Agenda Pastorale del Vescovo del 1 – 7 giugno 2020

Agenda Pastorale del Vescovo del 1 – 7 giugno 2020




Agenda Pastorale del Vescovo del 25 – 31 maggio 2020

Agenda Pastorale del Vescovo del 25 – 31 maggio 2020




Comunicato del vescovo Gerardo Antonazzo del 7 maggio 2020

CRISTO, SPERANZA NOSTRA

Messaggio alla Diocesi di Sora-Cassino-Aquino-Pontecorvo
7 maggio 2020

Comunicato del vescovo Gerardo Antonazzo del 7 maggio 2020

 

 




Riapre la Curia vescovile al pubblico

La Curia vescovile riapre al pubblico




COMUNICATO DEI VESCOVI DELLA PROVINCIA DI FROSINONE

COMUNICATO DEI VESCOVI DI ANAGNI-ALATRI,

FROSINONE-VEROLI-FERENTINO, SORA-CASSINO-AQUINO-PONTECORVO

Nella serata di domenica 26 aprile u.s., il Presidente del Consiglio ha reso noto il nuovo Decreto con cui viene disciplinata la cosiddetta “fase 2” dell’emergenza Coronavirus. Questo nuovo Decreto arriva a conclusione di una settimana nella quale la Presidenza e la Segreteria Generale della Conferenza Episcopale Italiana, in stretta collaborazione con la Segreteria di Stato, hanno intensificato la presentazione delle attese e delle richieste della comunità ecclesiale, al Governo italiano, con la sottolineatura esplicita che – nel momento in cui vengano ridotte le limitazioni assunte per far fronte all’emergenza sanitaria – la Chiesa esige di poter riprendere la sua azione pastorale. Quanto alle celebrazioni eucaristiche, si è rappresentato come le chiese siano ampie e consentano la partecipazione di fedeli a celebrazioni che rispettino in pieno la normativa sanitaria. Al Ministero dell’Interno e alla stessa Presidenza del Consiglio sono state sottoposte bozze di Orientamenti e Protocolli, e si è ribadito che alle misure disposte dalla politica a tutela della salute, la Chiesa italiana si impegna a continuare a corrispondere in pieno, ma non può accettare che se ne comprometta la libertà di culto.

Dopo questo confronto serrato, il nuovo Decreto, nei suoi contenuti, disattende le richieste avanzate. La Conferenza Episcopale Italiana ha ritenuto necessario manifestare il disaccordo dei Vescovi in un comunicato, nel quale tra l’altro si dichiara: “Il Decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri varato ieri sera esclude arbitrariamente la possibilità di celebrare la Messa con il popolo. Alla Presidenza del Consiglio e al Comitato tecnico-scientifico si richiama il dovere di distinguere tra la loro responsabilità – dare indicazioni precise di carattere sanitario – e quella della Chiesa, chiamata a organizzare la vita della comunità cristiana, nel rispetto delle misure disposte, ma nella pienezza della propria autonomia. I Vescovi italiani non possono accettare di vedere compromesso l’esercizio della libertà di culto”.

I Vescovi delle Diocesi Anagni-Alatri, di Frosinone-Veroli-Ferentino, e di Sora-Cassino-Aquino-Pontecorvo, facendosi voce delle comunità ecclesiali già duramente messe alla prova dalle contingenze attuali, condividono unanimi il disappunto della CEI sulle decisioni adottate perché lesive di un diritto fondamentale dei cittadini quale la libertà di culto, e perché non rispettose della legittima autonomia della Chiesa.

Appare infatti ingiustificabile prospettare il graduale ritorno alle attività sportive, al lavoro e alle attività quotidiane quali recarsi in negozi, uffici, parchi e giardini, la ripresa degli allenamenti delle squadre di calcio (magari con le mascherine e a distanza dal pallone) ed allo stesso tempo continuare ad impedire la partecipazione dei fedeli alla Messa, secondo modalità che tutelino l’incolumità delle persone e nel pieno rispetto delle norme sanitarie.

Vorremmo ribadire anche che per noi la Santa Messa deve essere celebrata con il popolo, perché siamo comunità unita attorno al Signore Gesù, segno di un’unità più ampia. La celebrazione individuale o chiusa è solo permessa in casi particolari. E’ questa unità che crea legami e che ha permesso in questo tempo terribile del Covid-19 di esprimere tanta solidarietà verso una moltitudine di gente bisognosa. Ci si attende dunque che ci sia una seria e urgente riconsiderazione delle misure adottate e che sia reso possibile il ritorno a celebrazioni liturgiche partecipate, manifestando sin d’ora la disponibilità al rispetto delle norme sanitarie, a tutela dell’incolumità delle persone. Crediamo in questo di condividere il bisogno di ogni credente, appartenente alle diverse confessioni cristiane e religioni.

I Vescovi della Provincia di Frosinone invitano le Istituzioni civili presenti sul nostro territorio a esprimere segni concreti di condivisione del disagio e di preoccupazione per i fedeli privati di una libertà fondamentale e degli elementi costitutivi dell’identità religiosa, culturale e sociale delle comunità.




Auguri del vescovo Gerardo Antonazzo – Pasqua 2020

Auguri pasquali del vescovo Gerardo Antonazzo

“Chi ci farà rotolare via la pietra dall’ingresso del sepolcro?”

