laicale illumina la coscienza di fronte alle scelte, nel rapporto di coppia insegna a rigenerare l’alleanza nuziale, per i genitori illumina la delicata responsabilità educativa verso i figli, nelle relazioni familiari edifica la chiesa domestica. Il discernimento ha anche bisogno di tempi di silenzio, di preghiera prolungata, di ascolto della Parola, dell’esame di coscienza quotidiano, della riconciliazione sacramentale, dell’accompagnamento spirituale da parte di una guida saggia e santa. Tutto questo ci aiuterà a cambiare.

Buona traversata, buon  combattimento, buona quaresima!

 

+ Gerardo Antonazzo




Inaugurazione Anno Accademico dell’Università di Cassino e del Lazio Meridionale

L’accoglienza del Presidente della Repubblica
“Sergio Mattarella”
nell’Università di Cassino

Il Vescovo diocesano Gerardo Antonazzo, a nome suo personale e della Chiesa di Sora-Cassino-Aquino-Pontecorvo, accoglie con gioia, stima e rispetto, la presenza del Presidente della Repubblica, on. Sergio Mattarella, in occasione dell’inaugurazione del corrente Anno Accademico dell’Università di Cassino e del Lazio Meridionale, che celebra il “Quarantennale dalla fondazione” (1979-2019).

Ringrazia il Presidente della Repubblica per la speciale attenzione mostrata nei confronti di un territorio che chiede gesti concreti di incoraggiamento, in un momento segnato da una crisi sociale, economica e culturale troppo lenta nella sua transizione e superamento, e spesso ostacolo per governare con equilibrio dinamico e lungimirante i processi della globalizzazione.

Apprezza il lavoro qualificato e generoso che in tanti decenni l’Università di Cassino e del Lazio Meridionale ha profuso per la promozione del territorio, contribuendo, nonostante le difficoltà, alla formazione di ricercatori, intellettuali e professionisti, le cui abilità e competenze hanno sempre avuto una ricaduta benefica su ampia scala.

Rinnova l’impegno della Diocesi per una collaborazione leale e feconda con l’importante istituzione accademica dell’Università di Cassino e del Lazio Meridionale. Auspica una sempre più fattiva convergenza nella comune cura delle persone in tutti i loro bisogni, espletata nel sano regime della sussidiarietà, per rendere il territorio un vero laboratorio a vocazione ecumenica, al fine di edificare quella civiltà solidale, accogliente e inclusiva, che è l’unica risposta alle spinte regressive dell’egoismo, dell’isolamento, della paura e dell’indifferenza.




Agenda Pastorale del Vescovo del 4 -10 marzo 2019




Agenda Pastorale del Vescovo del 25 febbraio – 3 marzo 2019




Agenda Pastorale del Vescovo del 18 – 24 febbraio 2019




LETTERA PASTORALE – INFINESTERRAE – “LUCE SUL MIO CAMMINO”

La Chiesa, discepola del suo Signore, è Madre di ogni battezzato e Maestra nella fede. La Chiesa che vive in Sora-Cassino-Aquino-Pontecorvo è “un solo corpo e un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo” (Ef 4,4-5). Questa Chiesa si prende cura dei suoi figli, accompagnandoli nella crescita e nella formazione alla vita cristiana, con la tenerezza di chi comprende limiti e fragilità, e con la sollecitudine di chi incoraggia alla gioia di una vita cristiana pensata e vissuta, matura e adulta “finché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, fino all’uomo perfetto, fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo” (Ef 4,13) …[Continua a Leggere]

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Gerardo Antonazzo
Vescovo di Sora-Cassino-Aquino-Pontecorvo

 

LUCE SUL MIO CAMMINO
Parola e Discernimento

Lettera Pastorale
Itinerario di evangelizzazione
Quaresima- Pasqua 2019

Uffici: Diocesi di Sora Cassino Aquino Pontecorvo.

Indirizzo: Via XI Febbraio, n°3 – 03039 Sora (FR)
Telefono: +39 0776831082
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