Cari amici,

è una domanda che contiene i molti interrogativi di questi giorni: quando usciremo dal lockdown, dal confinamento al quale siamo obbligati? quando ripartiremo con le nostre attività? La condizione di isolamento ci stringe il cuore, e ogni parola sembra quasi perdere di fiato, rimanendoci in gola. L’aria si è fatta pesante, proprio come nel sepolcro. Sentiamo un disperato bisogno di vita, di rinascita, di ripresa, di ricostruzione. Abbiamo urgenza di cambiare vita.

Abbiamo bisogno di fare Pasqua! La Pasqua ci cambia il cuore per non far morire la speranza. La stessa paura di morire si trasformerà in gioia di vivere, di incontrarci, di abbracciarci. Abbiamo bisogno non solo di ricominciare, ma soprattutto di cambiare. Gesù viene incontro a questo bisogno con la sua risurrezione.

Lui per primo supera il lockdown del sepolcro, lui rimuove la pietra che soffoca la vita, rompe il suo confinamento nella morte, per ritornare a vivere. Quando Gesù risorge, rifiorisce la speranza, risorge tutta la vita e la vita di tutti. Grazie a Lui nulla è perduto, tutto può ricominciare.

Si può risorgere solo se passiamo attraverso la sua morte, se facciamo morire la parte sbagliata di noi, l’uomo corrotto che ci portiamo dentro. Se questa morte sarà solo apparente ci sarà una risurrezione solo fittizia. Fingere con la morte dell’anima, significa bleffare con la vita vera. Si risorge a vita nuova solo se spogliati dei vizi che decompongono il bene. Solo la sconfitta di ogni malizia annuncerà la vittoria sulla morte. La parola “Pasqua” significa soprattutto cambiamento: ci dà la forza e il coraggio di decidere passaggi importanti, cambiamenti necessari. Se non si risorge con Cristo, resteremo condannati a vivere una vita contagiata dal virus della malizia che continuerà ad ammalare anche gli altri. “La Pasqua ci dice che Dio può volgere tutto in bene. Che con Lui possiamo davvero confidare che tutto andrà bene” (Papa Francesco).

A tutti voi la mia cordiale vicinanza e il mio affettuoso augurio di buona Pasqua

 

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Omelia Mercoledì santo 8 aprile 2020

SONO FORSE IO?

Mercoledì santo, 8 aprile 2020

È significativo che ognuno dei discepoli esprima il timore di essere colui che può tradire Gesù. Infatti ognuno chiede: Sono forse io, Signore? e non Chi è? E non nominando esplicitamente Giuda, ma rispondendo semplicemente che egli ha messo con me la mano nel piatto, Gesù li indica potenzialmente tutti, dato che allora si mangiava prendendo cibo dallo stesso piatto. Una ragione in più per gettare uno sguardo di compassione su Giuda, dal momento che potenzialmente potremmo essere anche noi. Certo, resta avvolto nel buio più fitto il comportamento di Gesù. Le parole con cui tratta con i capi dei sacerdoti lasciano pensare semplicemente ad una questione di denaro, anche se collegato a quanto scritto in Zc 11,12-13. È difficile capire cosa abbia trascinato Giuda a tanto odio, da andare sino in fondo con determinazione, senza scrupoli: Quanto volete darmi perché io ve lo consegni? E quelli gli fissarono trenta monete d’argento. Da quel momento cercava l’occasione propizia per consegnare Gesù.

Partiamo da un’ipotesi. L’epiteto Iscariota (sicario) forse può essere ricondotto al movimento ebraico attivo in Palestina nel I secolo a.C. in sommossa antiromana. Questa possibile derivazione favorirebbe l’ipotesi secondo cui Giuda sarebbe stato in precedenza impegnato in attività sovversive, rivoluzionarie, alla pari dell’attivismo degli zeloti in posizione di rivolta contro l’occupazione straniera. Se così fosse, la chiamata di Gesù avrebbe avuto successo nella risposta di Giuda probabilmente per aver visto nell’uomo di Nazareth il compimento della promessa del Messia-liberatore, venuto a ricostituire il regno di Israele. Molti vivevano di quest’attesa per l’insofferenza del popolo verso l’occupazione militare dell’Impero romano. Giuda attende anche il messia politico, che riporti pace e giustizia in Palestina. Nel passare del tempo, vivendo fianco a fianco del Maestro, vede che Gesù non ha intenzione di intraprendere una rivoluzione o comunque di cambiare la situazione in modo violento. Giuda inizia a credere di aver commesso un errore, che forse Gesù non è la persona giusta che lui stava aspettando. Con il passare del tempo vede che il Messia-Gesù compie gesti contrari alle sue attese: non atti di violenza, ma gesti di perdono, di misericordia, di guarigione dei malati, di tenerezza per i peccatori. Con le Beatitudini consegna un codice etico per costruire un regno di poveri, di miti, di puri, di misericordiosi. Non era quello che Giuda sperava, non erano le ragioni per quali aveva accettato di seguire Gesù. Delusione, amarezza, avversione, cominciano probabilmente ad albergare nella sua mente, creando un groviglio inestricabile di pensieri ostili nei confronti di Gesù. A questo punto, si può pensare che Giuda abbia tradito perché tradito dal Maestro. La sua potrebbe essere stata una reazione di dispetto e di punizione nei confronti di Gesù. E’ un uomo arrabbiato, si sente fallito per aver buttato al vento gli anni migliori della vita in cui avrebbe potuto ottenere risultati migliori, a fianco di chi era pronto a combattere e a spargere sangue. Merita per tutto questo un giudizio di condanna inappellabile?

A questo riguardo, è illuminante esplorare il mistero e la tragedia di Giuda facendo riferimento a un capitello della basilica di Vezélay, in Borgogna, dedicata a santa Maria Maddalena, che sorge sulla via che porta a Santiago di Compostela. C’è una scultura poco conosciuta, anche a motivo dell’altezza a cui è posta, circa venti metri dal suolo. Una scultura che vista da vicino colpisce e sconcerta. Da un lato si vede Giuda impiccato, con la lingua di fuori, circondato dai diavoli. E fin qui nulla di nuovo. La sorpresa arriva dall’altro lato del capitello. Si vede un uomo che porta sulle spalle il corpo di Giuda. Quest’uomo ha una strana smorfia sul volto: metà bocca appare corrucciata, l’altra metà sorridente. L’uomo veste la tunica corta ed è un pastore. È il Buon Pastore che porta sulle sue spalle la pecora perduta. L’artista che ha scolpito la scena e il monaco che l’ha ispirata ha voluto rappresentare qualcosa di estremo, l’estremismo dell’amore di Gesù, ipotizzando che anche per Giuda vi sia stata salvezza.

C’è un’omelia che don Primo Mazzolari, il parroco di Bozzolo precursore del Concilio Vaticano II, tenne il Giovedì Santo del 1958, dedicata proprio a ‘Giuda, il traditore’. Dice tra l’altro: “Povero Giuda. Che cosa gli sia passato nell’anima io non lo so. Non cercherò neanche di spiegarvelo, mi accontento di domandarvi un po’ di pietà per il nostro povero fratello Giuda.  Io non me ne vergogno (di chiamarlo fratello), perché so quante volte ho tradito il Signore; e credo che nessuno di voi debba vergognarsi di lui. Quando ha ricevuto il bacio del tradimento, nel Getsemani, il Signore gli ha risposto con quelle parole che non dobbiamo dimenticare: “Amico, con un bacio tradisci il Figlio dell’uomo! …  Amico! Noi possiamo tradire l’amicizia del Cristo, Cristo non tradisce mai noi, i suoi amici; anche quando non lo meritiamo, anche quando ci rivoltiamo contro di Lui, anche quando lo neghiamo, davanti ai suoi occhi e al suo cuore, noi siamo sempre gli amici del Signore. Giuda è un amico del Signore anche nel momento in cui, baciandolo, consumava il tradimento del Maestro [ ] Pregherò per lui anche questa sera, perché io non giudico, io non condanno … Io non posso non pensare che anche per Giuda la misericordia di Dio, questo abbraccio di carità, quella parola amico, che gli ha detto il Signore mentre lui lo baciava per tradirlo, io non posso pensare che questa parola non abbia fatto strada nel suo povero cuore. E forse l’ultimo momento, ricordando quella parola e l’accettazione del bacio, anche Giuda avrà sentito che il Signore gli voleva ancora bene e lo riceveva tra i suoi di là. Forse il primo apostolo che è entrato insieme ai due ladroni … Lasciate che io pensi per un momento al Giuda che ho dentro di me, al Giuda che forse anche voi avete dentro. E lasciate che io domandi a Gesù, a Gesù che è in agonia, a Gesù che ci accetta come siamo, lasciate che io gli domandi, come grazia pasquale, di chiamarmi amico”.

Quando Gesù viene arrestato, Giuda non si sente in pace con se stesso, capisce di aver commesso un errore, e prova a restituire i trenta denari e a scagionare Gesù. Ingenuamente, pensa che così facendo la situazione si risolverà. Quando però i sacerdoti del tempio lo cacciano, Giuda sente e soffre tutto il peso di ciò che ha fatto. Sente di aver tradito l’Amico, l’Amore, l’Innocente. Anch’io spesso mi domando se quel ladrone pentito sulla croce, per il quale a volte non proviamo molta simpatia per essersi salvato quasi in fretta, come quando si segna un gol all’ultimo minuto dei tempi di recupero di una partita di calcio, gelosi per una sorta di strano privilegiato a lui toccato, mi domando se questo povero uomo crocifisso con Cristo e accanto a Cristo non voglia farci pensare a qualcosa che possa aver riguardato anche Giuda … a tempo quasi scaduto.

+ Gerardo Antonazzo

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        Omelia Mercoledì santo 8 aprile 2020

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ABATE DI CASAMARI – MESSAGGIO DELLA DIOCESI PER LA MORTE DI DON EUGENIO ROMAGNUOLO

Il Vescovo Gerardo e il Presbiterio della Chiesa diocesana di Sora-Cassino-Aquino-Pontecorvo esprimono il dolore per la morte di don Eugenio Romagnuolo, Abate di Casamari. L’impietoso contagio da Covid-19 ha stroncato la sua vita consacrata al servizio della lode a Dio e al prezioso ministero di guida, padre e maestro spirituale. Conserviamo il grato ricordo di un pastore buono e umile, discreto e accogliente. Con la preghiera di affidamento del caro don Eugenio alla misericordia di Dio celebriamo la nostra fede cristiana nella pienezza della vita eterna. La morte di don Eugenio, avvenuta all’inizio della Settimana Santa, lo introduca nella piena partecipazione alla Pasqua di Cristo risorto.

La Diocesi esprime l’affettuosa partecipazione al dolore della comunità monastica cistercense di Casamari. In particolare, assicura una speciale e cordiale vicinanza spirituale ai padri cistercensi della parrocchia di S. Domenico Abate, in Sora.

Mentre ringraziamo il Signore per la testimonianza esemplare di vita religiosa vissuta da don Eugenio, imploriamo dal Signore il dono della consolazione e della speranza.




IL MESSAGGIO DELLA SETTIMANA SANTA – [Il Video]

 

MESSAGGIO DEL VESCOVO GERARDO ALLA DIOCESI PER LA SETTIMANA SANTA
4 aprile 2020

 

Cari amici, senza retorica o moralismi inutili, desidero condividere alcune riflessioni per augurarvi buona Settimana Santa. Vi consegno una breve guida per vivere con fiducia e coraggio i prossimi giorni, che continuano ad essere segnati dalla tragedia dell’epidemia. Nella preghiera di questa Settimana così particolare portiamo nel cuore tutti gli ammalati, i familiari, coloro che si stanno sacrificando per assicurare l’assistenza necessaria, non dimentichiamoci delle tante situazioni di povertà che in questo periodo stanno aumentando. Se parliamo di Settimana Santa è anche perché i riti che celebriamo santificano la nostra vita, ci aiutano a cambiare in meglio.

La Domenica delle Palme è chiamata anche Domenica di passione. Mentre ci fa pensare alla sofferenza di Cristo, la parola “passione” parla soprattutto di amore. In effetti, quella di Gesù è una vera “passione d’amore” per noi, il suo è un amore passionale perché Dio è appassionato all’uomo, fino al perdono totale delle sue colpe. Questo rito delle Palme ci insegna dunque ad amare con passione, ad amare con tutte le nostre forze Dio e i fratelli, soprattutto chi è più in difficoltà e merita un supplemento di amore.  La passione di Cristo ci dona la forza necessaria soprattutto quando amare ci costa e ci fa soffrire.

I riti del Giovedì Santo santificano soprattutto la famiglia, realtà molto prossima al significato del Cenacolo. Dal Cenacolo marito e moglie imparano a donare la vita l’uno per l’altro per fare memoria del dono del Corpo e del Sangue di Cristo. Genitori e figli imparano ad abitare la propria famiglia secondo il comandamento dell’amore: “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri”. La famiglia è la migliore scuola dell’amore se insegna soprattutto ad essere gli uni al servizio degli altri, come Gesù con il gesto e il segno della lavanda dei piedi.  E’ la capacità di amare e di servire che trasforma la vita di ogni famiglia in un vero Cenacolo di vita fraterna, in una “comunità eucaristica”, in una Chiesa a dimensione domestica.

I riti del Venerdì santo sono celebrati per santificare i nostri rapporti, le nostre relazioni. La Croce di Cristo inchioda il nostro egoismo, la nostra bramosia insaziabile di possesso, per fare della nostra esistenza un dono di sé all’altro … a interessi zero!

Il silenzio del Sabato santo non è segno di tristezza ma prepara e preannuncia la speranza e l’attesa, finchè la luce di Cristo non dia finalmente inizio all’alba dell’ottavo giorno nel quale tutto rinasce, nulla è perduto e tutto può ripartire. La speranza non “è l’ultima a morire”, ma è l’unica che non muore dal momento che Cristo risorge.

Cari amici, durante la Settimana santa potremo seguire in diretta tutte le celebrazioni del Vescovo sul Sito della diocesi e tramite Teleuniverso.

Buona settimana santa. Vi seguirò con la mia costante preghiera di padre e pastore. A tutti e a ciascuno di voi la mia particolare benedizione

 




SETTIMANA SANTA

La Settimana Santa dei cristiani ci conduce, attraverso la porta della Domenica delle Palme, nel cuore del Mistero pasquale celebrato nel Triduo sacro di passione, morte e risurrezione del Signore. Per entrare in questo mistero, ogni anno la Chiesa offre spazi dilatati e tempi distesi, parole preziose e gesti intensi per l’incontro comunitario con il Signore. Nel corpo della Chiesa, che assume il volto concreto della comunità, la Pasqua inscrive nella persona del credente un sigillo di appartenenza, un patto di alleanza.

Come vivere tutto questo nel tempo della pandemia, che ci obbliga a rimanere chiusi nelle nostre case? La proposta della Chiesa è quella di non rinunciare a vivere la Pasqua, pregando e addirittura celebrando, non solo attraverso le diverse forme possibili di comunione spirituale alle celebrazioni che questo anno avverranno senza concorso di popolo. L’invito è a fare della propria casa uno spazio di preghiera e di celebrazione.

Il sussidio che l’Ufficio Liturgico Nazionale mette a disposizione offre alle famiglie e ai singoli uno schema di celebrazione domestica della Settimana Santa, in comunione con le celebrazio­ni del Mistero pasquale che si svolgono nelle chiese cattedrali e parrocchiali, senza concorso di popolo. Gli elementi di questa proposta non sono altro che le parole e i gesti della liturgia, nella convinzione che – opportunamente adattati alla condizione domestica e alla capacità di rece­zione dei più piccoli – possano continuare a parlare ed agire. Le parole sono quelle della parola di Dio – in modo particolare i Vangeli e i Salmi – e della liturgia, ricca di un tesoro di preghiera da conoscere e meditare. I gesti ritrovano in casa i grandi segni della liturgia: un rametto di ulivo, o il virgulto di una pianta primaverile, per entrare nella Settimana Santa; il Crocifisso, staccato dal muro e tenuto vicino, davanti agli occhi, nel luogo dedicato alla preghiera; un cero che si accende e si riaccende, con particolare intensità nella notte della Veglia; le Scritture, riaperte perché ritrovino voce; l’icona della Vergine, Madre della Chiesa in preghiera; l’acqua che fa memoria del Battesimo; il pane quotidiano e il vino della festa, nella memoria e nella nostalgia dell’Eucaristia. La Chiesa domestica ritrova i fondamentali della fede celebrata in chiesa, della benedizione che può salire a Dio da un popolo sacerdotale e da una ministerialità genitoriale. Il Sussidio, che presenta uno schema di preghiera per ogni momento della Settimana Santa – la Domenica delle Palme, la sera del Giovedì Santo, il Venerdì di Passione, la Vigilia della Pa­squa, la Domenica della grande festa – può sembrare impegnativo, o forse è più vicino a noi di quanto possiamo pensare. Il compito di adattare il “vestito” della liturgia e della preghiera della Chiesa alla “taglia” della singola famiglia è una sfida che ci ricorda come sia possibile trasforma­re una situazione di difficoltà e disagio in una occasione di crescita.

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AFFIDAMENTO ALLA MADONNA ADDOLORATA

Vergine Addolorata, Donna sotto la croce,
trafitta nell’anima dal cuore trafitto del Figlio,
Madre del Signore tradito e umiliato,
in te riponiamo la nostra filiale fiducia.

 

Aiutaci a riconoscere nel sangue di Cristo
la sorgente d’amore che perdona e salva:
dalle sue piaghe siamo stati guariti.
Vergine del pianto e del dolore, veglia
sotto la croce dei nostri dolorosi affanni.

 

Benedici il sacrificio di quanti curano la vita,
ascolta il lamento di chi soffre e piange,
sostieni lo strazio di chi muore solo.
Tribolati nell’ora della dura prova
ci affidiamo al tuo abbraccio materno
per sentire il brivido della speranza.
Volgi il tuo sguardo verso di noi peccatori
e ascolta la nostra umile implorazione:
ridona ai nostri occhi la luce della fede
per non dubitare del tuo amorevole aiuto.

 

Le lacrime delle nostre desolazioni
siano consolate dalla dolcezza ineffabile
con la quale Gesù morente sulla croce
ti affida a noi come Madre,
e ci consegna a te come figli tuoi.
Sotto la tua protezione saremo certi
che nulla è perduto e tutto può ricominciare.

Amen.

 

Gerardo, vescovo




La riflessione del vescovo Antonazzo sulla preghiera di Papa Francesco

Riflessioni del vescovo Gerardo Antonazzo

sulla preghiera di Papa Francesco in Piazza s. Pietro (venerdì 27 marzo 2020) 

Venerdì sera ho visto l’immagine più bella e più vera della Chiesa, rappresentata da Francesco al timone di questa barca in tempesta. È la barca di Pietro con il carico dell’intera umanità, se è vero che su questa barca ci siamo tutti.

Anch’io mi sono profondamente commosso, felice nel vedere nella testimonianza di Francesco una Chiesa spoglia, umile, debole, fragile, ma allo stesso tempo supplichevole e fiduciosa nella presenza salvifica di Gesù. Venerdì sera ho visto una Chiesa davvero povera, disarmata, compassionevole con l’umanità, un immenso ospedale da campo.

Su questa barca, Gesù dorme non perché non gli importa dei discepoli, ma perchè gli uomini assaporino sino in fondo il significato e il dramma dell’assenza di Dio. Solo quando imparano a riconoscere la propria insufficienza e iniziano finalmente a gridare il loro bisogno di aiuto, Gesù si sveglia e risponde alla loro angoscia.

Pensavamo di rimanere sempre sani in un mondo malato: ho visto una Chiesa che mentre denuncia l’arroganza di un agire corrotto dal delirio di onnipotenza, con la tenerezza di Madre abbraccia a sé tutti i suoi figli che vivono il tempo della tribolazione. Ho visto una Chiesa pronta ad ascoltare la domanda del mondo, confuso e turbato, impaurito dinanzi alla morte: Non ti importa che periamo? La preghiera di Francesco è stata il grande Sì della Chiesa alle attese del mondo.

Ho visto una Chiesa-Sposa gloriarsi del suo Signore Crocifisso, abbracciata esclusivamente al suo perdono.  Ho visto una Chiesa testimone del Signore risorto, realmente vivo e presente nel pane eucaristico, la cui luce si è irradiata su Piazza s. Pietro. La sua benedizione ha superato idealmente ogni transenna, ogni resistenza, per farsi vicino a chi, inginocchiato dinanzi al suo sguardo misericordioso, era in attesa del suo passaggio per toccargli almeno la frangia del suo mantello.

Quella di Francesco credo sia stata l’Udienza generale più bella di sempre, credo la più affollata e la più partecipata di tutte, in una piazza vuota. Eravamo tutti presenti, raccolti in un silenzio assordante accompagnato dalla musica struggente di una pioggia ininterrotta, bramosi di accogliere la consolazione divina.

Da quella Piazza sono spiritualmente ripartito con la serena certezza che questa sera anche l’ombra di Pietro si sia posata sui tanti ammalati (cfr. Atti 5,15), per sprigionare al suo passaggio la forza risanatrice di Cristo sulle piaghe dell’umanità gravemente ferita.




Messaggio del Vescovo Gerardo Antonazzo alla comunità diocesana

Siamo tutti interessati dal rischio di contagio provocato dal Coronavirus, pertanto sentiamoci seriamente impegnati nell’adottare abitudini e comportamenti idonei ad arginare l’espansione dell’epidemia.

Le istituzioni civili e militari si stanno adoperando per attuare al meglio le loro competenze. Le parrocchie stanno collaborando in modo esemplare con le disposizioni del Governo, della Conferenza episcopale italiana e del Vescovo diocesano. Le stesse misure adottate per la necessaria assistenza spirituale agli ammalati in casi di estrema urgenza e necessità rispondono alla tutela della propria e altrui salute.

Sentiamoci comunità, nella quale ognuno si sente responsabile degli altri. Ciascuno è chiamato a fare la sua parte. Se “Andrà tutto bend’ sarà perché tutti ci siamo comportati bene. Mi preme richiamare la gravosa responsabilità morale legata al comportamento e ai gesti di ciascuno: ogni nostra azione può essere decisiva in questo momento così drammatico e cogente. Ogni forma di trasgressione alle disposizioni di legge, oltre ad essere un reato, può comportare delle conseguenze letali per tanta gente che rischia di morire anche per colpa di chi non ha obbedito alle restrizioni imposte.

Dispiace molto leggere sulla stampa che anche nei nostri paesi c’è chi si permette il grave abuso di uscire di casa senza alcuna necessità; tutto ciò ci mette dinanzi alla necessità che tutti siano consapevoli di quanto atti poco accorti possano avere pesanti conseguenze sull’intera collettività.

Ringrazio la gran parte di cittadini che stanno dimostrando con serietà il proprio impegno nel collaborare con le istituzioni; rivolgo a tutti il mio appello ad agire con più fiducia e con maggiore spirito di sacrificio a favore della tutela della salute di ciascuno. Mi faccio interprete di sentimenti di grande stima e gratitudine da parte dell’intera comunità verso tutti gli operatori sanitari che anche sul nostro territorio si stanno prodigando per arginare le gravi conseguenze dell’epidemia.

Su proposta della Chiesa italiana, il 19 marzo (festa di san Giuseppe) è una giornata di Preghiera per l’Italia. Pertanto, siamo invitati a esporre sul davanzale di casa un drappo bianco e a unirci in contemporanea alla recita del Santo Rosario alle ore 21.00 collegandoci con TV2000.

Assicuro a tutti la mia vicinanza e la mia speciale benedizione.




Lettera al personale medico e paramedico dall’Ufficio Pastorale della salute

Dall’Ufficio Pastorale della salute accorata lettera al personale medico e paramedico

Una accorata lettera siglata dal direttore dell’Ufficio Pastorale della salute, don Mario Colella, per ringraziare tutto il personale medico e paramedico, per lo straordinario lavoro prodigato per curare le persone colpite dal Covid-19.

«Carissimi,

Vi parlo a nome della Comunità cristiana del nostro territorio e di tutti i malati che avete curato, state curando e curerete ancora. Sono in mezzo a voi e vedo tutti i giorni quanto vi state spendendo, a rischio e a fatica, per curare i nostri malati e arginare il più possibile l’espansione di questa epidemia, e tutto questo anche con scarsità di mezzi. A nome di tutti vi dico semplicemente “GRAZIE“, e vi siamo riconoscenti per quanto state facendo per tutti noi.

È palpabile la tensione, il nervosismo, l’ansia, la preoccupazione, la stanchezza; anche la vostra vita ha il suo valore, non siete carne da macello solo perché avete scelto questa professione; anche voi avete le vostre famiglie e quello che più vi preoccupa è l’incolumità di quelle persone che lasciate e ritrovate a casa. Per tutti questi motivi la nostra gratitudine è grande.

La vostra opera rende onore a voi stessi, alle categorie che voi rappresentate, all’Ospedale di Cassino, a noi tutti e ne siamo fieri. Come vorrei che l’intera popolazione, soprattutto quelli che sono più inclini a criticare, a diffamare, a disonorare, sapessero tutte queste cose, facessero qualche riflessione e si unissero alla nostra gratitudine.

Di fronte alla vostra opera, io umanamente mi sento piccolo piccolo, non posso fare altro, nella mia fede, che pregare per voi, perché il Signore vi rafforzi interiormente, illumini le vostre scelte, e dirvi “Coraggio, non vi arrendete, ce la farete!“. Nel mio piccolo, sono qui con voi, in mezzo a voi, sempre pronto a sostenervi con una parola di incoraggiamento e con la mia preghiera. Chi non è credente, accetti la mia amicizia e una pacca sulla spalla in segno di stima e grande affetto.

E alla fine di questa battaglia, che certamente risulterà vincente, anche se a caro prezzo, cosa vi sarà riconosciuto? Forse qualche centesimo in più? Forse niente? Ma quello che gli altri vi potranno dare sarà sempre ben poca cosa rispetto a quello che voi avete dato agli altri. Ne uscirete più ricchi in quanto a umanità e professionalità e di questo siatene orgogliosi.

Qualcuno un giorno vi dirà: “Andavi cercando Dio, mi hai incontrato nei giorni dell’epidemia nei fratelli che hai curato, anche a rischio della tua stessa vita, e non te ne sei accorto. Ma per me non è stato importante che tu non abbia riconosciuto Dio, mi è bastato che abbia riconosciuto tuo fratello. Bravo! Ti voglio bene!”.

Anche noi vi diciamo: BRAVI E GRAZIE a tutti e di tutto.

Quanto scritto è estensibile, nella sostanza a tutti i medici di base che operano sul territorio. Vi prego, per quanto vi sarà possibile, di diffonderlo. Anche il medico ha bisogno di una parola di conforto e di incoraggiamento, specie nei momenti in cui la sua professionalità, la sua resistenza fisica, e le sue risorse interiori vengono messe a dura prova».




PARROCCHIA SAN LORENZO MARTIRE – IL VESCOVO INCONTRA

Il Padre di misericordia e Dio di ogni consolazione, che tutti consola per mezzo del suo Figlio nello Spirito Santo, guarda con affetto di predilezione ogni persona che soffre nel corpo e nell’anima e quanti prestano loro assistenza e aiuto. I malati, infatti, completano nella propria carne ciò che manca della passione di Cristo per il suo corpo, che è la Chiesa, e rendono presente in modo singolare la persona stessa del Signore. Egli si identifica negli infermi a tal punto da ritenere rivolto a sé ogni gesto compiuto in loro favore. Rivolgiamo a Dio la nostra supplica per ottenere la divina benedizione sulla Casa di cura, sui malati che vi sono accolti e su quanti si prodigano a loro servizio.

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Agenda Pastorale del Vescovo del 1 – 8 dicembre 2019

Agenda Pastorale del Vescovo del 1 – 8 dicembre 2019




Agenda Pastorale del Vescovo del 1 – 9 novembre 2019

Agenda Pastorale del Vescovo del 1 – 9 novembre 2019




Agenda Pastorale del Vescovo del 14-20 ottobre 2019

Agenda Pastorale del Vescovo del 14-20 ottobre 2019

 




Omelia di Apertura della Prima Visita Pastorale

Benedetto colui
che viene nel nome del Signore

 

Apertura della Visita Pastorale

nella Dedicazione della Chiesa Cattedrale

 Sora, 9 ottobre 2019 

 

Cari presbiteri, diaconi, consacrati, fratelli e sorelle,

lodiamo la Parola con la quale siamo stati “scelti secondo il piano stabilito da Dio Padre, mediante lo Spirito che santifica, per obbedire a Gesù Cristo” (1Pt 1,2).

Nella significativa ricorrenza della Dedicazione di questa nostra Chiesa Cattedrale ci ritroviamo in preghiera per celebrare e adorare il mistero di Cristo, Pietra viva, Pastore buono, che ci fa crescere come suo Tempio e suo Gregge.  Nell’Eucaristia celebrata dal Vescovo nella Cattedrale risplende, nel modo più luminoso l’unità della Chiesa: qui sta la radice e il centro delle comunità, qui il segno e la causa dell’unità del popolo di Dio. A questo popolo di Dio, è bene non dimenticarlo mai, appartengono anche i tanti battezzati che poco o nulla sanno della vita cristiana, e che non sono abitualmente partecipi delle assemblee festive delle nostre parrocchie, e che nulla sanno, o quasi, della Visita Pastorale. L’apertura della Visita invoca il soffio dello Spirito: questa nostra comunità orante, pastori e fedeli, è spinta oggi a varcare “in uscita” la soglia del tempio verso un ritrovato e rinnovato annuncio del Vangelo di salvezza. Se da una parte siamo sollecitati ad essere per il mondo un “ospedale da campo”, non possiamo non prenderci cura innanzitutto di quanti tra di noi e attorno a noi rischiano la fase “terminale” della fede. La comunità dei risorti in Cristo è invitata e inviata a parlare al cuore di ogni creatura che ci sta a cuore con l’annuncio della Pasqua: “Gesù Cristo ti ama, ha dato la sua vita per salvarti, e adesso è vivo al tuo fianco ogni giorno, per illuminarti, per rafforzarti, per liberarti” (EG 164).

Chi ha orecchi, ascolti

L’icona biblica scelta per la Visita rimanda alla visione del Figlio d’uomo: dalla sua bocca esce una spada affilata, a doppio taglio (cf Ap 1,12-13.16). Gesù parla con il vocabolario della verità e della tenerezza: “Io, tutti quelli che amo, li rimprovero e li educo. Sii dunque zelante e convértiti. Ecco: sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me. Il vincitore lo farò sedere con me, sul mio trono, come anche io ho vinto e siedo con il Padre mio sul suo trono” (Ap 3,19-21). Le sue parole feriscono e risanano la discola comunità che viveva a Laodicea. In elenco è l’ultima delle sette Chiese fondate nell’Asia Minore, soprattutto ultima nella qualità della vita spirituale. Il Risorto bussa alle porte di una Chiesa che rischia di mettere a repentaglio la sua stessa sopravvivenza, e si propone ad essa con l’offerta conviviale dell’amicizia, dell’intimità e della confidenza, esortandola ad una profonda revisione di vita per una radicale conversione del cuore. Il Bel Pastore bussa anche oggi alla porta delle nostre parrocchie, comunità religiose, aggregazioni laicali, famiglie: ci trovi vigilanti nell’attesa: “Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese; siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze, in modo che, quando arriva e bussa, gli aprano subito” (Lc 12,35-37). E’ Lui a bussare e a visitare la nostra Casa, perché “chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese” (Ap 3,22). Né bavagli, né rassegnazioni angustiate: lasciamoci trovare, perché ci aiuti a leggere i segni dei tempi, e non rischiare di vanificare il tempo dei segni, il tempo della Visita. Così si è espresso papa Francesco nel discorso rivolto ai nuovi Vescovi nel settembre scorso: “La vicinanza del Vescovo non è retorica. Non è fatta di proclami autoreferenziali, ma di disponibilità reale…Quindi farsi vicini, stare a contatto con le persone, dedicare tempo a loro più che alla scrivania, non temere il contatto con la realtà, da conoscere e abbracciare…Essere vicini è immedesimarsi col popolo di Dio, condividerne le pene, non disdegnarne le speranze…padri di persone concrete; cioè paternità, capacità di vedere, concretezza, capacità di accarezzare, capacità di piangere” (Discorso del Papa ai nuovi Vescovi, 12 settembre 2019).

Fare strada, insieme

La prossimità pastorale del nostro essere Chiesa si manifesta nell’incontro e nell’ascolto degli uomini e delle donne di questo tempo, ragazzi, giovani, adulti e anziani che vivono questa geografia territoriale e sociale. La pastorale dell’ascolto ci aiuta ad interpretare i segni dei tempi, nei quali riconoscere il passaggio e la visita di Dio. Lasciamo allora che la Visita del Risorto getti scompiglio nelle abitudini obsolete, scardini tradizioni esteriori ormai insignificanti, scombini le cadenze stantie di ripetitive ritualità sterili e ininfluenti per la fede delle persone. Amici, ascoltiamo ciò che lo Spirito dice alla nostra Chiesa, per valorizzare i pensieri buoni che Lui suscita nella nostra coscienza e conoscenza di pastori e di battezzati. In particolare a noi pastori, Vescovo e presbiteri, papa Francesco indirizza ancora le sue parole con le quali ci chiede di essere “pastori che non si accontentano di presenze formali, di incontri di tabella o di dialoghi di circostanza…Sono tante le forme di vicinanza alle vostre Chiese. In particolare vorrei incoraggiare visite pastorali regolari: visitare frequentemente, per incontrare la gente e i Pastori; visitare sull’esempio della Madonna, che non perse tempo e si alzò per andare in fretta dalla cugina. La Madre di Dio ci mostra che visitare è rendere vicino Colui che fa sussultare di gioia, è portare il conforto del Signore che compie grandi cose tra gli umili del suo popolo (cf Lc 1,39 ss.)”.

La Visita pastorale intende portare con sé l’impronta missionaria dell’Evangelii Gaudium di Francesco. Dire “Chiesa in uscita” è dire “fare strada, insieme”. Se la missione deve riguardare tutti, allora la Visita pastorale o la viviamo insieme, o non sarà di nessuno. Cari amici, ci fa bene pensare alla Visita come punto di non ritorno di una permanente azione missionaria ed evangelizzatrice. Per fare cosa? Quello che il profeta Giona si rifiutava di compiere. Arroccato in una visione sbagliata di Dio, si dimostra deluso, frustrato e indispettito: “Per questo motivo mi affrettai a fuggire a Tarsis; perché so che tu sei un Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira, di grande amore”. Giona non accetta di essere un “profeta in uscita”, si rifiuta di percorrere strade nuove, inesplorate, impensabili, nella direzione indicata da Dio. Tra Dio e Giona si svolge un dialogo tra sordi, origine di ogni malinteso. Il profeta sembra preda di un’indolenza spirituale insanabile: oscilla tra il sonno e la morte. Giona è un essere senza desiderio. Quanto è triste una parrocchia senza slanci, sussulti, aperture, desideri, sogni. La Visita Pastorale vuole essere segno visibile e concreto della tenerezza e della carezza di Dio sulla storia di ognuno. Anche la grazia dell’Indulgenza plenaria annessa alla Benedizione Papale è offerta di misericordia per tutti.

Signore, insegnaci a pregare

Se è Dio a visitare il suo popolo, è necessario intensificare la preghiera per invocare e riconoscere con lo sguardo della fede la sua venuta. L’annuncio provvidenziale della Parola oggi ci consegna le parole essenziali della preghiera cristiana, il Padre nostro, che costruisce e nutre la relazione filiale e i nostri legami fraterni: “Avete ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: Abbà! Padre!” (Rm 8, 15); e di conseguenza: “…questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama Dio, ami anche suo fratello” (1Gv 4,21).

Ogni comunità parrocchiale si qualifichi sempre meglio quale “scuola di preghiera”, luogo privilegiato della ricerca e dell’incontro con il Signore Gesù, spazio di raccoglimento e di intimità spirituale, sublime esercizio di discernimento vocazionale. Tutto ciò, a partire, ma non solo, dalla cura migliore possibile della liturgia divina, il cui sacro raccoglimento e silenzio sacro siano grembo fecondo di fruttuosa partecipazione. La Preghiera del Signore è la preghiera ordinaria dell’assemblea e di ogni discepolo; perciò la riconsegno oggi alle nostre famiglie unitamente alla Preghiera per la Visita Pastorale, perché ravvivi il legame spirituale che tutti unisce come figli, fratelli e sorelle, di questa amata Chiesa di Sora-Cassino-Aquino-Pontecorvo.

La Vergine Bruna di Canneto, Donna della Visitazione, favorisca ogni grazia spirituale con la visita di “colui che viene nel nome del Signore” (Mc 11,9).

                                                                                                                         + Gerardo Antonazzo